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  Meditazioni sulla Settimana Santa

del monaco James (Silver)

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Il monaco James (Silver), membro della Commissione per le Canonizzazioni della Chiesa Ortodossa in America, è stato tonsurato nel 1978 nel Monastero della Madre di Dio di Tikhvin nel Kansas; dato che quella comunità non esiste più, si è spostato sulla costa orientale degli Stati Uniti con la benedizione delle autorità ecclesiastiche per seguire un dottorato di teologia. Oggi vive nello stato del New Jersey, dove per decenni ha vissuto una vita monastica legata a una carriera accademica, nello stile da lui stesso definito di un “monaco urbano”. Pur non essendo chiamato a un ministero di predicazione, ha scritto testi interessanti che sono una vera miniera di spunti per i predicatori. Queste sue Meditazioni sulla Settimana Santa, circolate per la prima volta nel 1996, gli sono state richieste nel testo originale inglese da oltre un migliaio di corrispondenti in rete.

 

IL SABATO DI LAZZARO E LA DOMENICA DELLE PALME

Quando la Grande Quaresima termina nella funzione serale alla vigilia del Sabato di Lazzaro, ha inizio un altro periodo lungo una settimana, di ancor più intenso digiuno e funzioni liturgiche.

Il Sabato di Lazzaro e la Domenica delle Palme formano insieme una piccola isola nel ‘mare del digiuno’ (Triodio). Questi due giorni non sono inclusi nei Santi Quaranta Giorni, né fanno parte della Settimana della Passione. Le funzioni di questi giorni hanno due temi principali: il battesimo, e la nostra concomitante rinascita alla vita eterna in Gesù Cristo - graficamente illustrata nel suo richiamo di san Lazzaro (Eliezer) dalla tomba; e la gioiosa accoglienza da lui ricevuta al suo ingesso nella città santa di Gerusalemme cinque giorni prima della sua crocifissione. L’eterno Re di Israele ora arriva a Sion cavalcando ‘un puledro figlio d’asina’, per compiere la predizione del profeta Zaccaria (Zc 9,9).

Per inciso, possiamo  notare che il nome ‘Lazaros’ è un tentativo di riprodurre in greco il nome ebraico ‘eliy`ezer’, ‘il mio Dio (è il mio) aiuto’. Quasi tutti i nomi di persone e luoghi nella Bibbia sono in qualche modo intenzionali, e riconoscere il loro significato è spesso utile per comprendere le narrazioni in cui appaiono. Troppo di quel significato si perde quando questi nomi sono riportati in un latino ingarbugliato - come se fosse in una lingua contemporanea - senza alcun tentativo di spiegarli.

Questo Sabato che commemora la risurrezione di Lazzaro è uno dei diversi giorni battesimali nominati dal Tipico. Questi giorni sono i resti di un tempo in cui i catecumeni che avevano completato la loro preparazione per l’Illuminazione ed erano pronti per essere ‘rivestiti di Cristo’ (Gal 3,27) erano portati al fonte battesimale dal loro padrino. In realtà, quel periodo di quaranta giorni di preparazione al Battesimo è uno dei concetti che contribuiscono alla struttura della Grande Quaresima, come l’abbiamo oggi.

Il simbolismo di morte / rinascita della triplice immersione nelle acque di rigenerazione è stato ampiamente descritto altrove, ma dovremmo tenerlo a mente, mentre ricordiamo la risurrezione di Lazzaro in questo giorno. Questo miracolo di Gesù, in cui egli ridona la vita ad un uomo morto da quattro giorni, è un segno della sua autorità sulla vita e sulla morte. E il suo esempio di pianto per la morte di Lazzaro convalida il nostro senso di frustrazione e di perdita, espressi in lacrime quando la morte coglie coloro che amiamo. Tuttavia, non dovremmo piangere come le persone senza speranza (1 Ts 4,13), perché sappiamo che Cristo è risorto, e che risusciterà anche noi che abbiamo fede in lui, perché così ha promesso (Gv 11: 25).

Le prerogative divine del Signore che riguardano la nostra vita e morte, dimostrate nella sua risurrezione di San Lazzaro come un rappresentante o un prototipo di tutti noi (si veda l’Apolitichio per questi due giorni), avrà la sua espressione suprema solo pochi giorni dopo. Nella risurrezione dello stesso Gesù Cristo dai morti, il suo ritorno alla vita fa capire che è lui ad avere ‘l’autorità di deporre la (sua) vita, e l’autorità di riprenderla di nuovo’ (Gv 10,18). Dimostrare tale autorità sulla sua stessa vita e la morte prova che egli è in grado di mantenere la sua promessa a noi che crediamo in lui.

La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale di Cristo nella città santa degli ebrei. In virtù dei tanti segni e miracoli che aveva compiuto per il suo popolo, Israele, in particolare la risurrezione del suo amico, Lazzaro, Gesù era già acclamato come il Messia, il Cristo, l’Unto di Dio, il Salvatore di Israele.

Gesù è accolto da folle di persone che agitano palme e rami, simboli di vittoria e di regalità, così come noi accompagniamo il libro dei Vangeli e i Santi Doni con ventagli liturgici. La folla lo accoglie con grida estatiche di ‘Osanna!’ Questa espressione aramaica, ripetuta così spesso nelle funzioni di questo giorno nella sua traslitterazione nel greco evangelico, è il grido dei supplici al loro benefattore, o l’acclamazione degli ammiratori per un guerriero o re vittorioso. Significa ‘salvaci!’ o ‘Abbi misericordia di noi!’ In una forma ebraica (‘hoshi`a na’), troviamo queste parole rivolte a Dio nel Salmo 118:25 (numerazione ebraica), ma il greco testo della Settanta (Salmo 117:25) traduce: ‘salvaci!’, quindi è degno di nota che l’aramaico è conservato nei Vangeli.

Eppure, per tutta l’accoglienza entusiastica che ha avuto alla domenica, dov’erano quelli della folla acclamante il venerdì di quella stessa settimana? Erano in una folla in rivolta sul pavimento di pietra, che urlava ‘Crocifiggilo!’ Ecco dove si trovavano, ed è lì che ci troviamo così spesso anche noi quando, per le nostre peccaminose infedeltà al patto che abbiamo fatto con il Battesimo, mettiamo ancora una volta in mano ai carnefici colui che avevamo da così poco tempo accettato come nostro Salvatore.

Signore, prendici con te alla croce, perché è nostra di diritto. Ma se vuoi prendere tu la punizione che noi meritiamo, e morire per farci risorgere dalla morte, allora facci risorgere di nuovo con te alla nostra morte. Salvaci con la tua salvezza!

GRANDE E SANTO LUNEDÌ

La prima funzione caratteristica della settimana della di Passione è il Mattutino del Grande e Santo Lunedì, che stabilisce il modello anche per i Mattutini del Santo Martedì e del Santo Mercoledì. Questa è spesso chiamata la ‘funzione dello Sposo’ (nymphios), che è, ovviamente, Gesù.

