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  Dobbiamo seguire l'esempio dei santi antichi

Un colloquio con sua Eminenza il metropolita Hilarion, primo ierarca della Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia

di Tatiana Veselkina

Dal sito delle missioni della ROCOR nelle Filippine

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I fiori di ciliegio sono già sbocciati a New York, e presto fioriranno i lillà. Il metropolita Hilarion ha celebrato la Pasqua nel 2013 a New York con l'icona "protettrice" della diaspora russa, e subito dopo la festa luminosa, ha celebrato il suo quinto anniversario come primo ierarca della Chiesa russa all'estero.

Eminenza, ormai da cinque anni è alla guida della Chiesa russa all'estero come parte di una Chiesa ortodossa russa unita. Che cosa ci hanno dati questi anni di unione?

Guardandomi alle spalle, penso: da dove cominciare? Posso dire questo: il ritorno annuale alla sua terra d'origine della nostra protettrice, l'icona della radice di Kursk della Madre di Dio "del Segno" e i pellegrinaggi nelle varie diocesi in Russia, Ucraina, Kazakistan, e quest'anno per la prima volta a Vladivostok e in Giappone.

Posso parlare degli insegnanti, dei monaci e dei sacerdoti provenienti dalla Russia, dall'Ucraina, che hanno arricchito le nostre tradizioni ortodosse. Questo scambio continua, ed è in espansione. Centinaia di studenti e giovani che si recano in Russia e nella CSI non solo per incontrare altri giovani, ma per fare veri lavori, per esempio il ripristino di luoghi santi russi a Solovki e Tikhvin.

Potrei raccontarvi delle pubblicazioni, dei filmati, dei documenti d'archivio restituiti. O delle conferenze di tutta la diaspora, dei pellegrinaggi giovanili comuni... dei matrimoni, e ora dei loro figli che sono nati in diversi continenti. Potete leggere tutto su questo su Internet. Ma questo non sarebbe potuto accadere senza la nostra preghiera collettiva all'altare di Dio, senza l'arricchimento spirituale della comunione eucaristica con la Chiesa madre, il suo episcopato, il clero e i laici. Naturalmente, potremmo avere punti di vista diversi su alcune questioni. È importante che l'unità della nostra Chiesa esista solo sul fondamento della verità e della purezza. Ecco perché il ristabilimento della preghiera comunione all'interno della Chiesa russa, di cui abbiamo celebrato lo scorso anno il quinto anniversario, è a nostro parere un evento storico, il più importante degli ultimi decenni.

Le capita spesso di viaggiare e di celebrare servizi divini in patria, di pregare nei luoghi santi della patria?

Avevo già visitato molti altri luoghi santi, quando ero ancora vescovo vicario di New York e vescovo diocesano in Australia. Ora ho solo la possibilità di servire a Mosca o nelle vicinanze, e solo durante gli eventi ufficiali della Chiesa, mentre prima avevo più possibilità di viaggiare per i luoghi santi della Russia e dell'Ucraina con i nostri pellegrini provenienti da vari paesi. La prima volta, come vescovo di Manhattan, sono venuto in Russia nel 1990 e nel pellegrinaggio di oltre due mesi – giugno e luglio – ho visitato Valaam e San Pietroburgo, Kiev e la Lavra di Pochaev, dove ho incontrato il priore, l'archimandrita Onufrij, ora metropolita di Chernovtsy e della Bucovina. Poi ho anche incontrato i miei parenti in Ucraina. Avevo sempre voluto saperne di più sulle origini della mia famiglia, dei miei cugini, ma non osavo sperare che questo sarebbe mai accaduto. Con il tempo sono venuto a sapere di altri parenti della Russia e con l'aiuto di un genealogista a San Pietroburgo ne ho trovati altri che vivono in Russia, distanti dieci generazioni.

Vladyko, come ha fatto la sua famiglia ad andare a vivere al di fuori della propria patria?

