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  La preparazione al Matrimonio nella Chiesa ortodossa
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Se state leggendo questo testo, è perché vi interessa la pratica del matrimonio nella Chiesa Ortodossa. Forse volete sposarvi in chiesa; forse vi hanno chiesto di fare da testimoni, oppure di partecipare alla celebrazione di un matrimonio. Qui di seguito troverete spiegazioni sul rito del matrimonio e sul suo significato.

MATRIMONIO, FIDANZAMENTO, INCORONAZIONE

Il rito matrimoniale ortodosso è composto da due funzioni, un tempo separate, e oggi fuse in un’unica celebrazione. La prima, il fidanzamento (in slavonico obručènie, in romeno logodna), è la solennizzazione delle promesse di matrimonio; la seconda, che potremmo definire il matrimonio vero e proprio, è chiamata nella tradizione ortodossa incoronazione (in slavonico venčànie, in romeno cununie), un nome che viene dalle corone poste sul capo degli sposi.

In altri tempi e in altre società, i matrimoni erano organizzati tramite accordi tra le famiglie degli sposi, e spesso erano programmati quando i futuri sposi erano ancora in età molto giovane (adolescenti, o addirittura preadolescenti). In tali casi si capiva un desiderio di solennizzare le promesse di matrimonio con un appropriato rito di fidanzamento, in modo da annunciare a tutta la comunità dei credenti che due giovani erano promessi l’uno all’altra, anche se ancora il loro matrimonio non era stato celebrato.

Oggi ci si sposa per lo più di propria iniziativa e con il partner di propria scelta, e quindi non ha più senso celebrare in chiesa un fidanzamento separato dal matrimonio: ecco perché le funzioni del fidanzamento e dell’incoronazione sono fuse in una sola celebrazione. Tuttavia, vale la pena ricordare come gli stessi libri delle funzioni ancora prevedono la possibilità che il fidanzamento e il matrimonio siano celebrati in due occasioni distinte.

UN PO’ DI TEOLOGIA DEL MATRIMONIO

Il sacramento – o per usare la terminologia ortodossa, il santo mistero – del matrimonio non pretende di unire legalmente un uomo e una donna. Piuttosto, è il riconoscimento da parte della Chiesa dell’unione che Dio ha già operato nelle vite degli sposi: è l’ingresso, in modo misterioso, dell’unione umana degli sposi (in quanto unione terrena, soggetta al peccato, al dolore e alla morte) nella dimensione divina del Regno di Dio.

L’unione del matrimonio cristiano riapre la possibilità del primo progetto matrimoniale dell’Eden: attraverso la compagnia di esseri complementari, la realizzazione nella loro vita di un’eternità di gioia.

Per questo il matrimonio ortodosso va al di là di un accordo legale. Nel corso del rito, gli sposi non scambiano voti nuziali: attraverso la loro presenza (e quella dei loro testimoni a garanzia della loro libera scelta) si realizza l’impegno tra i due e l’apertura all’azione di Dio nella loro unione.

Anche se la Chiesa è condiscendente verso i vedovi che si risposano perché non vogliono vivere soli, il matrimonio non è visto come un unione degli sposi “finché la morte non li separi”. Di fatto, dato che l’unione entra nella dimensione del Regno di Dio, ne assume anche i caratteri di eternità. Per questo, invece di parlare di matrimonio indissolubile come fa la teologia romano-cattolica, la teologia ortodossa parla di matrimonio unico e irripetibile: si può anzi dire che per gli ortodossi esiste un solo vero matrimonio sacramentale nella vita, mentre i successivi matrimoni (sia quello dei vedovi, sia in altri casi in cui la Chiesa autorizza un secondo matrimonio quando il primo è, dal punto di vista umano, irrimediabilmente fallito) sono visti come una misura di indulgenza, con una benedizione ecclesiale che reintegra i nuovi sposi nella vita della comunità dei credenti.

Proprio perché propone con il matrimonio una nuova “dimensione divina” alla vita della coppia, la Chiesa Ortodossa non condanna le unioni umane. Il suo compito non è di determinare se le coppie che non sono sposate in chiesa vivano più o meno “nel peccato” (in senso lato, si può dire che chiunque non vive secondo la grazia e la volontà di Dio vive nel peccato, che sia sposato con rito religioso oppure no); piuttosto, il suo compito è chiamare tutte le coppie a passare dall’unione umana alla partecipazione alla vita divina offerta attraverso il mistero del matrimonio.