Il Vangelo secondo San Matteo (Mt 25:1-13) è l’ispirazione per il tropario tematica di questi servizi: ‘Ecco! Lo Sposo viene nel mezzo della notte, e beato è il servo che egli trova vigile. Ma guai a colui che egli trova di pigro. Fai attenzione, anima mia, di non farti prendere dal sonno, per non essere data alla morte e chiusa fuori del Regno. Piuttosto, alzarsi in fretta e gridare: “Santo! Santo! Santo sei tu, Signore! Per la Theotokos, abbi misericordia di noi! “‘

Il Tipico dice che questo servizio deve essere cantato intorno all’una di notte, anche se in pratica questo non si fa, se non nei monasteri, e non in tutti. Alcune parrocchie in Russia lo hanno fatto, secondo S.V. Bulgakov, almeno prima della rivoluzione comunista nel 1917.

Non è una piccola ironia che il concetto di ‘servo vigile’ sia più onorato rompendo le tradizioni che rispettandole, almeno liturgicamente. Forse lo Sposo arriva davvero ‘nel mezzo della notte’, ma noi lo troviamo molto più scomodo. Poiché sappiamo che saremo, molto probabilmente, ‘presi dal sonno’, molti di noi riprogrammano questa funzione nelle prime serate di domenica, lunedì e martedì della Settimana della Passione. Ma che altro dovremmo fare nelle ore piccole di quelle mattine? Dormire. Probabilmente.

O magari peccare? Forse. Ma il punto qui è di non cedere al sonno dormire, ma di ‘alzarsi in fretta e gridare ... “Abbi misericordia di noi!”‘

In molti luoghi, questa distorsione del tempo liturgico - che è, idealmente, ‘in tempo reale’ - fa un passo più oltre, spostando anche le funzioni serali e la comunione dei Doni Presantificati, programmandole al mattino. La distinzione tra il ‘tempo reale’ e il suo contrario (in qualunque modo possa essere chiamato) sta diventando sempre più importante in questa epoca di simulazione al computer, video e replay istantaneo, e spesso sentiamo il bisogno intuitivo di recuperare qualcosa del normale passaggio del tempo. Se ci aspettiamo di essere in chiesa di mattina e di sera, in ogni caso, perché non serviamo le funzioni della mattina alla mattina (anche se un po’ più tardi dell’una) e le funzioni della sera alla sera? Soprattutto per quanto riguarda il nostro senso decadente del tempo liturgico, abbiamo bisogno di alcune riforme serie.

Forse possiamo sperare che, crescendo nella nostra comprensione della saggezza della santa Chiesa nel conformare la psicologia umana alla volontà di Dio, un giorno vedremo il valore dell’ ‘alzarsi presto per pregare nel suo tempio santo’ (Triodio) e del digiuno durante il giorno, in attesa della comunione ai Doni Presantificati alla sera.

Lo Sposo che incontriamo in questi giorni di festa non porta corone festive di fiori e gioielli, non ha abiti splendidi mentre va al suo matrimonio sul Golgota. Forse nel paradosso più toccante della nostra tradizione iconografica, l’icona venerata di solito in questi giorni rappresenta il Signore della gloria, coronato di spine e sanguinante, avvolto nel mantello porporaa di una beffarda guardia del pretorio; questa icona è intitolata ‘Lo Sposo’ o ‘l’estrema umiliazione’.

Il profeta lo aveva predetto: ‘Chi è costui che viene da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? «Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere».

‘Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino? «Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me. Li ho pigiati con sdegno, li ho calpestati con ira. Il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti, poiché il giorno della vendetta era nel mio cuore e l’anno del mio riscatto è giunto. Guardai: nessuno aiutava; osservai stupito: nessuno mi sosteneva. Allora mi prestò soccorso il mio braccio, mi sostenne la mia ira. Calpestai i popoli con sdegno, li stritolai con ira, feci scorrere per terra il loro sangue». Voglio ricordare i benefici del Signore.’ (Is 63:1-7, cfr Ps 2, Ps 73:12).

E ‘vero: il nostro Salvatore ha compiuto la sua opera di salvezza da solo, massacrando i nemici della nostra salvezza eppure versando il proprio sangue per la nostra salvezza. Egli da solo è la speranza e il conforto dell’anima umana. Il sangue umano che colora la veste di Cristo mentre sta davanti a Pilato e alla folla non è solo simbolicamente quello dei suoi nemici sconfitti, ma - cosa più importante - quel sangue della vendetta divina è mescolato con il suo stesso preziosissimo sangue, ‘versato per la vita del mondo’ (Divina Liturgia di San Basilio) e per la sua salvezza, e che ancora ci nutre nel Mistero eucaristico.

Ma, in un certo senso, quel sangue è anche il nostro, in virtù di Gesù Cristo che prende posto in mezzo a noi per espiare i nostri peccati, anche se egli è senza peccato; il suo sangue ha giustificato noi, gli ingiusti (Rm 5:6-11). Gesù è ‘l’Agnello di Dio’, ed è il suo sangue che ‘toglie i peccati del mondo’ (Gv 1,29, cfr Grande dossologia), il Suo prezioso sangue ci ha redenti, perché il nostro sangue era un’offerta inaccettabile e inefficace redimerci.

Il suo unico sacrificio di se stesso sulla croce ci ha veramente salvati. Non aveva bisogno di salvezza, ma nella sua compassione per la stirpe umana creata a Sua immagine, ‘ha preso su di sé le nostre infermità e ha portato portò i nostri dolori * .... È stato trafitto per i nostri delitti, è stato schiacciato per le nostre iniquità, il castigo che ha portato a noi la pace è stato imposto su di lui, e dalle sue piaghe, noi siamo stati guariti... il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti ‘(Is 53, 3-6).

L’altro inno più caratteristico dell’Officio dello Sposo è l’Esapostilario: ‘Vedo il tuo talamo adorno, mio ​​Salvatore, ma non ho abito nuziale perché io possa entrarvi. Fai risplendere in me la veste dell’anima, o datore di luce, e salvami!’ Noi cantiamo questo inno in tutta compunzione e tenerezza, mentre ci inginocchiamo nel buio, con fede nella benignità del nostro Salvatore verso di noi. Ci viene in mente ancora una volta la nostra gioia battesimale, dal momento che dobbiamo inevitabilmente richiamare alla mente l’inno cantato quando un nuovo cristiano è sollevato dalle acque della rinascita e rivestito di una nuova veste bianca: ‘Cristo, nostro Dio, ti sei vestito di luce come d’un manto, concedimi una veste di luce!’ (Officio del Battesimo, cfr PS 103:2).

Tutti noi una volta possedevamo la nuova veste bianca che ci avrebbe dato l’ammissione alla ‘cena delle nozze dell’Agnello’, ma l’abbiamo macchiato con i nostri vergognosi peccati. Questo abito è il simbolo della nostra condizione morale, lo stato delle nostre anime, mentre contempliamo questo Sposo divino. Quanto è pulito il nostro abito di nozze? O è più facile per noi osservare quanto è sporco? “Quel lino fine sono le opere giuste dei santi. Poi l’angelo mi disse: Scrivi: Beati quelli che sono invitati alla cena delle nozze dell’Agnello! E aggiunse: Queste sono le parole veritiere di Dio” (Ap 19:8-9).

