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  Come imparare a distinguere le icone eterodosse

Un viaggio attraverso i contrasti tra iconografia inaccettabile e accettabile

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Le icone sono un elemento di base del cristianesimo ortodosso, un elemento riconosciuto come essenziale anche dai non ortodossi. Nelle icone è riflessa la profondità teologica dell'Ortodossia, e non deve stupire che una seria valutazione delle icone sia in realtà il risultato di una vita di studio e di sforzo. Così come nella teologia in generale, anche nell'iconografia possono di tanto in tanto insinuarsi elementi estranei, dissonanti, eterodossi. Il contributo di chi conosce questa materia è molto prezioso per identificare questi elementi eterodossi, e per proporre modelli più in linea con la tradizione e la fede della Chiesa.

Offriamo qui di seguito una breve carrellata (senza alcuna pretesa di completezza o di esaustività) su alcuni modelli di icone a vario titolo discutibili, e tramite un semplice processo di comparazione fianco a fianco, offriamo esempi di un’iconografia più autentica e ortodossa. Molti di questi elementi si trovano già in varie discussioni ortodosse in rete, ma per quanto abbiamo potuto vedere, non è stata ancora presentata una lista comparativa di questo genere al pubblico in Italia.

Prescindiamo da questioni meramente estetiche e da preferenze di stili, così come dalla ben nota diatriba sulle icone naturalistiche o stilizzate. Anche se le icone dipinte in stile naturalistico non sono l'ideale iconografico della Chiesa, bisogna ricordare che praticamente tutto il mondo ortodosso ha vissuto degenerazioni naturalistiche dell'iconografia in un periodo o in un altro, e che mentre ci sono icone naturalistiche che non presentano alcuna deviazione teologica, al contrario vi sono icone perfettamente stilizzate che presentano aspetti teologici aberranti o erronei, come vedremo negli esempi qui sotto.

Sull'eterodossia dell'icona della Sacra Famiglia si è già espresso uno dei nostri corrispondenti, e ci limitiamo a dire di essere pienamente d'accordo con la sua esposizione. Sostanzialmente questo modello è presentato come frutto della moderna iconografia greca, ma non ha origine in Grecia, né nelle autentiche icone ortodosse. Piuttosto, è una versione 'bizantinizzata' dei quadri religiosi cattolico-romani. Il prezzo da pagare in quest'avventata operazione di legittimazione è nientemeno che un serio dubbio sulla verginità di Maria di Nazareth. Se vogliamo un'autentica icona ortodossa della Sacra Famiglia, cerchiamola nelle raffigurazioni della fuga in Egitto.

Il tema della Sacra Famiglia è stato oggetto di molte aberrazioni, come questa, che riprende la già di per sé inaccettabile immagine di cui sopra, mescolandola addirittura con la Trinità di Rubljov, per creare un ulteriore pasticcio di identificazione di Giuseppe e Maria con ipostasi divine. Se il desiderio era rendere l'icona della Sacra Famiglia per lo meno accettabile dal mondo ortodosso, era sufficiente liberare gli sposi dal tanto controverso abbraccio e presentarli separati... certamente, non c'era alcun bisogno di confondere una raffigurazione eretica con un artificio ancor più eretico.

Abbiamo dedicato un intero articolo al perché la cosiddetta icona dell'arca della salvezza (che raffigura la Chiesa come una barca assalita da nemici allegorici e per lo più politicizzati) non è una vera icona, neppure in senso didattico, ma una degradazione dell'iconografia per giustificare determinate deviazioni politico-ecclesiologiche.

Invitiamo chi è interessato a rileggere con attenzione l'articolo, e richiamiamo invece l'attenzione sulla più antica e perfettamente ortodossa tipologia della Chiesa come barca che naviga sicura attraverso i mari della vita.

Le icone dovrebbero mostrare assenza di passioni e di trionfalismo; non è così nella "icona" che mostra lo ieromartire Iosif di Pietrogrado (il difensore della Chiesa delle catacombe, canonizzato nel 1981 dalla ROCOR, ma la cui canonizzazione non è stata confermata dal Patriarcato), che calpesta in segno di vittoria il "falso patriarca Sergio", opportunamente decorato con calzoni e stivali militari e con una stella bolscevica sulla mantia.