I TESTIMONI

Gli sposi sono accompagnati al matrimonio da due amici (nella terminologia greca, i paraninfi, che potremmo tradurre come “amici degli sposi”), che hanno un compito molto importante nel rito: quello di testimoniare, con la loro presenza, la libertà del legame matrimoniale, sia per la libera scelta personale (assenza di costrizioni, minacce o altre condizioni che rendono nullo il matrimonio), sia per la mancanza di altri legami (matrimoni o fidanzamenti precedenti il cui effetto non sia stato riconosciuto come terminato dalla Chiesa). Per questo, è importante che i testimoni conoscano bene gli sposi.

Nel corso del tempo si sono stabiliti diversi costumi locali, e i testimoni sono venuti sempre di più a somigliare ai padrini del battesimo (in lingua romena, si usa lo stesso termine, nănaş, per indicare entrambi i ruoli): oggi i testimoni sono quasi sempre un uomo e una donna, per consuetudine marito e moglie. In tal modo, la coppia dei testimoni prende il compito di guidare la coppia più giovane nella loro vita matrimoniale.

Per quanto questa usanza sia bella e nobile, bisogna sottolineare che i testimoni NON hanno il ruolo di padrini o di guide; il loro compito è, appunto, quello di testimoniare la libertà del matrimonio, e tutto ciò che vogliono essere o fare in più per gli sposi non è un compito richiesto dalla Chiesa.

Per questo, ricordiamo quanto segue:

1. Non è obbligatorio che i testimoni siano sposati. Non è neppure obbligatorio che siano un uomo e una donna: per la Chiesa sono regolari i matrimoni che hanno due uomini, oppure due donne, come testimoni.

2. Non è obbligatorio che i testimoni siano cristiani ortodossi. Non è la fede o l’appartenenza dei testimoni alla Chiesa che è richiesta nel matrimonio (come invece è richiesta per i padrini di battesimo), ma la loro sincera conoscenza degli sposi. In altre parole, meglio un vero amico non ortodosso (o in caso estremo, addirittura non cristiano) piuttosto che un membro della Chiesa che non conosce gli sposi. Oggi c’è chi insiste che i testimoni siano cristiani ortodossi, ma chi sostiene queste cose dovrà spiegare perché la Chiesa, che permette che uno degli sposi sia un cristiano non ortodosso, dovrebbe essere più rigorosa con i testimoni che non con gli sposi stessi!

3. La Chiesa non chiede niente ai testimoni, dopo che hanno fatto il loro dovere al matrimonio. I testimoni non sono obbligati a fare da padrini di battesimo ai figli della coppia (anche se questo succede spesso nella pratica), né hanno altri doveri specifici: ogni vicinanza o aiuto agli sposi viene dalla libertà del loro ruolo di amici.

I MATRIMONI MISTI

Fino a un certo punto, nella storia cristiana, la Chiesa si è rifiutata di benedire i matrimoni in cui uno dei due coniugi non apparteneva, per fede e battesimo, ai propri fedeli.

Con la mobilità sociale degli ultimi secoli, tuttavia, sono aumentate sempre di più le coppie miste, e anche la Chiesa ha esteso gradualmente l’unione del matrimonio a queste coppie, anche se con una certa prudenza.

Per quanto riguarda la Chiesa russa, i primi casi di matrimoni ortodossi per coppie miste furono concessi nel XVIII secolo ai prigionieri di guerra svedesi, che avevano preso mogli russe ed erano sprovvisti dei propri pastori.

Oggi è possibile un matrimonio misto di fedeli della Chiesa Ortodossa con fedeli battezzati di chiese cristiane non ortodosse (incluse le denominazioni più recenti, come avventisti e pentecostali, ma esclusi i nuovi movimenti di matrice cristiana come mormoni e testimoni di Geova). Non si può invece celebrare un matrimonio misto con non battezzati (atei o di altre religioni): il principio di tale esclusione è che è inverosimile che una persona che non crede in Cristo e non appartiene alla sua Chiesa (nemmeno in  una forma eterodossa) possa onestamente assumersi il compito di vivere la vita di un coniuge cristiano secondo la fede della Chiesa.

