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  La pseudomorfosi dell'ecclesiologia ottomana

di Petrus Antiochenus 

Orthodox Synaxis

18 marzo 2019

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La recente lettera del patriarca Bartolomeo all'arcivescovo Anastasio d'Albania è un documento straordinariamente rivelatore, non solo per la sua candida espressione dell'ecclesiologia del Patriarcato di Costantinopoli, ma anche per l'intuizione che dà al discorso interno del patriarcato e alle pietre miliari storiche della sua auto-comprensione. Colpisce il fatto che gli esempi e le citazioni che la lettera cita per illustrare "le responsabilità universalmente riconosciute e temute del trono di Costantino che trascendono i confini" risalgono tutti al periodo ottomano, fino al punto in cui si potrebbe essere tentati di suggerire che "il trono di Mehmet" potrebbe essere un nomignolo più adatto.

Il periodo della storia della Chiesa in cui le chiese del Medio Oriente e dei Balcani erano fortemente indebolite, nonostante le difficoltà e le persecuzioni, fu un momento di opportunità per il Patriarcato ecumenico, quando la sua vicinanza al sultano gli consentiva di ottenere un'autorità senza precedenti sulla maggior parte delle altre chiese ortodosse. E va sottolineato che, in pratica, l'era ottomana iniziò per il Patriarcato ecumenico ben prima del 1453. Già nel 1393, quando gli eserciti ottomani attraversarono i Balcani scavalcando Costantinopoli, il Patriarcato bulgaro di Tarnovo fu soppresso e il suo territorio ceduto al Patriarcato ecumenico dal sultano Bayezid I.

Le circostanze uniche del periodo ottomano – severe restrizioni imposte sull'esercizio della normale vita ecclesiastica, insieme al controllo diretto e indiretto senza precedenti di Costantinopoli sulle chiese che si trovavano in condizioni ancora più terribili – portarono a quella che si potrebbe definire (prendendo in prestito la descrizione di padre Georges Florovsky della "cattività occidentale" della teologia russa) una "pseudomorfosi" ecclesiologica. Come Florovsky spiega il concetto, "La forma plasma la sostanza, e se una forma inadatta non distorce la sostanza, impedisce la sua crescita naturale". [1] Nel caso dell'ecclesiologia, la forma innaturale delle relazioni tra chiesa e stato e delle relazioni tra le chiese distorce la sostanza del primato e della conciliarità ortodossi, dove il ruolo del patriarca ecumenico e della sua curia di vescovi residenti nella capitale è stato enormemente esagerato e la verità fondamentale dell'uguaglianza di tutti i vescovi e la loro conciliarità sotto un unico capo, Gesù Cristo, è stata dimenticata. Ciò può essere visto nella retorica pesantemente ottomana del Patriarcato ecumenico di oggi, dove la pseudomorfosi ecclesiologica vive sotto le circostanze restrittive della Turchia moderna, come espresso dal desiderio del Patriarcato di essere visto come la "Grande Chiesa", che esercita la sua "vigilanza e protezione" sulle altre chiese.

La storia del Patriarcato ecumenico sotto gli Ottomani fu caratterizzata da una sconcertante instabilità istituzionale, che smentisce l'affermazione del Patriarca Bartolomeo secondo cui "al Fanar predichiamo la genuina eredità dell'ecclesiologia perché attingiamo dalle sorgenti dei nostri padri e non dall'interesse personale o altre motivazioni banali e convenienze politiche". In realtà, furono proprio le "motivazioni egoistiche e banali" del clero fanariota che portarono a una girandola di patriarchi dove, nei 442 anni tra il 1453 e il 1895, il patriarcato cambiò mano per 157 volte tra 105 uomini. [2]

Ciò è dovuto ad una cultura istituzionale in cui "l'intrigo, la simonia e la corruzione dominavano l'amministrazione superiore della Chiesa", [3] cultura causata dal fatto che ogni ufficio nella chiesa era permanentemente messo in vendita dalle autorità turche, che trovavano acquirenti desiderosi nel clero greco ambizioso e senza scrupoli.