Signore, mantienici puri nella nostra vita, puri come la veste bianca che ci è affidata al Battesimo, in modo che possiamo osservare fedelmente per la tua venuta, ed essere in grado di entrare all’eterna festa di nozze nel tuo Regno.

GRANDE E SANTO MERCOLEDÌ

Ogni mercoledì dell’anno è un giorno di digiuno, così come ogni Venerdì, con eccezioni e rilassamenti in conformità con il calendario liturgico. Nei monasteri, anche i lunedì sono giorni di digiuno, dal momento che anche i farisei digiunavano due volte alla settimana (Lc 18:12). Digiuniamo il venerdì in ricordo della crocifissione e della morte del nostro Signore Gesù Cristo, e il mercoledì per ricordare a noi stessi che era il mercoledì della settimana della Passione, quando, nella sua avidità e ingratitudine, l’iniquo Giuda ha venduto il suo Maestro per trenta monete d’argento.

Ma il Mercoledì Santo viene ricordato anche un altro evento più bello, molto consolante: l’unzione di Gesù in casa di Simone il lebbroso a Betania.

Dovremmo tenere a mente che non i costumi funerari degli ebrei (per non parlare dei cristiani ortodossi, che ereditano alcune di queste tradizioni come conseguenza della nostra auto-comprensione come l’Israele di Dio) vietavano l’imbalsamazione, e che la prassi è quella di lavare un cadavere e ungerlo con oli profumati, e di riempire il suo sudario con spezie aromatiche. Mentre la rituale legge ebraica (halakah) non avrebbe permesso di lavare il cadavere di Gesù, dato che era stato ucciso da gentili e come un criminale, il cui sangue macchiava il suo corpo e non poteva essere profanato lavandolo via, gli altri riti di sepoltura, l’unzione e l’avvolgimento nel sudario, di solito si sarebbero potuti effettuare.

Ma nulla di tutto questo è stato possibile per Gesù, perché egli doveva essere sepolto in fretta in modo da non violare il grande sabato di Pasqua (la paskha, nella lingua del nostro Signore, l’aramaico), uno dei giorni più sacri nel calendario ebraico. Il sacrilegio avrebbe avuto due aspetti: in primo luogo, che un ebreo rimanesse insepolto in questo sabato santo (Gn 19:31), e anche che il ‘lavoro’ di avvolgimento e sepoltura i morti era incompatibile con il ‘riposo sabbatico’. Fu per questo motivo che le donne vennero con l’unguento (myron) e spezie all’alba della domenica mattina, in modo da poter completare correttamente la sepoltura di Gesù una volta che il sabato era passato.

Mentre (Gesù) era a Betania nella casa di Simone il lebbroso, mentre giaceva a tavola, giunse una donna con un vaso di alabastro di olio nardo profumato molto costosa, aprì il vaso e versò l’unguento sul suo capo.

Ma alcuni dei presenti cominciarono a dire indignati l’un l’altro: “Perché sprecare questo unguento? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari (questo era circa un anno di stipendio, ndt) e il denaro dato ai poveri.” E la rimproverarono duramente.

“Lasciatela in pace!”, Disse Gesù. “Perché la turbate? Ha fatto qualcosa di bello per me. I poveri li avrete sempre con voi, e li potrete aiutare ogni volta che vorrete, ma non sempre avrete me. Lei ha fatto quello che poteva: ha versato olio sul mio corpo per prepararlo in anticipo per la mia sepoltura. Amen! Io vi dico che, dovunque sarà predicato questo vangelo in tutto il mondo, sarà raccontato quello che ha fatto in memoria di lei. Allora Giuda Iscariota, che era uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, al fine di consegnarlo nelle loro mani” (Mc 14:3-9).

(Cerchiamo di non utilizzare questa dichiarazione del nostro Signore come una scusa per non aiutare il poveri, anche Giuda lo ha fatto, ma questo dovrà essere il soggetto di un’altra meditazione.)

Allo stesso modo in cui Gesù ha consentito l’unzione del suo corpo vivo ben prima della sua morte e sepoltura (anche se solo Lui sapeva che sarebbe stato così), e ha concesso una grande benedizione alla donna il cui istinto la spinse a fare questo gesto con umile pentimento, in questo giorno abbiamo anche l’uso di conferire il mistero della Santa Unzione anche ai sani, sebbene di solito sia riservato ai malati.

In molti luoghi, la funzione dell’Unzione prende il posto di tutte le altre funzioni che possono essere tenute la notte del Mercoledì Santo (almeno in una chiesa in ogni grande città, come menziona S. V. Bulgakov quale pratica russa prima della rivoluzione comunista), anche se il Tipico presuppone che serviremo la Divina Liturgia dei Doni Presantificati, che potrebbe, ovviamente, essere celebrata prima dell’Unzione.

Il grande affetto del nostro popolo per questo Mistero di conforto e consolazione, anzi la necessità che per esso sente profondamente, richiede che i pastori e gli insegnanti della Chiesa ci permettano di avvicinarci alla santa Unzione anche quando siamo in buona salute, dal momento che (come il nostro Signore Gesù Cristo), le circostanze della nostra ultima malattia e la morte potrebbero non permetterci di riceverla in qual momento.

Come per tutti i misteri cristiani, siamo tenuti a prepararci per la Santa Unzione pentendoci e confessando i nostri peccati, e con un giorno di digiuno. Mentre presentiamo i nostri occhi e le orecchie, le nostre mani e tutto il nostro corpo e la nostra anima per il tocco di guarigione dell’Olio Santo, dobbiamo essere consapevoli di quanto spesso abbiamo preso gli organi del nostro corpo, i sensi e gli strumenti dei templi dello Spirito Santo che noi siamo, e li abbiamo usati per il peccato, invece che per la pietà.

Quante volte abbiamo mentito, o scatenato una parola vergognosa dalle labbra create per lodare il Signore e portare conforto l’un l’altro? Quante volte le nostre orecchie, creata per udire la Buona Novella della salvezza di Cristo, sono state i vasi di pettegolezzi, di calunnie, di storie vergognose, scherzi, e bugie? Quante volte le nostre mani, create per ricevere il Corpo di Cristo, per essere sollevate in preghiera, per cullare i giovani e confortare gli anziani  nel nome di Cristo, sono state invece alzate in rabbia e violenza, per toccare la carne proibita, per rubare?

Signore! Oh, Signore! ‘Veglia su di noi, e guarisci le nostre infermità, per amore del tuo nome.

GRANDE E SANTO GIOVEDÌ

Il Giovedì Santo è il giorno in cui facciamo memoria dell’ ‘ultima cena’ di Gesù con i suoi discepoli, del suo lavaggio dei loro piedi, del suo dono del ‘comandamento nuovo’ di amarci come egli ci ama, e della sua inaugurazione della nuova alleanza nel suo sangue. In questo sublime atto sacerdotale, ha creato il Mistero dell’Eucaristia, che noi riviviamo secondo il Suo comando e partecipiamo di lui così come ci ha insegnato.