Io sono nato in Canada, e i miei genitori venivano da Obenizhe, nell'oblast della Volinia. Questa piccola città esiste tuttora, in quella che oggi è l'Ucraina. Quando la Volinia divenne parte della Polonia, le autorità hanno iniziato una politica di "polacchizzazione": le scuole sono state costrette a insegnare il polacco, e hanno cercato di introdurre il nuovo calendario nella Chiesa.

Poi mio padre ha suggerito a mia madre di trasferirsi in Canada, che aveva bisogno di lavoratori per coltivare terre vergini. I miei fratelli e mia sorella sono nati lì, come pure io, il più giovane. A casa parlavamo due lingue, ucraino e inglese; ho imparato il russo dopo, quando mi sono iscritto al seminario di Jordanville, negli Stati Uniti. Come la maggior parte degli immigrati, conducevamo una "doppia vita", canadese e russa, ricca di tradizione e di un patrimonio spirituale, e non separavamo mai la nostra gente in russi e ucraini: ci siamo sempre sentiti un solo popolo.

I miei genitori erano alfabetizzati, ma come tutti gli immigrati, vivevano in costante bisogno: la nostra fattoria ci sfamava a malapena, e mio padre era costantemente alla ricerca di altro lavoro.

Durante l'estate aiutavo i miei genitori con lavori agricoli: da quando avevo otto anni mio padre e io usavamo insieme macchine falciatrici e imballatrici. Poi ho iniziato a lavorare da solo su un trattore e una mietitrebbia, e dall'età di dodici anni ho guidato una macchina. Come tutti i bambini, mi stancavo dei lavori monotoni, ma quando sono cresciuto sono stato grato ai miei genitori per avermi dato l'opportunità di imparare a lavorare e ad apprezzare l'amore per il lavoro.

Per quali altri tratti di carattere prova gratitudine per i suoi genitori?

L'ospitalità, l'onestà, l'umiltà nella vita quotidiana. I miei genitori sono sempre stati soddisfatti con cose semplici, erano gentili e accoglienti, e per me questo stile di vita è diventato naturale.

Chi ha influenzato la sua decisione di entrare nel monachesimo e diventare un sacerdote?

I servizi della chiesa mi lasciavano una profonda impressione. L'arcivescovo Panteleimon (Rudyk) veniva spesso a svolgere i servizi divini; era sotto l'omoforio del Patriarcato di Mosca. La nostra fattoria era situata non lontano da Spirit River. Tra le fattorie ucraine c'era la chiesa della santa Trinità, ma non aveva un sacerdote regolare. Il clero di varie giurisdizioni si alternare a celebrare i servizi divini e i servizi su richiesta.

L'idea di un vescovo mi affascinava. Da bambino di sei anni, lo vedevo come qualcuno sceso dal cielo. Tornando a casa, raccoglievo le icone e le candele e "giocavo al prete." Quando avevo otto anni, andai nei boschi vicino a casa e costruii la mia "chiesa" segreta, adornandola con le icone e andando lì a pregare.

Da adolescente mi piaceva ascoltare le trasmissioni religiose alla radio canadese, ordinavo letteratura ortodossa, riviste e libri. Vladyka Panteleimon a volte mi dava un'icona o un libretto, e previde "Tu sarai un prete." Per tutto il liceo sentii nel mio cuore che quella era solo una preparazione per il seminario e il sacerdozio.

A Edmonton, incontrai il Vescovo Savva (Sarachevich) della Chiesa russa all'estero, una persona di alta spiritualità e di rara gentilezza. Gli racconti il mio desiderio di andare in seminario, e Vladyka mi ispirò con le sue storie monastiche.

Con la sua benedizione, andai negli Stati Uniti, a al seminario della santa Trinità a Jordanville. Questo fu nel novembre del 1967. Tra le pittoresche fattorie, boschi e laghi c'era un monastero innevato con una meravigliosa chiesa dalle cupole dorate e un grande edificio monastico, una piccola parte della Santa Rus'. All'inizio fu molto difficile per me. Cominciai anche a disperare, e scrissi a Vladyka Savva chiedendogli di ricevermi in Canada come novizio. Mi rispose che se avevo il desiderio di diventare un vero monaco, dovevo rimanere in seminario e sopportare pazientemente tutte le tribolazioni. Fui consolato dalla sua risposta.

