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  I dieci comandamenti

Fondamento della vita e dell'etica cristiana

(Esodo  20:2-17)

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1. Io sono il Signore, tuo Dio: non avrai altri dei di fronte a me.

2. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prosternerai davanti a loro e non li servirai.

3. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio.

4. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato - giorno del riposo - in onore del Signore, tuo Dio.

5. Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.

6. Non uccidere.

7. Non commettere adulterio.

8. Non rubare.

9. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

10. Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

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  Come comportarsi con rispetto in una chiesa ortodossa
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L'interno di un tempio ortodosso, accuratamente predisposto per riflettere il cielo sulla terra, richiama tutti coloro che vi entrano (siano essi fedeli assidui o semplici visitatori) a un comportamento riverente e adeguato alla santità del luogo.

Quelle che seguono non sono norme fisse e vincolanti, ma una guida per promuovere l'ordine e il decoro nella chiesa. Poiché i suggerimenti provengono per la maggior parte da chiese di tradizione russa, è opportuno notare come in altre tradizioni locali vi siano usanze leggermente differenti.

I consigli sono rivolti a una persona che entra in una chiesa ortodossa alla ricerca di un punto di rifugio dalle intemperie della vita: idealmente, si tratta di ciascuno di noi.

Atteggiamento interiore ed esteriore

Entra nel tempio con un senso di gioia spirituale. Sei di fronte a Colui che promise di dare conforto agli afflitti: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò." (Matteo 11:28). Entra con mitezza, nello spirito del pubblicano del Vangelo, che uscì dal tempio giustificato. Mentre contempli il Volto del Signore e dei santi nelle icone, ricorda come allo stesso tempo essi ti stanno guardando.

Partecipazione

Anche se sei solo in visita occasionale, prega nel tempio come un pieno partecipante, e non come un mero spettatore. Così le preghiere che vengono lette e cantate proverranno anche dal tuo cuore. Segui con attenzione le funzioni, e la tua preghiera non sarà solo personale, ma si unirà alla grande preghiera dell'intera Chiesa di Cristo. Ricorda che le funzioni non sono un tempo per la preghiera privata, ma per la condivisione della grande preghiera della Chiesa.

Orario di arrivo

Cerca di arrivare sempre in tempo, prima dell'inizio delle funzioni. Arrivare in ritardo può capitare e talvolta capita, ma non è certo qualcosa di cui andare fieri. Se, per qualche ragione di forza maggiore, sei in ritardo, abbi cura di non interferire con le preghiere di chi è entrato prima di te. Se arrivi proprio durante la lettura dell'Epistola o del Vangelo, è bene attendere fino alla fine della lettura per entrare o muoverti.

Se arrivi prima della funzione, puoi passare il tempo a prepararti interiormente per la funzione: a un certo punto della Divina Liturgia, durante l'Inno dei Cherubini, ti verrà chiesto di "deporre ogni affanno della vita."

Entrando nel tempio

All'ingresso nel tempio, fatti il segno della croce per tre volte, accompagnando ogni volta il segno di croce con un inchino fino alla cintola. Esistono diverse formule che accompagnano i tre segni di croce, basate sulla preghiera del pubblicano del Vangelo, accompagnate da richieste di intercessione alla Madre di Dio e ai Santi: queste ti ricordano che ti stai preparando essenzialmente a un incontro.

Dopo l'ingresso

Non fermarti di fronte all'entrata, per non bloccare la strada degli altri che entrano per pregare. Muoviti con tranquillità e naturalezza: in un tempio ortodosso puoi andare a occupare il posto che desideri, e se lo vuoi puoi anche cambiare posto nel corso della funzione. Ricorda soltanto che, se passi di fronte alle Porte Sante dell'iconostasi, è bene fermarti un attimo e fare il segno della croce.

Incontri e conversazioni

Quando arrivi, saluta gli amici in silenzio, con un sorriso, un cenno del capo o un inchino. Nella chiesa, evita le strette di mano o gesti simili, anche con amici o parenti stretti, e non metterti a conversare con loro. Vi sono alcuni gesti permissibili in società, che in chiesa diventano quanto mai equivoci: un esempio è baciare la mano alle donne, che si confonde con i gesti di venerazione degli oggetti sacri, e che si dovrebbe assolutamente evitare. Se è necessario parlare (per esempio per chiedere informazioni o assistenza), cerca di farlo con il minimo di disturbo.

Uomini e donne

Secondo un antico costume, uomini e donne occupano nel tempio posti separati. A seconda della disposizione architettonica del tempio, e di usi locali, potrai trovare le donne sulla sinistra e gli uomini sulla destra, oppure le donne sul retro e gli uomini di fronte. Cerca di adeguarti anche tu a questa disposizione.

Vestiti

La Chiesa ortodossa è solitamente piuttosto severa in tema di abbigliamento dei fedeli. Oltre alle comprensibili raccomandazioni sulla modestia e decenza del vestiario (in chiesa non si va per suscitare curiosità e attrattiva fisica), ci sono due importanti regole bibliche da seguire:

-Le donne non dovrebbero vestirsi con indumenti maschili, e viceversa (Deuteronomio 22,5): questa è una ragione per cui in molte chiese ortodosse, anche in Occidente, una donna che porta i calzoni si considera vestita in modo sconveniente.

- Le  donne dovrebbero coprirsi il capo in chiesa, e gli uomini dovrebbero restare a capo scoperto (I Corinzi 11,5). Fanno eccezione i copricapi dei monaci e del clero: questi hanno significati simbolici, e quanti li indossano devono ricevere speciali benedizioni.

Postura

Nel tempio dovresti di norma stare in piedi. In caso di malattia o di stanchezza, ti è permesso sedere. I posti per le persone malate o anziane sono talvolta limitati, per cui abbi cura che ne possa usufruire anche chi ne ha più bisogno di te. Se ti siedi, abbi cura di rimanere in una posizione composta, ed evita di incrociare le gambe.

Non passare il tempo a osservare o scrutare cosa fanno gli altri. Oltre che a evitare di farti esprimere giudizi, questa disciplina ti aiuterà a concentrarti sulle funzioni, e con tutta la complessità dei riti e dell'iconografia non avrai certo tempo di annoiarti.

Bambini

Se porti bambini alle funzioni, assicurati che si comportino con tranquillità, e senza fare rumore (il miglior modo è offrire loro un buon esempio: ricorda che i bambini imitano istintivamente l'atteggiamento degli adulti che li accompagnano). Se i bambini si mettono a piangere o non riescono a stare in silenzio, accompagnali tranquillamente fuori. Insegna loro a rispettare il tempio, segnandosi all'ingresso e all'uscita, e istruiscili nella pratica della preghiera.

Non permettere ai bambini di mangiare o bere qualcosa all'interno del tempio: l'eccezione è costituita ovviamente dalla Santa Comunione e dal pane benedetto distribuito dopo la Liturgia. Questa regola non vale solo per i bambini, e va rispettata per sottolineare l'importanza del nutrimento dello spirito.

Icone

Dopo i segni della croce all'ingresso, puoi andare a venerare le icone. Tipicamente l'icona viene venerata con un bacio, anche se tra alcuni popoli è consuetudine anche appoggiare la fronte all'icona dopo averla baciata. Per ovvie ragioni, è opportuno che nel tempio le donne non portino rossetto sulle labbra! Il punto preciso del bacio dipende dal tipo di icona, ma preferibilmente dovrebbe coincidere con il luogo dove ci si aspetta un bacio rituale (la mano di Cristo, un libro dei Vangeli, l'orlo di una veste); per questa ragione, nelle icone non si baciano di solito i volti.

Di solito, si venera l'icona del Santo patrono o della festa del giorno, posta su di un analoghio (leggìo) nel mezzo del tempio, e quindi le icone di Cristo e della Madre di Dio. Nulla ti vieta, comunque, di andare a venerare icone di tua scelta. Se al momento del tuo arrivo la funzione è già iniziata, può essere meglio che tu ti astenga dall'andare a venerare le icone, perché a questo punto il tuo passaggio in mezzo agli altri fedeli può disturbare la loro preghiera.

Dopo aver venerato le icone, puoi seguire l'antico costume di chiedere perdono ai presenti, inclusi gli angeli che sono già tra loro. Anche senza chiedere esplicitamente perdono, è sufficiente fare un inchino fino alla cintola, portando la mano destra a terra. Se sei nella congregazione mentre qualcuno si inchina a chiederti perdono, inchinati a tua volta, ripetendo il suo gesto: è il modo in cui i fedeli accolgono la richiesta di perdono, rivolgendosi a Dio come alla fonte di ogni perdono.

Candele

Prepara prima di arrivare alla funzione il denaro che offrirai per le candele: eviterai di fare rumore e di causare distrazioni. Dopo avere lasciato l'offerta, prendi le candele, che potrai accendere di fronte all'icona che desideri. Abbi cura, se vedi tante candele già accese in un certo punto, di non accumularne troppe una vicino all'altra (il calore le farebbe fondere e piegare tutte assieme, con scarso effetto estetico e un reale pericolo di incendio).

Offerte

Come per le candele, è bene preparare in anticipo il denaro per tutto quanto è d'uso offrire nella chiesa (per le liste dei viventi e dei defunti da commemorare, per le piccole prosfore che si accompagnano alle liste dei nomi nell'uso russo, per la questua, etc.). Mettersi a contrattare per cambiare denaro nel tempio del Signore non è proprio un comportamento adatto ai cristiani...

Se hai altre questioni monetarie in sospeso con la chiesa (pagamento di quote parrocchiali, offerte per speciali intenzioni, e così via), cerca di non risolverle in alcun modo durante le funzioni.

Gesti rituali

Segui le funzioni con il tuo corpo non meno che con la tua mente. La pietà ortodossa è ricca di azioni che coinvolgono nel culto tutta la persona. Segnati ogni volta che senti il nome della Santa Trinità o qualche preghiera che ti coinvolge in modo personale. Agli incensamenti e nelle benedizioni che il prete fa con la mano, la risposta appropriata è inchinarsi al prete: in questi casi, segnarsi non è necessario. Ci si segna invece quando il prete benedice con qualche oggetto (la croce, il libro dei Vangeli, il calice con i Santi Doni, etc.). Se servi come lettore o corista, non hai l'obbligo di segnarti se tale azione ti può causare disturbo alla lettura o al canto.

Errori

Non condannare gli errori fatti dai celebranti o dagli altri fedeli, anche se ti capita di notare un atteggiamento sconveniente (se entriamo nel tempio per chiedere a Dio di perdonare i nostri peccati, non è salutare fissarci su quelli altrui). Se proprio devi cercare di porre rimedio a una situazione di grande inadempienza, cerca di farlo dopo la fine delle funzioni, e in modo quanto più riservato possibile.

Momenti di particolare riverenza

Vi sono alcune parti delle funzioni in cui è bene evitare del tutto i movimenti che possono creare intralcio o distrazione: bisogna cercare di non entrare o uscire dal tempio,  muoversi, accendere o spegnere candele o venerare icone durante i seguenti momenti:

Grande Veglia

  1. Piccolo ingresso (con il turibolo)
  2. Lettura dell'Esapsalmo
  3. Ingresso con il Vangelo e lettura del Vangelo Aurorale
  4. Canto del Magnificat ("Più insigne dei Cherubini..." ) e della Grande Dossologia

Divina Liturgia

  1. Piccolo Ingresso (con il Vangelo)
  2. Lettura dell'Apostolo e del Vangelo
  3. Canto dei Cherubini e Grande Ingresso (con i Santi Doni)
  4. Canto del Credo e Canone Eucaristico (che inizia con Misericordia di Pace..." e termina con la benedizione del prete "E siano le misericordie...").
  5. Canto del Padre Nostro.
  6. Lettura della preghiera prima della comunione: "Credo, Signore, e confesso..."

La Santa Comunione

Accostati con grande rispetto alla Santa Comunione, nell'atteggiamento richiesto nella chiesa dove ti comunichi (nelle chiese di tradizione russa, tieni le mani incrociate sul petto). Se, dopo aver ricevuto la comunione, ti viene chiesto di baciare il calice, fallo senza segnarti, per non rischiare di capovolgerlo incidentalmente. Coloro che si comunicano dovrebbero rimanere nel tempio mentre vengono lette le preghiere di ringraziamento per la comunione, dopo la Liturgia. Se per ragioni di forza maggiore non possono restare, sono comunque tenuti a recitare in privato le preghiere di ringraziamento.

L'antidoro

Quando ricevi l'antidoro (il pane benedetto) dopo la Liturgia, abbi cura di non spargerne a terra delle briciole, e se accompagni dei bambini a ricevere l'antidoro, presta particolare attenzione a che non lo facciano cadere. Puoi chiedere di portare a casa uno o più pezzi di antidoro, per dividerli con la tua famiglia: in tal caso cerca di avere un fazzoletto pulito o un altro recipiente adatto a contenere l'antidoro, e se puoi aspetta che tutti abbiano ricevuto il proprio pezzo (soprattutto quando i fedeli sono tanti), in modo da non privare qualcuno della propria parte.

Dopo la funzione

Se non c'è una necessità estrema, non lasciare il tempio prima della fine della funzione.

Il silenzio che dovrebbe accompagnare lo svolgimento di una funzione dovrebbe essere mantenuto anche dopo la conclusione, per lo meno finché i fedeli vanno in fila a venerare la croce e, nel caso della Liturgia, a ricevere l'antidoro. Durante questo momento, è stabilito che un lettore legga le preghiere di ringraziamento dopo la comunione: siccome queste preghiere sono recitate e non cantate, il rumore di una conversazione è in tale occasione ancora più fastidioso.

Spesso le funzioni ortodosse prevedono, dopo il termine della preghiera, un momento di aggregazione sociale: rimanda a tale momento tutte le tue necessità di incontri e conversazioni mondane.

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  Regole per una vita devota

Di Platone, Arcivescovo di Kostroma

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Forzati ad alzarti presto e a un'ora fissa. Appena ti svegli, rivolgi la tua mente a Dio: fai il Segno della Croce, e ringrazialo per la notte che è passata e per tutte le sue misericordie nei tuoi confronti. Chiedigli di guidare ogni tuo pensiero, sensazione e desiderio, in modo che tutto ciò che dici o che fai gli sia gradito.

Quando ti vesti ricorda la presenza del Signore e del tuo Angelo custode. Chiedi al Signore Gesù Cristo di ricoprirti con il manto di salvezza.

Dopo esserti lavato, vai a fare le preghiere del mattino. Prega in ginocchio, con concentrazione, con riverenza e mitezza, come si conviene di fronte agli occhi dell'Onnipotente. Chiedigli di darti fede, speranza e amore, così come una tranquilla forza per accettare tutto ciò che il giorno che viene ti può portare - le sue difficoltà e suoi problemi. Chiedigli di benedire le tue fatiche.

Chiedigli aiuto: per adempiere qualche particolare compito che hai di fronte; per stare alla larga da qualche particolare peccato.

Se puoi, leggi qualcosa dalla Bibbia, soprattutto dal Nuovo Testamento e dai Salmi. Leggi con l'intenzione di ricevere qualche illuminazione spirituale, inclinando il tuo cuore alla compunzione. Dopo avere letto un poco, fermati a riflettere su quanto leggi, e quindi procedi oltre, ascoltando ciò che il Signore suggerisce al tuo cuore.

Cerca di dedicare almeno quindici minuti a contemplare spiritualmente gli insegnamenti della Fede e il profitto della tua anima in quanto hai letto.

Ringrazia sempre il Signore perché non ti ha lasciato perire nei tuoi peccati, ma si preoccupa di te e ti guida in ogni modo possibile al Regno Celeste.

Inizia ogni mattino come se avessi appena deciso di diventare un cristiano e di vivere secondo i comandamenti di Dio.

Andando a fare i tuoi doveri, sforzati di fare tutto alla gloria di Dio. Non iniziare nulla senza preghiera, perché tutto ciò che facciamo senza pregare alla fine si rivela futile o dannoso. Le parole del Signore sono vere: "Senza di me, non potete fare niente."

Imita il nostro Salvatore, che ha lavorato aiutando Giuseppe e la sua purissima Madre. Mentre lavori, mantieni un buono spirito, affidandoti sempre all'aiuto del Signore. È cosa buona ripetere incessantemente la preghiera: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me peccatore."

Se i tuoi lavori hanno successo, rendi grazie al Signore; e in caso contrario, affidati alla sua volontà, poiché Egli si prende cura di noi e dirige tutto verso il meglio. Accetta tutte le difficoltà come penitenza per i tuoi peccati - in spirito di obbedienza e di umiltà.

Prima di ogni pasto, prega che Dio benedica il cibo e le bevande; e dopo il pranzo rendi grazie a Dio e chiedigli di non privarti delle sue benedizioni spirituali. È bene lasciare la tavola sentendo un poco di appetito. In ogni cosa, evita gli eccessi. Seguendo l'esempio dei cristiani antichi, digiuna il Mercoledì e il Venerdì.

Non essere avido. Sii contento di avere cibo e vestiti, imitando Cristo che si è impoverito per noi.

Sforzati di compiacere il Signore in tutto, in modo da non essere rimproverato dalla tua coscienza. Ricordati che Dio ti vede sempre, e così sii accuratamente vigilante per quanto riguarda i sentimenti, i pensieri e i desideri del tuo cuore. Evita anche i più piccoli peccati, per non cadere in quelli più grandi. Scaccia dal tuo cuore ogni pensiero o progetto che ti muove lontano dal Signore. Lotta specialmente contro i desideri impuri; scacciali dal tuo cuore come una scintilla di brace che cade sui tuoi vestiti.

Se non vuoi essere turbato da desideri malvagi, accetta mitemente l'umiliazione da parte degli altri.

Non parlare troppo, ricorda che per ogni parola detta dovremo rendere conto a Dio. È meglio ascoltare che parlare: nella verbosità è impossibile evitare il peccato. Non essere curioso di ascoltare novità, che non fanno altro che intrattenere e distrarre lo spirito. Non condannare nessuno, ma considera te stesso peggiore di tutti gli altri. Colui che condanna un altro sta prendendo su di sé i suoi peccati; è meglio lamentarsi per il peccatore, e pregare che Dio lo corregga a modo suo. Se qualcuno non ascolta un tuo consiglio, non discutere con lui. Ma se i suoi atti sono una tentazione per gli altri, prendi misure appropriate, perché il bene di molti deve avere maggior peso di quello di una persona sola.

Non litigare mai, e non cercare scuse. Sii mite, quieto e umile; sopporta tutto, secondo l'esempio di Gesù. Egli non ti caricherà di una croce che eccede le tue forze. Ti aiuterà anche a portare la tua croce.

Chiedi al Signore di darti la grazia di compiere i suoi santi Comandamenti meglio che puoi, anche se sembrano troppo difficili da mantenere. Dopo aver fatto una grande impresa, non aspettarti gratitudine, ma tentazioni: l'amore per Dio è infatti messo alla prova da ostacoli. Non sperare di acquisire qualsiasi virtù senza soffrire amarezza. Nel mezzo delle tentazioni non ti disperare, ma rivolgiti a Dio con brevi preghiere: "Signore, aiuta... Insegnami a... Non lasciarmi... Proteggimi... " Il Signore permette tentazioni e prove; Egli ci dà anche la forza di superarle.

Chiedi a Dio di allontanare da te tutto ciò che ti riempie di orgoglio, anche se sarà una perdita amara. Cerca di non essere astioso, lugubre, brontolone, diffidente, sospettoso o ipocrita, ed evita la rivalità. Sii sincero e semplice nella tua attitudine.

Accetta umilmente le ammonizioni degli altri, anche se sei più saggio ed esperto.

Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo agli altri. Piuttosto, fai loro ciò che desideri che sia fatto a te. Se qualcuno ti visita, sii dolce nei suoi confronti, sii modesto, saggio, e a volte, a seconda delle circostanze, sii anche cieco e sordo.

Quando senti la pigrizia, o una certa freddezza, non lasciare il consueto ordine di preghiera e le pratiche di pietà che hai stabilito. Tutto ciò che fai nel nome del Signore Gesù, anche le cose piccole e imperfette, diventa un atto di pietà.

Se desideri trovare la pace, affidati completamente a Dio. Non troverai pace finché non ti rassereni in Dio, amando solo lui.

Di tanto in tanto isolati, seguendo l'esempio di Gesù, nella preghiera e nella contemplazione di Dio. Contempla l'amore infinito del nostro Signore Gesù Cristo, le sue sofferenze e la sua morte, la sua risurrezione, la sua seconda venuta e il Giudizio finale.

Visita la chiesa quanto più spesso possibile. Confessati più frequentemente e ricevi i Santi Misteri. Facendo così dimorerai in Dio, e questa è la più alta benedizione. Durante la Confessione, pentiti e confessa onestamente e con contrizione tutti i tuoi peccati; il peccato di cui non ci si pente porta infatti alla morte.

Dedica le domeniche a opere di carità e di misericordia; per esempio, visita qualche ammalato, consola qualche afflitto, salva qualche perduto. Se qualcuno aiuterà i perduti a ritornare a Dio, questi riceverà una grande ricompensa in questa vita e nell'era ventura. Incoraggia i tuoi amici a leggere letteratura spirituale cristiana e a partecipare a discussioni su temi spirituali.

Che il Signore Gesù Cristo sia il tuo insegnante in tutto. Fai sempre riferimento a lui rivolgendo a lui la tua mente; chiediti: che cosa farebbe il Signore in simili circostanze?

Prima di andare a dormire, prega apertamente e con tutto il tuo cuore, ricerca e guarda i tuoi peccati del giorno trascorso.

Dovresti sempre spingere te stesso a pentirti con un cuore contrito, con sofferenza e lacrime, per non ripetere i peccati passati.

Andando a letto, fatti il Segno della Croce, bacia la croce, e affidati al Signore Dio, che è il tuo Buon Pastore. Considera che forse questa notte dovrai apparire di fronte a lui.

