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  Il metropolita Kallistos e la ruota

di padre Lawrence Farley

Orthochristian.com, 18 giugno 2018

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Ho un grande debito di gratitudine nei confronti del metropolita Kallistos, o per lo meno nei confronti di Timothy Ware. Ho letto molto tempo fa il suo libro The Orthodox Church, che è stato una parte importante della mia conversione all'Ortodossia. Ho ancora il volume un po' malconcio nella mia libreria: sulla copertina c'è una mitra vescovile dorata su sfondo nero. Questo accadeva prima che Timothy diventasse Kallistos e mettesse tra parentesi il suo cognome, e io ho seguito la sua promozione ecclesiastica e i conseguenti cambiamenti di nome quando divenne prete, poi archimandrita, poi vescovo, e infine metropolita.

Oltre a seguire la sua ascesa di promozione ecclesiastica, ho anche seguito quella che considero la sua discesa lontano dalla tradizione ortodossa – o almeno dalle sue posizioni precedentemente detenute. Con ogni successiva revisione del suo classico The Orthodox Church, sembra abbracciare progressivamente idee liberali riguardo alle questioni calde del momento, come la possibilità dell'ordinazione delle donne al sacerdozio. Ultimamente ha scritto sull'omosessualità, pubblicando la prefazione per The Wheel (La ruota), una pubblicazione il cui scopo dichiarato è di "articolare il Vangelo in modo intelligente e costruttivo per il 21° secolo – un'era pluralistica che confronta il cristianesimo con sfide nuove e uniche, richiedendo una re-immaginazione creativa della sua identità sociale e del suo ruolo nel contesto pubblico". Coloro che hanno familiarità con tale verbosità riconosceranno che il suo scopo dichiarato è in realtà quello di de-costruire l'attuale tradizione ortodossa e di offrire ciò che san Paolo avrebbe chiamato "un altro vangelo".

Come ogni cosa che scrive sua Eminenza, la sua Prefazione è molto leggibile e riflessiva. Dovrei dire in anticipo che sarebbe ingiusto caratterizzare la sua posizione come pro-gay. E molto di ciò che dice nel testo è abbastanza buono, come la sua insistenza sul fatto di dare pieno peso al servizio matrimoniale quando articoliamo una teologia della sessualità. Ho, tuttavia, diverse preoccupazioni.

La mia prima preoccupazione è che ha scelto in primo luogo di scrivere una prefazione per The Wheel. Nonostante la sua professata posizione neutrale, coloro che hanno familiarità con la pubblicazione sanno che il suo comitato editoriale e consultivo include persone ben note per il loro aggressivo e distruttivo programma omosessuale, e che è tutt'altro che neutrale o di mentalità aperta riguardo alle controverse questioni sessualiodierne. In realtà, è semplicemente uno strumento per il progresso di un programma omosessuale all'interno della Chiesa ortodossa. Le ultime parole del metropolita su The Wheel in cui dice che "il suo scopo è 'avviare la discussione' e che 'per accertare la verità dobbiamo sperimentare' (citazioni di altri due autori) sono estremamente ingenue. Negli ultimi 50 anni o più, lo slittamento verso il basso delle varie chiese verso il liberalismo e l'apostasia ha sempre avuto luogo con l'affermazione che i de-costruttori liberali si limitano ad 'avviare discussioni', a fare domande e a sperimentare nuovi modi di pensare. Ma la discussione sembra sempre sfociare nell'erosione della fede e della prassi tradizionale.

Come accademico di lunga data, il metropolita non può ignorarlo. The Wheel è semplicemente un ulteriore esempio della stessa cosa. Se un autore rispettato scrive per una pubblicazione il cui scopo noto è la promozione di un particolare ordine del giorno, allora con quell'atto stesso dà credito e credibilità a tale ordine del giorno. Se io scrivessi un articolo per una pubblicazione che promuova, diciamo, la supremazia bianca, non sarebbe innaturale considerarmi in qualche modo solidale con quella causa. Poco importa quello che direi effettivamente nell'articolo, perché qualsiasi cosa, a parte la totale denuncia della supremazia bianca, servirebbe solo a sostenerla. Sospetto che il metropolita, la cui intera carriera è stata di accademico e di parroco a Oxford, non sia in grado di separare la sala conferenze dal mondo esterno.