Quando si conclusero i miei studi, non volevo andarmene, perché ero giunto ad amare molto il monastero, i monaci e l'arcivescovo Averkij (Taushev), rettore del seminario, di cui sono stato attendente di cella negli ultimi anni della sua vita. Era un uomo di fede profonda e di insolita erudizione. Eravamo rimasti tutti affascinati dalla purezza della sua anima e dalla sua gentilezza.

Dopo la laurea, insegnai per qualche tempo, ma lavorai soprattutto nella tipografia: componevo articoli per il periodico di lingua inglese Orthodox Life, e in russo per Pravoslavnaja Rus'. Là ho fatto esperienza nel campo della composizione e della redazione.

Lei è diventato uno dei vescovi più giovani nella Chiesa all'Estero – vescovo di Manhattan, poi di Australia e Nuova Zelanda, e quindici anni dopo di nuovo a New York. Ma non è stata la stessa cosa che era nel XX secolo. Il secolo scorso è stato un'intera epoca nella storia della Chiesa all'Estero. Per 90 anni la Chiesa si è rivolta ai russi, che, cercando di preservare la loro fede ovunque andassero, ha sempre fatto della costruzione di chiese una priorità dovunque andassero. Ora la missione della ROCOR è cambiata in qualche modo? Quali sfide si trova davanti la Chiesa ai nostri giorni?

Anche ora cerchiamo di preservare quello che abbiamo saputo costruire nel corso dei decenni: chiese, parrocchie, missioni e comunità in quattro continenti, cerchiamo di mantenerle e di provvedere ai fedeli.

Abbiamo un ampio fronte di lavoro pastorale e missionario negli Stati Uniti. Oggi stiamo assistendo a una quinta ondata di emigrati, così l'esperienza missionaria accumulata dalla diaspora russa è richiesta oggi. Praticamente ogni città in America ha cristiani ortodossi russi, persone che hanno bisogno di cure spirituali, che hanno bisogno dell'attenzione di un sacerdote. Il Patriarcato di Mosca, in conformità con il Tomos d'autocefalia dato alla Chiesa ortodossa in America, non ha il diritto di creare nuove parrocchie sul territorio degli Stati Uniti. La nostra Chiesa non è vincolata da tali restrizioni, ma è finanziariamente difficile per noi costruire nuove chiese. Con l'aiuto di Dio, tuttavia, le comunità si stanno gradualmente compattando; trovano i mezzi e costruiscono chiese. Tra i parrocchiani ci sono molti neo-convertiti, ex cattolici romani, protestanti, gesuiti, e persino membri di sette alla ricerca della Verità, che si rivolgono all'Ortodossia e diventano membri attivi e zelanti della nostra Chiesa.

Se si guarda alla pratica di condurre servizi divini nelle parrocchie della Chiesa all'estero, questi sono soprattutto in slavonico ecclesiastico e secondo il calendario giuliano, mentre la maggior parte delle parrocchie patriarcali servono in inglese. È un segno che la diaspora russa sta cercando di preservare la lingua russa?

Per ora la maggior parte delle nostre parrocchie conduce servizi in slavonico ecclesiastico, mentre la lingua russa, naturalmente, è mantenuta nelle prediche e nelle comunicazioni all'interno della parrocchia. È una cosa curiosa che i discendenti delle prime ondate di emigrati avviano conservato la loro conoscenza del russo, mentre i figli di coloro che sono venuti dalla Russia 10-20 anni fa, spesso, non lo parlano a casa. Ma in generale, naturalmente, l'assimilazione è un fenomeno naturale, che si verifica tra tutte le nazionalità in questo paese. Anche se molti parlano russo, il russo-americano medio scrive in modo sgrammaticato (non sto parlando di quelli per i quali la lingua russa è legata alla professione). A volte si può dire solo dal nome o dal cognome che qualcuno ha radici russe. Spesso vengono solo in chiesa una volta l'anno, a Pasqua. I cristiani ortodossi sposano persone di altre fedi, e i loro figli spesso non sono allevati nel modo che si vorrebbe.