Ricorda l'amore del Signore nei tuoi confronti e amalo con tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente.

Agendo in questo modo, raggiungerai la vita beata nel Regno della luce eterna.

La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con te. Amen.

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  La Santa Comunione nella Chiesa Ortodossa

Istruzioni e chiarimenti

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La Santa Comunione è il mistero più santo e sublime del culto cristiano: accostandosi al calice eucaristico, i fedeli comunicano al Corpo e al Sangue del Signore Gesù Cristo, e vengono resi partecipi dello Spirito Santo.

Nella Chiesa Ortodossa, la Santa Comunione è circondata da grande riverenza e rispetto, ma talvolta si fa sentire la necessità di una informazione chiara e lineare sulle norme e gli usi che regolano la ricezione di questo sacramento.

Le note che seguono hanno lo scopo di chiarire questi punti, a beneficio sia dei non ortodossi che assistono al rito eucaristico (o Divina Liturgia) della Chiesa Ortodossa, sia degli ortodossi che desiderano approfondire la propria tradizione.

Professione di Fede

Il requisito fondamentale per ricevere la Santa Comunione (che spesso viene dato tanto per scontato da non essere neppure nominato) è quello della fede. Uno può accostarsi al Santo Calice solo se professa la fede ortodossa (o, per la comunione dei bambini, se la professa un genitore o un padrino o tutore).

La stessa ricezione della Comunione, infatti, è di per sé una professione di fede; il comunicante testimonia con il suo atto che nella chiesa che gli offre il Corpo e il Sangue di Cristo è presente la pienezza della fede apostolica. In un senso più profondo, colui che riceve i santi Misteri nella Chiesa Ortodossa denuncia la propria appartenenza a tale Chiesa, impegnandosi a professarne la fede, e a seguirne le norme e la disciplina.

Per questa ragione, ai non ortodossi non è solitamente concesso di ricevere la Comunione. È pur vero che, in casi eccezionali di una certa gravità, a cristiani non ortodossi, interamente tagliati fuori dai ministri di culto della propria Chiesa, viene concesso con permesso speciale il privilegio di accostarsi alla Comunione ortodossa, pur senza diventare di fatto membri della Chiesa Ortodossa. Bisogna ricordare, però, che tale privilegio è di norma riservato al Vescovo del luogo, e che un singolo prete non ha l'autorità di stabilire eccezioni.

Confessione dei peccati

Poiché la singola professione di fede non implica sempre che tale fede venga vissuta in modo ideale, la Chiesa offre, per ritrovare l'equilibrio e l'orientamento della propria vita spirituale, il sacramento della Confessione. La tradizione stabilisce la confessione dei peccati, e la conseguente assoluzione sacramentale, come uno dei requisiti alla ricezione della Santa Comunione.

Poiché la Confessione è un rimedio ai mali specifici di ogni singola anima, non esistono regole generalizzate sulla frequenza della confessione. È sufficiente dire che, per coloro che si comunicano con frequenza (per esempio ogni domenica), non è necessario far precedere ogni comunione da una confessione completa. È bene, in ogni caso, attenersi alle indicazioni del proprio padre spirituale.

È invalso oggi l'uso, dove il tempo dei confessori è limitato, di far precedere la comunione da un'assoluzione sacramentale, che può essere individuale o collettiva. Questo tipo di assoluzione preliminare non è comunque un sostituto della confessione completa dei peccati (soprattutto nel caso di chi abbia colpe gravi sulla coscienza). Dato che si tratta di un sacramento, anche questa assoluzione resta riservata, così come la Comunione, a coloro che professano la fede ortodossa.

Preghiera

È richiesta a ogni partecipante, per quanto possibile, una preparazione di preghiera. Tipicamente, questa preparazione si effettua partecipando alla funzione della Grande Veglia (o quanto meno al Vespro) la sera precedente alla Divina Liturgia. Laddove

questo non sia possibile, chi desidera comunicarsi può supplire con adeguate preghiere preparatorie (per il testo di queste preghiere, che sono obbligatorie per i membri del clero, potete rivolgervi alla vostra parrocchia).

Per favorire un clima di raccoglimento, a chi si accosta alla Santa Comunione è richiesto di astenersi, alla sera precedente, da attività mondane e dispersive (come la danza) o, nel caso di sposi, da rapporti coniugali (questo non per disprezzo verso la sessualità, ma per un senso di priorità del nutrimento dello spirito).

La Santa Comunione si conclude con preghiere di ringraziamento, che dovrebbero essere recitate da un lettore dopo la conclusione della Divina Liturgia.

Digiuno

Nella Chiesa Ortodossa chi desidera ricevere la Santa Comunione non deve mangiare o bere nulla dal momento del risveglio al mattino. Questa regola vale anche nei rari casi di Liturgie vespertine, ma in tali casi è di solito tollerato un digiuno di sei ore.

Il digiuno eucaristico non include le medicine o altre sostanze amministrate a scopo terapeutico, ma include il fumo e altre sostanze assunte a scopo ricreativo.

Non sono infrequenti, nel mondo ortodosso, casi di fedeli particolarmente devoti, che prima di comunicarsi osservano anche uno o più giorni di digiuno totale: queste sono forme di devozione personale (talora legate a usi locali), del tutto rispettabili, ma che non vanno generalizzate: l'unico requisito di tempo comune a tutta la Chiesa Ortodossa è quello del digiuno completo fin dal risveglio al mattino della Comunione.

È sempre buona cosa, comunque, informarsi (v. sotto, "Usi locali") se nella parrocchia dove ci si comunica vige qualche particolare regime di digiuno, se non altro per evitare equivoci.

In casi di necessità particolari, è possibile ottenere dal sacerdote una dispensa dal digiuno.

L'Antìdoro

Alla conclusione della Divina Liturgia, ai partecipanti viene distribuito l'antìdoro, un pezzo del pane dell'offerta eucaristica, che è stato benedetto durante il rito della Presentazione dei doni, ma non consacrato. Dato il suo nome (anti-doro, ovvero "al posto del dono"), esso viene consumato da coloro che, per diverse ragioni, non hanno ricevuto la Santa Comunione.

La distribuzione dell'antidoro non è regolata ovunque dalle stesse tradizioni (alcuni sostengono che l'antidoro, così come la Santa Comunione, andrebbe consumato a digiuno; gli ortodossi più rigoristi tavolta escludono dall'antidoro i non ortodossi).

In assenza di indicazioni contrarie, comunque, tutti coloro che hanno partecipato alla Divina Liturgia sono invitati a ricevere l'antidoro, e, se lo desiderano, a portarne a casa per consumarlo con i propri cari, come segno di fraternità cristiana.

Usi locali

Vi sono particolari, nell'amministrazione della Santa Comunione, legati a tradizioni locali, che possono variare da una chiesa ortodossa a un'altra. Per fare un esempio, nelle chiese ortodosse romene vi è l'uso, legato simbolicamente alla professione dei voti battesimali, di presentarsi alla comunione reggendo una candela accesa; nelle chiese di tradizione slava, invece, è uso accostarsi alla comunione con le mani incrociate sul petto, nel gesto che simbolizza il ministero degli angeli; in alcune chiese, una volta ricevuta la Comunione, si usa baciare la base del calice, talora la coppa del calice, o la mano del sacerdote, e così via.

Di fronte a usi non conosciuti, il miglior consiglio è quello di adeguarsi alle modalità della chiesa nella quale ci si trova, chiedendo eventualmente informazioni e spiegazioni.

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  Il calendario giuliano: un'icona millenaria del tempo in Russia

Da Orthodox Life, No. 5, 1995

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Fin dall'antichità, l'uomo si è inchinato di fronte al mistero del tempo, cercando di sondarlo. Il tempo gli sembrava qualcosa di profondamente ostile, che richiedeva sacrifici cruenti (come per gli Aztechi), oppure un'arena della lotta tra caos e cosmos, oppure un sogno magico (tempo del sogno) che faceva tornare al passato oscuro dei primordi totemici.

Le leggende e i miti ci portano l'eco di antiche nozioni del tempo. L'uomo temeva o deificava il tempo, impartendogli le forme più diverse: un raggio, che penetra l'oscurità; una freccia, che vola dal futuro al passato; catene, o circonferenze. Molto spesso, il tempo era concepito come un numero; talvolta, come tra gli orfici e i celti, era rappresentato con il suono o con la musica. Così, il dio celtico, Dagda, richiamava le varie stagioni dell'anno suonando su un'arpa vivente di quercia. (1) C'è una concezione poetica del tempo con la quale si compie qualche tentativo di risolvere la disputa tra tempo ed eternità: "La morte e il tempo regnano sulla terra: non chiamarli maestri" (Vladimir Soloviev).

Il tempo si riflette in immagini metaforiche nei miti cosmogonici, antropogenici ed eziologici [lo studio delle origini delle malattie]. L'uomo intuiva che qualcosa di molto importante era collegato con il tempo: l'inizio e la fine; la sua memoria e speranza. Il sogno di spiegare il tempo e di padroneggiarlo si riflette anche nella "macchina del tempo" della fantasia moderna, che permetterebbe di vagare liberamente in questo regno insondabile.

Da Crono alla teoria di Einstein, l'umanità ha fatto un lungo cammino, senza mai essere mai in grado di svelare appieno l'enigma dell'essenza del tempo. Come oggetto secolare di riflessioni filosofiche e scientifiche, il tempo resta indeterminato come categoria. In verità, gli viene attribuita una categoria apparentemente indubitabile (la durata); ma spesso anche questa si rivela una finzione. Così, la teoria della relatività si basa, come ben si sa, sul concetto di tempo-spazio a quattro dimensioni, laddove l'asse temporale è immaginario.

Si può parlare del tempo della creazione del mondo, se l'atto stesso della creazione non entra tra le cause del fenomeno? Trascendente per natura, tale atto sorpassa ogni nozione umana di spazio e tempo. Nel parlare del "principio" dell'esistenza, l'uomo è forzato a fare ricorso alla categoria del tempo, per rimanere entro una cornice di pensiero a lui consueta.

Le definizioni razionali del tempo equivalgono a delle tautologie più o meno camuffate. Dopo tutto, dire che il tempo è l'ordine dei fenomeni nella loro sequenza, equivale a definire il tempo per mezzo del tempo. (2)

E' possibile che il tempo sia una strada; ma dove conduce? (3) Quando misuriamo il tempo, da dove viene, prima che siamo in grado di misurarlo? Che direzione prende e dove va quando ci lascia? Il Beato Agostino si accostò al mistero del tempo: "In te, anima mia, io misuro i tempi." Secondo il Beato Agostino, i tre stadi di un'azione che avvengono nell'anima umana - attesa, contemplazione, e ricordo (memoria) - producono la "triplicità del tempo". Tuttavia, la nostra consapevolezza percettiva (anima) non genera il tempo stesso; esso deve il suo sorgere alla Sostanza eterna, il Creatore: "Anche il tempo è opera Tua." (4)

Un millennio e mezzo or sono, il Beato Agostino disse in un linguaggio così chiaro e sublime ciò che gli uomini del ventesimo secolo hanno cercato di esprimere per mezzo di complesse formule matematiche. Riguardo al tempo, essi giungono al fatto che la nostra percezione, così come la più recente versione dell'ontologia (la funzione ondulatoria della meccanica dei quanti), si sviluppa nel tempo; ma esiste uno strato successivo (la fonte della "luce") laddove questo concetto è privo di significato. (5)

Dio è la riconciliazione delle antinomie. L'amore sovrasta il tempo, e non è questo che dice anche il Signore attraverso l'apostolo Giovanni, riguardo alla vita alla quale ci chiama: non vi sarà più tempo (Ap 10,6)?

E allora, che cos'è il tempo? "Sembra che non ci sia niente di più chiaro e ordinario," dice il Beato Agostino, "ma nel frattempo, in essenza, non c'è nulla di più incomprensibile e nascosto e provocatorio per il pensiero." (6)

L'uomo, nel contemplare la natura e se stesso, ha visto che il morire cede il posto alla vita; e poi, le forze della vita fanno posto alla disintegrazione e alla morte. La custodia della vita era un miracolo attualizzato nei rituali. Per mezzo dei rituali, la vita della creazione e dell'uomo veniva armonizzata. I ritmi naturali dell'universo hanno trovato riflesso nelle festività rituali. Il rituale è collegato con il ritmo, così come è collegato anche con la memoria. Da qui proviene il calendario come incarnazione del ritmo che unisce macrocosmo e microcosmo.

Il calendario è una delle espressioni del tempo, e, per di più, è sicuramente la più importante di queste. Il calendario è ciò che è definito "la memoria ritmica dell'umanità." (7)

Nel rimarcare il millennio del Battesimo della Russia, è impossibile sorvolare in silenzio la questione del calendario giuliano, che ha pure esso una storia millenaria in Russia. Molti si pongono la domanda: perché la Chiesa Ortodossa Russa, nonostante tutte le riforme del calendario, continua a vivere con lo stesso calendario con il quale vivevano l'antica Russia e tutto l'Occidente cristiano medioevale? Solo un'attitudine di pregiudizio potrebbe far sì che qualcuno lo veda come un fenomeno che nasce dall'idealizzazione tradizionale del passato, o dall'arretratezza, come alcuni sostengono, evitando in tal modo una risposta seria. Noi cercheremo di indagare le ragioni della sorprendente vitalità del calendario giuliano in Russia.

Come ben si sa, questo sistema di cronologia giunse in Russia da Bisanzio. Il calendario giuliano ecclesiastico rappresenta la sintesi bizantina dell'eredità astronomica e calendariale dell'antica Babilonia e dell'antico Egitto, con il contributo accademico dei Padri della Chiesa alessandrina, che accolsero la sua implementazione all'epoca del Santo Imperatore Costantino il Grande, Isoapostolo.

Questo sistema di calcolare il tempo, che combina organicamente in sé il calendario giuliano e i cicli pasquali alessandrini (Paschalia), fu chiamato la "Grande Indizione" (o Grande Proclamazione) a Bisanzio, il "Circulus Magnus" in Occidente, e il "Ciclo della Creazione" in Russia.(8)

Nel parlare del calendario, è necessario sottolineare come già da tempo immemorabile il calendario era compreso non solo come uno strumento per misurare il tempo, ma anche come qualcosa che organizza il tempo e definisce il pulsare della vita cosmica, storica e biologica. Gli antichi lo compresero; non per nulla i sacerdoti, gli astronomi, gli astrologi e i matematici erano circondati da una venerazione universale, fino ai Magi del Vangelo, che, essendo "istruiti da una stella," vennero ad adorare il divino Cristo-Bambino. Riflettendo le rivelazioni del cielo, il calendario santificava le vite dei popoli e dava un ritmo definito alla loro esistenza.

Dopo l'incarnazione di Dio il Verbo, il tempo divenne per i cristiani tempo di salvezza: esso trovò uno scopo. Il tempo venne in contatto con l'eschaton e ne fu penetrato. Avvenne la santificazione del tempo. Il calendario sacro del Medio Evo subordinava a sé non solo il tempo, ma anche l'intera struttura della vita. Iniziando dal quarto secolo dopo Cristo, tutta la vita liturgica della Chiese inizia a essere inseparabilmente legata al calendario giuliano ecclesiastico. Per oltre un millennio, questo calendario universale fu il calendario di tutta la parte occidentale del mondo conosciuto (ecumene) e rimane tuttora il calendario della Chiesa Ortodossa Russa.

Si dovrebbe notare come i calendari a noi noti - quello giuliano e, dalla fine del sedicesimo secolo, quello gregoriano - devono la loro esistenza ai calcoli che determinano il tempo della celebrazione della Pasqua. Questa circostanza è tanto più significativa per il fatto che, nel secolarizzato mondo moderno, il tempo è determinato da fattori scientifici, socio-economici, politici e di altro genere, che non hanno alcunché in comune con il lato spirituale della vita.

Nella cronologia cristiana vi è un centro del tempo. Si tratta dei giorni 14, 15 e 16 di Nisan: date che cambiarono il tempo del mondo. Queste tre date determinano tutta la teologia cristiana del tempo. "Con la crocifissione di Gesù Cristo (14 di Nisan), morì l'umanità del Vecchio Testamento; mentre con la sua risurrezione (16 di Nisan), nacque il cristianesimo." (9)

Il tempo della Chiesa Cattolica Ortodossa, essendo tempo di attesa della risurrezione, già dai primi secoli del cristianesimo è concentrato intorno alla festa principale: la Santa Pasqua. Perciò, la storia del calendario giuliano ecclesiastico è inseparabilmente collegata ai cicli pasquali.

La Santa Pasqua è storicamente legata alla festa del Passaggio dell'Antico Testamento, che veniva celebrata alla luna piena del mese di Nisan (corrispondente al nostro marzo), il primo mese dell'antico calendario lunare biblico. Durante la sua vita terrena, il nostro Salvatore Gesù Cristo visse secondo questo calendario. Alla luna piena del mese di Nisan, il Signore, insieme a tutto l'Israele dell'Antico Testamento, venne e Gerusalemme per la festa della Pasqua. Precisamente in questo tempo, egli fu pure tradito, giudicato, crocifisso e risuscitato. (10)

Nell'anno della morte del nostro Signore sulla croce, la Pasqua ebraica cadde di venerdì e di sabato. Il Salvatore fu crocifisso venerdì 14 Nisan, che, per il computo della Chiesa, [liturgicamente] inizia ora alla sera del giovedì; nel sabato fu nella tomba, e al mattino presto del primo giorno della settimana - il 16 di Nisan - egli risorse. Pertanto, gli eventi della passione, morte e risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo sono inseparabilmente collegati con la Pasqua ebraica. Ciò fu perpetuato dai santi Apostoli, che prescrissero che la Pasqua cristiana venisse celebrata in seguito alla Pasqua ebraica, dopo l'equinozio di primavera (Canone VII dei Santi Apostoli).

Tra i primi cristiani rimanevano ancora non pochi aderenti ai riti dell'Antico Testamento. Così, le chiese dell'Asia Minore (la loro metropoli era Efeso) celebravano la Santa Pasqua insieme con gli ebrei il 14 di Nisan, che cadeva ogni anno in un giorno differente della settimana. Tuttavia, altre chiese locali (Alessandria, Antiochia, Roma, Cesarea e Gerusalemme) celebravano la Pasqua nella prima domenica che seguiva il 14 di Nisan, conservando la sequenza neotestamentaria degli eventi sacri.

Sorsero controversie riguardo al problema che tutti i cristiani celebrassero la Santa Pasqua allo stesso tempo, controversie che divennero particolarmente acute alla fine del secondo secolo, sotto il Vescovo di Roma, Vittore. Il Vescovo Vittore non considerava ammissibile celebrare la Pasqua secondo il computo delle chiese dell'Asia Minore, e chiese una sospensione della comunione con loro. Fortunatamente, la saggia ammonizione di Sant'Ireneo di Lione prevenne una rottura tra le chiese. Solo un piccolo gruppo, composto da aderenti del rito dell'Asia Minore, formò la setta dei "quattordicisti" o quartodecimani. Dall'anno 325, tutti i cristiani della Chiesa Cattolica Ortodossa iniziarono a celebrare la Pasqua solo alla domenica, anche se non ancora sempre allo stesso tempo.

A causa dell'eresia ariana, e così pure per la risoluzione delle controversie sui cicli pasquali, fu convocato il primo Concilio Ecumenico di Nicea (anno 325). Il testo degli atti di questo concilio non è stato conservato; tuttavia, sulle basi di certi documenti che ci sono pervenuti, è possibile formulare un giudizio riguardo alle decisioni in esso prese riguardo alla celebrazione della Pasqua. (11) Tra questi documenti, si possono ricordare: l'epistola del Concilio di Nicea alla Chiesa di Alessandria; l'epistola di San Costantino il Grande, Isoapostolo, ai vescovi non presenti al Concilio; e diversi passi dalle opere di Sant'Atanasio il grande, che fu egli stesso uno dei partecipanti al primo concilio ecumenico. Nella sua epistola ai vescovi africani (capitolo 2), egli scrive: "il Concilio di Nicea fu convocato riguardo alla questione della Pasqua, poiché i cristiani in Siria, Cilicia e Mesopotamia non erano d'accordo con noi, e celebravano la Pasqua al tempo stesso in cui la celebravano gli ebrei" (Migne, Patrologia Graeca XXVI 10). Il decreto del Concilio di Nicea riguardante la Pasqua è contenuto altresì nelle testimonianze dei Santi Padri (partecipanti al Concilio o a questo vicini nel tempo), in Eusebio di Cesarea, un contemporaneo e testimone oculare del Concilio, e nelle decisioni del Concilio locale di Antiochia (anno 341). Per questa ragione, le asserzioni fatte dei sostenitori dei cicli pasquali riformati, ovvero che il decreto del primo Concilio Ecumenico sulla celebrazione della Pasqua è andato irrimediabilmente perduto, sono tendenziose e storicamente non corrette.