Nel mondo accademico, tutte le domande sono permesse, e la sperimentazione e il superamento dei confini stabiliti sono la norma. Tutte le domande sono domande aperte e nessuna sfida è giudicata extragiudiziale. Nulla è dato per totalmente risolto e tutto in linea di principio è aperto alla revisione. Questo è il motivo per cui il liberalismo che affligge e distrugge le chiese protestanti è sempre iniziato nei seminari. Ma sebbene questo sia (e forse debba essere) il modo di vita accademico, non è mai stato e non può essere il modo di vita della Chiesa. Nella Chiesa noi riceviamo la verità non dalla sperimentazione ma dalla rivelazione, e molte questioni non sono di fatto aperte alla revisione. Per esempio, quando certe cose sono state decise da un Concilio ecumenico con un decreto conciliare o quando sono questioni di consenso universale e antico, queste cose non sono suscettibili di revisione. Potremmo discutere sul modo in cui possiamo spiegarle al mondo che pone domande e dare al mondo le ragioni per cui crediamo in loro. Ma la loro verità non è soggetta a dubbi. Il metropolita scrive come se fosse sempre nella sua aula, mentre in realtà sta scrivendo nel bel mezzo di una zona di guerra. La verità è stata messa in discussione e delle anime sono state sedotte, ingannate e perse. Ciò che uno ha bisogno in un vescovo ora non sono le domande, ma le risposte, non il mormorio di un conferenziere, ma l'esplosione di una tromba. Da vescovo, questo è il suo lavoro.

In secondo luogo, è vero, come dice il metropolita, che "la persona non può essere definita esattamente... come esseri umani, noi siamo un mistero per noi stessi". Ciò potrebbe dare l'impressione che anche l'insegnamento delle Scritture non possa essere definito e che anche l'insegnamento delle Scritture sia un mistero. Non è così. Sebbene la persona umana sia un mistero nuvoloso e complesso, l'insegnamento delle Scritture è cristallino, in molti luoghi sgradito, ma pur sempre cristallino. La complessità della persona è utilizzata per offuscare il problema. È vero che la personalità deve essere compresa in termini dinamici e non statici. È vero che la persona è soddisfatta solo nella relazione. È anche vero che la pratica omosessuale è inequivocabilmente condannata nelle Scritture come peccaminosa e che quindi i cristiani devono rinunciare ad essa insieme ad altri stili di vita peccaminosi. Non è la Chiesa, come suppone il metropolita, che impone o richiede questa rinuncia. "Abbiamo ragione," chiede in tono lamentoso, "di imporre questo pesante fardello agli omosessuali?" Sì; abbiamo ragione di richiederlo, perché non siamo noi, ma è Dio che lo impone agli omosessuali, proprio come impone il pesante fardello del celibato al singolo eterosessuale. Il singolo eterosessuale "sente una vocazione" al suo celibato? Io sospetto di no, e non sono sicuro che la frase abbia un significato reale. I singoli cristiani che conosco non ci pensano in termini di vocazione (qualunque cosa questa significhi), ma di obbedienza a Cristo e alle Scritture. Sono "chiamati" al celibato perché sono chiamati ad obbedire.

In terzo luogo, il metropolita ci fornisce gli esempi comparativi di due omosessuali che vanno alla confessione. Un omosessuale è promiscuo e ha avuto molteplici incontri casuali, ma è pentito ed è quindi assolto e autorizzato a comunicarsi. Questa persona ricade nel peccato ancora e ancora, ogni volta si pente e si risolve di cambiare, e ogni volta viene assolto e autorizzato a comunicarsi. L'altro omosessuale è fedelmente monogamo, ma si rifiuta di rinunciare all'aspetto sessuale della sua relazione, e quindi non è assolto né autorizzato a comunicarsi. Questo è considerato ingiusto e incoerente: "L'omosessuale impegnato in una relazione stabile e amorevole viene trattato più duramente rispetto all'omosessuale casuale e promiscuo".