In questa pseudo-icona (o se si preferisce, in quest'autentica icona della pseudo-Ortodossia), l'unica cosa che è rimasta fedele alle regole dell'iconografia è la mano abile di un pittore in grado di ricreare uno stile non naturalistico. Nel patetico tentativo di mostrare la resistenza del falso patriarca, l'intera composizione è trasformata in una scena istrionica e priva di qualsiasi vero senso iconografico. Anche se si fosse voluto semplicemente sottolineare l'opposizione a un patriarca illegittimo – oltre a non rappresentare quest'ultimo in contorcimenti idioti – sarebbe stato sufficiente non mettere simboli sacri sulle sue vesti, lasciandole spoglie, senza l'indegna mascherata dei simboli militari e comunisti.

Questo esempio di grottesco uso politico dell'iconografia (ancor più deplorevole perché, se il patriarca Sergio poteva essere sospinto a comportamenti disonorevoli da una vera pressione politica, gli autori di questa farsa iconografica non sono sotto alcuna pressione) non è in alcun modo recuperabile all'Ortodossia; perciò se proprio qualcuno ci tiene a vedere l'icona di un santo che schiaccia una creatura inesistente in natura, non possiamo fare altro che proporre il buon vecchio modello di san Giorgio e del drago.

Un'icona dovrebbe rappresentare il prototipo, ovvero rimandare alla persona rappresentata, senza bisogno di eccessivo realismo, ma anche senza creare confusioni di identità. Un conto è rifarsi ad alcuni elementi generali che si possono trarre da diversi modelli, un altro è modellare sic et simpliciter una figura iconografica sull'immagine di un'altra persona. È il caso dell'iconografo cattolico Robert Lentz, molto controverso nella sua stessa Chiesa, che usa sfacciatamente la famosa fotografia della ragazza afghana Gula Sharbat come modello della sua icona di santa Maria Maddalena. Non ha alcun senso iconografico identificare una santa ebrea del primo secolo con una ragazza musulmana vissuta due millenni dopo.

Sempre dalla mano di Robert Lentz, un'icona dei santi martiri Sergio e Bacco è diventata un vero e proprio manifesto della cultura omosessuale. Qualunque cosa si voglia intendere con i cenni agiografici sull'amore reciproco dei due martiri (che così come nel caso dei biblici Davide e Gionata, possono voler dire qualsiasi cosa, dal cameratismo all'amicizia all'affetto tra credenti), ci sono icone molto più dignitose dei due santi, non esposte come bandiere ideologiche.

L'iconografia si giustifica nella pienezza della rivelazione divina: essenzialmente, nel Verbo fatto carne. Ciò che è rivelato in un'immagine prefigurativa o mistica, può essere raffigurato in tal modo in un'icona. Ma quando si rivela la pienezza (come nell'incarnazione di Cristo) allora tale pienezza è l'unica appropriata da dipingere. Il canone 82 del concilio Quinisesto ricorda che non è appropriato raffigurare Cristo nelle sue forme prefigurate (come agnello, come angelo, etc), e allo stesso modo non è corretto rappresentare i quattro evangelisti con i loro nomi e le creature mistiche a loro collegate. San Luca non era un bue, né san Marco un leone! Anche se è ammissibile mostrare le creature mistiche attorno al trono di Dio nelle icone della Maestà di Cristo (come dal testo dell'Apocalisse), le creature non debbono essere identificate con il nome degli evangelisti.

Nella prima icona della tipologia della Gerontissa (anziana), la madre di Dio è vestita in una mantia da vescovo. Questo particolare le attribuisce un rango che è completamente diverso da quello che la Chiesa insegna su di lei. La seconda immagine, che la mostra come Gerontissa del Monte Athos, è invece più accettabile, perché vi appare come un'anziana laica (e di fatto gli apostoli tenevano in alta stima il suo consiglio), e non come un chierico. Tecnicamente, sarebbe stato meglio raffigurare Cristo da qualche parte (per esempio in un angolo superiore, come avviene in diverse icone di santi), ma già così la seconda icona è ben più ortodossa della prima.

