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  "Presule" o "signore"? Note di traduzione dei testi liturgici
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Caro padre Ambrogio,

vedo scritto su un blog da lei citato in passato queste parole che riguardano una sua scelta redazionale:

Nel caso di chi si allontana sia dal significato del testo greco (per i testi bizantini), sia da un criterio di buon senso nell'uso della lingua italiana, abbiamo risultati tutt'altro che eccellenti (rinvenibili, d'altronde, pure in internet).

Un esempio è dato da chi, traducendo il termine greco δέσποτα/despota (= sovrano o signore) o il suo analogo paleoslavo владыко/vladiko, mette il risibilissimo termine "presule" (che indica un influsso iperclericale che non ha nulla a che fare con il mondo bizantino).

E infatti, guarda caso!, lo stesso termine paleoslavo altri lo traducono in inglese con master, ossia capo, padrone, non certo presule!

Che cosa mi può dire su questo punto?

 

Nella pagina dei testi liturgici del nostro sito, ci siamo premurati di segnare quella che non solo è la nostra politica riguardo alle traduzioni, ma che riflette anche la nostra fede di cristiani ortodossi:

Tutti i testi sono offerti in piena libertà d'uso: saremo grati a quanti, utilizzandoli, ci notificheranno errori e omissioni, e vorranno farci proposte per migliorare le traduzioni.

Non solo non pretendiamo di "appropriarci" dei testi delle funzioni, fossero anche questi una nostra personale versione, ma ci rivolgiamo ai nostri confratelli ortodossi perché ci facciano partecipi delle loro osservazioni. Questa si chiama comunione, e per capirla bisogna viverla. Evidentemente l'autore del blog in questione non solo non ama condividere pienamente i suoi sforzi con gli altri (lo testimoniano le sue presentazioni da "guardare ma non da salvare né da stampare"), ma non ci ritiene neppure degni di notificarci di persona le sue conclusioni, preferendo ridere di noi in pubblico. Ebbene, chi sono io per giudicare un servo che non è mio? (Rm 14,4).

Posto che l'autore del blog non mi suscita alcun interesse dal punto di vista personale (se ritiene il termine presule "risibilissimo", continui a ridere quanto vuole, e buon pro gli faccia), posso però rispondere alle sue critiche, che sono piuttosto ultra vires e non aggiungono granché di sostanziale a una discussione sulla traduzione dei termini liturgici che tra noi è in corso da circa vent'anni.

Che cosa sarebbe mai un "influsso iperclericale"? Ce ne sono pure di "ipoclericali"? Qui avremo pure di fronte a noi un termine clericale, ma siccome lo usa un diacono (membro del clero) per rivolgersi a un prete o a un vescovo (membri del clero), che genere di termine dovrebbe usare, di grazia, se non ne può usare uno con "influssi clericali"? Chi direbbe a un sergente che non può definire "graduati" un capitano o un generale, perché sarebbe un termine che indica un "influsso ipermilitare"?

Inoltre, sentendo parlare di "influssi (...) che non hanno nulla a che fare con il mondo bizantino", mi viene da sorridere... Il mio titolo clericale, nel "mondo bizantino", sarebbe πανοσιολογιότατος (o πανοσιολογιώτατος), che nessun traduttore sano di mente è ancora riuscito a rendere con una passabile traduzione italiana ("lo studiosissimo in tutto simile [all'immagine divina]"?!?) ...e io mi dovrei preoccupare di quanto il termine "presule", che in italiano è forse leggermente aulico, ma comprensibile e perfettamente identificabile, sia compatibile con questi sproloqui? Ma andiamo!

Una verità forse scomoda al nostro critico, ma nondimeno abbastanza palese, è che lingue diverse possono tradurre diversamente gli stessi termini, e anche utilizzarli in modo diverso negli stessi contesti.

Pensiamo all'espressione evangelica "regno dei cieli" (βασιλεία των ουρανών). Dato che il greco della Chiesa indica con βασιλεύς l'imperatore, dovremmo forse tradurre in questo contesto βασιλεία con "impero", invece che con "regno"? In romeno è normale usare il primo e non il secondo termine per parlare del regno dei cieli (împărăția cerurilor, invece di regatul cerurilor), mentre in italiano l'espressione "impero dei cieli" suonerebbe davvero un po' ridicola.

Anche la più letterale traduzione del greco δεσπότης è l'italiano "despota": è proprio lo stesso termine, ma nessun italiano userebbe questo termine per rivolgersi al proprio vescovo o al proprio parroco (a meno di non voler accusare questi ultimi di un'attitudine oltremodo tirannica...)

Perciò, vale molto poco dire che gli inglesi ("guarda caso!") usano "master" (e si potrebbe anche aggiungere che i francesi usano "maître") per giustificare che in italiano NON si dovrebbe usare "presule". Chiamare un vescovo o un prete con l'equivalente italiano "maestro" (oppure "mastro"... l'inglese "master" copre semanticamente anche questo termine) sarebbe altrettanto fuorviante, e sarebbe visto come uno sconfinamento di un termine cultuale nel mondo dell'insegnamento o dell'artigianato. Ricordiamo infine che l'inglese non ha sviluppato una propria versione del latino præsul, cosa che invece ha fatto la lingua italiana.