I 318 Santi Padri del Concilio di Nicea formularono un decreto (horos) riguardo alla Pasqua, che proibiva la sua celebrazione assieme agli ebrei, e che viene indicato dalla chiara citazione del Canone I del Concilio di Antiochia: "Che tutti coloro che osano violare il decreto del santo e grande Concilio che fu in Nicea ... riguardo alla santa festa della salvifica Pasqua, siano esclusi dalla comunione (scomunicati) e scacciati dalla Chiesa, se continuano, in uno stile di amore della contesa, a contrastare i buoni decreti. E questo è detto a proposito dei laici. Ma se, dopo questo decreto, uno di coloro che presiedono nella Chiesa, un vescovo, o presbitero, o diacono, osasse esercitare il proprio giudizio e celebrare la Pasqua con gli ebrei, a sovversione del popolo e a disturbo delle Chiese, il Santo Concilio d'ora in poi condanna costui a essere alieno dalla Chiesa, essendo divenuto non solo causa di peccato per sé, ma anche causa di disordine e della perversione di molti. E il Concilio depone dal sacro ministero non solo tali persone, ma anche tutti coloro che osassero essere in comunione con loro dopo la loro espulsione dal sacerdozio. E coloro che vengono così espulsi devono anche essere privati dell'onore esterno del quale erano partecipi secondo il santo canone e il sacerdozio di Dio." (12)

E' ben noto che la decisione del Concilio di Nicea riguardo alla data della Pasqua non figura tra i venti canoni di questo Concilio che sono giunti fino a noi. Tuttavia, la decisione non figura tra i canoni proprio perché non si tratta di un canone, ma di un documento di significato più importante, vale a dire un decreto (horos). (13)

Nella sua epistola ai vescovi che non erano stati presenti al Concilio, Costantino il Grande dice che, "secondo l'opinione comune, si è riconosciuto che è meglio celebrare" il giorno della Santa Pasqua "tutti e ovunque nello stesso giorno, in quanto in una questione così importante... è molto sconveniente mostrare disaccordo. Il Salvatore ci ha lasciato un giorno [per la commemorazione] della nostra liberazione... che la sagacia delle Santità vostre rifletta su quanto sia biasimevole e indecente che negli stessi giorni alcuni facciano digiuno, mentre altri stanno celebrando feste..." (14)

La compilazione dei cicli pasquali fu affidata alla Chiesa di Alessandria, la più erudita dell'antichità. Il problema affrontato dagli studiosi dei cicli pasquali era enormemente difficile. La sua complessità stava nel fatto che, nel compilare il calendario, essi dovevano tenere conto di requisiti di natura liturgica e storica. I Santi Padri risolsero questo problema in modo brillante.

Facendo uso della "mistura di eredità calendariali e astronomiche delle culture egiziana e babilonese, che era stata raffinata dalla scuola dei rinomati astronomi greci (da Metone a Ipparco), (15) essi crearono un capolavoro di arte calendariale - il calendario giuliano ecclesiastico, del quale il noto astronomo russo, E.A. Predtechensky, disse che "era tanto bene eseguito, da rimanere tuttora insuperato. I successivi cicli pasquali romani, accettati ora dalla Chiesa occidentale sono, a paragone di quelli alessandrini, tento ponderosi e goffi, da far venire in mente una stampa a poco prezzo di fronte a una raffigurazione artistica dello stesso soggetto. Per di più, questo meccanismo terribilmente complesso e impacciato non raggiunge nemmeno il suo scopo dichiarato." (16)

Vediamo su cosa è basata la dichiarazione appena citata. Allo stesso tempo, cerchiamo una volta per tutte di essere liberi da preconcetti; nel caso in questione, cerchiamo di dare uno sguardo critico al calendario gregoriano che è accettato da tutte le nazioni moderne. Sapendo che solo gli argomenti di un certo peso sono in grado di far fronte a un'opinione preconcetta, soffermiamoci su un'analisi dei compiti (prima di tutto, quelli astronomici) che avevano di fronte a loro i compilatori cristiani, creatori del calendario giuliano ecclesiastico universale.

Come base dei cicli pasquali, i loro compilatori presero il calendario giuliano, così chiamato in onore di Giulio Cesare, che con l’aiuto del rinomato astronomo Sosigene introdusse la nuova cronologia nell’anno 46 a.C. Il grande merito di questo calendario sta nel fatto che possiede un’alternanza ritmica di tre anni semplici (ciascuno di 365 giorni) con un anno bisestile che contiene 366 giorni. Oltre a questo ritmo invariabile e così prezioso (il ritmo è la base di qualsiasi calendario), il calendario giuliano ha una particolarità: in esso, ogni 28 anni i giorni della settimana cadono nelle stesse date dei mesi (cosa importante per i cicli pasquali). Questo calendario di Giulio Cesare, orientato sul sole, fu usato per un periodo relativamente breve: dal 46 a.C. fino al Concilio di Nicea. Dopo le riforme intraprese dai compilatori dei cicli pasquali (di cui parleremo più avanti), il calendario di Giulio Cesare si trasformò nello stesso calendario ecclesiastico giuliano, che l’intero mondo cristiano usò fino alla riforma gregoriana, e dal quale fino a oggi viene determinata la vita liturgica della Chiesa Ortodossa Russa.

Gli studiosi di cicli pasquali a Nicea erano familiari con la cosiddetta “regola d’oro” della cronologia, stabilita dall’antico astronomo greco Metone, e che permetteva un allineamento preciso dei calendari lunare e solare. Nel 433 a.C., Metone calcolò che diciannove anni solari (vale a dire, 6939,75 giorni) erano equivalenti a diciannove anni lunari contenenti 6940 giorni, a condizione che nel corso dei diciannove anni lunari venga inserito per sette volte un mese lunare supplementare (embolismico). Gli astronomi sanno che il movimento della luna è piuttosto complesso, e che il computo delle sue fasi che abbraccia periodi prolungati, richiede grandi conoscenze in materia astronomica, e un’esperienza basata su osservazioni prolungate per molti secoli. Il ciclo lunare di diciannove anni, noto con il nome di “ciclo metonico”, è considerato un capolavoro dell’astronomia mondiale. E’ di grande valore per i cicli pasquali, poiché le fasi della luna attraverso ogni ciclo di diciannove anni cadono negli stessi giorni del calendario giuliano solare. (17)

E così, nella compilazione dei cicli pasquali, fu preso in considerazione il ciclo lunare di diciannove anni. Per di più, nel ciclo di Metone e Sosigene fu introdotta la cosiddetta “correzione di Callippo”, che portava la durata dell’anno solare e del mese lunare in pari al loro vero valore astronomico. La riforma che fu accettata riuscì a soddisfare immediatamente i requisiti di entrambi i computi: quello lunare e quello solare.

I compilatori dei cicli pasquali ortodossi ebbero altresì da correlare il ritmo lunare con la settimana (il ciclo di sette giorni), per preservare la sequenza degli eventi neotestamentari collegati ai giorni finali della vita terrena di Gesù Cristo, tenendo in considerazione la connessione tra la Santa Pasqua e il Passaggio dell’antico Testamento. Nella sua brillante opera dedicata alla questione del calendario giuliano ecclesiastico, A.N. Zelinsky dice a questo proposito: “Si può dire senza esagerazione che, nella sua complessità, il compito che stava di fronte ai compilatori dei cicli pasquali a Nicea eccedeva di gran lunga le difficoltà connesse alla riforma giuliana o alla ‘correzione di Callippo’. (18)

Nel produrre i principi di cicli pasquali indipendenti dalla pratica ebraica, i compilatori ortodossi cercarono una divergenza tra il ciclo di Metone e Sosigene e la luna, e, di conseguenza, con il calendario ebraico. Questa divergenza fu raggiunta grazie al fatto che all’inizio di un ciclo di Callippo, l’epatta (ovvero l’eccesso dell’anno solare su quello lunare, circa 11 giorni: il progresso della luna all’inizio di un anno di calendario) non è stata ridotta su ogni ciclo di 304 anni. Nondimeno, a causa di ragioni astronomiche, ebbero ancora luogo, talvolta, coincidenze della Santa Pasqua con il Passaggio ebraico, fino all’anno 592. Per quanto riguarda la rarissime coincidenze della Pasqua Cristiana con il Passaggio ebraico che ebbero luogo fino all’anno 783, questo si spiega con il fatto che gli ebrei trasferiscono la data della loro festività, se questa cade di lunedì, mercoledì o venerdì. Questa circostanza aveva altresì causato le coincidenze precedenti. (19)

Tuttavia, a partire dall’anno 592, “tali coincidenze divennero impossibili non solo astronomicamente, ma anche secondo gli aspetti del calendario pasquale;” (20) La Santa Pasqua divenne una festa mobile; a questo punto, tutti i requisiti per la sua celebrazione vennero osservati con esattezza.

E’ eccezionalmente importante notare che non esisto alcuna istruzione precisa riguardo al sistema del calendario o a regole tecniche per determinare il tempo della celebrazione della Pasqua in queste decisioni dei Santi Padri. Il Prof. V.V. Bolotov ha dimostrato in modo sufficientemente chiaro e convincente che “il Concilio di Nicea non aveva alcun bisogno di emanare decisioni di natura puramente tecnica: ‘i fratelli orientali’ stessi sapevano come evitare di celebrare la Pasqua assieme agli ebrei. (21)

Anche il Padre Prof. D.A. Lebedev condivide l’opinione di questo eminente studioso: “Il Concilio non deliberò la questione del giorno della Pasqua in dettaglio... la decisione che gli viene di solito attribuita, quella di celebrare la Pasqua nella domenica successiva alla prima luna piena di primavera è solo una formulazione tardiva del principio dei cicli pasquali alessandrini: la Pasqua alla prima domenica dopo il quattordicesimo giorno del mese lunare, che non cada prima del giorno dell’equinozio primaverile, il 21 marzo (di conseguenza, nei giorni 15-21 del mese lunare).” (22) Anche A.I. Geogievsky, un ricercatore all’Accademia Teologica di Mosca, richiama l’attenzione su questo punto nel suo articolo “Sul calendario ecclesiastico.” (23) Il professor Liverij Voronov, dell’Accademia teologica di Leningrado, allo stesso modo nota questa circostanza nella sua opera “Il problema del calendario.” (24)

Il Concilio di Nicea “non rese uniforme per mezzo di un decreto la pratica per la determinazione del tempo della celebrazione della Pasqua.” (25) Questa circostanza ha un enorme significato per la controversia scientifica con coloro che combattono per la “correzione” del calendario giuliano ecclesiastico, citando il fatto che, come essi presumono, il principale fattore determinante dei cicli pasquali è l’equinozio di primavera, e, infallibilmente, la “prima luna piena” che viene dopo di esso. I sostenitori del “principio dell’equinozio”, che si appoggiano principalmente sul “sermone di Anatolio”, un documento greco anonimo e poco conosciuto del quarto secolo, dovrebbero tenere presente che, nelle tabelle alessandrine dei cicli pasquali, che furono in seguito accettate da tutta la Chiesa, l’equinozio primaverile non è un valore autosufficiente, come gli aderenti al calendario gregoriano cercano di dimostrare, ma unicamente un valore secondario e derivato, che serve come limite per determinare il mese di Abib (Nisan), e insieme con questo, l’inizio del nuovo anno pasquale.

Come è ben noto, il Passaggio dell’Antico Testamento era l’antico ricordo fatto in Israele della sua liberazione dalla schiavitù egiziana. Dai tempi di Mosè questa festa cadeva nel giorno dal 14 al 15 del primo mese lunare dell’anno, Nisan (o Abib), secondo l’antico calendario ebraico, vale a dire, nel giorno della prima luna piena primaverile. Tuttavia, si deve ricordare che “il mese di Abib non è un valore definito che ha la propria estensione fissa nell’anno, come il nostro marzo.” (26) Nelle Sacre Scritture, Abib è definito come “il mese delle nuove spighe” (Esodo 13:4) (27), in cui, secondo Levitico 23:10-16 e Deuteronomio 16:9, ogni ebreo doveva offrire al Signore il primo covone del raccolto - “il covone dell’offerta” - nel secondo giorno del Passaggio, alla festa degli Azzimi.

Le parole del Prof. Bolotov relative alla determinazione del tempo della celebrazione del Passaggio nell’Antico Testamento meritano attenzione: Durante l’esistenza del Tempio e dei sacrifici, era impossibile riconoscere come mese del Passaggio, vale a dire, come Nisan, un mese nella cui luna piena l’orzo non poteva maturare nei dintorni di Gerusalemme.” (28)

Di conseguenza, il segno del mese del Passaggio di Abib, il “mese delle nuove spighe” secondo la Sacra Scrittura, è la maturazione delle nuove messi, e poiché il primo grano in Palestina, per osservazione, non matura prima dell’equinozio, non è possibile celebrare il Passaggio prima dell’equinozio di primavera. Quanto all’opinione che sia necessario celebrare la Pasqua immediatamente dopo l’equinozio, il Prof. Bolotov, citando la vera formula dei cicli pasquali, conclude che questo è “la pietra angolare della riforma gregoriana, sulla quale essa sta in piedi o cade.” (29) In aggiunta a ciò, non esistono termini per “equinozio” e “primavera” nell’antica lingua ebraica. La situazione geografica della Palestina è tale che vi sono solo due stagioni nell’anno: estate e inverno. “Così,” scrive il Prof. Bolotov nel suo rinomato rapporto, la natura stessa della Palestina offre la propria imparziale testimonianza che la riforma gregoriana altro non è che uno sbaglio grossolano, un peccato di incapacità di comprensione.” (30)

E così, che ci piaccia o no, le discussioni sul calendario giuliano ecclesiastico portano invariabilmente a polemiche con i sostenitori del calendario gregoriano. E poiché la questione del calendario, oltre a essere di interesse scientifico, lo è ancor di più dal punto di vista pratico e molto attuale, essendo strettamente legata con la vita della Chiesa e, in particolare, della Chiesa ortodossa russa, la più numerosa nel mondo ortodosso, cerchiamo di osservare i punti basilari di questo problema.

Come già indicato in precedenza, la raison d’être per la creazione del calendario giuliano ecclesiastico è collegata con la festa della Risurrezione del Signore - la Santa Pasqua. Il compito che i Santi Padri affrontavano consisteva nel designare questo giorno così “come lo designavano ai tempi di Gesù Cristo, e senza cadere in quegli errori che erano caratteristici della pratica giudaica nel terzo e nel quarto secolo.” (31)

Nostro Signore Gesù Cristo celebrò la Mistica Cena con i suoi discepoli in stretta aderenza alla tradizione ebraica. Tuttavia, l’ultima Pasqua dell’Antico Testamento celebrata da Cristo, a differenza di quella che la precedette, non fu celebrata con pane azzimo, ma con pane lievitato, in quanto il pane lievitato era permesso dalla Legge solo fino a dopo il mezzogiorno del 14 di Nisan. A quell’ora Nostro Signore era sulla Croce “nel mezzo della terra operando la salvezza di tutti coloro che con speranza invocano il suo santo nome.”

Sia la Mistica Cena che la Crocifissione di Cristo avvennero il giorno 14 di Nisan, il venerdì, secondo la suddivisione ebraica della giornata. Tuttavia, per il calendario giuliano romano, per il quale il giorno incomincia alla mezzanotte, la Cena Mistica di Cristo cade il giovedì, e la Crocifissione il venerdì. Il cristianesimo, avendo accettato il calendario giuliano dei romani, fece del Grande Giovedì il giorno della commemorazione della Mistica Cena e del Grande Venerdì il giorno della commemorazione della santa e salvifica Passione del Nostro Signore Gesù Cristo, (32) che corrisponde alla tradizione dei Vangeli sinottici [Matteo, Marco e Luca].

La Pasqua della Passione del Signore coincideva con il Passaggio dell’Antico Testamento; ma la Pasqua che annientò la potenza della morte, la Pasqua della Risurrezione, fu compiuta il terzo giorno dopo la crocifissione - il 16 di Nisan. La sequenza di questi eventi, che sono unici nella storia del mondo, non può essere alterata. Questa è una questione canonica di enorme importanza. La tradizione di osservare strettamente gli eventi sacri del Nuovo Testamento nella Chiesa ortodossa russa testimonia l’amore che essa ha per Cristo e la fedeltà alla Santa Tradizione e alle ingiunzioni dei Santi Padri.

La celebrazione cristiana della Santa Pasqua, che sostituì le prescrizioni dell’Antico Testamento, fu modificata in conformità con gli eventi del Nuovo Testamento e i decreti conciliari. Tuttavia, pur avendo conservato un legame storico con il Passaggio dell’Antico testamento, la festa della Risurrezione ne divenne totalmente indipendente.

Nel corso di un lungo periodo, oltre un millennio, i cristiani, usando un singolo calendario, furono uniti riguardo alla celebrazione della Pasqua. Ciò sosteneva l’unità della struttura originale della Chiesa, anche dopo l’anno 1054. “La riforma gregoriana del Calendario nell’anno 1582 per la prima volta violò l’unità cristiana relativa al calendario, e, in conseguenza di ciò, l’unità pasquale.” (33)

A questo proposito, citeremo le parole di San Giovanni Crisostomo: “L’esattezza nell’osservanza dei tempi non è così importante come l’offesa della divisione e dello scisma.” (34)

A questo punto è necessario far notare come il giorno dell’equinozio di primavera si sposta di uno ogni 128 anni, e le fasi della luna di un giorno ogni 310 anni. Ciò capita come risultato della processione del calendario, un fatto che era ben noto ai compilatori dei cicli pasquali. Tuttavia, a causa dell’impossibilità di unire i movimenti del sole e della luna in un sistema calendariale-astronomico, qualsiasi calendario è destinato a una maggiore o minore accuratezza. E, probabilmente, nessun astronomo è in grado di creare un calendario assolutamente accurato. Gli astronomi stessi lo confermano, con il fatto che ciascuno propone il proprio stile, distinto da quello degli altri. La disparità delle loro soluzioni, così come le loro contraddizioni, semina dubbi sulla correttezza della loro cronologia. (35) E’ ugualmente impossibile fissare qualcosa in un calendario per sempre; o altrimenti un tentativo simile sarebbe simile al progetto di tenere nello stesso posto le due lancette di un orologio in moto.

Qui ci accostiamo proprio al momento collegato con un simile tentativo di mantenere il punto dell’equinozio di primavera per un “tempo eterno” al 21 di marzo (nell’anno del Concilio di Nicea esso cadde il 21 di marzo). La riforma gregoriana fu intrapresa nell’anno 1582, anche con lo scopo di fissare l’equinozio di primavera. Papa Gregorio XIII emanò la bolla Inter gravissimas , che proclama: “E’ stata nostra intenzione non solo restaurare l’equinozio nel luogo per esso stabilito nell’antichità, dal quale ha deviato approssimativamente di dieci giorni dal tempo del Concilio di Nicea, e far tornare il quattordicesimo giorno della luna al proprio posto, dal quale diverge al presente di quattro o cinque giorni, ma anche di creare un metodo e delle regole per mezzo delle quali si ottenga che in futuro l’equinozio e il giorno 14 della luna non si muovano mai dal loro posto” [corsivo dell’autrice]. (36)

Tuttavia, tutti sanno bene che il sole e la luna sono in moto costante, e che perciò è impossibile trovare alcun “metodo e regole” in grado di fissare l’equinozio e “il giorno 14 della luna” per sempre.

Già sappiamo che il requisito principale chiesto fino dall’antichità per un calendario è il mantenimento del ritmo. Il ritmo ciclico e senza crepe del calendario giuliano è stato esaminato in precedenza. Ma ciò che è il merito di questo calendario costituisce il difetto principale di quello gregoriano. Quanto alla sua accuratezza astratta, essa “è stata ottenuta a un prezzo troppo alto.” (37) Dapprima, facendo bisestili solo alcuni secoli il numero di giorni in ogni secolo non è più identico. Nel calendario giuliano, tutti gli anni del secolo sono anni bisestili, mentre in quello gregoriano, lo è solo ogni quarto secolo; “ma se l’anno bisestile costante crea un ritmo, allora un secolo privato di un anno bisestile viola questo ritmo.” (38) In secondo luogo, nei secoli gregoriani, i segmenti di tempo che cadono allo stesso punto in secoli bisestili e ordinari non sono uguali ai segmenti di tempo corrispondenti che si trovano nei secoli non bisestili adiacenti. In terzo luogo, l’essenza di un calendario viene violata da quello gregoriano: la presenza di un periodo minimo contenente un numero intero di giorni. E, se nel calendario giuliano questo periodo equivale a quattro anni o 1.461 giorni, in quello gregoriano costituisce 400 anni, o 146.097 giorni.

Oltre a ciò, i mezzi anni, quarti di anni e mesi del calendario gregoriano contengono un numero disuguale di giorni; i giorni della settimana non si accordano con le date dei mesi, sia in anni diversi che attraverso un medesimo anno. A causa della presenza nella maggioranza dei mesi gregoriani delle cosiddette settimane “spezzate”, l’alternanza di queste ultime avviene indipendentemente dalla durata dei mesi.

In aggiunta a questo, coloro che comparano i due calendari “dimenticano spesso che, da un punto di vista puramente scientifico, il calendario gregoriano non ha presenta alcun vantaggio sul calendario giuliano semplicemente perché i due calendari sono differenti nei loro principi. Il Calendario Gregoriano è orientato sul valore dell’anno tropicale o solare, e quello giuliano sull’anno siderale o stellare. In considerazione dell’irregolarità dell’orbita della terra attorno al sole, l’anno tropicale (a differenza di quello siderale) non ha un valore strettamente costante. La sua particolarità, alla quale siamo abituati, è che esso costituisce l’anno “naturale”, vale a dire, il periodo del ritorno del sole all’equinozio o solstizio, per i processi realmente sperimentati sulla terra, mentre l’anno stellare è il periodo del ritorno del sole alla medesima stella fissa. In questo senso, il calendario gregoriano è geocentrico, mentre quello giuliano è cosmocentrico nella sua base.” (39)

Ben si sa che, a paragone con l’anno giuliano, la durata dell’anno gregoriano è più prossima al valore dell’anno tropicale (l’anno giuliano lo supera leggermente, di 11 minuti e 14 secondi). Tuttavia, anche il calendario gregoriano è inaccurato in relazione al valore dell’anno tropicale. L’errore in esso presente crescerà con il tempo, cosicché “dopo 25.765 anni tropicali sarà indietro rispetto all’anno siderale di un anno intero. Questa è la ragione per cui tutte le ricerche astronomiche, e perfino quelle storico-astronomiche, correlate con lungi periodi di tempo, vengono condotte secondo il calendario giuliano e non secondo quello gregoriano.” (40) Queste argomentazioni scientifiche meritano di essere prese in considerazione dai sostenitori del calendario gregoriano, che amano sottolineare la sua esattezza astronomica.

Quanto alla ricerca cronologica, il calendario gregoriano, secondo le parole del Prof. V.V. Bolotov, rappresenta una “vera e propria tortura per i cronologi.”