Nessun regalo può essere paragonabile al dono che il nostro Salvatore ci ha dato quando, per il nostro bene, è volontariamente morto sulla croce al nostro posto, prendendo su di sé la punizione per i nostri peccati (Is 53:3-6; Eb 9:27-28) e cancellando la traccia della nostra disobbedienza con la sua obbedienza perfetta (Col 2:9-15). Nessun mistero può essere più misterioso del Santo Mistero in cui Cristo ci dà da mangiare e bere lo stesso Corpo torturato sulla croce, lo stesso sangue versato per la salvezza del mondo.

Ci sono eresie che negano che il pane e il vino eucaristico siano lo stesso corpo e sangue del nostro Salvatore, ma queste sono perversioni della comprensione, un rifiuto intenzionale delle parole più trasparenti del Vangelo, sulle quali Gesù (stranamente) insiste che sono letteralmente vere quando la loro apparente assurdità provoca anche alcuni dei suoi discepoli più vicini a lamentarsi: ‘Questa è una dichiarazione dura, chi può intenderla?’ (Gv 6:27-69). Molti di loro abbandonarono Gesù, perché semplicemente non potevano accettare la realtà del suo insegnamento; a modo loro, erano forse un po’ più onesti di alcuni eretici moderni che insistono per avere Gesù alle loro condizioni, piuttosto che alle sue, e dicono che egli davvero non poteva intendere ciò che ha detto, almeno non letteralmente.

Ci vuole tutta la lunghezza e l’ampiezza dell’autentica tradizione cristiana cattolica ortodossa per determinare ciò che è letterale e ciò che è figurativo; gli eretici di solito non applicano le norme della Tradizione, e questo è il motivo per cui finiscono per diventare eretici, o per lo meno eterodossi, piuttosto che ortodossi.

Siamo stati avvertiti: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno, la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in loro. Come il Padre vivo mi ha mandato e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quel pane che i vostri padri hanno mangiato, ma sono morti. Ma chi mangia di questo pane vivrà in eterno.” (Gv 6:53-58; cfr. Es 16, Nm 11, Dt 8, ecc)

I cosiddetti “cristiani” che rifiutano la più evidente istruzione Cristo in questa materia meritano le nostre più sincere preghiere, dal momento che sono vittime di un complotto ispirato da Satana per privarli della comunione con il loro Signore.

Anche tra gli ortodossi ci sono stati - e continuano ad esserci - estremi nella pratica della ricezione del corpo e del sangue eucaristico di Cristo.

Quando un monaco americano aveva espresso sgomento nel vedere che nessuno si accostava al Santo Calice durante la Divina Liturgia nel giorno della festa patronale di una parrocchia, un prete anziano gli ha spiegato che i cristiani ortodossi (aggettivo etnico soppresso) ricevono la Santa Comunione solo tre volte: quando si sposano, quando sono in procinto di subire un intervento chirurgico, e poco prima di fare un viaggio aereo.

Questo atteggiamento tradisce una comprensione timorosa, infantile, perfino superstiziosa dell’Eucaristia, ma l’aspetto più triste di questa conversazione era che il sacerdote, uomo di lunga esperienza, era completamente all’oscuro l’ironia della posizione, che, come pastore, avrebbe potuto mantenere per educare meglio il suo popolo nella fede, invece di riconoscere passivamente la loro ignoranza come cosa normativa.

Mentre il clero chiede il perdono del Signore per “i propri peccati e l’ignoranza del popolo” (prima preghiera dei fedeli, Divina Liturgia di San Basilio), dovrebbe essere consapevole del fatto che l’ignoranza non è un peccato: se la gente è ignorante, è colpa del clero. I pastori devono aiutare a superare l’ignoranza, piuttosto che perpetuarla, soprattutto per quanto riguarda cose essenziali, come la nostra partecipazione alla Santa Comunione; i laici devono essere incoraggiati ad accettare e credere l’istruzione autentica fornita dai loro pastori.

E i pastori e insegnanti degli ortodossi - diretti dai vescovi – devono assicurarsi di raggiungere la maturità teologica, educativa, morale, emotiva per nutrire il loro gregge e condurlo a Cristo, il Buon Pastore di tutti noi.

Mentre i vescovi sono in ultima analisi responsabili per l’istruzione del gregge di Cristo, dei clero e laici, abbiamo tutti responsabilità gli uni verso gli altri e verso Cristo. In questo giorno santo ci viene ricordato quanto grandemente il nostro Signore ama la sua Chiesa, suo corpo e sua sposa. Amandoci gli uni gli altri come egli ci ama, scegliamo liberamente di ‘portare gli uni i pesi degli altri, adempiendo così la legge di Cristo’ (Gal 6,2).

Alla base dell’aneddoto su come le persone di un certo gruppo etnico ricevono la Santa Comunione solo in tre circostanze c’è una grave distorsione pratica e teologica, che eleva la ‘preparazione’ sopra l’esperienza per la quale ci prepariamo, o che coltiva un senso di indegnità quasi impossibile da superare. Si tratta di un problema pastorale che ha bisogno di una seria riflessione e correzione.

Dobbiamo descrivere come indesiderabile, e anche pericoloso, lo spesso rivestimento incrostato di tradizioni popolari che è cresciuto sopra alla partecipazione infrequente alla Santa Comunione da parte dei laici. Il timore legittimo che dovremmo provare mentre ci avviciniamo al Santo Calice che contiene il nostro sostentamento è stato talvolta distorto in una serie complicata e scoraggiante di rituali che escludono tutti tranne i più audaci e i più casuali (e bambini piccoli, dato che Gesù disse: “Lasciate che vengano a me! “) dalla partecipazione frequente all’Eucaristia.

In tali condizioni, i costumi che circondano la ‘preparazione’ a volte assumono una vita propria e potrebbero essere facilmente interpretati come superstiziosi, o perfino idolatri. Il fatto stesso che il nostro Signore ha reso così accessibile questa necessaria e vitale comunione al suo corpo e sangue eucaristico venendo a noi sotto forma di cibo dovrebbe indurre a capire che egli ha voluto rendere la comunione più facile, non più difficile. Gesù non è paziente con le autorità religiose che rendono difficile al popolo venire a lui (Mt 23). E tuttavia, ai pastori e maestri della Chiesa sono affidate responsabilità molto gravi nella loro gestione dei Santi Misteri, e meritano il nostro più sincero sostegno - nella preghiera e in modo più ovviamente pratico - per il loro fedele servizio, anche quando non vediamo le cose dal loro punto di vista.

Così come è un male imporre regole che rendono difficile, se non impossibile, a molti di ricevere l’Eucaristia, un atteggiamento disinvolto e informale verso la Santa Comunione è una distorsione altrettanto tragica nella direzione opposta. Anche se non è corretto insistere, come requisito generale, che ogni Santa Comunione sia preceduta da alcuni giorni di digiuno severo e dalla confessione, è altrettanto sbagliato accostarsi al Santo Calice sconsideratamente e senza alcuna preparazione. I dettagli devono essere elaborati da singoli cristiani, con le loro madri o padri spirituali, di solito il loro parroco, che è - per definizione - il padre spirituale di tutte le persone della parrocchia che serve. È solo con la sua benedizione che i laici possono cercare un altro padre spirituale.