Questo è abbastanza straordinario. L'intera questione dell'assoluzione e dell'accesso al calice ruota interamente sulla questione se il peccatore sia pentito o meno e si risolva a cambiare. Il successo nell'effettuare il cambiamento non determina se l'assoluzione sia data o meno, solo il sincero pentimento e la risoluzione. La stessa cosa succede a un eterosessuale con una dipendenza dalla pornografia. Se la persona si pente e decide di astenersi dal servirsi della pornografia, è assolta. I fallimenti futuri non significano che non si possa dare un'assoluzione futura, purché i pentimenti siano autentici e la volontà di cambiare sia sincera. La dipendenza è difficile da rompere, e quindi è richiesta pazienza e perseveranza. È molto diverso se la persona dedita alla pornografia dice al sacerdote che si rifiuta di pentirsi e rifiuta una decisione di evitare la pornografia. Se quella persona dice (nelle parole che il metropolita attribuisce all'omosessuale fedelmente monogamo), "non sono ancora pronto a intraprendere questa cosa" – sia che la "cosa" sia evitare la pornografia oppure la pratica omosessuale – allora ovviamente no, né l'assoluzione né la comunione sono possibili. In entrambi i casi non vi è ingiustizia o trattamento severo. Se l'omosessuale fedelmente monogamo dicesse: "Sì, cercherò di rimanere celibe", verrebbe assolto più e più volte, purché i suoi continui tentativi di celibato fossero sinceri. (Ovviamente una strategia di celibato ragionevole implicherebbe anche il fatto di non vivere a stretto contatto con qualcuno da cui si è fortemente attratti, a prescindere dal sesso, ma questa è una questione da affrontare un'altra volta.)

In quarto luogo, il metropolita si chiede: "Perché poniamo un'enfasi così grande sul sesso genitale?" La domanda è sorprendente, tanto più che sono proprio quelli che promuovono un programma omosessuale a porre l'accento sul sesso genitale. Si può invece chiedere all'omosessuale, "Se il sesso genitale non è importante, perché insisti? Perché insisti non solo a vivere con persone dello stesso sesso, ma anche a fare sesso con loro?" L'intera insistenza ossessiva sul matrimonio gay nella nostra cultura si basa proprio sull'importanza del sesso genitale.

E si può essere in qualche modo solidali con questa visione dell'importanza del sesso. Infatti non è solo la Chiesa contemporanea a porre così grande enfasi sul sesso genitale, ma anche san Paolo. Paolo distingue tra peccati sessuali e altri peccati (come il furto, per esempio). In 1 Corinzi 6:18 scrive: "Fuggite la fornicazione [porneia, in greco]. Ogni peccato commesso da un uomo è fuori dal corpo, ma il fornicatore pecca contro il suo stesso corpo". In altre parole, è perché siamo esseri sessuali che i peccati sessuali coinvolgono la totalità della nostra personalità in un modo che gli altri peccati non fanno. Ci possono essere furti casuali, ma non può esserci qualcosa come il sesso casuale, come molti hanno scoperto a caro prezzo. Indipendentemente da ciò che dice la propaganda dei media, il peccato sessuale ci colpisce più profondamente di qualsiasi altro. Questa non è una questione (come suggerisce il metropolita) di "indagare cosa fanno le persone adulte nella privacy delle loro camere da letto" o di "guardare attraverso il buco della serratura". Non stiamo guardando attraverso il buco della serratura, ma nelle Scritture. Inoltre, l'immagine stessa di uno che guarda attraverso un buco della serratura è assurda e indegna; nella confessione il problema è precisamente "cosa fanno le persone adulte nella privacy delle loro camere da letto". E anche una teologia che sorregge e sostiene la confessione sacramentale deve essere ugualmente interessata. Altrimenti, come possiamo dire alla nostra gente di cosa dovrebbero pentirsi e che cosa dovrebbero evitare?

Si può apprezzare che il metropolita non si sottragga a una questione così controversa come quella dell'omosessualità. Questa è, come dice, citando padre John Behr, "forse la questione determinante della nostra era". Più di questo, è la prima linea nella guerra perenne del mondo contro la Chiesa. In questa guerra, abbiamo bisogno di squilli di trombe, di chiarezza e di risposte compassionevoli e fiduciose. Sarebbe stato desiderabile che in questa battaglia il metropolita non abbia fatto risuonare una nota così indistinta.

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