A questo proposito, è interessante notare l’attività del rinomato cronologo, Giuseppe Scaligero, un contemporaneo di Papa Gregorio XIII. Nel suo trattato, “Una nuova opera per il miglioramento del computo del tempo,” egli dimostra che soltanto il sistema calendariale-cronologico giuliano è in grado di fornire un computo ininterrotto nella cronologia mondiale. (41)

E’ possibile tenere un conto sequenziale e ininterrotto dei giorni con il Ciclo della creazione di Scaligero (i cicli pasquali niceni sono il suo prototipo) da una data di partenza convenzionale. Grazie a questa qualità unica, come pure ai suoi altri meriti, la cronologia giuliana nella redazione di Scaligero forma la base di tutti i computi astronomici e cronologici. Perciò, “rimane un fatto paradossale che lo stesso sistema, senza il quale l’astronomia e cronologia dei nostri tempi non riesce a funzionare, fu considerato da Papa Gregorio XIII come inutile per il calendario.” (42) Nella ricerca storica e cronologica, si devono fare i calcoli dapprima secondo il calendario giuliano, e quindi tradurli nelle date gregoriane. Tutto ciò mostra la mancanza di fondamento dei passi intrapresi da Roma. La riforma del 1582 ha mostrato di essere, in essenza, futile sia dal punto di vista scientifico sia riguardo alla meta che i gregoriani si erano fissati. Dopo tutto, nel calendario gregoriano, la data dell’equinozio di primavera, sebbene più lentamente che nel calendario giuliano, si sta regolarmente allontanando dal suo vero significato astronomico, mentre la luna piena astronomica di Pasqua si sta separando dall’equinozio al ritmo di un giorno ogni 210 anni.(43)

Il tentativo di Roma di fare della Pasqua una festività esclusivamente primaverile manca di alcun fondamento, poiché il cristianesimo, essendo una religione universale, celebra la risurrezione di Cristo in entrambi gli emisferi in stagioni dell’anno differenti. Dopo tutto, se il giorno della Santa Pasqua nell’emisfero settentrionale del pianeta cade in primavera, in quello meridionale cade in autunno. La Santa Pasqua non può cadere in primavera, per ragioni sia astronomiche che meteorologiche, in entrambi gli emisferi della terra allo stesso tempo. E’ una festa di primavera secondo lo spirito, e non secondo la lettera.

Quanto al calendario giuliano, di cui ci occupiamo, la sua semplicità, vitalità e praticità stanno nel fatto che i giorni ritornano alle stesse date dopo 28 anni, e le lune nuove e piene dopo 19 anni. Il ciclo pasquale, o la Grande Proclamazione, contiene 532 anni. E’ costruito per mezzo della combinazione del “ciclo della luna” di 19 anni con il “ciclo del sole” di 28 anni. Il numero 532 è il risultato della moltiplicazione dei due valori: 19 e 28. In tal modo, il ciclo pasquale consiste di ventotto “cicli della luna” di 19 anni, e diciannove “cicli del sole” di 28 anni. Questo sistema crea un ritmo matematico unico. Al termine di una Grande Proclamazione, le fasi della luna e i giorni della settimana ritornano alle stesse date. Così, la quindicesima proclamazione è stata in corso dall’anno 1941; di conseguenza, la Pasqua nell’anno 1941 fu celebrata nella stessa data dell’anno 1409 (vale a dire, 532 anni prima), mentre nell’anno 1988 è caduta nello stesso giorno dell’anno 1456, e così via. Questa ciclicità interna, che è stata posta nella natura del calendario giuliano stesso, ci dà le basi per esaminarlo ( a differenza del calendario gregoriano) come calendario veramente perpetuo). (44) E’ difficile sopravvalutare i meriti matematici e di altro genere in questo sistema.

I Santi Padri del primo Concilio Ecumenico, avendo preso in considerazione tutti i computi astronomici e matematici, non diedero però valore assoluto all’accuratezza astronomica dei calcoli. Tutte le inesattezze per le quali il calendario giuliano ecclesiastico è biasimato “sono troppo ovvie per non presumere che esse fossero permesse intenzionalmente, per la semplificazione dei cicli pasquali.” (45) Oltre a ciò, i compilatori dei cicli pasquali sapevano che l’accuratezza in sé è qualcosa di condizionato, poiché i valori iniziali vengono accettati dagli uomini in modo ipotetico. Sia la Precessione degli equinozi che l’avanzamento delle vere fasi lunari erano loro ben note. Avendo accettato il 21 marzo come limite per la celebrazione della Pasqua, essi sapevano che l’equinozio è mobile. Secondo le decisioni accettate dalla Santa Chiesa, la Pasqua è celebrata entro i limiti dal 22 marzo fino al 25 aprile incluso (secondo il calendario giuliano). Il giorno della Santa Pasqua si sposta di diversi giorni dal momento del plenilunio in virtù del fatto che è celebrato senza eccezioni di domenica.

Essendo, da una parte, in certo modo dipendenti dai dati dell’astronomia, i cicli pasquali ortodossi d’altro canto non aderiscono a un’accuratezza astronomica assoluta (che è impossibile in pratica). Nondimeno, questo sistema completo, che è servito per più di un millennio e mezzo come calendario liturgico sacro per tutti i popoli cristiani, è un modello di bellezza e sapienza. Frutto delle fatiche di creatori divinamente ispirati, il calendario giuliano ecclesiastico unisce in sé il condizionato con il non condizionato, l’assoluto con il relativo.

Prendendo in considerazione il fatto che molti dettagli dei cicli pasquali ortodossi hanno un carattere puramente simbolico e condizionato, non ci si dovrebbe preoccupare per il fatto che nel nostro tempo il momento astronomico dell’equinozio di primavera sia passato al di fuori dei confini della Pasqua secondo il ciclo alessandrino. Secondo l’equinozio tradizionalmente accettato al 21 marzo, la celebrazione della Pasqua ortodossa (ma non di quella gregoriana) è tenuta precisamente dopo la “prima luna piena.” Il giorno del “plenilunio ecclesiastico pasquale” del 21 marzo, accettato nei cicli pasquali alessandrini come il vero 14 di Nisan, “precede sempre la Pasqua del Signore, che giunge al vero 15 di Nisan; e cioè, rispetta i requisiti di Zonaras, di Balsamon, e del secondo canone di Blastaris.” (46)

E così, i rimproveri mossi ai cicli pasquali ortodossi per “arretratezza” rispetto alla scienza sono frutto di incomprensione e pregiudizio, così come dell’ignoranza di tutto l’aggregato di problemi collegati con la questione più complessa del calendario giuliano ecclesiastico. Il Prof. V.V. Bolotov ha mostrato in modo convincente che dall’astronomia nel “proprio elemento, gli studiosi della Pasqua non possono ricevere direzioni veramente valide. Solo la meteorologia può dare tali direzioni, ma solo quando raggiungerà un grado di sviluppo, che ora può essere intravisto solo in un futuro molto distante,” un grado di sviluppo che risolva problemi come questo: nell’anno N, l’orzo matura attorno a Gerusalemme nel dato tempo, mentre nell’anno N + 100 maturerà nell’altro tempo dato. (47) “Con il presente stato della scienza,” dice Bolotov, “si possono considerare i cicli pasquali alessandrini ortodossi come opera altamente perfetta, e indubbiamente superiori ai cicli pasquali gregoriani, perciò quieta non movere.

Lo sforzo di Papa Gregorio XIII di rettificare quella che gli sembrava una violazione dei canoni della Chiesa sulla celebrazione della Pasqua, finì per essere davvero una violazione di uno dei canoni fondamentali della Chiesa. Così, celebrando la Santa Pasqua prima degli ebrei o insieme a loro, i seguaci della riforma gregoriana iniziarono a violare il Canone Apostolico VII, i decreti del Concilio di Nicea e il Canone I del Concilio locale di Antiochia.

Cambiare la sequenza degli eventi di cui ci parla il Vangelo significa distorcerli. Misticamente la Pasqua del Nuovo Testamento simbolizza il rimpiazzo dell’offerta sacrificale dell’agnello nell’Antico Testamento con il sacrificio redentivo del nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo: l’Agnello che prende su di sé i peccati del mondo (cfr Gv 1,29). E se, per ragioni puramente astronomiche, la Pasqua cristiana nella Chiesa primitiva coincideva con il Passaggio della sinagoga, è totalmente inaccettabile che la Santa Pasqua preceda il Passaggio ebraico. “Perfino i quartodecimani, che furono condannati dalla Chiesa antica per il fatto che celebravano sempre la Pasqua insieme agli ebrei (ovvero, il 14 di Nisan), non avrebbero potuto immaginare qualcosa del genere.” (48) Nel solo periodo dal 1851 al 1950, i seguaci del calendario gregoriano hanno celebrato la Pasqua quindici volte prima degli ebrei, e più di una volta insieme a loro; per esempio, il 1 aprile 1923, il 17 aprile 1927, il 18 aprile 1954 e il 19 aprile 1981. Pertanto, il decreto del Concilio locale di Costantinopoli del 1583, che dichiarò non canonico il calendario gregoriano, rimane effettivo. Il Sigillion (lettera enciclica) di questo concilio, firmata da tre patriarchi orientali - Geremia di Costantinopoli, Silvestro di Alessandria e Sofronio di Gerusalemme - e dal resto dei gerarchi al Concilio, proclama: “Chiunque non segue i costumi della Chiesa e quanto i Sette Santi Concili Ecumenici hanno ordinato riguardo alla Santa Pasqua e al Menologio [le feste fisse] e hanno stabilito che noi seguissimo, ma desidera seguire i cicli pasquali e il Menologio gregoriano, egli, così come gli astronomi senza Dio, si oppone a tutti i decreti dei santi concili e vuole cambiarli e indebolirli; che egli sia anatema e scomunicato dalla Chiesa di Cristo e dall’assemblea dei fedeli.” (49)

Il Sigillion del Patriarca Ecumenico Cirillo V, emanato nel 1756 nell’occasione dei tentativi di Roma di cambiare il calendario ortodosso, allo stesso modo consegna i riformatori alla dannazione e alla scomunica eterna. I documenti storici qui forniti mostrano in modo esaustivo l’attitudine dei patriarchi orientali verso la riforma del calendario ecclesiastico ed esprimono una risoluzione incrollabile di conservare la purezza della fede ortodossa.

Come risultato della riforma calendariale gregoriana, il papato si separò definitivamente dall’Ortodossia. La comprovata inutilità di questa riforma ci convince che la separazione dall’Ortodossia era il suo principale, anche se inconfessato, proposito, che fu così raggiunto da Roma.

Non si deve pensare che la riforma del calendario non abbia incontrato oppositori. Sia tra i contemporanei di Papa Gregorio XIII e in seguito ve ne furono non pochi, e tra di loro delle grandi menti. Il grande Copernico si rifiutò di prendere parte alle preparazioni per questa riforma, che erano già iniziate nell’anno 1514 al Concilio Laterano. Giuseppe Scaligero rimase un risoluto oppositore della riforma del calendario fino alla fine della sua vita. Tuttavia, il papato a quel tempo rappresentava una potente forza religioso-politica a cui non era sempre possibile resistere. La Controriforma in Europa, guidata da Roma, era, come ben si sa, ben organizzata e spietata. La ricerca del potere è sempre collegata con la ricerca di potere sul tempo. La storia conosce molti esempi di “appropriazione” di un tale potere; tra gli eventi storici più vicini a noi si può menzionare la Rivoluzione francese con il suo Termidoro.

Roma incoraggiò con forza un’attitudine di pregiudizio contro il calendario giuliano. Solo pochi realizzano che, da un punto di vista scientifico formale, il calendario gregoriano non ha assolutamente alcun vantaggio su quello giuliano, in quanto i due calendari differiscono nei loro principi.
Le nazioni cattolico-romane passarono quasi immediatamente al nuovo stile. Tuttavia, i paesi protestanti non accettarono la riforma gregoriana per lungo tempo, riconoscendo che “è meglio separarsi dal sole che unirsi a Roma.” (50) Ma verso la metà del diciottesimo secolo il calendario gregoriano penetrò in tutte le nazioni d’Europa.

Roma, rafforzando il proprio primato e il proprio significato mondiale, andò “contro l’evidenza scientifica, contro la tradizione e i canoni della Chiesa. Le nostre passioni ci spingono a distorcere la ragione, la logica e la conoscenza. Questo, in tutta probabilità, accade non solo con gli individui, ma anche con un’intera società, un popolo, e perfino con un’intera Chiesa e cultura individuale (locale).” (51) Come conseguenza della riforma del calendario nel mondo occidentale, il centro della vita spirituale e liturgica iniziò gradualmente a slittare dalla Pasqua alla Natività del Signore. Riguardo a ciò che questa festa cristiana è diventata in Occidente, c’è ben poco bisogno di fare commenti. Questa “festa,” che è per la maggior parte una occasione di commercio e di intrattenimento, è blasfema nei confronti dell’evento sacro della Natività di Cristo. Che stridente contrasto tra i supermercati e i negozi affollati e le chiese vuote o semi-vuote nei giorni del Natale in Occidente! (52)

Il problema della cronologia, causato dalla riforma gregoriana, resta irrisolto persino ai nostri giorni. Ora già per più di quattro secoli, il dissenso e i disaccordi nella Chiesa riguardo alla vita liturgica non cessano. L’accettazione del “calendario giuliano corretto” da parte di diverse delle Chiese autocefale [ortodosse] non ha fatto altro che aggravare il problema.

Nel 1923, alla conferenza costantinopolitana delle Chiese ortodosse convocata dal Patriarca Melezio IV, fu approvato il “calendario giuliano corretto.” Tre patriarchi orientali condannarono severamente questo congresso, che illegalmente definì se stesso “pan-ortodosso,” e si rifiutarono di prendervi parte. Non un singolo rappresentante plenipotenziario della Chiesa russa, che ammonta a tre quarti dell’intero mondo ortodosso, era presente. Questa conferenza, che introdusse un profondo dissenso nell’unità ortodossa, può essere considerata uno degli eventi più tristi della vita della Chiesa nel ventesimo secolo. (53) Oltre all’abolizione del calendario giuliano, le altre decisioni della conferenza costantinopolitana del 1923, come il permesso di un secondo matrimonio del clero, il matrimonio dopo l’ordinazione, la richiesta di abbandonare il ciclo mobile delle feste della chiesa e persino della disposizione settimanale dei giorni, la proposta di abbreviare i servizi divini e altre dubbie innovazioni testimoniano la sua totale illegalità canonica. Molte di queste decisioni furono respinte dalla coscienza della Chiesa cattolica ortodossa; tuttavia, quella sul nuovo calendario, accettata da alcune delle Chiese, violarono la oro unità con le altre Chiese ortodosse e causarono tra loro seri dissensi interni, che continuano ancora oggi. (54)

I metodi che Melezio IV (Metaxakis) usò per introdurre il nuovo stile meritano un’attenzione speciale. Così, nella sua lettera all’Arcivescovo Seraphim di Finlandia, datata 10 Luglio 1923, Melezio IV racconta una bugia manifesta, affermando che il nuovo stile era stato accettato per richiesta popolare e per un consenso delle Chiese ortodosse. In tal modo, egli condusse in errore persino il Santissimo Tikhon, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia. (55)

Tuttavia, in risposta all’epistola del Patriarca costantinopolitano, il 27 febbraio 1924, riguardo all’introduzione del calendario neo-giuliano nell’uso della Chiesa, il Santissimo Patriarca Tikhon lo informò che nella Chiesa russa sarebbe risultato impossibile introdurre il nuovo stile in vista della decisiva opposizione del popolo. (56)

Melezio IV fu forzato a ritirarsi dalla carica a causa dell’estrema indignazione della popolazione ortodossa di Costantinopoli; i greci devastarono l’edificio del patriarcato e “lo sottoposero ad assalto e percosse.” (57) Ciò, tuttavia, non eliminò i disturbi al calendario da lui seminati. Essendo in seguito divenuto Patriarca di Alessandria, Metaxakis impose il calendario neo-giuliano anche su questa Chiesa. Questo fatto è tanto più deplorevole proprio perché furono i Padri della Chiesa alessandrina a creare i cicli pasquali ortodossi e a custodirli con zelo per uno spazio di molti secoli.

Le Chiese ortodosse autocefale di Grecia, Alessandria, Antiochia, Romania e Bulgaria accettarono lo stile giuliano “corretto” per l’intero anno liturgico, eccettuando soltanto il periodo del Triodio quaresimale e del Pentecostario, che sono osservati secondo il calendario giuliano. Tuttavia, sotto il calendario neo-giuliano “i cicli pasquali alessandrini non possono essere usati senza manovre dubbie e artificiali.” (58) Oltre a ciò, il calendario neo-giuliano, invece del periodo giuliano di 4 anni, ha un periodo di 900 anni, cosa che fa crescere il periodo dei cicli pasquali da 532 anni a 119.700 anni, praticamente trasformando i cicli pasquali “corretti” in tempi pasquali non ciclici (questo calendario di Milankovich coincide con il calendario gregoriano fino all’anno 2800).

Di fatto, questo “calendario giuliano corretto” ha bisogno esso stesso di correzioni, in particolare, di natura canonica. Combinato artificialmente con i cicli pasquali alessandrini, porta disordine nella vita liturgica.

Così, la Kyrio-Pascha [coincidenza della domenica di Pasqua con la festa dell’Annunciazione] diventa impossibile, la festa dell’Annunciazione non può cadere nella settimana della Passione, e la sua celebrazione frequentemente non corrisponde al tempo determinato dal Tipico. Il primo e il secondo ritrovamento del Prezioso Capo del Precursore non raramente vengono dislocati dai giorni indicati dal Tipico. Ugualmente rivelatore è l’esempio del ricordo dei santi Quaranta Martiri di Sebaste. Il giorno dedicato alla loro memoria secondo il Tipico (capitolo 48 con i capitoli marcani), può cadere dal martedì della prima settimana fino al lunedì della sesta settimana della Grande Quaresima, o i Quaranta giorni santi. Le parole del servizio ai Santi Quaranta Martiri lo mostrano allo stesso modo: “O voi che avete portato la passione di Cristo, avete reso splendido l’augusto digiuno con la memoria della vostra gloriosa sofferenza; poiché essendo quaranta, voi santificate i quaranta giorni” (glorificazione alle Lodi); “il coro della radianza dei quaranta, l’intero esercito raccolto da Dio, risplendette assieme sul digiuno attraverso sofferenze onorevoli, santificando e illuminando le nostre anime” (prima stichira di “Signore, a te ho gridato”).

Sotto il calendario neo-giuliano, con il quale il giorno dei Santi Quaranta Martiri può, contrariamente al Tipico, cadere nella settimana dei latticini o persino nella settimana di carnevale, queste parole di preghiera perdono il loro significato. Non infrequentemente, anche la celebrazione del giorno della memoria del santo Grande Martire Giorgio è violata dai neo-calendaristi.

Il peggiore di tutti i casi, comunque, è quello del digiuno di Pietro, o digiuno degli apostoli. L’istituzione di questo digiuno nella Chiesa è già testimoniata nelle Costituzioni Apostoliche: “dopo Pentecoste, celebrate per una settimana, e quindi digiunate” (libro 5, capitolo 9). Secondo l’antica prescrizione, questo digiuno inizia il lunedì successivo alla domenica di Tutti i Santi, che è la prima dopo la Pentecoste. A seconda del giorno della celebrazione della Santa Pasqua, la sua durata è differente in anni differenti: il digiuno più prolungato è di sei settimane, mente il più breve è di una settimana e un giorno.

Un’intera serie di testi patristici parla dell’alto rispetto che questa festa ha goduto tra i cristiani. (59) I riferimenti si trovano nei Santi Atanasio il Grande, Ambrogio di Milano e Teodoreto di Ciro. San Leone Magno dice che il Digiuno degli Apostoli, che segue la prolungata festa di Pentecoste, è “in special modo necessario, in modo da purificare attraverso questo sforzo i nostri pensieri ed essere resi degni dei doni dello Spirito Santo (Sermone 76). In un altro dei suoi sermoni (il 74), San Leone spiega il significato di questo digiuno: “I maestri, che con il loro esempio e i loro precetti hanno illuminato tutti i figli della Chiesa, hanno delimitato l’inizio della guerra per Cristo con un santo digiuno, per avere, quando andiamo in guerra contro la depravazione spirituale, un’arma a tal fine nell’astinenza, con la quale poter mortificare i desideri peccaminosi. Questo costume dovrebbe essere tenuto con diligenza anche perché quei doni che ora sono comunicati da Dio alla Chiesa rimangano in voi.”

Nelle Chiese ortodosse autocefale che hanno accettato il “calendario giuliano corretto,” il digiuno degli apostoli è frequentemente abbreviato o sparisce completamente se cade nella settimana di Pentecoste, quando il digiuno è proibito dal Tipico. Negli anni recenti, ciò ha avuto luogo nel 1983 e nel 1986.

E’ possibile mantenere inviolata la regola liturgica di Gerusalemme (Tipico) - l’inestimabile frutto dello sforzo di preghiera dei più grandi asceti ortodossi - soltanto sotto il calendario ecclesiastico giuliano e i cicli pasquali alessandrini. Quanto al calendario neo-giuliano, sotto il suo uso in un periodo di soli venti anni (1969-1989) si possono contare decine di deviazioni dal Tipico, cosa che implica un allontanamento dalla tradizione patristica, una violazione dell’unità della preghiera tra le Chiese ortodosse, e nella vita pratica dissenso e divisione tra il popolo della Chiesa.

L’accettazione del calendario neo-giuliano nella pratica ecclesiastica di alcune Chiese autocefale, secondo le parole del Metropolita Antonio (Vadkovsky), “può in futuro avere conseguenze indesiderabili e persino perniciose per il bene della Chiesa universale e può servire come arma nelle mani dei suoi nemici, che sotto il sedicente pretesto dell’interesse dei popoli ortodossi, sono da molto tempo in armi contro l’unità universale.” (60) Queste parole, pronunciate all’inizio del ventesimo secolo, si sono sfortunatamente rivelate giustificate.