Non importa quello che facciamo per prepararci per la Santa Comunione, si tratta di un gravissimo errore pensare che compiere certi requisiti rituali taluni possa in qualche modo renderci ‘degni’ di partecipare ai santi misteri del corpo e del sangue di Cristo (si veda il socumento su Confessione e Comunione della Chiesa Ortodossa in America). Il corpo e il sangue eucaristico di Cristo ci sono dati non perché abbiamo fatto (o possiamo fare) qualcosa per meritare la comunione con lui, ma perché Cristo, nel suo amore per l’umanità, ci ha dato quello di cui abbiamo più bisogno, ma che non sapevamo nemmeno chiedere. Siamo tutti peccatori, e moriremo in permanenza, assolutamente, per non risorgere di nuovo, a meno di accettare la salvezza che Dio ci manda nel suo Cristo.

Nella preghiera che il nostro Signore stesso ci ha insegnato, chiediamo: ‘Dacci oggi il pane di cui abbiamo bisogno.’ (Mt 6,11) Non stiamo chiedendo un ‘pane quotidiano’ per la nostra sala da pranzo. Chiediamo un pane che è davvero un miracolo della misericordia di Dio, il pane che va ben oltre la nostra alimentazione per un giorno, il pane che ci nutre ora e per sempre, il pane che ci sosterrà fino all’alba del giorno senza fine del regno di Cristo.

Nel Grande e Santo Giovedì è anche nostra abitudine preparare la riserva dei santi doni, da cui si possono prendere particole per i malati e i moribondi, i carcerati e altri che non sono in grado di partecipare alla Divina Liturgia e di ricevere la santa comunione assieme ai fedeli. I santi doni riservati possono, naturalmente, essere preparati tutte le volte che lo richiedono le esigenze locali, ma vi è un legame speciale in questo giorno con quel primo banchetto eucaristico condiviso dal nostro Signore Gesù Cristo e dai suoi apostoli in quel primo Giovedì Santo di molto tempo fa.

E, in memoria dell’esempio di umiltà del nostro Signore, vi è anche l’usanza nelle cattedrali e nei monasteri di rivivere la lavanda dei piedi dei suoi discepoli: ‘Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni, perché io vi ho dato un esempio, che facciate proprio quello che ho fatto per voi... Ora che sapete queste cose, sarete beati se le metterete in pratica ‘(Gv 13:3-17). Per i nostri vescovi e il clero di ogni ordine, può risultare salutare chiedersi “a chi ho lavato i piedi ultimamente?” - letteralmente o metaforicamente - prima che i laici li ritengano responsabili. Il nostro Signore ha detto che egli è venuto per servire, non per essere servito. Seguiamo tutti seguire il Suo esempio.

C’è un sano interesse per far tornare questa pratica antica e istruttiva anche nelle parrocchie, dove è in gran parte caduta in disuso. Anche se nella pratica ortodossa la lavanda dei piedi è prevista solo il Giovedì Santo, vi sono cristiani eterodossi, in particolare gli avventisti del settimo giorno e alcune associazioni battiste, che ripetono questo rito ogni volta che osservano la ‘cena del Signore’, forse giustamente interpretando la direttiva del Signore ‘fate questo in memoria di me’ come una richiesta che include più dell’offerta del pane e del vino.

Come san Pietro (Gv 13:9), abbiamo bisogno di essere lavati del tutto, e la lavanda liturgica dei piedi è sempre un evento ‘catartico’, nel linguaggio della psicologia. Ma per noi, ben lontano dall’essere una mera esperienza emotiva, questa catarsi (‘pulizia’) fa molto di più che pulire i nostri piedi. Quasi tutti coloro che testimoniano o partecipano a questo evento sono commosso fino alle lacrime da compunzione spirituale, i nostri cuori e le anime sono addolciti e purificati assieme ai nostri corpi.

Signore, aiutaci a mettere in pratica il tuo comandamento di umile servizio gli uni agli altri, perché ogni piede che laviamo è il tuo.

GRANDE E SANTO VENERDÌ

Le funzioni della Settimana della Passione raggiungono il loro culmine il Venerdì Santo, quando i fedeli sono chiamati a riunirsi in tre momenti. La prima volta siamo chiamati al Mattutino, con i suoi dodici Vangeli della Passione, spesso tenuto alla sera del Giovedì Santo, dal momento che all’una del mattino - il tempo prescritto dal Tipico - saremmo probabilmente ancora ‘oppressi dal sonno’.

Ci riuniamo insieme una seconda volta a metà mattina per leggere le Ore Regali, così chiamate perché (come alla Natività e alla Teofania) l’imperatore romano (basileus in greco) officiava come salmista, o almeno era presente. Questa pratica è stata spesso osservata da monarchi ortodossi in altri paesi molto tempo dopo la caduta dell’Impero Romano nel 1453. Ora non vi è altro re, se non colui il cui ‘regno non è di questo mondo’ (Gv 18:33-38).

Così, alla ‘terza ora’, le nove del mattino, al tempo stesso (Mc 15:25) in cui Gesù è stato innalzato sulla croce, cominciamo a leggere le Ore Regali con una regalità molto diversa in mente, contemplando il Re della Gloria inchiodato all’albero.

In questo giorno così triste dell’anno liturgico, la santa Chiesa dirige la nostra attenzione alle tremende e impressionanti sofferenze che l’immortale Figlio di Dio ha sopportato per noi. ‘Colui che è senza passioni arriva ora alla sua passione volontaria ‘(Triodio). ‘Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me ‘(Gv 12,32).

‘Elevare’ era un eufemismo per la crocifissione romana, una forma orribile di tortura fino alla morte, e un’umiliazione anche dopo la morte, da cui i romani risparmiavano i propri cittadini, ma che infliggevano selvaggiamente ai loro schiavi riottosi e ai ribelli dei popoli soggetti. Questo è il motivo (secondo la tradizione antica) per cui san Pietro fu crocifisso, ma san Paolo fu decapitato (ATTI 22:22-29). ‘Oggi è appeso al legno colui che ha appeso i cieli sulla terra’ (Triodio).

Cosa possiamo dire quando vediamo questo spettacolo incredibile? Il Figlio di Dio è appeso, denudato e torturato su una forca vergognosa; egli la sopporta, anche se gli elementi stessi protestano (Mt 27:45, 51-52, Mc 15:33; Lc 23:44-45). Nella sua impressionante sofferenza, egli non dice che poche parole. Ha già detto tutto quello che aveva da dire, ora compie il destino che ha accettato quando ha accettato un corpo e un’anima umani per noi (Gv 18,37). Quando Gesù dice: ‘Tutto è compiuto.’ (Gv 19,30), vuol dire che la redenzione del genere umano è stata portata a termine, e che il suo lavoro è finito. La sua obbedienza, fino al punto della morte di croce (Fil 2:7-8), ha annullato gli effetti della disobbedienza di Adamo - e della nostra -, se solo vogliamo reclamare tale annullamento. Nessun essere umano può perfettamente soddisfare le leggi dell’antica alleanza, che secondo i rabbini sono state inflitte a Israele a seguito del suo peccato di idolatria sul Sinai (Es 32), e che sono state considerate come una maledizione da cui Cristo ci ha riscattati (Gal 3,13), dal momento che solo lui, con la sua obbedienza perfetta come Figlio di Dio e Figlio dell’uomo in una sola persona, poteva osservare perfettamente la legge antica (Mt 5,17).