La prima immagine è un tentativo di esprimere iconograficamente il più usato Contacio della Madre di Dio, A te condottiera pronta alla difesa (Τῇ ὑπερμάχῳ στρατηγῷ τὰ νικητήρια – Взбранной Воеводе победительная). L'iscrizione laterale è un'esortazione al martirio: стой за Христа до мученического креста, ovvero sta' presso Cristo fino alla croce da martire. Alcune caratteristiche dell'icona sono teologicamente discutibili. Il rimpiazzo della tunica e del velo con un'armatura da guerriero rimuove il simbolismo dell'umanità (blu) che si riveste di divinità (rosso) e che sta a complemento del mistero dell'incarnazione del figlio. Anche la croce da martire, perfino dichiarata come tale nell'iscrizione, è in contrasto con la vita della Madre di Dio proclamata dalla Chiesa. Questa è una delle varie immagini "innovative" dipinte tra il XVII e il XX secolo, che sono a rischio di essere teologicamente aberranti, e non aggiungono nulla di sostanziale alle icone della Madre di Dio che erano venerate già da secoli come protettrici di città e di popoli.

L'icona detta "San Nicola il timoniere" appare talvolta nelle cappelle edificate dai marinai (dei quali san Nicola è il patrono). Quella qui raffigurata è opera di padre Stamatis Skliris, il prete iconografo che ha dipinto la chiesa del centro di Chambesy in Svizzera, e che ha un certo seguito in Grecia e in Serbia. Padre Stamatis è spesso criticato per il suo stile definito "psichedelico" (piuttosto inadatto al messaggio di mancanza di passioni che dovrebbe trasmettere un'icona) e per le libertà che si prende nell'inserire elementi simbolici estranei all'iconografia. In quest'icona, oltre allo sguardo piuttosto "spiritato" del santo, ci si chiede che senso abbiano le nuvole, i gabbiani e le ridicole croci dell'omoforio a forma di eliche. Se proprio si vuole un'icona che leghi san Nicola ai marinai, ci sono già icone antiche e decorose che raffigurano i suoi miracoli di salvataggio dei naviganti.

Un'icona della Madre di Dio detta "aiuto nel parto" è oggi comunemente diffusa, soprattutto nel mondo russo, e regalata alle donne che stanno per avere dei bambini. In sé il pensiero è buono, ma l'icona è quanto meno discutibile: spesso alla Madre di Dio mancano il velo e le stelle simbolo della verginità (...forse per renderla più simile alle puerpere ordinarie? Ma in tal caso perché scegliere come soggetto la Sempre Vergine?) e il bambino, pur avendo fattezze da adulto, è ancora ritratto nudo come un feto (con lo sgradevole effetto di presentare un adulto nudo). La cosa fa ancor più dispiacere quando si realizza che la tradizione russa aveva già delle icone simili che evitavano tutti questi particolari sgraziati.

Una delle icone non canoniche che dovrebbero essere separate da qualsiasi pretesa di Ortodossia è la cosiddetta icona della Trinità del Nuovo Testamento, di cui riproduciamo qui la variante detta "paternità" (отечество); ce ne sono comunque altre versioni, che presentano figure simili affiancate o in altre posizioni. Questo tipo di icona è eterodosso perché va contro la rivelazione cristiana, soprattutto perché pretende di raffigurare un Padre che non si è mai rivelato se non attraverso il Figlio, ma anche perché usa l'immagine dello Spirito Santo come colomba fuori contesto. Infatti, l'unica raffigurazione iconografica ammissibile dello Spirito Santo come colomba si ha nell'icona del battesimo di Cristo, in armonia con il dato scritturale.

La Trinità di Andrej Rubljov riesce invece a essere un modello di iconografia ortodossa proprio perché rispetta tutti i divieti infranti dall'esempio precedente, e collega una legittima icona veterotestamentaria (l'ospitalità di Abramo e Sara ai tre angeli) alla tipologia trinitaria che già i Padri avevano notato nella storia biblica.