La questione del calendario ecclesiastico appartiene a una serie di questioni quanto mai importanti di significato ecclesiastico-religioso che portano perfino alla separazione delle chiese. “Che nessuno pensi che siamo in contesa a causa dei tempi, dei mesi e dei giorni, e stiamo sopportando privazioni a causa dei pleniluni e degli equinozi. Ci battiamo per la Santa Chiesa; la stiamo difendendo dai poteri dell’Ade che sono insorti contro di lei,” scrive l’Arcivescovo (in seguito Metropolita) Innokenty di Pechino nella sua lettera aperta. (61)

Dopo la conferenza inter-ortodossa di infausta memoria a Costantinopoli nel 1923, l’introduzione del nuovo calendario fu spesso effettuata frettolosamente e con forzature. I moderni riformatori del calendario ecclesiastico trattano con arroganza la tradizione e la determinazione dei 318 Santi Padri del primo Concilio Ecumenico sulla Santa Pasqua, che fu confermata dal Concilio locale di Antiochia e da tutti i seguenti Concili Ecumenici. Tuttavia, non ci si deve dimenticare che gli anatemi dei patriarchi e gerarchi orientali, proclamati negli anni 1583 e 1756, incombono pesantemente sui neo-calendaristi. Secondo l’espressione dell’epistola enciclica del 1848, firmata da quattro patriarchi, i neo-calendaristi, che violano la tradizione scritta e non scritta, “volontariamente si rivestono di maledizione come di un manto” (Salmo 108:18). (62)

Il Concilio pan-russo del 1917-1918 rifiutò decisamente il nuovo stile e stabilì che il calendario giuliano ecclesiastico fosse mantenuto per il computo ecclesiastico.

Quattro concili degli arcipastori della Chiesa Russa all’Estero, tenuti nel 1923, 1924, 1926 e 1931, presero la decisione di rifiutare il nuovo stile, in vista del fatto che gli anatemi dei patriarchi orientali del 1583 e del 1756 pesano su di esso anche in questi tempi, “poiché non sono stati revocati né sciolti da qualsivoglia concilio” (63)

Nel nostro tempo di totale secolarizzazione, sarebbe utopistico proporre un ritorno al calendario giuliano per uso civile. Ciò sarebbe, nelle parole del Metropolita Vitaly (Ustinov), equivalente come sforzo a far tornare l’intero mondo occidentale contemporaneo ai primi tempi cristiani. Tuttavia, è necessario opporsi consapevolmente a tutte le manipolazioni del calendario ortodosso. “E voi, cristiani pii e ortodossi, mantenetevi in quelle cose che avete imparato, in cui siete nati e siete stati cresciuti, e quando la necessità chiama, effondete il vostro stesso sangue per mantenere la fede e la confessione dei Padri; custodite voi stessi e siate attenti in queste cose, in modo che anche il nostro Signore Gesù Cristo vi aiuti.’ (64)

La Chiesa ortodossa russa (in Russia e all’estero), i monasteri del Santo Monte Athos, così come le Chiese Ortodosse di Gerusalemme, di Georgia e di Serbia e tutti gli zeloti dell’eredità patristica si tengono fermamente ancorati al calendario ecclesiastico giuliano, e nonostante molte pressioni si rifiutano di accettare il nuovo stile.

In un’epoca di compromessi e di inaudite deviazioni canoniche, di perdita di riverenza di fronte alle cose sante, di scandalosa abbreviazione dei servizi divini, del rifiuto del digiuno, per non parlare del “sacerdozio” femminile, questa totale rottura con la Tradizione Sacra; (65) in un’epoca in cui “l’abominio della desolazione” si impadronisce anche dei circoli ecclesiastici, bisogna definire la verità “non per mezzo della generale coscienza della Chiesa, che al presente non è sufficiente, ma per mezzo della generale Tradizione della Chiesa, in accordo con la Chiesa antica.” (66)
Come nei tempi dei monoteliti e degli iconoclasti, bisogna cercare la risposta alla dolorosa questione moderna del calendario ecclesiastico nella Tradizione Sacra, ricordando l’esempio del venerabile Massimo il Confessore, che respinse l’eresia monotelita come innovazione, e si rifiutò di essere in comunione con il patriarca monotelita, “anche se l’universo intero fosse stato in comunione con lui” (Letture dei Minei, 21 gennaio). Allo stesso modo, sia i confessori che i martiri, che soffrirono a causa delle sante icone, si batterono contro l’iconoclasmo, senza aspettare un concilio, ma facendosi guidare unicamente dalla Tradizione Sacra, criterio quanto mai affidabile nel risolvere i turbamenti ecclesiastici.

Riguardo al calendario ecclesiastico, ci si può domandare con le parole del Beato Agostino sull’eresia pelagiana: è proprio necessario radunare un concilio per denunciare una simile manifesta perdizione? E se l’eresia pelagiana fu condannata solo a un concilio locale cartaginese, e nondimeno fu respinta da tutta la Chiesa ortodossa, allora anche il nuovo stile, che fu condannato non da uno, ma da molti concili e sinodi, dovrebbe alla fine essere respinto da tutti gli ortodossi veramente credenti. (67)

Quanto alle vane argomentazioni dei patroni della riforma del calendario ecclesiastico, che hanno fatto per se stessi un idolo della scienza, “che essi sappiano che agli ortodossi non conviene essere guidati nella vita della Chiesa dalla scienza, bensì dalla Grazia.” (68)

Il movimento ecumenico contemporaneo cerca soluzioni che possano risolvere la questione del calendario. Tra le altre proposte riguardo a tale questione, due solo quelle più spesso deliberate:

1. Assegnare la festa della Santa Pasqua in un giorno fisso secondo il calendario gregoriano (la prima o la seconda domenica di aprile). Questa proposta, che è in completa rottura con la determinazione del Concilio di Nicea, fu sostenuta dal Concilio Vaticano Secondo.

2. Determinare la data della celebrazione della Pasqua impartendo un significato astronomico letterale ai concetti di “equinozio” e di “plenilunio.”

Secondo l’opinione di A.N. Zelinsky, entrambe queste proposte sono inaccettabili. La prima, in connessione con le insufficienze astronomiche e canoniche del calendario gregoriano e delle sue modifiche; la seconda, in connessione del fatto che la “accuratezza astronomica,” compresa in modo letterale, metterebbe la Chiesa in costante dipendenza dal progresso della conoscenza astronomica; inoltre, la soluzione non sarebbe canonica, poiché permetterebbe la coincidenza della Pasqua cristiana con il Passaggio ebraico, ovvero, conducendo a una totale rottura con la tradizione patristica. (69) Se le confessioni cristiane sono destinate un giorno a unirsi,” scrive Zelinsky, allora tale unione, nella sfera del calendario liturgico ecclesiastico, dovrebbe fondarsi su solide e incrollabili fondamenta. Queste fondamenta possono essere solo il sacro sistema calendariale-cosmologico del Grande Ciclo della Creazione: la brillante creazione conciliare di anonimi devoti della scienza e della fede.” (70)

La chiesa russa non ha accettato alcuna divergenza dalle prescrizioni dei Santi Padri. La cronologia giuliana rimane inviolabile nella vita della Chiesa ortodossa russa. Molti eminenti studiosi in Russia furono sostenitori del calendario giuliano, tra di loro i Proff. V.V. Bolotov ed E.A. Predtechensky, il Prof. N.G. Glubolovsky, il grande accademico e teologo russo Padre Prof. D.A. Lebedev, e tutto il pio popolo russo. “In considerazione della risoluta resistenza del popolo,” risultò impossibile introdurre “lo stile giuliano corretto” in Russia nell’anno 1923, nonostante la decisione che fu presa. Il Metropolita Innokenty di Pechino scrisse che “ogni tentativo di ‘correggere’ o sostituire i nostri cicli pasquali deve essere considerato come un tentativo di portar via dal tesoro della Chiesa uno dei suoi oggetti più preziosi, del quale essa può giustamente vantarsi di fronte agli eruditi del nostro tempo.” (71)

Nel prendere parte alla commissione sulla questione della riforma del calendario in Russia, il Prof. V.V. Bolotov parlò della questione così: “Come prima, io resto decisamente un devoto del calendario giuliano. La sua estrema semplicità costituisce il suo vantaggio scientifico su qualsiasi calendario riformato. Penso che la missione culturale della Russia nella questione presente consista nel mantenere in esistenza il calendario giuliano ancora per qualche secolo, e attraverso questo mezzo facilitare per i popoli occidentali un ritorno all’antico stile incorrotto dalla riforma gregoriana, di cui nessuno ha bisogno.” (72)

E così, la riforma gregoriana del calendario - che è realmente un “nuovo” stile - è una testimonianza del nuovo approccio razionalistico alla categoria del tempo. A partire dal Rinascimento, l’uomo vuole divenire il padrone del tempo. Il tempo perde per lui la dimensione mistica; cessa di essere il tempo dell’attesa, per divenire il tempo del progresso. Ma “il progresso... percepibile e accelerato è sempre un sintomo della fine.” (73) E forse, allora non vi sarà più tempo... per il pentimento.

Il tempo è una creazione di Dio. Il tempo, così come tutta la creazione, ha perduto la sua primitiva perfezione con la caduta dei nostri progenitori nel peccato, e ora attende la liberazione insieme a tutta la creazione. Dio compie la santificazione della creazione, che partecipa della sua vita celeste. Nello stesso modo, si compie anche la santificazione del tempo. Perciò, si può parlare del calendario ecclesiastico come di una icona di questa santificazione del tempo. E’ ovvio che esiste anche il tempo non santificato, che non posto in questa icona. Il tempo cosmico, con tutti i suoi ritmi, in sé non è ancora un soggetto di iconografia ed è santificato solo attraverso un rapporto con la storia sacra. Da qui l’incompatibilità del tempo santificato e quello non santificato, delle feste della Chiesa e di quelle secolari. La profanazione del calendario ecclesiastico è un tentativo sacrilego di contaminare ciò che è santo, un tentativo di espellere ciò che già è stato santificato dal regno dei cieli verso il mondo esteriore.

Avendo manipolato la cronologia, santificata per secoli, del calendario giuliano e dei cicli pasquali alessandrini, i compilatori del calendario gregoriano prima di tutto si sono fissati la meta di consolidare l’autorità del Papa di Roma, che stava traballando dopo la riforma protestante. La riforma gregoriana, che si era permessa di “abolire” dieci giorni realmente esistenti, rifletteva quella generale condizione dell’anima e della mente in Occidente, secondo la quale il tempo iniziava a dipendere dalla volontà umana. Il razionalismo, che aveva preso possesso delle menti, iniziò a meccanizzare il mondo e desiderò gestire le leggi della natura e del tempo. “I fiori del male,” piantati in quei tempi, diedero i loro frutti amari nella nostra era. (74)

Al termine del ventesimo secolo, la gente ha iniziato a parlare in modo un po’ più scettico delle “conquiste” del Rinascimento. Il pensiero dell’uomo di oggi, che volge uno sguardo mentale alla secolarizzazione, alla scristianizzazione, e, insieme a loro, al completo declino morale che seguì il Rinascimento, sta iniziando a interpretare il Rinascimento e ad accostarlo in modo differente. Indagando nella genealogia del degrado morale dell’uomo moderno, si può notare che esso affiora dalle sue radici precisamente all’epoca del Rinascimento, l’epoca dello sforzo senza freni che l’uomo compie per elevarsi, per stabilirsi al di sopra di tutte le cose: sulla natura, sui suoi simili, e infine, sullo stesso Signore Iddio.

Evitando la glorificazione, e solo per stabilire i fatti, è necessario dire che la Chiesa ortodossa russa mantiene fedelmente la tradizione apostolica ed ecclesiastica. Non è la sua fedeltà il pegno della sua fioritura spirituale nel nostro tempo? Non è vero che per mezzo di questa fedeltà essa instilla speranza nei moderni uomini occidentali, che sono giunti a un vicolo cieco morale e spirituale?

Nell’anno 1988, abbiamo celebrato il millennio del Battesimo della Russia. La Russia ebbe inizio dopo il suo incontro con Cristo, e nello corso di tutta la sua difficile storia, non ha mai dimenticato l’amore della sua “gioventù.” La Santa Russia è un concetto che per qualche ragione viene riferito al passato. Eppure, la Santa Russia non è mai morta: essa vive. Vive nel fervore di preghiera del popolo ortodosso, è nei cuori degli asceti che hanno intrapreso lo sforzo monastico, malgrado una crescita nell’ateismo. La Santa Russia vive nei monasteri, nelle chiese, nel suo popolo pio e timorato di Dio.

In un’era di apostasia, la Chiesa ortodossa russa porta al mondo la buona novella del suo amore fedele per Cristo. Ora che l’accelerazione escatologica del tempo è percepibile, (75) essa, conservando il calendario giuliano ecclesiastico, che è stato santificato nei secoli, è essa stessa un esempio di attitudine reverente verso il tempo donato da Dio. Il fatto che il calendario gregoriano sia divenuto in pratica il calendario di tutti i paesi del mondo, non è ancora una prova della sua infallibilità e desiderabilità. “Dio non è nella forza, ma nella giustizia,” disse il santo, rettamente credente, Grande Principe Alexander Nevsky.

Al tempo presente, si può osservare un ritorno in Occidente all’icona, che era stata dimenticata nel corso di molti secoli. Perché non presumere che ci possa essere anche un ritorno all’icona del tempo, il calendario giuliano ecclesiastico? (76)

Come sarà il tempo del futuro “ottavo giorno”? Sappiamo solo che sarà santificato, e che non sarà simile a ciò che ora è calcolato secondo il sole e la luna. Non si dovrebbe probabilmente contrapporre in modo così categorico il tempo all’eternità. Infatti, forse il tempo santificato è già eternità. (77)

La Chiesa di Cristo unisce il temporale e l’eterno. Ciò si realizza, prima di tutto, nel mistero dell’Eucaristia. Mentre rimane nel tempo, la Chiesa, attraverso la presenza reale di Cristo, trasfigura il tempo, così come trasfigura anche il mondo. Il tempo della preghiera è un’entrata nell’eternità, nel regno di Dio, dove “Cristo è tutto e in tutti.” Coloro che vivono in preghiera sanno per esperienza che durante i servizi divini o le preghiere private, alla lettura del Vangelo o del Salterio, i confini del tempo vengono come cancellati. Questo capita assieme alla sensazione di unità con Dio, quando il Signore mite e umile di cuore in qualche modo speciale ci visita. Allora il cuore risponde a questo grido divino di amore e, trovandosi al di fuori del tempo, si dimentica di tutto. Troviamo questa esperienza mistica della Chiesa nelle opere dei Santi Padri; essa viene espressa in modo particolarmente vivido San Simeone il Nuovo Teologo nei suoi sermoni e inni.

Quanto ai disaccordi e alle opinioni contraddittorie riguardo al calendario giuliano, ci sembra che un argomento in suo vantaggio sia la discesa annuale del fuoco pieno di Grazia sulla Tomba del Signore: un miracolo che avviene alla riunione di molte migliaia di pellegrini il Sabato Santo secondo il calendario giuliano. In questo evento, ci si mostra la santificazione mistica di questa bimillenaria icona del tempo.

Mi prenderò la libertà di finire questo testo con le parole di un monaco ortodosso: “Il tempo è un grande mistero, e uno può toccare un mistero solo per mezzo di simboli. Il calendario giuliano è un’icona del tempo. Se vogliamo naturalizzare il concetto del tempo, come l’icona è stata naturalizzata, trasformandola in un ritratto, allora perché dobbiamo orientarci allo stile gregoriano? Ci sono calendari ancor più accurati. Ci sono il calendario degli Incas, quello di Omar Khayyam, che possiedono brillanti metodi matematici, e forse domani apparirà qualche tipo di nuovo calendario ancor più corretto astronomicamente; Ma non dobbiamo volgerci a mani tese verso gli osservatori. Noi, la Chiesa, abbiamo quei misteri che riguardano il tempo, che sono scritti nella Bibbia e nelle opere patristiche. Siamo i portatori di questi misteri e dobbiamo rivelarli al mondo.”

 

Ludmila Perepiolkina

Natività di Cristo, 1988, New York

 

Tradotto da Daniel Olson da “Pravoslavnyi Put” (in russo), 1988

 

NOTE

1 Cfr Miti dei popoli del mondo (in russo), Mosca, 1980; Kun, N.A., Leggende e miti della Grecia antica (in russo), Mosca, 1955; Mircea Eliade, Le mythe de l’eternel retour, Parigi, Gallimard, 1969; Paul Ricoeur, La metaphore vive, Parigi, Seuil, 1975; Carl Gustav Jung, Man and his Symbols, Aldus Books Limited, London, 1964.

2 V.S. Soloviev, Opere complete (in russo), San Pietroburgo, 1897-1900, X, 231.

3 Il termine russo “vremya” (tempo) apparentemente proviene dal sanscrito “vartma”, e significa “traccia” o “strada.” V. Fasmer, Dizionario etimologico della lingua russa (in russo), Mosca, 1986, I, 361.

4 Beato Agostino, Opere (in russo), Kiev, 1914, I, 213-334.

5 Cfr V. Trostnikov, Pensieri prima dell’alba (in russo), Parigi, 1980, 247.

6 Beato Agostino, op.cit.

7 A.N. Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo”, in Contesto dell’Accademia delle Scienze dell’URSS (in russo), Mosca, 1978, 62.

8 Cfr A.N. Zelinsky, “Tempo santificato” (in russo), in Herald of the Russian Western European Patriarchal Exarchate (in russo), 113, Parigi, 1983, 210.

9 Ibidem, 215.

10 Cfr. Innokenty, Arcivescovo di Pechino, “Una lettera aperta a tutti i fedeli figli della Chiesa di Cristo, che mantengono il Calendario Ortodosso e le Tradizioni della Santa Chiesa Cattolica” (in russo), nel libro L’insegnamento della Chiesa Ortodossa sulla Sacra Tradizione e la sua relazione con il nuovo stile (in russo), compilato dagli Zeloti athoniti della pietà ortodossa, Saint Job of Pochaev Press, Holy Trinity Monastery, Jordanville, NY 13361, 1959, 48.

11 V. Eusebio, Vita di Costantino, 3, 18-19; Socrate, Storia ecclesiastica, 1, 9; Teodoreto, Storia ecclesiastica, 1, 10; Atti dei Concili Ecumenici (in russo), II ed., Kazan, 1887, I, 76, documento 16; Sant’Atanasio, Sui Concili, 5; Ai Vescovi dell’Africa, 2.

12 Atti dei Concili Ecumenici, edizione in traduzione russa dell’Accademia Teologica di Kazan, II ed., Kazan, 1887, I, 76, documento 16.

13 La definizione nicena o horos sulla Pasqua non fu posta tra i canoni in quanto la discussione non verteva sul mezzo per dirimere qualche violazione che avrebbe sempre potuto apparire, ma su di una definizione, per mezzo della quale una importante questione ecclesiastica viene decisa una volta per tutte. Una simile definizione è anche il decreto del Concilio di Nicea che le persone che hanno contratto matrimonio possano anche ricevere il rango presbiterale. Neppure questa definizione figura tra i canoni del Concilio niceno. Nel rapporto della Chiesa Ortodossa Greca, pubblicato nel 1971 in connessione con le preparazioni per un “Concilio pan-ortodosso,” si dice che “entrambe queste definizioni (sulla Pasqua e sul clero sposato) sono una conferma dell’antica tradizione apostolica e un rifiuto di subordinare la Chiesa a quella premeditazione intenzionale alla quale la Chiesa romana aderì in seguito introducendo il celibato obbligatorio del clero e i nuovi cicli pasquali gregoriani.” La decisione di Nicea sulla Pasqua è confermata dal primo canone del Concilio locale di Antiochia, che ebbe luogo in seguito, soltanto sedici anni dopo il Concilio niceno. Detto primo canone del Concilio di Antiochia chiama questa decisione una definizione (horos) e assoggetta a scomunica immediata (“d’ora in poi”) chiunque celebra la Pasqua di Cristo allo stesso tempo (nello stesso giorno) della festività ebraica. Tale severa sentenza, che stipula la scomunica dalla Chiesa senza un’indagine preliminare sull’atto commesso da parte delle autorità ecclesiastiche locali, si incontra con una rarità eccezionale nei canoni. Ciò testimonia la categoricità della definizione (horos) nicena riguardo ai tempi della celebrazione della Santa Pasqua, vale a dire, mai “assieme agli ebrei.”

La stessa espressione “non celebrare la Pasqua assieme agli ebrei,” contrariamente alle affermazioni infondate di certi teologi modernisti contemporanei, non significa il modo di celebrare, ma ha un significato puramente temporale. Inoltre è ben noto che tra i cristiani la pratica di celebrare la Pasqua era già pienamente formata nel IV secolo. (Cfr Archimandrita Nikon Patrinakos in Synodica V, Edit. du Centre orthodoxe, Chambesy-Geneve, 1981, 43).

14 Eusebio, Vita di Costantino, 3, 18-19.

15 Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo” (in russo), 70.

16 Prof. E.A. Predtechensky, Cronologia ecclesiastica e una rassegna critica delle esistenti regole per determinare la Pasqua (in russo), San Pietroburgo, 1892, 3-4.

17 Cfr Protopresbitero Prof. Liverij Voronov, “Il problema del calendario. Il suo studio alla luce della decisione del I Concilio Ecumenico sui cicli pasquali e la ricerca di un sentiero per la cooperazione in questa materia,” in Opere teologiche (in russo), VII, Mosca, 1971, 178; Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo,” 69.