Anche se i matrimoni misti sono possibili, la Chiesa incoraggia sempre i propri membri a cercare coniugi della loro stessa fede, soprattutto se entrambi sono credenti impegnati. L’impegno dei cristiani ortodossi non è semplice, e passare la propria vita accanto a una persona che non condivide questo cammino aggiunge complessità a uno sforzo non indifferente.

A seconda dei casi, soprattutto quando i coniugi non sono al primo matrimonio, può essere necessaria la benedizione del vescovo prima di procedere a un matrimonio misto.

IL RITO DEL FIDANZAMENTO

Vediamo dunque come si svolge un rito nuziale in una Chiesa Ortodossa di oggi. La prima parte, il rito del fidanzamento, si svolge nel nartece (vestibolo) della chiesa: se la chiesa non ha un nartece o un portico interno, è consuetudine fare il fidanzamento alle porte della chiesa, per indicare l’ingresso nella vita matrimoniale (anche nel rito del battesimo, le preghiere esorcistiche e le dichiarazioni di fede si fanno nel nartece, per la stessa ragione). Gli sposi avanzano affiancati dai testimoni, lo sposo si tiene sulla destra e la sposa sulla sinistra: sono le posizioni tenute per consuetudine dagli uomini e dalle donne nella chiesa, che si possono ricordare facilmente guardando la disposizione delle icone centrali di Cristo e della Madre di Dio.

Il prete che celebra il matrimonio benedice gli sposi, consegna loro ceri accesi, e li incensa. Inizia quindi il rito del fidanzamento,  composto da preghiere, litanie e dallo scambio degli anelli, che simbolizza lo scambio delle promesse di fedeltà.

Gli anelli erano anticamente d’oro (per lo sposo) e d’argento (per la sposa), ma oggi sono più usate le coppie di anelli fatte dello stesso materiale (talvolta anche meno prezioso). Prima del rito del fidanzamento, gli anelli sono benedetti con l’aspersione di acqua santa, e poggiati sopra la tavola dell’altare. Volendo, si possono portare gli anelli in chiesa un certo tempo prima della funzione nuziale, e tenerli sulla tavola dell’altare durante la celebrazione della Divina Liturgia.

Il simbolismo degli anelli (un cerchio che non ha fine, così come le promesse degli sposi non hanno termine né condizioni) è spiegato nelle preghiere del rito, quando si ricordano gli anelli donati in vari episodi biblici come segni di fedeltà, di fiducia, di responsabilità e di misericordia divina.

La formula del fidanzamento, che secondo alcuni usi si ripete per tre volte, è la seguente: Il servo di Dio (nome) riceve per fidanzata la serva di Dio (nome), nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito, amen. Allo stesso modo, la formula si ripete per la sposa: La serva di Dio (nome) riceve per fidanzato il servo di Dio (nome), nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito, amen.

Il prete mette l’anello al dito anulare della mano destra degli sposi. La mano destra (con cui un cristiano fa il segno della croce) è usata come sede degli anelli nella tradizione cristiana più antica, e anche in quella ebraica, da cui provengono molti usi del matrimonio ortodosso. La pratica del cattolicesimo romano, che ha differenziato gli anelli di fidanzamento da quelli di matrimonio (mentre nella Chiesa Ortodossa non c’è questa distinzione), ha portato in alcuni usi a passare gli anelli alla mano sinistra. Se gli sposi, per costume locale, desiderano portare i loro anelli alla mano sinistra dopo la fine del rito nuziale, non c’è alcun serio problema.

Gli anelli, appena messi al dito degli sposi, sono scambiati per tre volte (dal prete stesso o dai testimoni, a seconda degli usi). Lo scambio degli anelli esprime il continuo scambio tra gli sposi, che come figure complementari si arricchiscono a vicenda.

Se al rito del fidanzamento segue subito l’incoronazione (vale a dire, oggi, nella stragrande maggioranza dei casi), sposi e testimoni procedono verso il centro della chiesa, dove è preparato un tavolo con le corone nuziali. Durante l’ingresso della coppia, il coro canta i versi del Salmo 127, intervallati dal ritornello “Gloria a te, Dio nostro, gloria a te”.