Scrivendo nel 1670, il viaggiatore inglese Sir George Wheler descrive come la corruzione iniziata in alto abbia toccato ogni livello della vita della chiesa:

L'autorità che ottengono così dalla simonia, la sostengono con la tirannia: non appena promossi, infatti, obbligano tutti i loro vescovi a contribuire la somma che essi hanno versato per la loro elezione, e quelli che non la versano, li depongono e mandano altri al loro posto. A loro volta, i vescovi chiedono fondi al loro clero inferiore, chi è costretto a fare la stessa cosa nei confronti della povera gente, o a sottrarre cibo alle bocche delle proprie mogli e dei propri figli. Ma molte volte chiedono più di quanto possano dare; e portano la Chiesa in così grande debito con i turchi, da minacciare quotidianamente la sua rovina in tal modo; e senza la grande misericordia di Dio, questa non può sopravvivere a lungo. [4]

È risibile che il Patriarcato ecumenico, un'istituzione i cui uffici sono stati per lungo tempo oggetto di scambio e i cui vescovi erano famigerati per il trattamento della propria posizione come un'opportunità commerciale, possa sostenere che esso solo tra le Chiese ortodosse abbia conservato un'autentica coscienza ecclesiologica.

Certo, la Chiesa di Costantinopoli non fu la sola a soffrire sotto gli ottomani, e nelle province la situazione era spesso peggiore. Dove mancava la popolazione di ricchi mercanti cristiani che esistevano a Costantinopoli, le chiese furono ridotte alla miseria e colpite dalla loro stessa destabilizzante faziosità. L'affermazione del patriarca Bartolomeo secondo cui gli interventi di Costantinopoli in altre Chiese locali sono atti di "sacrificio di sé" può solo suscitare una smorfia di amara ironia da parte di coloro che hanno familiarità con la storia dell'Ortodossia in Medio Oriente e nei Balcani.

Nei Balcani, il Patriarcato di Costantinopoli annesse efficacemente il territorio del Patriarcato di Tarnovo nel 1393 e, alcuni secoli dopo, anche qui con decreto del Sultano, il Patriarcato serbo di Peć nel 1766 e l'Arcivescovado autocefalo di Ochrid nel 1767. In tutta la regione, il Patriarcato di Costantinopoli, sostenuto dalle potenti famiglie dei mercanti fanarioti (che in quella che oggi è la Romania riuscirono a stabilire le proprie dinastie di governanti clienti), sostituì il clero superiore locale con greci etnici che raramente avevano molto interesse spirituale per i loro greggi. Questo ha avuto un ruolo non piccolo nel promuovere i movimenti etnici e nazionalisti che hanno dato forma ai Balcani moderni. Come lo descrive Sir Steven Runciman,

Il prezzo pagato dalla Chiesa ortodossa per la sua sottomissione ai suoi benefattori fanarioti fu pesante. In primo luogo, ciò significò che la Chiesa fu gestita sempre più nell'interesse del popolo greco e non dell'intera Ortodossia. [...] La politica [di imporre vescovi e chierici greci alle chiese dei Balcani] sconfisse i suoi fini. Causò così tanto risentimento che, quando giunse il momento, né i serbi né i bulgari avrebbero cooperato in alcuna mossa verso l'indipendenza diretta dalla Grecia; e anche i romeni erano reticenti. Nessuno di loro aveva alcun desiderio di sostituire il dominio politico greco a quello turco, avendo sperimentato il dominio religioso greco. [5]