18 Zelinsky, op. cit., 70-71.

19 Voronov, op. cit., 83.

20 Zelinsky, op. cit., 83.

21 Prof. V.V. Bolotov, “Rapporto,” (in russo) in Minute delle sessioni della commissione sulla questione della riforma del calendario sotto gli auspici della Società Astronomica Russa, 31 maggio 1899, Appendice 5, 40.

22 V. la nota 2 di Padre D.A. Lebedev a p. 444 del volume del Prof. Bolotov Lezioni sulla storia dell’antica Russia (in russo), San Pietroburgo, 1910.

23 A.I. Georgievsky, Sul calendario ecclesiastico (in russo), edizione del Patriarcato di Mosca, Mosca, 1948, 11.

24 Voronov, op. cit., 182-184.

25 Ibidem, 182; cfr. Rev. Prof. Ene Braniste, “Le theme de la celebration commune de Paques”, in Synodica, cit., 23-24.

26 Georgievsky, op. cit., 6.

27 [Nota del traduttore] Nella Bibbia russa, come nella Authorized Version inglese e nella versione CEI italiana, questo passo risulta come “il mese di Abib”. Tuttavia, una nota nella Bibbia russa fornisce la versione alternativa de “il mese delle spighe”, traducendo così “abib”, che si riferisce alle spighe di grano, piuttosto che mantenerlo come nome proprio del mese. E’ questa versione alternativa che l’autore ha usato nel presente articolo.

28 Bolotov, op.cit., 45.

29 Ibidem, 46.

30 Ibidem, 46.

31 Ibidem, 44.

32 V. Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo,” (in russo), 74.

33 Ene Braniste, op.cit., 25.

34 San Giovanni Crisostomo, Opere (in russo)? I 2, San Pietroburgo, 1898, 667-679.

35 Cfr. Padre Simeon Sokolov, I cicli pasquali ortodossi (in russo), Mosca 1900, 5; Ludmila Perepiolkina, “Rapporto”, in Primo Simposio Nazionale di archeo-astronomia con partecipazione internazionale (in russo), 22-24 novembre 1988, Tolbukhin, Bulgaria (in corso di stampa).

36 Cit. in N. Idelson, Storia del Calendario (in russo), Leningrado, 1925, 79.

37 Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo” (in russo), 86.

38 Ibidem, 85.

39 Zelinsky, Tempo santificato (in russo), 236.

40 Ibidem, 236.

41 Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo” (in russo), 106.

42 Ibidem, 107.

43 Ibidem, 90.

44 Zelinsky, Tempo santificato (in russo), 228.

45 Bolotov, op.cit., 1.

46 Voronov, op.cit., 192.

47 Bolotov, op.cit., 47.

48 Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo” (in russo), 88.

49 Notizie ecclesiastiche (in russo) pubblicato dal Sinodo dei vescovi della Chiesa russa ortodossa all’estero, XV-XVI, 1924, 18.

50 Cit. in A.Zelinsky, “Principi costitutivi dell’antico calendario russo” (in russo), 92.

51 Arcivescovo (in seguito Metropolita) Vitaly (Ustinov), prefazione all’edizione canadese del libro di A. Zelinsky, Principi costitutivi dell’antico calendario russo (in russo), Montreal, 1984, 6-7.

52 Ludmila Perepiolkina, “La categoria del tempo nella Tradizione della Chiesa ortodossa” (in russo), Materiali della III conferenza scientifica internazionale, dedicata al Millennio del Battesimo della Russia, Leningrado, 31 gennaio - 5 febbraio 1988 (in corso di stampa).

53 Prof. S; Troitsky, “Insieme ci adopereremo nel pericolo” (in russo), Giornale del Patriarcato di Mosca, II, 1950, 37; 46-47.

54 Ibidem, 46-47.

55 Notizie ecclesiastiche (in russo) XIX-XX 1923.

56 Notizie ecclesiastiche (in russo) XI-XII 1924.

57 Notizie ecclesiastiche (in russo) XIX-XX 1923.

58 Voronov, op.cit., 176.

59 Cfr. Arcivescovo Averky, “I neo-calendaristi senza il digiuno di Pietro” (in russo), nel suo libro La contemporaneità alla luce della Parola di Dio (in russo), I, St. Job of Pochaev Press, Holy Trinity Monastery, Jordanville, NY, 1975, 81.

60 “L’insegnamento della Chiesa ortodossa sulla Tradizione Sacra e la sua attitudine verso il nuovo stile,” cit., 38.

61 Innokenty, Arcivescovo di Pechino, op.cit., 52.

62 “Insegnamento della Chiesa ortodossa,” 45.

63 V. Notizie ecclesiastiche (in russo) per gli anni indicati.

64 Sigillion del Concilio locale di Costantinopoli nell’anno 1583, cit. in Notizie ecclesiastiche (in russo) XV-XVI 1924, 18.

65 Secondo l’opinione del Metropolita Vitaly (Ustinov), gerarca in capo della Chiesa ortodossa russa all’estero, il “sacerdozio” femminile rappresenta una completa rottura con la Tradizione Sacra.

66 “Insegnamento della Chiesa ortodossa,” 45.

67 Ibidem, 44-45.

68 Arcivescovo Innokenty, op.cit., 50.

69 Zelinsky, Tempo santificato (in russo), 236.

70 Ibidem, 243.

71 Arcivescovo Innokenty, op.cit., 50.

72 Prof. V.V. Bolotov, Minute dell’ottava sessione della commissione sulla questione della riforma del calendario (in russo), 21 febbraio 1900.

73 V. Soloviev, “Tre dialoghi” (in russo), in Opere Complete, X, San Pietroburgo, 1897-1900, 159.

74 Cfr Ludmila Perepiolkina, “La Justification du bien en art,” in L’Analyste, Montreal, inverno 1984-1985, 56.

75 Cfr. Ludmila Perepiolkina, Clarte pour un temps d’Apocalypse,” in France Catholique, Parigi, 1987, N.2120.

76 Riguardo al ritorno all’icona in Occidente, Leonid Uspensky dice: “E’ degno di nota che precisamente il nostro moderno e terribile mondo abbia scoperto da sé l’icona”, L. Uspensky, Sulle strade dell’unità (in russo), Parigi, 1987, 35.

77 L. Perepiolkina, “L’influenza della divisione delle chiese sul cambio della cronologia nell’ecumene occidentale,” (in russo), materiale della conferenza internazionale dedicata al Millennio della Chiesa ortodossa russa, Joensuu e Heinävesi (Nuova Valaam), 22-24 Settembre 1988, Finlandia (in corso di stampa)  

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  Le regole del digiuno nella Chiesa Ortodossa
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L'insegnamento tradizionale della Chiesa sul digiuno oggi non è ampiamente conosciuto o seguito. Per quei cristiani ortodossi che cercano di tenere un digiuno più disciplinato, le informazioni che seguono possono essere utili.

Anche se le regole possono sembrare molto strette a chi non le ha viste prima, sono state sviluppate tenendo in mente tutti i fedeli, non solo i monaci. (I monaci non mangiano carne, perciò le regole sul consumo della carne non sono state scritte per loro. In maniera simile, le regole sull’astinenza dai rapporti coniugali si applicano solo alle coppie sposate.) Anche se pochi laici sono in grado di mantenere appieno le regole, sembra meglio presentarle senza un giudizio su quale livello sia "appropriato" per i laici, dato che questo è un punto che è meglio che ogni cristiano sviluppi personalmente, sotto la guida del proprio padre spirituale.

Vi sono molte eccezioni alle regole che qui sono date in linee generali: per esempio, quando una festività importante o la festa patronale cadono in un periodo di digiuno. Consultate il vostro prete e un calendario per avere altri dettagli.

 

Periodi liberi dal digiuno

Per il cristiano, non ci sono cibi impuri. Quando non è prescritto un digiuno, non ci sono cibi proibiti.

 

Digiuni durante la settimana

Se non si è in un periodo libero dal digiuno, i cristiani ortodossi sono chiamati a tenere un digiuno stretto ogni mercoledì e venerdì. Si evitano i seguenti cibi:

Carne (incluso il pollame), e ogni prodotto a base di carne, come il lardo e I brodi di carne.

Pesce (si intende pesci con lisca; crostacei e molluschi sono permessi).

Uova e latticini (latte, burro, formaggio, etc.)

Olio d’oliva. Un’interpretazione letterale della regola vieta solo l’olio d’oliva. Soprattutto in quei paesi dove l’olio d’oliva non è una parte principale della dieta, la regola è talvolta estesa a includere tutti i tipi di olio vegetale, e talora anche i sottoprodotti dell’olio come la margarina.

Vino e altre bevande alcoliche. In molte tradizioni la birra è permessa nei giorni di digiuno.

 

Quanto?

Purtroppo, è facile tenere la lettera delle regole di digiuno e continuare a soddisfare la golosità. Quando si digiuna, si dovrebbe mangiare in modo semplice e modesto. I monaci mangiano un solo pasto completo in un giorno di digiuno. I laici non sono incoraggiati a limitare i pasti nello stesso modo: consultate il vostro prete.

 

Eccezioni

La Chiesa ha sempre esentato dal digiuno stretto i bambini piccoli, i malati, gli anziani, le donne in gravidanza e durante l’allattamento. Mentre le persone che ricadono in questi gruppi non dovrebbero limitare seriamente il loro cibo, non c’è alcun male nell’astenersi da alcuni tipi di cibo per due giorni alla settimana, mangiando semplicemente a sufficienza di tutto quanto è permesso. Le eccezioni al digiuno basate su necessità mediche (come nel caso del diabete) sono sempre permesse.

 

Digiuno eucaristico

Perché il Corpo e il Sangue del Signore siano il nostro primo cibo e bevanda nel giorno della comunione, ci asteniamo da ogni cibo e bevanda dal momento in cui andiamo a dormire alla sera precedente (o dalla mezzanotte, se questa viene prima). Le coppie sposate dovrebbero astenersi dalle relazioni coniugali nella notte prima della comunione.

Quando la comunione è alla sera, come nelle Liturgie dei Presantificati durante la Quaresima, questo digiuno dovrebbe se possibile essere esteso per tutto il giorno fino al momento della comunione. Per quelli che non possono mantenere questa disciplina, talvolta si prescrive un digiuno totale a partire da mezzogiorno.

 

La Grande Quaresima

La Grande Quaresima è la più lunga e stretta stagione di digiuno dell’anno.

Nella settimana prima della Grande Quaresima ("Settimana dei Latticini"), la carne e i suoi derivati sono proibiti, ma le uova e I latticini sono permessi anche al mercoledì e al venerdì.

Prima settimana di Quaresima: si fanno solo due pasti completi nei primi cinque giorni, al mercoledì e al venerdì dopo la Liturgia dei Presantificati. Non si mangia nulla dal lunedì mattino al mercoledì sera, il più lungo periodo senza cibo nell’anno ecclesiastico (pochi laici seguono questa regola nella sua pienezza). Per i pasti del mercoledì e del venerdì, come per tutti i giorni infrasettimanali di Quaresima, si evitano carne e derivati, uova, latticini pesce, vino e olio. Al sabato della prima settimana, inizia la consueta regola per i sabati e le domeniche di Quaresima (vedi sotto).

Giorni infrasettimanali dalla seconda alla sesta settimana di Quaresima: la regola stretta di digiuno si segue ogni giorno (si evitano carne e derivati, uova, latticini pesce, vino e olio).

Sabati e domeniche dalla seconda alla sesta settimana di Quaresima: sono permessi vino e olio; altrimenti, si tiene la regola del digiuno stretto.

Settimana Santa: Il pasto della sera del Giovedì Santo è idealmente l’ultimo pasto prima della Pasqua. In questo pasto sono permessi vino e olio; il digiuno del Santo e Grande Venerdì è il più stretto dell’anno: anche a quelli che non hanno tenuto uno stretto digiuno quaresimale è chiesto di non mangiare nulla in questo giorno. Dopo la Liturgia di San Basilio al Sabato Santo, si può prendere un po’ di vino e frutta per sostenersi. Il digiuno si conclude al sabato notte dopo il Mattutino della Risurrezione, o al più tardi dopo la Divina Liturgia di Pasqua.

Vino e olio sono permessi in diversi giorni di festa, se questi cadono in un giorno infrasettimanale di Quaresima. Consultate il vostro calendario parrocchiale. All’Annunciazione e alla Domenica delle Palme, è permesso pure il pesce.

 

Digiuno degli Apostoli

La regola per questo digiuno di lunghezza variabile è meno rigida di quella della Grande Quaresima.

Lunedì, mercoledì, venerdì: digiuno stretto.

Martedì, giovedì: permesso di olio e vino.

Sabato, domenica: permesso di olio, vino e pesce.

Questa è la regola seguita da molti monasteri durante I periodi liberi da digiuno.

 

Digiuno della Dormizione

Il digiuno durante il periodo di due settimane che precede la Dormizione è come quello della maggior parte della Grande Quaresima:

Da lunedì a venerdì: digiuno stretto.

Sabato e domenica: permesso di olio e vino.

 

Digiuno della Natività

Durante la prima parte del digiuno, la regola è identica a quella del Digiuno degli Apostoli. Durante l’ultima parte, non si mangia più il pesce il sabato e la domenica. In differenti tradizioni, questa intensificazione del digiuno avviene o nell’ultima settimana o nelle ultime due settimane.

 

Altri digiuni

La vigilia della Teofania, l’Esaltazione della Croce e la Decapitazione di Giovanni Battista sono giorni di digiuno, con permesso di vino e di olio.

 

Periodi liberi da digiuno

Come complemento delle quattro stagioni di digiuno della Chiesa vi sono quattro settimane libere da digiuno:

Dalla Natività alla vigilia della Teofania.

La settimana dopo la domenica del Pubblicano e del Fariseo.

Settimana Luminosa — la settimana dopo la Pasqua.

Settimana della Trinità — la settimana dopo Pentecoste, che termina con la Domenica di tutti i Santi.

 

Il digiuno coniugale

Alle coppie sposate è richiesto di astenersi dalle relazioni sessuali per tutte le quattro stagioni di digiuno della Chiesa, così come nei digiuni settimanali del mercoledì e del venerdì. Questo aspetto delle regole del digiuno è forse ancor più ampiamente ignorato, e per molti è più difficile di quelli relativi al cibo. In considerazione di questo, alcune fonti suggeriscono una regola più modesta e minimale: le coppie dovrebbero astenersi dalle relazioni sessuali la notte prima di ricevere la Santa Comunione e per tutta la Settimana Santa.

 

Questioni di salute

Durante le stagioni di digiuno, evitare i cibi proibiti non crea rischi per la salute fintanto che si consumano dosi adeguate degli altri cibi.

L’apporto di calcio e un adeguato regime calorico possono essere una preoccupazione per alcune persone. Gli integratori di calcio sono un modo per garantire un apporto significativo di calcio in assenza di prodotti caseari. Noci e frutta secca sono una buona fonte di calorie per chi ha bisogno di mantenere il peso in un periodo di digiuno.

Se il digiuno è per voi una novità, potete trovare stressante l’inizio di sintomi di fame. Questi sintomi non sono dannosi: sono semplicemente una parte del digiuno.

I primi giorni di un lungo periodo di digiuno sono spesso i più difficili. Non fatevi scoraggiare da mal di testa, fatica, e così via, all’inizio di una stagione di digiuno: spariranno presto, o si ridurranno di intensità. Se avete paura del torpore dell’inattività, fate esercizio fisico moderato. Una breve camminata può portare una sorprendente differenza alla vostra energia.

Nei negozi di alimentari, leggete con attenzione le etichette. Spesso si usano burro, derivati del latte, estratti di carne e lardo come additivi.

Se non sapete cosa cucinare durante il digiuno, consultate uno dei numerosi ricettari vegetariani oggi disponibili. Sono in vendita diversi buoni "ricettari quaresimali".

 

Le regole qui descritte sono naturalmente solo una parte, la più esterna, di un vero digiuno, che includerà preghiere più intense e altre discipline spirituali, e può includere l’impegno di mettere da parte altri aspetti di vita quotidiana (come la caffeina o la televisione), o di intraprendere pratiche come le visite ai malati.

Ovviamente, molti ortodossi non seguono la regola tradizionale. Se la adottate, state attenti a non inorgoglirvi, e non fate attenzione al digiuno degli altri, ma solo al vostro. Come disse un monaco, dobbiamo “tenere gli occhi fissi sul nostro piatto”.

Non sostituite la nozione di "decidere cosa abbandonare per la Quaresima" alla regola che la Chiesa ci ha dato. Prima, mantenete la regola di digiuno della Chiesa per quanto ne siete capaci, poi deciderete riguardo a discipline aggiuntive, consultandovi con il vostro prete.

Ci è sempre consigliato di digiunare secondo le nostre forze, e potete scoprire dall’esperienza che avete bisogno di modificare la regola del digiuno per adattarla alle vostre forze e alla vostra situazione. Ma non considerate dal principio che la regola è troppo difficile per voi. Il Signore è la nostra forza, e ci può sostenere in modi meravigliosi e imprevedibili.

Chi cerca di mantenere il digiuno tradizionale della Chiesa troverà che, anche se le tentazioni di orgoglio e legalismo sono reali, i benefici spirituali sono grandi. Un ritorno a un digiuno più diligente può avere una grande parte nel rinnovamento spirituale delle nostre chiese ortodosse.

 

Detti sul digiuno

San Simeone il Nuovo Teologo: 'Che ciascuno di noi tenga a mente I benefici del digiuno... Questo guaritore delle nostre anime riesce in un caso a quietare le febbri e gli impulsi della carne, in un altro a mitigare il cattivo temperamento, in un altro ancora a scacciare il sonno, in un altro a risvegliare lo zelo, e in un altro ancora a ridare purezza di mente e a liberare dai cattivi pensieri. In uno controllerà la lingua sciolta, lo custodirà con timor di Dio e lo preverrà dal pronunciare parole vane e corrotte. In un altro custodirà invisibilmente i suoi occhi e li fisserà verso l’alto, invece di permettere loro di vagare qua e là, e così lo farà guardare a se stesso, insegnandogli a essere attento alle proprie colpe e mancanze. Il digiuno disperde e scaccia gradualmente l’oscurità spirituale e il velo del peccato che è steso sull’anima, così come il sole scaccia la nebbia. Il digiuno ci mette in grado di vedere l’aria spirituale in cui Cristo, il sole che non conosce tramonto, non sorge, ma risplende senza fine. Il digiuno, aiutato dalla veglia, penetra e addolcisce la durezza del cuore. Dove un tempo c’erano i vapori dell’ubriachezza, fa sgorgare fontane di compunzione. Vi supplico, fratelli, che ognuno di noi si sforzi perché questo si realizzi in noi! Quando si realizzerà passeremo prontamente, con l’aiuto di Dio, attraverso tutto il mare delle passioni e le onde delle tentazioni inflitte dal crudele tiranno, e arriveremo così a mettere ancora nel porto dell’impassibilità’.

'Fratelli miei, non è possibile che queste cose si compiano in un giorno o in una settimana! Prenderanno molto tempo, fatica e dolore, secondo l’attitudine e la buona volontà di ciascuno, secondo la misura della fede e il proprio disprezzo per gli oggetti della vista e del pensiero. Inoltre, è anche secondo il fervore della propria incessante penitenza e il suo lavoro incessante nella camera segreta del proprio cuore che ciascuno realizzerà questo compito più velocemente o più lentamente per il dono e la grazia di Dio. Ma senza il digiuno nessuno è mai stato capace di raggiungere qualsiasi virtù, perché il digiuno è l’inizio e il fondamento di ogni attività spirituale.

— Simeone il Nuovo Teologo: I Discorsi.

La Madre Gavrilia di beata memoria passò molto tempo viaggiando al servizio di Cristo in luoghi che la separavano dalla vita liturgica quotidiana della Chiesa. Specialmente durante questi tempi, il consiglio del suo padre spirituale, l’Archimandrita Lazarus Moore, la mise su un buon cammino:

'Il digiuno è una delle nostre armi più grandi contro il maligno. Ripeterò ciò che Padre Lazarus mi disse una volta. Nel 1962, andai negli Stati Uniti. Vi rimasi per lungo tempo, viaggiando in molti stati. Le lettere di Padre Lazarus erano di grande aiuto... Era solito dire: "Vai dovunque vuoi, fai quello che vuoi, fintanto che osservi il digiuno "... Poiché non una singola freccia del maligno può raggiungerti mentre digiuni. Mai.'

Asceta dell’amore (la biografia di Madre Gavrilia).

San Serafino di Sarov sul digiuno: 'Un giorno venne da lui una madre preoccupata di come combinare il miglior matrimonio possibile per la sua giovane figlia. Quando andò da San Serafino a chiedere consiglio, egli le disse: "Prima di tutto, assicurati che colui che tua figlia sceglierà come compagno di vita tenga i digiuni. Se non lo fa, non è un cristiano, qualsiasi cosa ritenga di essere."'

— Da un sermone del Metropolita Filaret, citato ne La scala dell’ascesi divina.

Abba Daniel di Scete: 'Nella proporzione in cui il corpo si ingrassa, l’anima si assottiglia.'

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  La preparazione alla Santa Comunione

Seminario pastorale tenuto presso il monastero di San Daniele a Mosca il 27 dicembre 2006

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Una tavola rotonda intitolata «Preparazione alla santa comunione: pratiche storiche e approcci attuali per risolvere il problema» si è tenuta il 27 dicembre 2006 al monastero di San Daniele a Mosca. Alcuni noti preti moscoviti hanno preso parte alla discussione: gli arcipreti Vladislav Sveshnikov, Vladimir Vorobiev, Dimitri Smirnov, Vsevolod Chaplin, Nikolaj Balashov, Aleksij Uminskij. I preti dei villaggi erano rappresentati dall’arciprete Valerian Krechetov. I lavori si sono svolti sotto la presidenza del vescovo Mark (Golovkov) di Yegoriev. La discussione è stata diretta dall’igumeno Petr (Meshcherinov), direttore della scuola di servizio giovanile del Centro patriarcale di sviluppo spirituale dei bambini e dei giovani, e prete di una delle parrocchie della periferia di Mosca.