Al contrario dell'America orientale, sulla costa occidentale e in Australia è arrivata una successiva ondata di immigrati, per lo più provenienti dalla Cina, e tra loro le tradizioni e la lingua russa sono meglio conservate.

Le scuole non parrocchiali aiutano?

Sono necessarie, e anche importanti, ma coinvolgono solo una piccola percentuale dei bambini russi. Oltre agli scolari, dobbiamo prestare attenzione ai giovani. Sono felice di dire che i nostri sacerdoti prendono parte attiva ai lavori del Dipartimento sinodale della gioventù: organizzano conferenze congiunte con giovani in Russia e Ucraina. I giovani tornano a casa pieni di impressioni, molti trovano i loro partner – altri cristiani ortodossi, e questo è importante. Questa estate, nell'ambito del progetto "Tikhvin", dei giovani di Albany, NY, andranno a lavorare in un convento nei pressi di San Pietroburgo.

Allo stesso tempo in cui facciamo lavoro missionario nei centri tradizionali della diaspora russa, cerchiamo di fondare parrocchie dove la gente cerca la vera fede, in paesi non ortodossi o addirittura non cristiani.

Come siete andati in quei paesi?

Non siamo noi che abbiamo trovato loro, è il Signore che li ha mandati a noi. I primi sono stati gli haitiani. Quando ero ancora vescovo di Manhattan nel 1990, ho viaggiato a Port-au-Prince per condurre servizi divini in una parrocchia. C'era solo una parrocchia e due sacerdoti in quel momento. È interessante notare che, oggi, tutti i preti di Haiti sono insegnanti di professione: conducono servizi divini e allo stesso tempo insegnano ai bambini. Due studenti di Haiti stanno ora studiando al Seminario del Patriarcato di Mosca in Francia, e ci sono altri che desiderano iscriversi.

Vi sono due comunità della Chiesa all'estero nella Repubblica Dominicana: una dedicata alla icona di Kazan' della Madre di Dio e una a san Serafino di Sarov. I parrocchiani locali sono per lo più mogli russe di dominicani, proprio come in Costa Rica. Il nostro prete locale aveva studiato in Unione Sovietica prima della sua ordinazione, così parla russo e serve in spagnolo e slavonico ecclesiastico.

Lo ieromonaco German (Castro) serve la popolazione locale nella città di Camuala, in Nicaragua, e speriamo di stabilire una chiesa ortodossa a Managua per i nostri connazionali.

Non molto tempo fa, il sacerdote Peter Jackson, il quale, prima di convertirsi all'Ortodossia aveva trascorso molti anni come missionario protestante in Sud America insieme alla sua matushka Steliana, è tornato dal Guatemala dove hanno visitato diverse migliaia di Maya appena convertiti. Dopo aver esaminato la sua relazione, ho dato a padre Peter la benedizione di partecipare a un seminario ortodosso gestito dalla metropolia greca che dovrebbe preparare sacerdoti per più di 300 parrocchie ortodosse nel paese, dove ora sperano di avere un prete.

Per quasi dieci anni, c'è stata una missione ortodossa della ROCOR in Indonesia. È diretta dall'archimandrita Daniel (Byantoro), che ha tradotto i servizi ortodossi nelle lingue locali –indonesiano e giavanese.

Recentemente ha ordinato sacerdoti per le comunità in Pakistan ...

Io stesso non sono mai stato in Pakistan: ho dato retta al monito del pericolo di essere ortodossi e stranieri, quindi tre pakistani sono stati ordinati in Sri Lanka. Padre Adrian Augustus si reca in Pakistan dall'Australia. Il Pakistan è il secondo paese musulmano più popolato al mondo dopo l'Indonesia. Circa il 4 per cento della popolazione è cristiana: la metà sono cattolici, l'altra metà anglicani.