Un processo simile accadde in Medio Oriente. Ad Antiochia, il Patriarcato di Costantinopoli usava costantemente la sua posizione presso la corte ottomana per sfruttare le crisi fino a quando, durante la crisi melkita del 1724, riuscì finalmente ad avere il controllo completo sulla selezione dei patriarchi e iniziò un processo di sostituzione dei vescovi locali con quelli greci . Come spiega Robert Haddad, "Durante i due secoli prima dell'assunzione del controllo diretto da parte di Costantinopoli, quasi non esisteva un singolo trono patriarcale libero da una mal consigliata influenza greca". [6]

Dall'inizio del dominio ottomano in Siria il patriarca ecumenico fu istituito come unico canale di comunicazione tra il patriarcato di Antiochia e il governo centrale ottomano e, soggetto solo alla discrezione di quest'ultimo, l'arbitro finale dei suoi affari civili ed ecclesiastici. Se l'enorme potere esercitato dalla sede ecumenica come dipartimento dell'amministrazione centrale ottomana fosse stato intelligentemente e decentemente impiegato nel XVI e nel XVII secolo, l'effetto sui melchiti [cioè, sugli ortodossi] della Siria avrebbe potuto essere salutare. Ma, per ragioni che non possiamo analizzare qui in dettaglio, la Grande Chiesa in questo periodo non era caratterizzata da un grado particolarmente elevato di integrità o di stabilità. E finché i prelati greci designati da Costantinopoli presero, nel corso del XVIII secolo, il controllo diretto sulla sede siriana, la Chiesa greca svolse qualcosa di simile al ruolo di mediatore ben pagato ma disonesto tra fazioni contendenti ad Antiochia. [7]

Proprio come nei Balcani, lo sciovinismo, la corruzione e la cattiva gestione del clero greco si sono rivelati un catalizzatore per lo sviluppo del nazionalismo arabo, iniziato non tra i musulmani della Siria, ma tra gli ortodossi. Quando il Santo Sinodo di Antiochia, dopo oltre 150 anni elesse un arabo locale, Meletios al-Doumani, come patriarca nel 1898, il Patriarcato ecumenico non rispose nel modo amorevole e altruistico a cui il patriarca Bartolomeo avanza pretese, ma in un modo piuttosto petulante, rifiutando di aggiungere il suo nome ai dittici e sospendendo i normali rapporti con Antiochia fino a dopo la sua morte.

È evidente nella lettera del patriarca Bartolomeo all'arcivescovo Anastasios che l'attuale crisi ecclesiologica nell'Ortodossia è anche un conflitto tra memorie collettive incompatibili. Laddove il Patriarcato di Costantinopoli considera il suo passato ottomano come la storia di una madre altruista e che si prende cura sacrificale dei suoi figli, sia le Chiese soggette a questa cura sia i più moderni storici occidentali vedono l'attività di Costantinopoli in questo periodo come quella di un intruso coloniale corrotto e sfruttatore.

Grazie alle pressioni delle potenze occidentali, il Patriarcato ecumenico riuscì a sopravvivere quando il suo contemporaneo musulmano sunnita, il Califfato ottomano, fu abolito nel 1924. Così come esiste oggi, quest'ultima istituzione ottomana sopravvissuta perpetua una pseudomorfosi dell'ecclesiologia che ha impedito all'Ortodossia di crescere in un'autentica espressione della vita della Chiesa nel presente, libera sia dal nazionalismo che dalla nostalgia per l'impero.

Note

[1] Georges Florovsky, Ways of Russian Theology (Belmond, MA: Nordland, 1979), 1:72

[2] Constantin Panchenko, Arab Orthodox Christians under the Ottomans: 1516-1831 (Jordanville, NY: Holy Trinity Seminary Press),75

[3] Kallistos Ware, Eustratios Argenti: A Study of the Greek Church under Turkish Rule (Eugene, OR: Wipf & Stock), 3

[4] Cit. in ibid., 4

[5] Steven Runciman, The Great Church in Captivity (Cambridge: Cambridge University Press, 1968), 379-380

[6] Robert Haddad, Syrian Christians in Muslim Society (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1970), 26-27n30

[7] Ibid., p. 26

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