 

da sinistra: L’archimandrita Aleksij (Polikarpov), il vescovo Mark (Golovkov), l’igumeno Petr (Meshcherinov).

Prima dell’inizio della conferenza il superiore del monastero di San Daniele, l’archimandrita Aleksij (Polikarpov) ha letto un messaggio ai partecipanti del Patriarca Alessio II, il cui contenuto testimonia l’alta importanza che il primate della Chiesa Ortodossa della Rus’ accorda ai problemi del rinnovamento liturgico e alla formazione di un «approccio sano alle condizioni di preparazione alla comunione». «I preti di parrocchia, i servitori dei luoghi di culto e i padri spirituali hanno un’enorme responsabilità. Da un lato si tratta di non offendere la santità dei sacramenti, dall’altro di non allontanare le persone dalla comunione ecclesiale, dalla vita eucaristica, dalla compartecipazione alla natura divina, dalla stessa salvezza, per mezzo di un rigorismo eccessivo e ingiustificato», dice il messaggio.

I partecipanti sono stati unanimi a osservare che il tema era di un’attualità scottante, che è «di importanza vitale per ogni fedele», che il tempo della discussione «è da lungo maturo», come ha detto il vescovo Mark. Si è proposto di discutere la frequenza alla comunione, del suo legame con la pratica ecclesiale di ciascuno, del digiuno eucaristico e della confessione nei casi di comunione frequente, della regola di preghiera per la preparazione alla comunione e di altre questioni attuali.

All’inizio, l’igumeno Petr (Meshcherinov) ha tentato di dare un carattere concreto alla discussione richiamando esempi di «ciò che ogni pastore si trova di fronte». Secondo lui, nel corso di 10-15 anni di rinnovamento della Chiesa Ortodossa in Russia si è costituita tutta una generazione di parrocchiani che hanno l’abitudine di prendere parte con regolarità e consapevolezza ai sacramenti, ma per i quali le «norme comuni» della preparazione alla comunione ammesse nella nostra Chiesa: un digiuno di tre giorni, una regola di preghiera voluminosa, la confessione individuale obbligatoria, «costituiscono un ostacolo alla comunione frequente». Numerosi padri spirituali potrebbero rilassare i requisiti, ma esitano a farlo per timore di infrangere la tradizione. Secondo l’igumeno Petr, si percepisce molto bene il fenomeno che i fedeli, «una volta passato lo slancio d’entusiasmo del neofita», «si stancano di regole e norme», cosa che li conduce alla tiepidezza, all’indifferenza, e a volte perfino all’allontanamento dalla Chiesa. L’osservazione stretta della regola in vigore costituisce un enorme problema per gli studenti, i viaggiatori, i pellegrini. Non è un segreto che «senza nemmeno parlare delle chiese di provincia, in metà delle chiese di Mosca non si da la comunione ai fedeli nel periodo dopo Natale e nella settimana dopo la Pasqua...»

Se si vede nell’eucaristia «il più grande dono», è inammissibile che la preparazione alla comunione arrivi a sembrare «l’acquisto d’un biglietto», «che si deve meritare con lo sforzo, per cui si deve lavorare». Alcuni preti mettono l’accento sulle regole e le interdizioni piuttosto che sulla morale evangelica. La situazione è ancora complicata dalla manifestazione «d’una forma di clericalismo»: i pastori non digiunano essi stessi prima della comunione, ma esigono che i laici lo facciano, cosa che introduce «un doppio standard nel seno dell’unico Corpo di Cristo».

Il vescovo Mark è d’accordo nel dire che una tale esigenza «favorisce l’ipocrisia» e distrugge «le relazioni tra i pastori e il loro gregge». La tradizione del digiuno di tre giorni e della confessione obbligatoria è un’eredità del periodo sinodale, durante il quale ci si comunicava raramente, una o due volte l’anno. Oggi noi condanniamo quelli che desiderano comunicarsi «a un digiuno perpetuo, un fardello che non tutti possono portare», che «non mancherè di esercitare un’influenza negativa sulla vita spirituale nella Chiesa». «La confessione è una pratica molto importante», ha aggiunto, ricordando che l’Oriente non conosceva la pratica della confessione costante, prima di ogni comunione, e che non tutti i preti sono autorizzati a ricevere confessioni e a pronunciare l’assoluzione. Tuttavia, la Russia ha visto svilupparsi un’altra tradizione, e questa da un lato è molto importante oggi, quando vi sono molte persone che sono «poco istruite in ciò che concerne la Chiesa», ma dall’altro lato trova nella nostra Chiesa «approcci differenti, spesso assai stravaganti». Ecco perché conviene «esaminare e precisare in modo conciliare» la pratica ammessa, evitando al tempo stesso «i movimenti troppo bruschi». 

Una nota informativa sulle principali tappe storiche che ha conosciuto la preparazione alla comunione è stata presentata da Alexandr Bozhenov, collaboratore del Centro patriarcale di sviluppo spirituale dei bambini e dei giovani. Come si sa, la Chiesa antica conosceva la pratica della comunione settimanale, che aveva per esigenza principale la vita secondo il Vangelo e la riconciliazione con il prossimo. Il «digiuno eucaristico» era ridotto a ricevere la comunione in  stato di digiuno, cosa che non era neppure obbligatoria durante i tempi apostolici. Nei primi secoli del cristianesimo non si conosceva la confession individuale, con l’eccezione dei casi di peccato mortale, che davano luogo a una penitenza pubblica seguita frequentemente da una interdizione di comunicarsi per un certo lasso di tempo. Si stimava che accostandosi al calice, «ciascuno dovesse esaminare la propria coscienza». Alla questione della purezza corporea (sioprattutto nei casi che riguardavano le donne durante il loro ciclo o nel periodo post-natale) diverse risposte sono state date da diversi ierarchi. A partire dal periodo costantiniano la situazione cambia: i Padri della Chiesa si lamentano della pratica della comunione poco frequente (annuale), l’abitudine monastica della confessione dei pensieri è portata tra i laici. 

In Russia, la confessione segreta rimpiazza la confessione pubblica nel corso dei secoli X-XII. Nel XII secolo s’impone l’abitudine di confessarsi obbligatoriamente durante la grande Quaresima, e di seguire le indicazioni di un padre spirituale. A partire dal XIV secolo ci si confessa quattro volte l’anno, nel corso delle principali quaresime: la grande Quaresima, la quaresima del Natale, dei santi Pietro e Paolo, della Dormizione. Nel XVI secolo s’impone la regola delle preghiere preparatorie alla comunione, molto vicina a quella che è tuttora in vigore oggi, così come l’usanza di prepararsi durante un’intera settimana al sacramento (govenie).

Per quanto concerne il periodo sinodale, l’intervento ha sottolineato il ruolo particolare di san Giovanni di Kronstadt, le cui confessioni collettive erano conosciute in tutta la Russia, e che accordava più importanza «al cambiamento del interiore, alla preparazione del cuore, ppiuttosto che all’applicazione meccanica d’una regola di preghiera». A. Bozhenov ha stimato che questa pratica abbia portato i suoi frutti durante il periodo di persecuzioni contro la Chiesa nel XX secolo.

i sacerdoti Vsevolod Chaplin, Nikolaj Balashov, Aleksandr Marchenkov 

I partecipanti hanno quindi ascoltato con un’attenzione tutta particolare la nota d’informazione preparata dall’arciprete Nikolaj Balashov concernente le pratiche ammesse in certe Chiese locali. Queste tradizioni non sono solamente differenti a seconda delle Chiese, ma possono essere diverse in seno a una stessa Chiesa. Così nella Chiesa greca, la frequenza della comunione è «variabile». Quelli che si comunicano raramente, possono osservare periodi variabili di digiuno, secondo il loro stato di salute, mentre a quelli che si comunicano frequentemente non è raccomandato altro che di osservare i periodi di digiuno abituali. La confessione non è associata alla liturgia eucaristica e non costituisce un preliminare alla comunione. Un giorno della settimana è generalmente fissato per le confessioni. I sacramenti della comunione e della penitenza sono separati, talvolta fino al punto che i pellegrini che vanno a un monastero possono prima comuncarsi e in seguito «andarsene in cella aspettando la confessione». La regola è che i laici sono ammessi alla comunione salvo in caso di peccato grave. La regola di preghiera per i laici comprende il canone penitenziale e le preghiere preparatorie alla comunione. La lettura degli altri canoni si esige solo dai monaci. Non è raccomandato alle donne di comuncarsi nei giorni del loro ciclo, ma questa è la sola restrizione alla loro partecipazione all’officio: esse possono, anche durante i giorni del ciclo, venerare le icone, ricevere il pane benedetto (antidoro) o l’acqua santificata...

Il patriarca serbo Pavle esprime le stesse opinioni riguardo alle donne. Per il resto, non c’è uniformità nella Chiesa serba tutto dipende dal paese in cui si è formato il prete della parrocchia. I diplomati nelle scuole greche adottano le tradizioni della Chiesa di Grecia, mentre i preti che si sono formati nelle scuole russe considerano la confessione un preliminare alla comunione e molti di loro sconsigliano la comunione al di fuori dei periodi di quaresima.

In Bulgaria i laici avevano fino a un periodo recente l’uso di comunicarsi raramente, generalmente durante i periodi di digiuno prolungato. I partecipanti sono stati sorpresi dalla «tabella abituale» che ha loro descritto padre Nikolaj Balashov. Il prete pronuncia le parole «Con timor di Dio e con fede avvicinatevi», esce con il calice, lo mostra alla congregazione e lo riporta nel santuario, mentre i rari comuncanti ricevono i santi doni dopo il congedo dell’officio. Ma la Bulgaria conosce attualmente un rinnovamento liturgico. Il numero dei comunicanti non cessa d’aumentare e i padri spirituali vengono incontro a questo movimento.

Nella Chiesa Ortodossa in America (O.C.A.), i preti fino a un periodo recente si sono fondati sulle raccomandazioni del rapporto «Confessione e comunione» del padre Aleksandr Schmemann al sinodo dell’O.C.A. nel 1972. Ma oggi, secondo padre Balashov, le raccomandazioni di questo rapporto (comunicarsi una volta la mese, e chiedere un’autorizzazione speciale del padre spirituale per una comunione più frequente) sono «una sorta d’anacronismo sia per l’O.C.A. che per noi». Sul sito ufficiale dell’O.C.A., padre Balashov ha trovato la seguente raccomandazione: «ci si metta d’accordo con il padre spirituale quanto alla periodicità della comunione così come sul legame tra la confessione e la comunione». Con la benedizione del padre spirituale, ci si può comunicare a ogni liturgia. Tali comunicanti possono accontentarsi dei periodi di digiuno comuni. Per i comunicanti occasionali il digiuno è di una settimana o di tre giorni.

In seguito ogni partecipante ha fatto il punto della pratica ammessa nella parrocchia da lui diretta. Ma prima il rettore dell’Università di San Tikhon, l’arciprete Vladimir Vorobiev, ha proposto di esaminare la questione di sapere chi possa essere ammesso alla comunione e con quale grado di preparazione nel quadro della comunità eucaristica, la cui rigenerazione richiede tutti gli sforzi. Per una tale comunità, «dove esiste un padre spirituale che deve conoscere da vicino i problemi della vita spirituale dei membri della comunità», «gli approcci che sono stati elaborati in passato in una condizione di vita completamente differente, quando la comunità eucaristica ha cessato di essere una realtà ecclesiale vivente» non sono accettabili. Ma non si può nemmeno prendere meccanicamente in prestito la pratica delle Chiese orientali, dove, per cominciare, la tradizione non è stata interrotta, e dove questa tradizione ha avuto per quadro dei piccoli paesi. Per esempio, attualmente in Grecia ci sono 9 milioni e mezzo di abitanti, più di 1000 monasteri, parrocchie molto numerose, 70 vescovi. «Tale è la vita normale di una Chiesa in Oriente.» La particolarità della Russia è che è «troppo grande». Noi abbiamo un singolo vescovo per moltissime migliaia di fedeli. «L’inevitabile rottura tra il vescovo e il popolo ecclesiale è un assoluto non-senso dal punto di vista della Chiesa antica» e noi dobbiamo tenerne conto nelle nostre nuove condizioni. Secondo padre Vladimir, la via retta deve essere mostrata attraverso un Concilio, che «rimetta ordine nella nostra vita ecclesiale». Purtroppo, il Concilio non si riunisce e non si può senza dubbio riunire, perché noi non siamo pronti. Ogni decisione deve fondarsi sull’esperienza della Chiesa.» Ecco perché noi abbiamo attualmente un’epoca di pluralismo inevitabile, quando «ciascun padre spirituale deve trovare la proprie risposta». «Noi dobbiamo ammettere questo pluralismo, non ci devono essere interdizioni strette sul modello: le cose stanno così, e non altrimenti. Ora è tempo di ricerca» ha sottolineato per concludere il sacerdote.

I risultati delle ricerche possono essere presentati secondo due questioni fondamentali sollevate nel corso della tavola rotonda. 

  i sacerdoti Vladimir Vorobiev e Dimitrij Smirnov 

Frequenza della comunione, preparazione alla comunione e digiuno eucaristico

Nella comunità di padre Vladimir Vorobiev, la pratica corrente della comunione risale alla tradizione instaurata da padre Vsevolod Spiller. «Se un fedele osserva i comandamenti di Dio, le quaresime, le feste, se prega – non ha alcun ostacolo alla comunione settimanale. Noi abbiamo modalità di preparazione alleggerite per tali parrocchiani: non si chiede loro che di osservare i digiuni ordinari e di astenersi dalla carne al sabato. Noi non esigiamo più la lettura di tutti i canoni, ma solamente quella delle preghiere prima della comunione», ha raccontato padre Vladimir, che ha sottolineato la necessità di una approccio individualizzato da parte del prete, che conosce nella sua comunità eucaristica i membri «maturi» e i neofiti. Per questi ultimi la preparazione alla comunione si deve fare altrimenti, perché la comunione non diventi una formalità o qualcosa di simile a un «medicamento». Un’attenzione particolare è accordata alle famiglie con molti bambini, cosa che è un caso frequente nella parrocchia. Esigere l’osservazione di tutte le regole da parte di una donna che compie un verso sforzo ascetico «portando in braccio i suoi bambini» sarebbe «disumano». Il rettore sarebbe pronto a dare la comunione a tali madri «senza tener conto di alcuna regola». 

p. Aleksij Uminskij, Alexandr Bozhenov

In seguito ha portato la sua testimonianza padre Aleksij Uminskij. «Io chiamo la gente a comunicarsi con frequenza, ma senza farne un obbligo per alcuno, per non limitare lo spirito della libertà. I nuovi venuti non costituiscono un’eccezione in materia.» Per i parrocchiani regolari non si raccomanda alcun digiuno particolare al di fuori dei periodi di digiuno ordinari. «Non chiedo neppure di escludere la carne al sabato. È meglio astenersi dal guardare la televisione.» Bisogna facilitare l’accesso alla comunione, ritiene padre  Aleksij, altrimenti si mette alla comunione un numero troppo grande di ostacoli «infondati», mentre il battesimo e il matrimonio sono trattati con troppa leggerezza. Là ci vorrebbe giustamente una preparazione coerente e obbligatoria. La comunione familiare è necessaria per la famiglia in quanto «micro-chiesa», anche quando la gente non arriva all’inizio dell’officio.

L’arciprete Dimitri Smirnov ha proposto il seguente schema per il digiuno eucaristico: un mese di digiuno per chi si comunica una volta all’anno, una settimana per chi si comunica una volta al mese e le sole quaresime ordinarie per chi pratica la comunione settimanale, oltre all’astinenza dalla carne al sabato «per tener conto dell’attitudine verso la carne nel popolo e non turbare il costume». Le stesse esigenze devono valere per la settimana di Pasqua, «nel corso della quale la comunione è obbligatoria secondo i canoni della Chiesa», ha sottolineato padre Dimitri. È importante che i padri spirituali siano informati che assumere medicinali (ma non vitamine) non è un ostacolo alla comunione. Padre Dimitri ammette l’interdizione temporanea dalla comunione come uno «strumento pastorale» per chi ha l’abitudine di comunicarsi frequentemente, ma non per chi si comunica una volta all’anno. «A questi, e sono circa il 15%, bisognerebbe sforzarsi di chiedere la massima partecipazione», soprattutto a chi si accosta per la prima volta con un pentimento sincero. «A tali persone non solamente si può, ma si deve dare la comunione, anche se vengono senza preparazione e non sanno nulla». Tuttavia si deve spiegare in dettaglio a tali persone come si devono preparare ulteriormente, e che la chiesa li riceve per la loro prima volta come bambini piccoli. Padre Dimitri rifiuta di dare la comunione a chi è sposato solo civilmente, ma motiva il suo rifiuto con benevolenza, spiegando l’aspetto spirituale della situazione a seconda che essi pensino o no a un matrimonio religioso.

La confessione

Nella chiesa di padre Aleksij Uminskij, per quelli che «si reggono saldamente sulle proprie gambe», la confessione prima di ogni comunione non è affatto obbligatoria. Una benedizione del prete è sufficiente. I nuovi venuti sono incitati a confessarsi più spesso, in quanto «per loro, la confessione individuale e le istruzioni del prete hanno un grande vallore catechetico». La confessione ha luogo in chiesa una volta alla settimana, dopo l’officio della sera, «secondo il bisogno interiore» del fedele. 

Padre Dimitri Smirnov ritiene che sia sufficiente confessarsi prima delle grandi feste, nel corso della settimana, e di non venire a confessarsi più spesso «se in quel periodo non hai ucciso nessuno». La confessione scritta è di grande aiuto, soprattutto per i parrocchiani permanenti. Padre Dimitri non vede alcun inconveniente a confessarsi presso un altro prete, per esempio durante un pellegrinaggio. In cambio vieta talvolta ai suoi fedeli di confessarsi nei monasteri: secondo le sue osservazioni la frequentazione di certi «anziani giovanotti» (mladostartsy) comporta conseguenze pesanti. 

Padre Vsevolod Chaplin ritiene che «finiremo per far sparire le idee false sul legame tra confessione e comunione», ma la confessione «non deve per questo sparire, deve essere regolata, perché non si arrivi a ciò che avviene presso i cattolici, dove la gran massa di fedeli si confessa nell’infanzia e prima della morte». Un altro estremo è «l’abuso della confessione», quando alcuni vogliono confessarsi troppo frequentemente e con troppi dettagli: è «un terreno propizio all’illusione spirituale». Padre Vsevolod ritiene che sia possibile elaborare «istruzioni pastorali» sulla pratica della comunione di differenti categorie di parrocchiani: così, i parrocchiani permanenti e «coscienti» potranno essere ammessi alla comunione dopo la benedizione che conclude una confessione collettiva e la preghiera d’assoluzione. Tuttavia, in una grande città è difficile che un prete conosca tutti i suoi parrocchiani.

L’essenziale è che la confessione non divenga una formalità: essa deve essere il cardine principale dello stato spirituale del fedele. «Bisogna parlare di meno della confessione in termini di lista di peccati, e di più in termini di disposizione spirituale, di purezza di cuore, di riconciliazione con il prossimo, di decisione cosciente di riparare i propri peccati, invece che di elencarli soltanto », ha detto padre Vsevolod.

La sua esperienza pastorale ha convinto padre Vladimir Vorobiev che «se si obbliga la gente alla pratica settimanale del sacramento della penitenza, questo porta a perversioni spirituali». Una tale pratica non è mai esistita da alcuna parte nel corso della storia, ha affermato. Inoltre, è fisicamente impossibile confessare tutti i fedeli di comunità che contano più di mille persone. Per di più «l’esigenza formale della confessione obbligatoria prima della comunione è irrealizzabile». La confessione collettiva non è la migliore soluzione: oggi «se non si conducono le confessioni collettive come le faceva padre Giovanni di Kronstadt», la confessione collettiva si riduce, generalmente, alla lettura formale di una lista di peccati e «il sacramento della penitenza non ha luogo». Tuttavia non si può nemmeno senza rischio di sacrilegio lasciare senza controllo che qualunque persona «appena arrivata dalla stazione» si accosti al calice. 

Padre Vladimir ha preconizzato il ritorno alla «pratica antica» della benedizione preliminare: il prete della parrocchia sa a chi può donare la benedizione sotto forma della preghiera di assoluzione. Quanto a chi viene per la prima volta o con delle colpe gravi, li si deve incitare a prendere parte al sacremento della penitenza, senza fare corrispondere il tempo della confessione con quello della liturgia eucaristica. 

I sacerdoti Valerian Krechetov e Vladislav Sveshnikov

Padre Valerian Krechetov, nel corso di uno scambio di opinioni con padre Vladimir, ha rimarcato che «la confessione collettiva può essere a volte molto efficiente». Ha espresso la sua apprensione riguardo al rischio di scandalo che può comportare la distinzione tra chi deve digiunare prima della comunione e chi è dispensato dal digiuno. Ci vogliono delle regole, senza regole tutto si distrugge, ma non si deve dimenticare l’essenziale; si deve chiedere che la grazia di Dio orienti i pastori nella via della fede, ha sottolineato il prete. Padre Vladislav Sveshnikov ha espresso la sua inquietudine di fronte «all’alterazione del sacramento della penitenza che diventa un saggio psicologico» o una confessione «di tipo legalista». Padre Vladimir Vorobiev ha ugualmente richiamato l’alterazione del sacramento della penitenza sostituito da «un incontro con il prete», per il quale si dovrebbe riservare un altro momento. 