Padre Adrian (prima del battesimo Vishal Augustus), il decano e padre spirituale della comunità pakistana, è nato nel nord dell'India, nella città di Lucknow, e ha studiato in una scuola cattolica. È rimasto deluso dal cattolicesimo e si è convertito all'anglicanesimo, ma non ha notato molta differenza tra loro e ha cominciato a studiare il cristianesimo ortodosso su internet. Mo ha scritto e abbiamo iniziato una corrispondenza. Poiché non abbiamo chiese ortodosse in India, l'ho invitato a venire in Australia e a vivere in una parrocchia per fare esperienza d'Ortodossia. A Sydney l'ho battezzato con il nome di Adrian, e ha pregato nelle nostre chiese, poi ha seguito lezioni di teologia. Dopo la mia elezione a primo ierarca, è venuto a New York e presto è stato ordinato diacono, e ora serve come sacerdote in Australia. Nei giorni feriali, come accade a molti dei nostri sacerdoti, padre Adrian ha un lavoro secolare in una delle banche di Sydney.

Durante la sua prima visita in Pakistan, padre Adrian ha battezzato 174 persone, e tiene corsi pastorali per sacerdoti appena ordinati durante le visite sul luogo e li segue via internet, e il clero locale insegna catechismo agli adulti e tiene scuole domenicali per i bambini. Tre pakistani locali sono già stati ordinati sacerdoti. I preti Joseph, Anthony e Cyrill avevano studiato in un seminario cattolico prima della conversione all'Ortodossia.

Padre Adrian ha recentemente acquisito un appezzamento di terreno per una chiesa, ha istituito un fondo missionario per gli aiuti ai nuovi cristiani, raccogliendo denaro per la costruzione di una chiesa a Sargodha.

Tra i recentemente battezzati vi sono iraniani e afgani. Anche in India, cristiani zelanti hanno stabilito comunità, studiano catechismo via internet, e coloro che vogliono convertirsi al cristianesimo ortodosso sono in attesa di un sacerdote. Tali paesi così remoti per l'Ortodossia sono molto aiutati da internet, che dà loro la possibilità di trovare informazioni e contatti necessari, leggere letteratura teologica e le opere dei Santi Padri.

Alcuni criticano le ordinazioni sacerdotali precipitose...

Quest'inverno ho viaggiato in India, mi sono reso conto della situazione in generale e di quella dei rappresentanti di queste comunità. Ho visto con i miei occhi come queste persone si avvicinano a questo importante passo della loro vita con sobrietà, trepidazione e zelo, alcuni si preparano per il battesimo, altri per l'ordinazione. Queste persone ardono come candele, vivendo in un mondo che è estraneo a loro. Se una comunità non ottiene un prete a tempo debitp, se non cominciano a celebrare la Liturgia, nessuno può dire che cosa li attende. Se ci chiedono acqua viva, non possiamo e non dobbiamo negargliela.

Dopo tutto, noi stessi abbiamo vissuto per 90 anni in un ambiente straniero, e noi nella Chiesa all'Estero abbiamo esperienza nella ricezione degli eterodossi all'Ortodossia. Così, quando il Signore ci manda delle sfide, io non posso rispondere di no. Quando le persone vogliono unirsi alla Chiesa, e hanno una comunità missionaria, io cerco sempre di incontrarli a metà strada, perché è nostro dovere adempiere il comandamento del Salvatore: "Andate dunque, e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio, e del santo Spirito".

Quanto tempo dedica ai viaggi, in considerazione del fatto che rimane vescovo ordinario della diocesi di Australia e Nuova Zelanda?

La nostra diocesi dell'America orientale va dallo stato del Maine e dal confine con il Canada fino all'America Centrale (Nicaragua, Porto Rico, la Repubblica Dominicana e Haiti). Ogni anno faccio del mio meglio per visitare quante più parrocchie posso, ma posso passare solo poco tempo in un dato luogo. Continuiamo anche la tradizione di condurre sempre funzioni archieratiche nelle parrocchie nei loro giorni di festa. Io mi alterno nel servizio in una determinata parrocchia con i miei due vescovi vicari.