Il Beato Silenzio (Благое Молчание) è una rappresentazione iconografica di Cristo come "Angelo del Gran Consiglio" in uso in Russia prima dello scisma del XVII secolo, in seguito condannata come non canonica, ma ancor oggi riprodotta con finalità piuttosto dubbie. Raffigurare Cristo come angelo pre-incarnato, infatti, significa fare una vera e propria violenza alla dottrina dell'Incarnazione, e dimenticare che il Figlio di Dio ha voluto assumere una forma terrena per rivelarsi a noi. Non stupisce vedere che questo Cristo asessuato è diventato una vera e propria bandiera della filosofia genderless contemporanea. Sono stati fatti alcuni tentativi di presentare una tipologia iconografica del "Beato Silenzio incarnato", che è già molto più accettabile teologicamente, anche se poi non si capisce perché non preferire tout court la tradizionale iconografia del Cristo Pantocratore...

La Madre di Dio Patriotissa, dipinta di recente, è un altro esempio di degradazione dell'iconografia a scopi politici. Nessuno vuole condannare il patriottismo in sé, e presentare una protezione dall'alto su un determinato paese è tollerabile, ma certo non nella forma di un medaglione sul grembo della Madre di Dio (un posto che è tradizionalmente riservato al figlio in lei incarnato). Il modello della Patriotissa che presentiamo fa degenerare la santa Vergine da Theotokos a Elladhotokos. La cosa che più ci ha addolorati è vedere che questa aberrazione iconografica ha avuto il sostegno di alcuni monaci del Monte Athos. La presenza di una tipologia parallela perfettamente lecita, la Santa Protezione (in cui originariamente la Madre di Dio protegge con il suo velo la città di Costantinopoli, ma che per estensione può essere raffigurata su qualsiasi altra città o paese) rendeva assolutamente inutile questa grottesca novità 'patriottica'.

Alcune delle icone che raffigurano il santo imperatore Nicola II lo rappresentano come martire (мученик), secondo la denominazione della sua canonizzazione del 1981; altre lo rappresentano come 'sofferente della passione' (страстотерпец), secondo la denominazione della sua canonizzazione del 2000. Entrambe le espressioni sono a modo loro corrette, e anche se ci sono state discussioni su quale delle due sia la migliore (così come nei casi dei santi principi Boris e Gleb), sono discussioni che non pregiudicano l'idea cristiana della santità. Negli ultimi decenni, purtroppo, sono apparse teorie della morte di Nicola II come sacrificio espiatorio per la Russia, che hanno trasformato il santo imperatore in una vera e propria figura divina: non a caso, i propugnatori di queste idee eretiche sono stati chiamati tsarebozhniki, o 'monarco-teisti', e considerati più o meno alla stessa stregua di quei rastafariani che vedevano in Haile Selassie una figura divina. Fate molta attenzione, pertanto, alle icone di Nicola II, e vedete se portano la denominazione искупитель (Redentore). Alcune di queste sono apertamente eretiche (come quelle che raffigurano Nicola II con ali d'angelo, o crocifisso, o con la sua testa su un piatto alla maniera del Battista), mentre altre – come quella che presentiamo qui – sono di per sé accettabili finché non compare il titolo eretico.

Una delle conseguenze dell'aberrazione teologica dello 'tsar-redentore' si ha in quest'icona, in cui Nicola II accetta il calice dei mali della Russia proprio come (in un contesto teologicamente più sano) Cristo accetta il calice della sua passione nel Getsemani.

Talvolta può accadere che le icone di un santo presentino particolari anacronistici (per esempio, vescovi della Chiesa sub-apostolica raffigurati con l'omoforio, oppure vescovi dei primi secoli cristiani raffigurati con la mitria). Ma laddove il santo dei secoli più antichi è sostanzialmente analogo ai suoi successori, l'anacronismo non ha di per sé nulla di eterodosso. Rappresentare tuttavia san Leone Magno con la tripla tiara è un'operazione di legittimazione storica di una particolare concezione del vescovo di Roma che iniziò a imporsi nel periodo carolingio (proprio quello in cui, guarda caso, la tiara fu adottata come simbolo papale, e comunque non divenne tripla sino al XIV secolo, a scisma ormai compiuto). La concezione ortodossa del papato di Roma non ha alcun posto per simili simbologie, così come non ne ha per le pretese eterodosse ad esse legate.