La Legge antica è finita, e ora siamo liberi di diventare per grazia ciò che Cristo è per natura: con la sua morte e risurrezione, il Figlio unigenito di Dio ha reso possibile per noi di diventare figli adottivi di Dio, e suoi eredi regali insieme con Cristo (Rm 1:17).

Naturalmente, questo è per noi motivo di grande gioia. Ma, al tempo stesso, dobbiamo anche accusare noi stessi dei peccati che hanno reso necessario a un così grande Salvatore di salvarci, e siamo ben peggiori per avere ignorato e disprezzato il Salvatore, di quanto saremmo se lui non fosse mai venuto (Eb 2:1-3). Oh, come Cristo ci ama! Cosa possiamo fare per rendergli un amore così grande? Egli ci dice: ‘Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti ‘(Gv 14,15).

L’ultima funzione del Venerdì Santo è in realtà la prima funzione del Sabato Santo. Questa è la funzione serale, a volte chiamata ‘lo schiodamento’ o ‘la discesa dalla croce’, non solo perché la funzione si svolge nel tardo pomeriggio di questo servizio in commemorazione della morte del Signore e della sua sepoltura, ma anche perché, in molti luoghi, vi è una rievocazione liturgica della manifestazione: l’immagine del Cristo morto viene rimossa dalla croce, e il sudario raffigurante il suo corpo nel riposo viene solennemente portato fuori per la venerazione e inserito nella ‘tomba’ al centro della navata.

Per quanto toccanti siano questi riti, si farebbe bene a notare che sono di origine relativamente recente, così come la processione esterna con il sudario, certamente non più di circa due secoli nell’uso generale. Questo è importante come freno al nostro nativo conservatorismo nella pratica liturgica: ciò che cerchiamo di conservare può non essere tutto così antico - è solo ciò a cui siamo personalmente abituati, ma potremmo prendere in considerazione, anche adesso, il ripristino di pratiche antiche o lo sviluppo di pratiche nuove.

Vi è una tradizione antica che descrive san Giacomo, il fratello del Signore, che serve la Divina Liturgia su un tavolo coperto con la sindone originale di Cristo, e questa può essere l’origine dell’immagine che si trova di solito sull’antimensio, per non parlare dello stesso epitafio, e forse anche il ‘volto non fatto da mano umana’; la ‘Sacra Sindone’ ancora conservata a Torino presenta un prototipo di tutte queste immagini: la figura intera di un uomo crocifisso sdraiato nella morte, le mani incrociate sull’addome. Notare che la mano destra è posta sopra la sinistra, la mano destra, che veneriamo con i nostri baci. Questo è esattamente l’opposto del modo in cui mettiamo le mani sul petto quando ci avviciniamo al Santo Calice, mentre poniamo la mano destra sul cuore e la mano sinistra sopra la destra.

C’è un silenzio molto forte, un vuoto palpabile, che incombe sulla santa Chiesa alla sera del Venerdì Santo. Mentre ci sforziamo di comprendere l’orrore della sofferenza e della morte del Figlio di Dio, ognuno di noi si vergogna e si chiede: dato che è stato crocifisso per me, dal momento che i miei peccati sono andati ben oltre le mie povere possibilità di espiarli, sono io che ho crocifisso Cristo. Più di Giuda, più degli ebrei, più dei romani, io ho crocifisso Cristo. Come posso sfuggire all’ira di Dio per aver messo a morte suo figlio in questo modo? Come può la creazione stessa sopportarlo? Anche ‘il sole si oscura, incapace di sopportare la vista di Dio oltraggiato’ (Triodio).

Ma è la morte stessa di Cristo che ‘calpesta la morte’, dal momento che egli risorge dai morti e ci libera dalla morte e ci permette di sfuggire alla punizione finale che meritiamo per i nostri peccati. Questo è il motivo per cui descriviamo la misericordia di Dio come ‘grande’, questa è la definizione stessa di ‘grazia’. Questo è il perdono divino e la riconciliazione con Dio, per cui speriamo e preghiamo, e che ci appartiene se solo lo chiediamo, se solo risponderemo al suo amore accettando la salvezza che egli ci offre in modo univoco attraverso il suo Figlio, il nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo.

‘Adoriamo la tua passione, o Cristo! Mostraci la tua santa risurrezione!’ (Triodio).

LA MATTINA DEL GRANDE E SANTO SABATO

Mentre cerchiamo di dare un senso al terribile sacrificio del nostro Signore Gesù Cristo, il pastore che ha dato la sua vita per salvare la vita delle sue pecore, ci avviciniamo alla sua tomba in ginocchio, e baciamo i suoi piedi feriti. Egli ha preso su di sé una morte temporanea, ma reale, al fine di salvare noi dalla morte eterna. La pena di morte eterna che noi senza dubbio meritiamo per i nostri peccati è mitigata perché ègli si è messo al nostro posto: lo stesso Salvatore immortale si è sottoposto alla mortalità in modo che noi mortali da lui salvati possano essere elevati da lui all’immortalità nell’ultimo giorno.

Siamo presi da umile gratitudine quando iniziamo a comprendere, anche in modo limitato, le implicazioni del suo svuotamento sacrificale di sé per la nostra salvezza. ‘Noi siamo indegni di fronte alla (sua) tomba’ (Ottoico, Tono 1) e gli offriamo i nostri inni di lode.

Liturgicamente, questa gratitudine trova la sua espressione nel Mattutino del Sabato Santo, spesso tenuto la notte del Venerdì Santo, dal momento che - come abbiamo già ammesso - probabilmente non avremmo la forza di volontà necessaria per cantare queste lodi all’una del mattino.

Proprio come facciamo nell’Officio del Funerale (e nell’Officio di mezzanotte, la maggior parte del tempo), cantiamo il Salmo 118, il più lungo dei salmi. Ma in questo ‘Funerale’ di nostro Signore, inseriamo un tropario dopo ogni versetto del salmo.

In generale, i versi sono cantati dal coro o dalla congregazione, e il clero o i cantori si occupano dei tropari. In ogni caso, il canto è solitamente fatto in modo antifonale. Ogni tropario, spesso composto da una sola frase, è un commento conciso sul terribile mistero della morte del Figlio di Dio.

Ci sono 176 di questi tropari, uno per ogni versetto del salmo, e questa è una funzione che dura a lungo. Ma, per non essere tentati di lamentarci della sua lunghezza, potremmo ricordare che il nostro Salvatore ha sofferto per sei ore sulla croce.

Questi tropari sono a volte chiamati “lamentazioni” (threnoi), anche se il Triodio si riferisce a loro come “elogi” o “parole di omaggio” (egkomia), e questo è più in linea con il loro spirito, che è uno di lode, piuttosto che di lutto, anche se il lutto non è completamente escluso. Questi sono inni molto emotivi, capolavori di pensiero concentrato, che ci spinge a una contemplazione sempre più profonda di ciò che Gesù ha fatto per noi.