IL RITO DELL’INCORONAZIONE

Entrati al centro della chiesa, gli sposi vanno a stare sopra un tappeto preparato appositamente per loro (può essere un telo ricamato con motivi matrimoniali, come si usa preparare in Russia, oppure un semplice tappetino largo abbastanza per accomodare i due sposi). Questo tappeto, il cui uso proviene dall’antico matrimonio ebraico, simbolizza la dimensione sulla quale gli sposi hanno un dominio riconosciuto dalla Chiesa: la gestione della loro vita comune, la crescita dei figli, la dimora familiare.

Il prete inizia il rito dell’incoronazione con tre preghiere nelle quali si chiede la grazia di Dio per gli sposi: la grazia che trasforma la loro unione umana in un’unione guidata dallo Spirito santo (proprio come nella Divina Liturgia il prete prega per la discesa dello Spirito santo sul pane e sul vino, perché si trasformino nel corpo e nel sangue di Cristo).

Le mani degli sposi sono unite dal prete, e secondo gli usi sono legate assieme con un nastro o con un velo. Quindi il prete pone sul capo degli sposi le corone, segno di regalità (la Chiesa concede agli sposi di essere i sovrani della loro vita familiare, come compartecipi della regalità di Cristo stesso), e anche di perfezionamento: gli sposi diventano “corona” l’uno dell’altra, un completamento dell’immagine divina, uno strumento potenziale di salvezza l’uno per l’altra, come ricordato anche da san Paolo nel capitolo 7 della prima Lettera ai Corinzi. La corona è pure segno di martirio, ovvero di testimonianza di fede “nella buona e nella cattiva sorte”, che giunge fino al sacrificio della vita. Il mistero del matrimonio richiede la volontà di morire a se stessi, al proprio tornaconto personale, per sapersi donare all’altro per tutta la vita.

La formula dell’incoronazione, che secondo alcuni usi si ripete per tre volte, è la seguente: Il servo di Dio (nome) riceve come corona la serva di Dio (nome), nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito, amen. Allo stesso modo, la formula si ripete per la sposa: La serva di Dio (nome) riceve come corona il servo di Dio (nome), nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito, amen.

Le corone, appena poste sul capo degli sposi, sono scambiate per tre volte (dal prete stesso o dai testimoni, a seconda degli usi), mentre il coro canta: Signore Dio nostro, coronali di gloria e d'onore.

LE LETTURE

Le due letture bibliche associate al matrimonio sono prese dalla Lettera di san Paolo agli Efesini e dal Vangelo di Giovanni.

San Paolo ricorda ai primi cristiani di Efeso (ma anche ai cristiani di tutti i tempi e luoghi) i doveri reciproci degli sposi, facendo un parallelo tra l’amore del marito e della moglie con quello di Cristo e della sua Chiesa. Come Cristo ama la sua Chiesa al punto di donarsi totalmente per lei, fino al sacrificio supremo, così il marito deve donarsi totalmente alla moglie. Come la Chiesa, a sua volta, è sottomessa a Cristo, così la moglie deve sottomettersi al marito. Se in ogni momento della vita matrimoniale si segue questo modello, i matrimoni non falliscono! La moglie, lasciando l’ultima parola al marito, impara a dominare il suo desiderio istintivo di protezione della famiglia nei momenti di conflitto di volontà (che di solito non hanno molto a che fare con l’immediata sopravvivenza dei figli e della famiglia); il marito, ricordando la necessità di sacrificarsi per il bene della moglie e dei figli, fa sì che l’ultima decisione a lui lasciata non sia per i propri interessi personali, ma per quelli del nucleo familiare.

Il Vangelo di Giovanni parla del primo segno miracoloso fatto da Gesù alle nozze di Cana, dove l’acqua trasformata in vino (e in vino di qualità!) è il modello della trasformazione dell’unione umana in un’unione divina, attraverso la grazia del Signore. La coppia non è più una semplice istituzione umana, ma un segno, come la Chiesa stessa, del Regno di Dio già presente in mezzo a noi.

CONCLUSIONE DEL RITO

Dopo ulteriori preghiere e litanie, il prete benedice una coppa di vino: da questa coppa bevono gli sposi, in segno della loro partecipazione comune di tutta la vita, in ogni suo aspetto di gioia o di dolore. La coppa di vino viene direttamente dall’uso del matrimonio ebraico, e non ha alcuna connessione con il vino del mistero eucaristico.