Persino il termine slavonico владыко è intraducibile sic et simpliciter, perché è in forma diminutiva / vezzeggiativa, normale nelle lingue slave come espressione di rispetto affettuoso, ma in questo caso, forse, davvero "risibilissimo" in italiano ("monsignoruccio"?)

Quali sono, dunque, le traduzioni italiane possibili dei due vocativi δέσποτα / владыко, e quali considerazioni si possono fare riguardo ai pregi e ai difetti di queste scelte? Vediamo una breve carrellata:

Despota: ha il vantaggio di essere la traduzione più letterale, ma lo scarto semantico che ho notato più sopra lo rende fuorviante.

Maestro / Mastro: sempre come ho notato sopra, è fuorviante, anche perché, a differenza dell'inglese "master", in italiano ha minore valenza di sovranità.

Sovrano: non la peggiore delle traduzioni, è un termine semanticamente centrato, ed è stato di fatto impiegato sperimentalmente da alcuni traduttori, ma solo per essere cestinato in breve tempo. Di fatto, è irrimediabilmente connesso a immagini di regalità. Va quindi benissimo quando è applicato a Cristo (o alla Madre di Dio: in questi anni ho notato che più di un traduttore che insiste sul fatto che δεσπότης significa "sovrano", si rifiuta poi inspiegabilmente di tradurre δέσποινα con "sovrana" e ripiega su "signora"... strana schizofrenia). Va invece molto meno bene (e chi lo ha usato se n'è accorto ben presto) in un contesto esclusivamente sacerdotale. A meno che non si vogliano ripristinare i vescovi-conti...

Monsignore: meno strano di quanto sembri, ha il vantaggio di essere inequivocabilmente un termine clericale, ed è applicato sia ai vescovi che ai preti, per cui, con un po' di forzatura, non è incompatibile con il clero ortodosso. È una scelta che si può trovare anche in altre lingue (si pensi a "my lord bishop" in inglese). Oggi tuttavia ha una forte coloritura "curiale" romana.

Signore: sembrerebbe la soluzione più ovvia, e di fatto è quella più ovviamente usata, sia nelle traduzioni degli uniati, sia dal nostro stesso critico. È però anche un appellativo divino di Cristo, e non è un caso che sia stato proprio il greco a differenziare nella Liturgia δεσπότης da Κύριος. Siamo autorizzati a rimescolare insieme questi termini proprio dopo che sono stati esplicitamente differenziati? Certamente, possiamo farlo, ma solo se la lingua italiana (che in questo aspetto è più povera di quella greca) NON può fornire un'adeguata alternativa. Ed ecco che arriviamo così all'ultimo termine possibile.

Presule: altrettanto inequivocabilmente clericale (e un po' meno goffo) di "monsignore", è stato anch'esso usato per indicare sia vescovi che preti, e – cosa importante per l'uso nel contesto ortodosso – non corrisponde a un grado curiale cattolico romano. Ha anche un vantaggio di essere metricamente più facilmente pronunciabile (e cantabile) rispetto a "signore", cosa da non trascurare nel contesto liturgico.

L'accostamento del termine "signore" come titolo divino e dello stesso termine come titolo episcopale crea non poco stridore, soprattutto nella Chiesa ortodossa russa, dove di regola le preghiere per il vescovo locale sono accompagnate dalle preghiere per il patriarca, a cui si dà il titolo di "gran signore". Chiunque abbia un poco di pratica del culto della Chiesa russa conosce l’effetto strano del pregare il Signore per il proprio gran signore e anche per il proprio signore (...ossignore!), e potrà capire che, se in una lingua che non sia lo slavonico si può utilizzare un titolo alternativo per il vescovo e il patriarca, tale alternativa è preferibile e benvenuta.

Anticamente, "signore" aveva una piena dignità sociale, anche negli ambienti di chiesa (Erasmo da Rotterdam, nella sua versione latina della Liturgia di San Giovanni Crisostomo, non ha problemi a usare domine), ma nell'italiano moderno è stato così inflazionato ("signori e signore", "signori si nasce", e via elencando) che alcuni suggeriscono di non usarlo per indicare i membri del clero, ma piuttosto trovare appellativi specifici. Mi sento d'accordo con questi appelli.

Ecco, in sintesi, le ragioni che hanno portato me, ma anche altri traduttori con i quali sono in continuo contatto, a preferire la variante "presule". È una scelta di valutazione di pro e di contro, e non una scelta di verità dogmatiche. È pure una scelta presa dopo anni di valutazioni e discussioni, andando contro alla stessa prima versione delle nostre officiature (che prevedeva anch'essa la variante "signore"), contenuta nel Compendio Liturgico Ortodosso pubblicato nel 1990, un testo che il nostro critico non ha remore a trattare come spazzatura (sparare sul Compendio Liturgico Ortodosso, per certi geni solipsisti dell'Ortodossia in Italia, è divenuto l'equivalente dello sparare sulla Croce Rossa).

Non essendo una scelta dogmatica, ma solamente funzionale, siamo sempre aperti a nuovi suggerimenti. Se qualcuno preferisce ridicolizzarci all'insegna de "il vecchio è buono" (Lc 5,39), può fare come crede più opportuno.

“Gregórius præsul”, tropo introduttivo del canto dell’introito “Ad te levávi” della prima domenica d’avvento, che apre l’anno liturgico romano

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