Alla fine del servizio di mattina, la Sindone (epitaphios) con l’immagine del Cristo morto è sollevata con riverenza dal feretro. Preceduta dalla croce, circondata da fiaccole, e scortata dal clero che porta il libro dei Vangeli come segno della presenza divina e sempre viva di Cristo nella Chiesa, la Sindone è portata all’aperto nel buio che precede l’alba in una solenne processione di persone con candele accese, cantando (come in un funerale) l’Inno Trisagio, accompagnati dai rintocchi lugubri delle campane.

Anche se questo è uno dei riti più recente sviluppo della Settimana della Passione, e l’usanza che si incontra occasionalmente di ‘passare sotto la Sindone’ è ancora più tarda, questa processione è diventata una espressione molto importante di pietà popolare. Molte persone considerano il panno funebre di Cristo (la ‘Sindone’ ora conservata a Torino) come il prototipo dell’immagine che veneriamo in questo giorno.

Quando la processione rientra nel tempio, la Sindone è riposta sul feretro al centro della navata, dove era rimasta dopo lo schiodamento, e dove rimarrà così fino al termine dell’officio di mezzanotte. Noi fedeli ci prosterniamo due volte davanti ad essa, poi veneriamo con baci il santo Vangelo e le mani e i piedi dell’immagine del nostro Salvatore crocifisso, e ci congediamo con una terza prosternazione.

Dolorosamente consapevoli del nostro peccato, ma trovando con cautela il coraggio di avvicinarci alla tomba di Cristo a causa della nostra fede nella salvezza che ha ottenuto per noi, baciamo la sua Sindone in segno di gratitudine e umiltà, sapendo che egli risorgerà come aveva previsto, e confidando nella sua promessa di far risorgere anche noi con lui.

In diversi momenti e luoghi, l’usanza di vegliare per tutta la notte, come i soldati al sepolcro di Cristo, è stata seguita nelle parrocchie; ora si vede una ripresa crescente di questa pratica. Mentre potrebbe non essere possibile per tutti noi restare nel tempio per un’intera notte di preghiera, vegliando presso il sepolcro del Signore, noi tutti possiamo almeno ‘mantenere la guardia per un’ora’ (Mc 14:37).

Signore, tu sei nato come uno di noi, e sei morto come uno di noi. Come hai condiviso la nostra vita terrena, rendici degni della tua promessa di condividere la tua vita immortale con coloro che ti amano.

LA SERA DEL GRANDE E SANTO SABATO

‘Tutto è compiuto’, ha detto Gesù (Gv 19,30), e quindi è morto.

La santa Chiesa ha vegliato come una vedova silenziosa presso la tomba del suo sposo ormai da molte ore. Non si sono tenute funzioni liturgiche da quando abbiamo riposto la Sindone del Signore nella tomba, molto prima dell’alba. Tutto - la natura, il mondo, la Chiesa - è silenzioso, pregno di anticipazione e di speranza.

Nel tardo pomeriggio del Sabato Santo (circa le, secondo il Tipico), ci riuniamo ancora una volta per la funzione serale. Come sappiamo, il giorno liturgico inizia al tramonto, la prima funzione, poi, di un dato giorno liturgico è il Vespro (il servizio serale). La Pasqua del Signore non fa eccezione, ed è durante il servizio serale alla fine del pomeriggio del Sabato Santo che la Chiesa comincia a celebrare la risurrezione di Cristo dai morti.

Si legge una serie di quindici selezioni dagli scritti dei profeti del Vecchio Testamento: ciascuna di esse è un bilancio della condizione del mondo e una previsione della morte e della risurrezione di Cristo. Dopo l’ultima profezia, il Salmo 81 è cantato con grande solennità, con i versi separati da un ritornello che comprende l’ultimo versetto del salmo: ‘Sorgi, o Dio, giudica la terra, poiché avrai eredità in tutte le nazioni.’

Mentre si canta il Salmo 81, il clero si cambia i paramenti dai colori scuri che ha indossato finora indossare, e si riveste di paramenti di colori brillanti. Tutti i tendaggi e drappeggi, così come le tovaglie della santa mensa e della tavola dell’offertorio e il velo dell’altare, si cambiano da colori scuri a colori chiari. Quando è stato completato il cambio, le porte sante si aprono e il ritornello ‘Sorgi, o Dio’ si canta per l’ultima volta in modo trionfante.

Il primo Vangelo della risurrezione è quindi letto davanti alla tomba in mezzo a una congregazione spesso commossa fino alle lacrime di gioia. La funzione continua poi, non con gli inni della sera, ma con la Divina Liturgia di San Basilio.

Un frammento dell’antica Divina Liturgia di San Giacomo, ora poco utilizzata, è cantato oggi al posto dell’Inno Cherubico: ‘Taccia ogni carne mortale, e se ne stia con timore e tremore; non abbia in sé alcun pensiero terreno. Poiché il Re dei re e Signore dei signori si avanza per essere immolato e dato in cibo ai credenti. Lo precedono i cori degli angeli, con ogni principato e potestà, i cherubini dai molti occhi e i serafini dalle sei ali, che si coprono i volti mentre cantano l’inno: alleluia, alleluia, alleluia!’

Al termine della Divina Liturgia, ai fedeli si dà un po’ di pane e di vino, a volte un po’ di kolyva (un dolce di grano bollito e frutta, spesso associato a funerali e funzioni commemorative) per sostenerli, in quanto il Triodio presuppone che rimarranno in preghiera nel tempio fino all’inizio dell’Officio di mezzanotte circa quattro o cinque ore più tardi.

Durante questo periodo, si leggono gli Atti degli Apostoli a un leggio vicino alla tomba di Cristo da parte di diversi lettori, a turno. Ogni volta che la lettura degli Atti è completata, si inizia di nuovo, e questo processo si ripete tante volte quanto è  necessario per riempire il tempo prima dell’Officio di mezzanotte. La santa Chiesa ha scelto gli Atti degli Apostoli da leggere in questo momento, perché sono pieni di testimonianze dei primi cristiani riguardo la risurrezione divina di Cristo (S. V. Bulgakov). Dopo tutto, una delle qualificazioni più importanti dell’apostolato è quella di essere testimone della risurrezione del Signore (At 1,22).

Diversi eventi si celebrano il ​​Sabato Santo: la sepoltura di Cristo, la proclamazione della sua salvezza ai prigionieri dell’Ade (1 Pt 3:18-21), e il suo riposo dopo aver completato l’opera della salvezza.

Ci sono due icone venerate in relazione a questi eventi: uno rappresenta la discesa del Signore nell’Ade, e l’altro suggerisce semplicemente la sua risurrezione fisica dai morti; è importante rendersi conto che nessuna delle due raffigura Cristo che risorge dal sepolcro.

Piuttosto, nella prima e più comune icona, Cristo è raffigurato nell’Ade mentre libera tutti i prigionieri “antichi” (Ottoico). Tra le serrature e le catene sparpagliate, egli calpesta le porte spezzate dell’ade - che come egli ci ha detto non potrà mai prevalere sulla Chiesa (Mt 16,18). ‘Con mano potente e braccio teso’ (Dt 5,15), Egli solleva il nostro padre Adamo (in ebraico adam, ‘umano’) e la nostra madre Eva (in ebraico hawwah, ‘vita’), dalla fossa della corruzione. Li solleva alla sicurezza, alla salvezza e alla vita eterna, proprio come aveva sollevato san Pietro, quando questi cominciò ad affondare sotto le onde, così come ci solleva su quando noi, come Pietro, gli gridiamo: ‘Signore, salvami! ‘(Mt 14:30-31).