Le icone più antiche (e ortodosse) della Pentecoste riportano i soli dodici apostoli, come simbolo della pienezza della Chiesa (sono gli equivalenti delle “dodici tribù” del nuovo Israele). Sotto l'influsso cattolico romano, quando si diffondono i modelli tardo-medioevali occidentali nell’iconografia greca (e anche in quella russa, sul confine finlandese e baltico), inizia a comparire anche la Madre di Dio in mezzo agli apostoli: questo distrugge l'idea della pienezza del popolo di Dio del Nuovo Testamento, nella solita presunzione cattolico-romana di aggiungere qualcosa di più a ciò che è già completo. Non è detto che i cattolici romani abbiano voluto a tutti i costi essere eretici con la loro figura in più nell'icona della Pentecoste: la Madre di Dio può essere apparsa nelle icone per mero desiderio devozionale, come esempio di perfetta pietà cristiana. Tuttavia, l'icona ortodossa della Pentecoste vede gli apostoli seduti come eguali, senza alcun individuo che occupi il seggio centrale dell'autorità: non ne hanno bisogno, perché la loro unità come corpo di Cristo è garantita dal vero "vicario di Cristo", lo Spirito Santo.

La "Moltiplicatrice dei pani" (Спорительница Хлебов) è un'icona risalente a una benedizione dello starets Amvrosij di Optina, che l'aveva indicata come aiuto di preghiera ai cristiani nel loro sforzo di procurarsi il pane quotidiano. L'immagine della madre di Dio, di cui esistono molte versioni, la vede seduta sulle nuvole mentre benedice i raccolti. Il "punto dolente" di quest'icona è la mandorla (o cerchio) di luce increata che circonda la Madre di Dio, e che per regola iconografica è da applicare esclusivamente alle icone di Cristo (non si riferisce alla divinizzazione per partecipazione alla luce increata, ma alla natura stessa di essere increato, e pertanto è inadatta a qualsiasi creatura, inclusa la Madre di Dio). Effettivamente, se non si vuole togliere la mandorla, esiste una scappatoia a questa rigorosa regola: presentare la Madre di Dio con il bambino in grembo, cosa che applica la mandorla della luce increata a quest'ultimo. Purtroppo, tra le tante versioni (e ce ne sono centinaia) dell'icona, l'unico iconografo a noi noto che ha avuto il buon senso di applicare questa semplice correzione è Andrej Nikolaevich Verkhotin, nella sua icona dipinta nel 2000.

Ci discostiamo solo per una volta dal nostro desiderio di prescindere dall'estetica degli stili iconografici, parlando della copia dell'icona della Madre di Dio Vladimirskaja che per tanti anni ha accolto i pellegrini alla comunità di Taizé. Visto che lo scopo dichiarato della comunità era favorire l'incontro tra i cristiani, che ragione poteva esserci per presentare l'Ortodossia attraverso una copia grottesca (sia per i colori spettrali, sia per i tratti veramente mostruosi della madre e del bambino) di una delle sue icone più venerate? Anche se siamo i primi a riconoscere che è estremamente difficile fare una buona copia della Madre di Dio di Vladimir, ci sono molte riproduzioni che possono essere accettabili (ne abbiamo scelta di proposito una molto semplice) e non ispirare un senso d'orrore.

Concludiamo con un elemento di iconografia eterodossa del quale non possiamo indicare un'alternativa accettabile, perché onestamente non ne esiste una versione ortodossa. Questa specie di icona della quale non riusciamo a trovare un titolo (forse Futbolskaja...?) è stata presentata ai campionati di calcio del 2012 in Ucraina, e, come volevasi dimostrare, è stata benedetta da un vescovo della Chiesa greco-cattolica ucraina e da un prete del "patriarcato di Kiev" (il che, letto tra le righe, significa: gli ortodossi autentici se ne sono tenuti a debita distanza). Visto che nell'iconografia ogni gesto ha un senso, e la mano della Madre di Dio indica abitualmente il proprio figlio come Salvatore, dobbiamo concludere che nella mentalità dell'autore di quest'opera l'Odighitria sta indicando un campo di calcio come via per la salvezza. Come si evince dai colori e da alcuni dei commenti in rete, questa 'cosa' doveva servire a incrementare l'amicizia ucraino-polacca: un ennesimo tentativo di prostituzione delle icone a istanze politico-partitiche.

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