Il prete conduce quindi gli sposi in una triplice processione attorno al centro della chiesa, mentre il coro canta alcuni tropari (inni della tradizione ortodossa) che parlano di temi collegati simbolicamente al matrimonio. Durante il canto dei tropari, è uso che i testimoni seguano gli sposi, eventualmente reggendo le corone sul loro capo.

Il canto dei tropari proviene dall’antico uso di accompagnare gli sposi in processione con canti, dopo il matrimonio, dalla porta della chiesa alla porta di casa della nuova coppia. Nel tempo questa usanza pubblica è stata abbandonata, i canti ecclesiali sono stati trasferiti a questo punto della fine della celebrazione, e la processione è divenuta un episodio interno del rito matrimoniale.

Al termine della processione il prete scioglie le mani degli sposi, e ripone le corone sul tavolo. Nelle preghiere finali che seguono, il prete chiede a Dio di custodire le corone senza macchia nel suo regno: un segno dell’eredita che attende gli sposi cresciuti nell’amore e nella fedeltà, che hanno portato frutti spirituali nel loro matrimonio.

Dopo la benedizione finale, seguono secondo gli usi una serie di segni e di auguri: la venerazione delle icone in centro alla chiesa (oppure sull’iconostasi), l’augurio di molti anni alla nuova coppia, un’esortazione del prete agli sposi a mantenere nella propria vita la grazia ricevuta da Dio. Nel caso di matrimoni misti, anche un ministro di culto non ortodosso può avere a questo punto uno spazio per rivolgersi agli sposi e offrire loro una parola di incoraggiamento e di istruzione.

I SECONDI MATRIMONI

La Chiesa Ortodossa mantiene uno standard molto elevato nel modello di vita di coppia, ma riconosce che i legami matrimoniali hanno termine, o per ragioni di forza maggiore (come la morte di uno dei coniugi) o per diversi livelli di colpa umana (abbandono, infedeltà e altre cause che riducono il matrimonio a una mera finzione). In questi casi, la Chiesa permette (nel caso di vedovanza, sempre, e negli altri casi, con la benedizione scritta del vescovo nella cui diocesi è stato celebrato il matrimonio) di fare un secondo matrimonio religioso. Ne tollera anche un terzo (seppur vivamente sconsigliato), mentre ne vieta assolutamente un quarto.

Esiste un rito delle seconde nozze, di carattere penitenziale, nel quale si vede chiaramente come la Chiesa permette i secondi matrimoni come un rimedio a situazioni personali ancora più sconvenienti. Oggi si usa il rito delle seconde nozze solo se entrambi gli sposi sono già stati incoronati in precedenza: è una forma di rispetto per un coniuge che sia invece alla sua prima esperienza di matrimonio. Di conseguenza, può essere raro veder celebrare questa forma di rito nuziale.

LA PREGHIERA DEL RIENTRO DEGLI SPOSI

Una preghiera annessa al rito matrimoniale, oggi raramente usata, li accoglie al loro rientro in chiesa dopo i festeggiamenti nuziali. Non è male continuare a proporre questa preghiera, che può essere un adeguato “rito di passaggio” dopo un viaggio di nozze, per far ritornare la coppia appena sposata a un ruolo attivo nella comunità locale dei fedeli.

PROBLEMI E DIFFICOLTÀ

Spesso un matrimonio in chiesa comporta diverse difficoltà pratiche, sia in relazione al matrimonio civile, sia alla presenza di precedenti legami matrimoniali. Questa guida non può pretendere di dare una risposta generale a tutti i problemi, ma qui di seguito offriamo alcuni elementi di riflessione.

Se gli sposi non sono uniti in matrimonio civile, bisogna che questo sia fatto o prima del matrimonio in chiesa, o contestualmente al matrimonio religioso. È possibile fare un matrimonio ortodosso con effetto civile, ma solo se il prete che lo celebra è un ministro di culto riconosciuto dallo stato. Per questo, bisogna informarsi bene presso la chiesa in cui ci si vuole sposare (meglio ancora, si dovrebbe frequentare assiduamente quella chiesa!)