Intorno al centro dinamico dell’azione dell’icona, vediamo i discepoli del Signore, insieme con i profeti, i sacerdoti e i re dell’antica alleanza che predissero questo giorno benedetto, e che ora vengono sollevati alla vita eterna con Adamo ed Eva. Satana, o una personificazione della morte (non vi è alcuna differenza funzionale), è spesso ritratto come un mostro legato mani e piedi sotto le porte spezzate, impotente ora a esercitare alcuna autorità su coloro che Cristo ha salvato dalla morte eterna.

Le rappresentazioni di Cristo in piedi in un sarcofago aperto, con una bandiera trionfante in mano, o che emerge dalla soglia buia di una tomba non possono, in nessun caso, essere considerate soggetti appropriati per icone ortodosse. Anche se si tratta di temi comuni nell’arte religiosa dei cristiani eterodossi, sono finzioni create da menti di artisti, e sono prive di significato teologico, poiché non hanno alcun punto di riferimento scritturale. In realtà, si potrebbe dire che tali rappresentazioni immaginarie tentino di riscrivere il Vangelo.

Nessuno ha visto Cristo emergere dalla tomba. È stato suggerito che la pietra sia stata rotolata via non perché Cristo possa uscire, ma perché noi possiamo entrare, e vedere che il sudario e il copricapo erano ancora al loro posto, proprio come se il cadavere che era stato avvolto in essi fosse evaporato (Gv 20,8). Il commento di San Giovanni è importante, dal momento che è stato il primo, poco prima di San Pietro, a entrare nella tomba vuota (Gv 20,2) dopo che le donne mirofore erano state informate dagli angeli splendenti da loro incontrati che ‘Egli non è qui, è risorto’. (Lc 24:1-2)

La scoperta della Sindone e del copricapo, che giacevano al loro posto, rende anche impossibile credere alla fabbricazione suggerita dal clero ebraico, che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dal sepolcro dai suoi discepoli mentre le guardie dormivano, un evento che sicuramente avrebbe comportato la rimozione delle bende (Mt 28:11-15). Tale circostanza, oltre alla raccomandazione molto strana che i soldati ammettono di essersi addormentati in servizio - un reato di solito punito con severe sanzioni militari - ci permettono di meravigliarci non solo della stessa risurrezione, ma anche delle incredibili contorsioni mentali di persone decise a minare la fede nella risurrezione di Cristo.

Non vi è alcuna carenza di ‘teologi’ cristiani eterodossi all’inizio del XXI secolo, altrettanto determinati a perpetrare questa bestemmia come i loro omologhi del I secolo. Nei tempi moderni, è di moda tra gli eterodossi non negare la risurrezione a titolo definitivo, ma suggerire che - vera o no - non inciderebbe sulla loro fede. Non la fede della Chiesa, ma la loro fede individuale, come se ci potesse essere una differenza. Ricordiamoli nelle nostre preghiere, così come le persone che essi portano fuori strada, dal momento che le argomentazioni, anche di tipo scientifico, non sembrano aiutare.

Le guardie che erano presenti alla risurrezione di Cristo morto sono svenute; non videro nulla se non il lampo brillante di un fulmine divino che emanava da qualcuno che avevano creduto morto, ma non lo videro sorgere (Mt 28:3, Apolitichio della domenica, Tono 2°).

Le brave donne che portavano l’unguento e la mirra per completare la sepoltura di Gesù non videro nulla, ma furono informate dagli angeli che Cristo era risorto. Le donne furono incaricate di annunciare questa lieta notizia agli apostoli, ma non avevano visto nulla, se non l’angelo e la tomba vuota. Per quanto meravigliosa fosse quella visione, non videro risorgere Cristo.

Questa esperienza narrata nel Vangelo costituisce il soggetto di un’altra icona spesso venerata quando commemoriamo la risurrezione di Cristo. Essa raffigura le donne mirofore che arrivano alla tomba vuota, e l’angelo seduto sulla pietra appena rotolata via dalla porta della tomba. L’angelo indica il sudario vuoto e proclama la risurrezione di Cristo, incaricando le donne di condividere la notizia con gli apostoli (Mt 28:2-4). Pochi versetti dopo questa considerazione, si trova il Cristo risorto che incontra le sante donne, e che conferma la direttiva dell’angelo di dire ‘ai (suoi) fratelli di andare in Galilea, dove lo potranno vedere (Mt 28:8-10).

Nel senso più stretto della definizione scritturale di ‘apostolo’ (At 1,22), si deve ammettere che le donne mirofore sono state i primi apostoli. Hanno proclamato la risurrezione a Pietro e al resto dei Dodici, che poi lo hanno proclamato a noi. Questo è un punto importante nel dialogo con le femministe, che affermano che la Chiesa ha negato i “diritti” alle donne. Che cosa avrebbe potuto essere più importante del mandato evangelico di proclamare la risurrezione di Cristo, fatta eccezione per la sua incarnazione? E, in conformità con la provvidenza di Dio, entrambi questi eventi cruciali sono stati compiuti da donne. Nei Vangeli c’è molto poco altro compiuto da uomini, se non il ministero del nostro stesso Signore Gesù Cristo, che può essere paragonato ai due eventi più importanti di cui le donne sono le protagoniste. Il sacerdozio ordinato, incluso l’episcopato, è una mera ombra di questi eventi, e le donne cristiane possono essere confortate e nobilitate dalla consapevolezza che ‘la parte buona’ (Lc 10,42) è stata scelta da Dio per loro, e non da loro stesse. Ci sono altre buone ragioni per questo, ma sono oltre la portata di questa meditazione.

Inoltre, Cristo è stato visto da centinaia di persone dopo la sua risurrezione (1 Cor 15:3-11), e ha continuato a insegnare e guarire e spiegare le Scritture dell’Antico Testamento riferite a se stesso (Lc 24:44-45 , At 1:3) fino a quando è asceso al Padre per regnare alla destra di Dio, da dove invia lo Spirito Santo, l’avvocato che guida e anima la Chiesa nel corso dei secoli (Gv 16:5-16; At 1 :1-8, Simbolo della Fede).

Mentre nessun essere umano ha visto come avvenne in realtà la risurrezione di Cristo come era in corso, tutte queste personalità scritturali hanno visto Cristo risorto e hanno sperimentato gli effetti della risurrezione nella loro vita. Come per loro, così anche per noi: ‘Ora che abbiamo visto la risurrezione di Cristo, adoriamo il Signore santo, Gesù, il solo senza peccato’ (Mattutino della risurrezione).

Nessun essere umano ha visto risorgere Cristo, ma noi sperimentiamo gli effetti della sua risurrezione nella nostra promessa immortalità in Cristo, così possiamo sapere empiricamente che ‘Cristo è risorto dai morti; con la morte ha vinto la morte, e a chi giace nei sepolcri ha elargito la vita.’

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