Vladyka, tutti sanno che i vescovi all'estero hanno un'organizzazione e uno stile di vita quotidiano più democratici di quelli dei vescovi in Russia...

Nella diaspora, non abbiamo le stesse risorse finanziarie per mantenere del personale a tempo pieno: segretari, attendenti di cella, personale di servizio. Come regola generale, i vescovi all'estero si prendono cura delle loro necessità personali: guidano, si preparano i pasti, si fanno da soli il bucato...

A New York, lei mantiene questa tradizione e si cucina velocemente i suoi pasti?

Naturalmente. Mi piace farmi da solo una rapida zuppa. Spesso mi invento piatti. Non mi piace trascorrere molto tempo a tavola: cucino il mio cibo, mangio rapidamente e torno al lavoro.

Ma quando è necessario, i nostri parrocchiani prestano sempre una mano. Nelle nostre parrocchie, in tutti i continenti, i custodi delle chiese, i consigli parrocchiali, le associazioni femminili si danno tutti da fare su base volontaria e contribuiscono a coprire le necessità della chiesa. Per la maggior parte, i sacerdoti e le loro matushke nelle parrocchie più piccole svolgono lavori secolari come quelli dei laici durante la settimana.

Vladyka, molto è stato scritto sui vari interessi dei monaci. A suo parere, un monaco dovrebbe avere un hobby? Se sì, quale sarebbe il suo?

A rigor di termini, un monaco non dovrebbe essere attaccato ad altro che alla preghiera. Ma per tutta la vita mi è piaciuto collezionare libri. In Australia ho sognato di creare una biblioteca diocesana basata sui libri da me raccolti in più di 40 anni. Siamo riusciti a mettere insieme e catalogare una grande biblioteca nel palazzo sinodale di New York, che include volumi provenienti dalle collezioni di diversi vescovi.

Dico sempre ai nostri seminaristi, prima di tutto, che mentre sono giovani dovrebbero leggere il più possibile, soprattutto opere teologiche e scritti dei santi Padri, perché con il passare degli anni, avranno sempre meno tempo per la lettura.

Quali altri consigli ha da offrire?

Di prestare attenzione a ogni persona, di cercare di non evitare la gente: "Mi sono fatto tutto a tutti, per poter con ogni mezzo guadagnarne alcuni", come ha detto san Paolo. Se qualcuno pensa che diventare gentile, rispettoso e premuroso verrà con l'età, gli dico questo: rara è la persona che ci riesce. Bisogna allenarsi fin dall'infanzia, nei nostri primi anni. La cosa principale da ricordare è che lo scopo della nostra vita non è il benessere materiale e la felicità esterna, ma piuttosto acquisire la grazia di Dio e prepararci per la vita eterna, e per questo, prima di tutto, bisogna raccogliere tesori spirituali che nessuno potrà mai togliere.

Vladyka, come si sente per il fatto che, come primate della Chiesa, mantiene ancora la reputazione di essere un abitante di Manhattan accessibile e gentile? Molti dei nostri connazionali ricordano come nei primi anni '90, li ha assistiti, ha dato loro buoni consigli e li ha aiutati a stabilirsi in una nuova terra...

Ricordo che anche durante il periodo sovietico, e soprattutto dopo la caduta del regime comunista, molti immigrati russi hanno cominciato ad arrivare a New York. I giovani venivano a chiedere di essere battezzati; molti di loro non parlavano inglese e chiedevano aiuto nella compilazione di vari moduli e documenti. Non avevo ancora esperienza nella compilazione di documenti d'immigrazione, ma ben presto ho imparato... Ma questa è una cosa di cui essere orgogliosi? La gentilezza è richiesta da Cristo, perché "gli occhi del Signore sono in ogni luogo, e osservano il male e il bene" (Proverbi 15:3). I santi antichi erano eccezionali nella loro gentilezza e ospitalità, e noi dovremmo seguire il loro esempio.

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