Se c’è stato un precedente matrimonio in chiesa di un coniuge ortodosso, occorre la benedizione del vescovo nella cui diocesi è stato celebrato il matrimonio precedente. Se invece il precedente matrimonio religioso lo ha contratto un coniuge non ortodosso, allora questa persona deve essere dichiarata libera di risposarsi secondo le regole della sua Chiesa di appartenenza. Se detta Chiesa non lo ritiene libero, la Chiesa Ortodossa non può intervenire a riguardo. Le conversioni alla Chiesa Ortodossa per aggirare questo ostacolo – ancorché possibili – non sono viste con favore.

Se ci sono stati precedenti matrimoni civili, non ci sono obiezioni a un matrimonio in chiesa, ma tutti i legami di un precedente matrimonio civile devono essere sciolti, così come deve essere risolta qualsiasi disputa (affidamento dei figli, e così via) legata a tale matrimonio.

Il matrimonio non preclude una scelta futura del marito o della moglie di abbracciare la vita monastica, ma una simile scelta può essere fatta solo con il consenso di entrambi i coniugi, e può essere accettata solo se i genitori non hanno (o non hanno più) la responsabilità della crescita di figli minorenni. In tali casi il matrimonio è sospeso dalle autorità della Chiesa, e il marito o la moglie (o ancor meglio, entrambi) possono ricevere la tonsura monastica.

I GIORNI “GIUSTI” PER IL MATRIMONIO

“In quali giorni ci si può sposare?”

Questa semplice domanda ha risposte complesse (e talvolta diverse), con lunghe liste di “giorni in cui il matrimonio in chiesa è vietato”, per cui proviamo a capire le ragioni che hanno portato ad avere giorni inadatti ai riti nuziali.

I problemi dei giorni di digiuno e di festa

Il matrimonio non è solitamente visto come semplice cerimonia per lo stretto gruppo degli sposi e dei testimoni, ma come il riconoscimento pubblico di un legame, che mette insieme le famiglie e gli amici, in un’atmosfera allegra e festosa. I giorni di digiuno non sono momenti adatti a questo tipo di celebrazione, per cui la Chiesa ortodossa vieta i matrimoni in questi giorni - nel caso dei periodi lunghi di digiuno come la grande Quaresima - o alla vigilia dei giorni singoli di digiuno. Può sembrare strano che il matrimonio sia vietato alla vigilia di un giorno singolo di digiuno (al martedì e al giovedì), ma sia invece permesso nel giorno stesso (al mercoledì e al venerdì). La ragione va cercata nella tradizione di fare i banchetti che durano tutta la notte, e anche nell’idea di non “consumare” la prima notte di nozze all’alba di un digiuno.

Anche nei giorni delle più grandi feste non si celebrano matrimoni, per non distogliere l’attenzione dalle feste della Chiesa. Spesso anche i giorni dopo le grandi feste (per esempio, i giorni tra il Natale e l’Epifania) sono preclusi ai matrimoni. Non tutte le Chiese ortodosse seguono gli stessi regolamenti sui periodi dopo le feste: in alcune può capitare di sentire che non si fanno i matrimoni nella settimana dopo la Pasqua (o Settimana Luminosa), in altre si può sentire che i matrimoni sono vietati per tutti i quaranta giorni dopo la Pasqua. In ogni caso è bene consultare la chiesa in cui ci si vuole sposare, dove possono anche esserci differenze riguardo al calendario che si segue.

Il problema del sabato

I matrimoni sono vietati anche il sabato, anche se abitualmente non si tratta di un giorno di digiuno, né di vigilia di un digiuno. La ragione di questo divieto è di ordine pastorale: la partecipazione di numerosi gruppi di persone ai festeggiamenti matrimoniali al sabato sera svuota (o comunque svilisce) la partecipazione in chiesa alla domenica. Anche se questo divieto è considerato piuttosto duro (soprattutto per le famiglie che hanno il sabato libero da impegni di lavoro), è una norma di assoluto buon senso, e oggi (soprattutto nella Chiesa russa) si segue ancora con rigore.

Bisogna ricordare che i divieti di celebrazione del matrimonio non sono divieti assoluti, e si possono ottenere eccezioni: sempre, però, per benedizione del vescovo del luogo. Il prete che celebra un matrimonio non ha il diritto di fare un’eccezione senza motivarla al suo vescovo, e senza avere avuto il suo permesso.

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