Facendo il bilancio del seminario, numerosi partecipanti hanno notato la ricchezza della discussione, che si è svolta «in uno spirito fraterno». Il vescovo Mark ha giudicato importante che «questo tema essenziale abbia incominciato a essere discusso in un forum che nessuno potrebbe accusare di modernismo». Una tale discussione, a suo parere, risponde al «principio reale di conciliarità». L’archimandrita Aleksij Polikarpov  ha proposto di formulare le conclusioni di questa discussione per uso dei vescovi, «che sono ben coscienti del problema».  Si è deciso di elaborare un progetto di «Guida per il cristiano che desidera accostarsi al santo calice per comunicare al corpo e al sangue vivifico di Cristo sovrano» e di sottomettere questo testo ai vescovi. Padre Nikolaj Balashov sostiene che si deve continuare la discussione delle questioni sollevate durante il seminario. Il vescovo Mark ha espresso la speranza che questa discussione «possa divenire un momento fondamentale nella vita della nostra Chiesa». 

Iulia Zaitseva 

Agenzia di informazione religiosa Blagovest-Info.

29.12.2006

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  Come preparare i memoriali per i viventi e i defunti


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Un memoriale (in slavonico pomiannik, in romeno pomelnic) è una lista di nomi di persone (viventi o defunte) che si ricordano durante le funzioni in una chiesa ortodossa, soprattutto durante la preparazione della Divina Liturgia.

Il nostro dovere cristiano di ricordare i vivi e i morti al Signore si incontra così con la libertà di ricordare le persone a noi più care, e di associarle a noi nei momenti di preghiera e nel culto della Chiesa.

Di solito i vivi e i morti si ricordano in momenti separati, con preghiere specifiche per gli uni e per gli altri. Perciò, le liste dei nomi si scrivono su fogli separati, segnati “per i viventi” (o “per la salute”) nel caso dei vivi, e “per i defunti” (o “per il riposo”) nel caso dei morti. Si possono anche scrivere fogli con due liste, una per i vivi e una per i morti, affiancate l’una all’altra: questo era l’uso cristiano più antico, e per questo i memoriali sono chiamati anche “dittici”, dal termine greco che significa “duplici”.

Come scrivere i nomi

1) Usare i fogli che sono disponibili in chiesa. E’ possibile scrivere nomi su altri tipi di fogli o piccoli quaderni, ma soprattutto se ci sono molte liste, questo può causare confusione al momento della lettura.

2) Scrivere bene! I nomi sulle liste devono essere leggibili. Chi non scrive chiaro in corsivo può scrivere in stampatello. È meglio scrivere i nomi in colonne ben ordinate (se il foglio ha righe prestampate, un solo nome per riga), e non riempire un foglio con troppi nomi.

3) Scrivere solo i nomi e non i cognomi. Nelle preghiere si ricordano le persone per nome di battesimo e non per nome di famiglia o con un patronimico. Nella più antica tradizione cristiana si dava un solo nome di battesimo; oggi in molti paesi, anche di tradizione ortodossa, è subentrato l’uso di dare nomi multipli: in questo caso si può scrivere un nome multiplo, ma comunque senza cognome.

4) Scrivere i nomi in forma piena (in russo e slavonico, i nomi si scrivono al genitivo). In molte lingue si usano diminutivi di nomi: “Beppe” invece di “Giuseppe” (in italiano), “Misha” invece di “Mikhail” (in russo), “Gică” invece di “Gheorghe” (in romeno) e così via. I nomi non vanno scritti in forma diminutiva, perché questi non sono nomi di battesimo, ma soprannomi. Il miglior modo per non fare errori è sapere dai nostri cari con quale nome sono stati battezzati.

5) Se si ricorda un membro del clero o un monaco o monaca, si ricorda anche il titolo accanto al nome. Se non si conosce il titolo esatto (come per esempio “ieromonaco”, “arcidiacono”, “igumena”…) può andar bene scrivere “padre” o “madre”.

6) Talvolta si ricordano accanto ai nomi alcune condizioni speciali: si può specificare che si tratta di un bambino o bambina, si può scrivere “malato”, “carcerato”, “viaggiatore” o “missionario”, oppure segnare “soldato” accanto al nome di una persona che fa il servizio militare allo Stato, o che è morta in combattimento. Queste annotazioni non sono comunque necessarie, e se non vogliamo chiedere preghiere speciali (per esempio, una preghiera per un malato) è bene non esagerare con queste specificazioni. Anche se non è sbagliato scrivere la finalità per cui preghiamo (per esempio “per la riuscita negli esami”), è meglio non farlo, dato che i memoriali in una chiesa possono essere centinaia o migliaia, e ogni ulteriore annotazione complica la lettura dei nomi.

Ecco un esempio di una coppia di memoriali scritti in modo corretto.

I nomi sono scritti in modo chiaro e leggibile (in russo, si scrivono al genitivo) e le specificiazioni accanto ai nomi sono quelle consuete.

7) Si possono scrivere i nomi di cristiani non ortodossi, oppure di non cristiani? È bene domandare in ogni chiesa, perché non in tutte si seguono le stesse regole. In alcune chiese si separano i nomi dei cristiani ortodossi dagli altri in liste diverse. In altre chiese non si sente questa necessità, ma è sempre bene informarsi prima. Anche se in certe chiese ci sono restrizioni sui nomi da scrivere sui memoriali, ricordiamo comunque che come cristiani è nostro dovere ricordare tutti, senza eccezioni, nelle nostre preghiere personali.

8) Per una persona morta da poco tempo (secondo la tradizione cristiana ortodossa, nei 40 giorni successivi alla morte), si può segnare “recentemente defunto” accanto al nome del morto. Se si vuole far ricordare il defunto in tutto il periodo di 40 giorni, allora si deve annotare accanto al nome il giorno esatto della morte.

I 40 giorni di preghiera ricordano il passaggio dalla vita terrena alla vita del cielo, così come i 40 anni nel deserto avevano segnato il passaggio del popolo di Israele dalla schiavitù in Egitto fino alla terra promessa (anche i 40 giorni della Quaresima sono stati sviluppati come segno di passaggio dalla morte nel peccato alla risurrezione). Al di fuori dei giorni subito dopo la morte di un nostro caro, non ha alcun senso chiedere preghiere per 40 giorni, né per persone morte da più tempo, né per i vivi, perché non c’è nessun “passaggio” da seguire. Certamente, possiamo chiedere preghiere multiple, o anche per un lungo periodo, ma non ci sono ragioni perché questi periodi debbano durare esattamente 40 giorni, oppure richiedere 40 ripetizioni di preghiere. I sorokousti (nella cultura russa) o sărindari (nella cultura romena) sono pratiche uscite completamente al di fuori delle loro giuste dimensioni, e spesso si caricano di valori magici o superstiziosi (per esempio, credere che si debbano menzionare i nomi in 40 liturgie, anche a distanza di più tempo, per ottenere risposta alle proprie richieste), proprio perché non ci sono ragioni autentiche per seguire simili usanze.

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  Le candele
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Che cosa fa un cristiano ortodosso appena varcata la soglia di una chiesa? In nove casi su dieci, va al banco delle candele. La nostra pratica del cristianesimo, il nostro coinvolgimento nel suo rito, inizia con una piccola candela di cera d'api. È impossibile immaginare una chiesa ortodossa in cui non si accendono candele.

 

Il Beato Simeone di Tessalonica (XV secolo), commentatore della Liturgia, dice che la cera pura simbolizza la purezza e la castità di quanti la offrono. L'offerta è un segno di pentimento per l'ostinazione e la volontà personale. La morbidezza e la flessibilità della cera indicano la nostra prontezza a obbedire a Dio. La candela che brucia rappresenta la deificazione dell'essere umano, il suo divenire creatura nuova attraverso il fuoco dell'amore di Dio.

 

Inoltre, la candela è un testimone della fede, della nostra appartenenza alla luce divina. Esprime la fiamma del nostro amore per il Signore, per la Madre di Dio, per gli angeli e per i santi. Non si deve accendere una candela con il cuore freddo, come mera formalità. L'azione esterna deve avere il supplemento della preghiera, anche la più semplice, usando le proprie parole.

 

Una candela accesa è presente in molte funzioni della chiesa. Ne tengono in mano una i nuovi battezzati, e quanti si uniscono l'uno all'altra nel mistero del Matrimonio. Il rito del funerale si compie in mezzo a una moltitudine di candele accese. Proteggendo dal vento le loro candele accese, i fedeli camminano nelle processioni della Croce. Non vi sono regole assolute su quali e quante candele si devono offrire. Il loro acquisto è un piccolo sacrificio a Dio, volontario e non pesante. Una candela larga e costosa non è portatrice di maggiore grazia rispetto a una piccola.

 

Chi è meticoloso ad andare in chiesa cerca di accendere diverse candele in ogni visita: davanti all'icona della festa al centro della chiesa, all'icona del Salvatore o della Madre di Dio – per la salute dei propri cari, e al candelabro rettangolare (kanun) di fronte alla Croce – per il riposo delle anime dei defunti. Se il cuore lo desidera, si possono accendere candele a qualsiasi santo.

 

Talvolta accade che tutti gli spazi di un candelabro siano pieni, e non c'è posto per accendere un'altra candela. Non si dovrebbe spegnere una candela che sta ancora bruciando per rimpiazzarla con la propria. È meglio chiedere a uno degli attendenti di accenderla al momento appropriato. E nessuno si deve rattristare se, alla fine della funzione, la sua candela viene spenta; il sacrificio è già stato accettato da Dio.

 

Non c'è ragione di credere che si debba accendere una candela solo con la mano destra, che se la candela si spegne da sola questo sia un segno sfortunato, o che bruciacchiare il fondo di una candela per farla meglio aderire al candelabro sia un peccato, etc. Ci sono molte superstizioni simili, e sono tutte prive di senso.

 

La candela di cera che brucia è gradita a Dio, ma Egli gradisce ancor di più l'ardore dei cuori. La nostra vita spirituale, la nostra partecipazione alle funzioni della chiesa, non è limitata alle candele. Le candele non ci liberano dai peccati, non ci uniscono a Dio, e non ci danno il potere di combattere la guerra spirituale. La candela è ricca di significato simbolico, ma noi non siamo salvati dai simboli, bensì dalla piena realtà, la Grazia increata di Dio.

 

Perché usare candele di cera d'api?

La cera pura d'api, così come l'olio d'oliva, il vino, il frumento e altre sostanze naturali e pure, è un elemento essenziale del culto della Chiesa ortodossa. La cera, anche se prodotta dalle api, non contiene materiale di origine animale, e pertanto simbolizza sia la purezza dei doni, sia la sincerità di chi dona.

La cera d'api viene impiegata assieme all'olio per alimentare le luci davanti agli oggetti sacri, ed è stata usata nella pratica costante della Chiesa ortodossa fin dai primi secoli. Purtroppo, a causa della mentalità molto utilitaristica introdotta anche nelle chiese negli ultimi secoli, oggi si fa ricorso in molti luoghi di culto ortodossi a candele composte in quantità più o meno elevata di paraffina.

La paraffina si produce "decerando" i residui del petrolio dall'olio lubrificante. Per fare candele, il petrolio deve essere purificato per mezzo di un'operazione decerante a base di solventi. Il petrolio è trattato con acido solforico seguito dal filtraggio nella creta e dalla deodorazione per rimuovere le impurità. La paraffina di petrolio, di cui sono fatte la maggior parte delle candele commerciali, è anche la base della fabbricazione di etano, propano e butano. La presenza di alcune impurità nella paraffina può dare origine a irritazioni della pelle e in rari casi all'eczema (infiammazione cronica della pelle). Le candele di paraffina producono una fuliggine nera che ricopre gradualmente dipinti, arredi e mura. Talora è visibile sulle candele stesse. Queste tendono anche a gocciolare eccessivamente, lasciando spesso colate mentre bruciano.

La ragione dell'uso della paraffina è esclusivamente di natura economica: mischiando la cera con paraffina - o sostituendola del tutto - si riducono i costi di produzione. Questo atto, però, non resta senza risultati sul piano della pratica della fede cristiana. Se crediamo - e siamo disposti ad ammetterlo con tutta la forza del nostro ragionamento - che "solo il nostro meglio è buono abbastanza per un'offerta al Signore", allora la trasformazione di un'offerta di prima qualità in un'offerta più scadente equivale simbolicamente a una perdita di fede. Leggiamo a proposito il capitolo 4 della Genesi: Caino fa un'offerta che Dio non gradisce (a differenza di Abele, che offre le primizie del suo gregge), e le conseguenze di questo gesto sono tragiche.

Certo, le condizioni di difficoltà di una chiesa ortodossa che sorge fuori di un proprio ambiente tradizionale - e senza i canali adeguati di rifornimento di materiali - giustificano più che ampiamente il ricorso a forme provvisorie per venire incontro alle necessità immediate (si può ricordare a proposito anche l'uso delle riproduzioni di icone al posto delle vere icone dipinte). Ciò non toglie, tuttavia, che quanto prima possibile una chiesa ortodossa dovrebbe adeguarsi al meglio del proprio ideale di culto, senza rimanere adagiata sui surrogati mondani.

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  I cestini di Pasqua nella Chiesa ortodossa
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La Liturgia ortodossa della Risurrezione di Cristo si officia nella notte della Pasqua, ed è seguita dalla benedizione dei cibi. Ogni famiglia porta in chiesa un cestino pieno di cibi, selezionati per il loro valore simbolico. Dopo la benedizione (in cui i fedeli e i loro cestini sono aspersi con acqua benedetta), ogni famiglia riprende il proprio cestino per consumare i cibi a casa, oppure in un pranzo comunitario presso la chiesa, o anche per condividerli con gli amici o con le persone più bisognose.

La preparazione dei cestini di Pasqua è una occasione per una famiglia di vivere insieme (e in modo simpatico e attraente) un momento intenso in cui tutti si focalizzano sul mistero pasquale, e per conservare le tradizioni dei propri antenati e delle proprie terre di origine.

Il cibo dei cestini è il segno della chiusura della Grande Quaresima, il più lungo periodo di digiuno dell’anno: si tratta quindi di sostanze piuttosto nutrienti, che vengono rese attraenti anche alla vista mediante speciali processi di preparazione. Il risultato è quindi festivo sotto ogni aspetto, sia come rottura del digiuno, sia come occasione di incontro sociale e di fraternizzazione, sia come puro e semplice piacere dei sensi.

Pane pasquale: Con una pasta a base di uovo, e spesso arricchito da uvette e da altri frutti, il pane pasquale rappresenta Cristo come “pane di vita”. In molte tradizioni locali, prende il nome di “Pascha”, quasi come se bastasse da solo a simbolizzare la festa (non sempre il nome “Pascha” è dato al pane: gli ortodossi russi, per esempio, che chiamano il pane “kulìch”, danno il nome di Pascha al loro dolce pasquale). Talvolta nel pane vengono inglobate, prima della cottura, uova intere e decorate: così si uniscono il simbolismo del pane e quello dell’uovo.

Uova pasquali: L’uovo, come esempio di vita che si sprigiona da una roccia, ricorda la sepoltura vivifica di Cristo, ed è fin da tempi antichi il principale simbolo della risurrezione. Le uova dei cestini pasquali sono invariabilmente sode (è il modo più naturale per conservarle, proteggerle dagli effetti di una rottura imprevista, e renderle immediatamente consumabili), e quasi sempre decorate: la decorazione varia dalla semplice colorazione con una tinta unita (per lo più il rosso, che aggiunge il simbolismo del sangue di Cristo versato per la nostra salvezza), a particolari disegni (croci, emblemi pasquali, etc.), fino ai più intricati e fantasiosi modelli di decorazione geometrica, che spesso trasformano le uova in oggetti d’arte. Le sostanze coloranti devono essere naturali (per esempio, per la tintura rossa si usa la buccia polverizzata delle cipolle), o quanto meno non tossiche, per poter permettere di consumare le uova senza effetti dannosi. Talvolta si dà la forma di uovo anche ad altri cibi (è così che sono nate, per esempio, le moderne uova di cioccolato). Non si mettono invece nei cestini le forme non commestibili di uova (come i gusci d’uovo vuoti e decorati, oppure le uova di legno o di porcellana), perché il contenuto dei cestini deve poter essere mangiato!

Dolci: Anch’essi a base di pasta all’uovo, mettono insieme il simbolismo dell’uovo con quello del pane della vita. Possono essere dei tipi più diversi, dai biscotti decorati con glassa e con motivi simbolici (come le croci), fino alle ricette più elaborate. La Pascha russa, per esempio, è fatta di uova, formaggi, panna, zucchero o miele, noci e frutta candita in una composizione tanto altamente nutritiva quanto altamente decorata e simbolica.

Carne: Cibi a base di carne (come salumi e prosciutti, o vari tipi di polpette speziate) possono essere aggiunti a un cestino pasquale per simbolizzare i sacrifici fatti prima del sacrificio perfetto di Cristo (in tal caso, stanno nel cestino come un’allusione all’Antico Testamento). C’è anche un riferimento simbolico al vitello grasso offerto al figliol prodigo, come segno del nostro ritorno a Cristo. ATTENZIONE: proprio per il legame con i sacrifici cruenti dell’Antico Testamento, le regole più rigorose della Chiesa ortodossa permettono la benedizione della carne, ma chiedono che NON si porti carne all’interno della chiesa vera e propria, dove si celebra il sacrificio incruento dell’Altare: pertanto, i cestini che contengono carne si dovrebbero benedire al di fuori del tempio (per esempio, nel vestibolo, sul sagrato, in una sala parrocchiale, e così via)

Sale, spezie, erbe: In alcuni usi, spezie e condimenti hanno un particolare valore simbolico. Il sale, tradizionale mezzo di conservazione dei cibi, rappresenta la verità della Parola di Dio. La senape ricorda l’aceto e il fiele offerti a Cristo alla crocifissione. Entrambe le sostanze hanno pure un posto importante nelle parabole del Signore. In ricordo della Pasqua del Vecchio Testamento, ma anche delle sofferenze di Cristo, si includono pure erbe amare o radici aromatiche (come il rafano, talora colorato con le barbabietole a simbolizzare il sangue redentore di Cristo).

Burro: Di solito aromatizzato con le mandorle, si include nel cestino come simbolo dell’Agnello di Dio, immolato per la salvezza del mondo (esistono anche stampi per burro e per altri dolci a forma di agnello, che rendono ancora più immediato il simbolismo).

Questa è una serie approssimativa dei cibi che si possono trovare in un cestino pasquale, ma non ha alcuna pretesa di descriverli tutti. Con enfasi diverse a seconda delle tradizioni locali, anche altri cibi hanno il loro posto nei cestini. Si pensi ai tanti tipi di formaggio, usati per arricchire e decorare i pani e i dolci pasquali (i latticini ricordano la terra promessa, in cui scorrono latte e miele, e che è una figura del nuovo regno inaugurato della risurrezione), oppure al vino, intimamente legato al sangue di Cristo. Anche cibi che di per sé sono di digiuno possono arricchire un cestino pasquale: per esempio, vari tipi di frutta, fresca o secca, che ricordano il giardino dell’Eden e l’abbondanza dei doni di Dio.

Nulla vieta di integrare nel cestino i cibi tipici della cucina locale: in Italia, per esempio, panettoni e colombe sono ottimi modelli di pane pasquale, e si trovano ovunque con facilità.

I cibi preparati a casa vanno avvolti in modo leggero (in modo da potere essere facilmente aperti una volta arrivati in chiesa), e messi assieme in modo compatto in un cestino robusto (così che tutto possa essere toccato dall’acqua santa aspersa durante la benedizione). Un cestino può essere decorato da una o più candele, che tipicamente si inseriscono sulla sommità dei pani o dei dolci pasquali, e che si accendono prima della benedizione, conferendo al cibo un’immagine di sacralità.

Anche il telo con cui si copre un cestino pasquale può avere un valore simbolico, e molte donne di casa preparano un proprio telo ricamato e ornato con bande colorate, croci o icone.

Una famiglia che porta a benedire in chiesa un cestino di Pasqua scoprirà di avere ricevuto una grazia particolare, che va al di là della semplice preghiera di benedizione del cibo: per alcuni giorni, i componenti della famiglia si concentreranno sulle immagini che ci parlano del mistero della Pasqua, mantenendo le usanze dei propri avi, e dando a tutti un’occasione di partecipare: dalla cucina, alla decorazione, fino al momento di mangiare!

 

BENEDIZIONE DEI CIBI PASQUALI

Sacerdote. Benedetto il nostro Dio, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.
Coro. Amen.

Il coro canta il Tropario pasquale per tre volte:
Cristo è risorto dai morti:
con la morte ha vinto la morte,
e a chi giace nei sepolcri ha elargito la vita.

Diacono. Preghiamo il Signore.
Coro. Kyrie, eleison.
Sacerdote. Signore Gesù Cristo, nostro Dio, getta uno sguardo su questi alimenti e santificali come tu hai santificato il montone che ti recò il fedele Abramo e l’agnello che Abele ti offrì come primizia. Tu hai fatto lo stesso con il vitello grasso che hai ordinato di sacrificare per il figliol prodigo ritornato a te, e come lui meritò di rallegrarsi della tua bontà, così pure noi possiamo rallegrarci dei cibi santificati e benedetti da te. Poiché tu sei il nutrimento vero e il dispensatore delle grazie, e a te innalziamo la gloria assieme al tuo eterno Padre e al santissimo, buono e vivifico tuo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.
Coro. Amen.

Diacono. Preghiamo il Signore.
Coro. Kyrie, eleison.
Sacerdote. Maestro e Signore nostro Dio, creatore e autore di tutte le cose, benedici questa Pascha, queste uova e questo formaggio [oppure questi cibi e bevande], e conservaci nella tua grazia, affinché consumandoli noi ci colmiamo dei tuoi doni elargiti con abbondanza e della tua bontà ineffabile. Poiché tua è la sovranità, il regno, la potenza e la gloria, del Padre, del Figlio e del santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.
Coro. Amen.

Il coro canta ancora il Tropario pasquale per tre volte, mentre il sacerdote asperge gli alimenti con l'acqua benedetta.
Cristo è risorto dai morti:
con la morte ha vinto la morte,
e a chi giace nei sepolcri ha elargito la vita.

 

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