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  L'approccio ortodosso alla missione

Archimandrita Irenei (Steenberg)

Decano dei monaci, Diocesi dell'America occidentale

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La lezione che state per vedere è stata filmata [il 5 agosto 2012] nella cripta di san Giovanni di Shanghai e san Francisco, che si trova sotto alla cattedrale della Gioia di tutti gli afflitti a san Francisco, in California. Dopo il suo beato riposo nel 1966, le reliquie di san Giovanni sono state sepolte in questa cripta, e sono divenute la fonte di molti miracoli. Con la benedizione del santo Sinodo, un piccolo gruppo del clero guidato dal sempre memorabile arcivescovo Antonij (Medvedev) si è radunato in questa cripta l'11 ottobre 1993 per aprire la bara per la prima volta. sollevando le reliquie dalla bara con trepidazione e timor di Dio, le scoprirono completamente incorrotte. Durante la sua glorificazione il 2 luglio 1994, le reliquie di san Giovanni sono state trasferite nella cattedrale e poste in uno speciale santuario, dove rimangono fino a oggi. Ogni anno migliaia di pellegrini viaggiano fino a San Francisco da tutto il mondo per venerare e pregare di fronte a queste sante reliquie, scoperte in questa stessa cripta.

Benvenuti a questa lezione del Programma di Risorse Pastorali offerto dalla diocesi dell'America orientale della Chiesa all'Estero. Permettetemi solo per un momento di iniziare esprimendo i nostri ringraziamenti al fondo di assistenza della ROCOR, per la sua generosa sponsorizzazione allopera del Programma in quest'anno. Vorrei parlare oggi del tema dell'approccio ortodosso alla missione, la trasformazione del cuore del mondo.

Nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito. Amen.

Com'è che il cristianesimo ortodosso deve vedere e mettere in pratica la sua chiamata missionaria nel mondo? Prima di cercare di rispondere a questa domanda molto importante, sembra opportuno iniziare da alcune domande più fondamentali; e questo non solo perché è bene come pratica generale chiederci perché facciamo certe cose, prima di metterci in moto a farle attivamente, sperando che portino frutto, ma anche perché il campo dell'opera missionaria, parlando in generale, è spesso rovinato da una spinta all'azione che sembra saltare il bisogno di farci queste domande fondamentali. Siamo spesso presi dal desiderio di fare qualcosa, di fare qualsiasi cosa, è spesso è questo l'impeto dietro all'opera missionaria, che quindi diventa basato in modo troppo intenso su una visione di mera azione ("fare missione è fare qualcosa"); eppure, come cristiani ortodossi, ogni nostra azione dovrebbe essere fondata nella verità: e quella verità non è un concetto, ma è Cristo stesso. E senza una conoscenza di questa verità, tutte le nostre azioni sono superficiali, e il frutto che portano è, al meglio, piccolo e scarso.

Così, se dobbiamo cercare una guida pratica sulla missione ortodossa, se dobbiamo cercare un genuino approccio ortodosso a questo tema, dobbiamo fermarci e riconoscere che non è il modo autentico della pratica ortodossa semplicemente "uscire a fare qualcosa" per il Vangelo. Un approccio ortodosso inizia con un cuore che si rivolge a Dio, in cerca di comprensione. E così dobbiamo porre a noi stessi la domanda più basilare di tutte, in relazione a questo tema: che cos'è, precisamente, la missione nella mente della Chiesa ortodossa? Prima di tentare di focalizzarci precisamente su come esercitare e come compiere la missione, dobbiamo dare uno sguardo al concetto stesso: qual'è la nostra missione come cristiani ortodossi, e cosa significa essere un missionario in un senso ortodosso, nel nostro mondo contemporaneo? Spesso quando sentiamo queste domande istintivamente, automaticamente iniziamo a pensare negli schemi che ci sono forniti da influenze esterne. Ci sono molte religioni che si impegnano in quella che esse chiamano opera missionaria, e sono spesso piuttosto visibili in questo campo. Posso pensare come esempio a un'esperienza che ho avuto l'anno scorso, quando è suonato il campanello della chiesa, e sono andato a rispondere alla porta d'ingresso, e un gruppo di missionari mormoni stava sulla soglia, guardandomi, vestito esattamente come sono ora; non avevo il klobuk, ma avevo la croce sul petto, e loro, squadrandomi e guardandomi direttamente in faccia, mi chiedono: "ha mai sentito parlare di Gesù Cristo?" Non ero proprio sicuro di avere una risposta a questa domanda, ma è stato un interessante inizio di un dialogo. Molto spesso, tuttavia, quando parliamo di lavoro missionario, pensiamo precisamente a questo tipo di incontri, e la nostra comprensione di ciò che è la missione si lascia formare e influenzare da ciò che vediamo e sentiamo da queste persone. E nel loro caso, "missione" significa dire ad altre persone in cosa crediamo, cercare di portarle a credere ciò in cui crediamo noi. Di fatto l'idea di missione è combinata con un'altra, quella del proselitismo, che è il termine tecnico per l'opera di attirare la gente alla propria religione o sistema di fede. Ma è questo quello che crediamo noi come cristiani ortodossi? Può essere che la nostra missione - come suggerirebbero questi esempi - sia creare più cristiani ortodossi, portare più persone a convertirsi? Per quanto tentatrice possa essere questa visione, la vera testimonianza della Chiesa è che la risposta a questa domanda è, senza equivoci, "no". Creare convertiti non è la nostra missione, e non può essere il nostro scopo, come missionari nel mondo moderno. Ma se non è questo il nostro scopo, allora qual'è?

Per questo abbiamo bisogno di guardare non alla società contemporanea, con le sue norme e aspettative, anche in termini religiosi; la nostra missione non deve essere definita da ciò che il mondo si aspetta: deve essere definita da ciò di cui il mondo ha bisogno, e da ciò che Dio offre attraverso quel bisogno. La nostra fonte per comprendere la missione, quindi, non è in popolari piani d'azione o in strategie di marketing cristiano, per quanto pie possano essere queste cose. La nostra fonte è nel nostro passato, nella nostra eredità, che è vivida e attiva nel nostro presente. La nostra fonte è nei nostri Padri, che ci hanno trasmesso la verità su noi stessi, sul mondo, su Dio e la sua Chiesa; ed è guardando a ciò che abbiamo ricevuto dai santi padri nella fede che impareremo qual'è la nostra vera missione come popolo cristiano, e in cosa potrebbe consistere una vera opera missionaria. E così dovremmo chiederci: "Cosa ci dicono queste fonti divine?" Ci dicono qualcosa di molto chiaro e potente: la missione e lo scopo di una vita cristiana è la salvezza delle nostre anime e dei nostri corpi, e l'ottenimento del Regno di Dio. Questa è la prima e più importante considerazione, ed è al di sopra di tutte le altre; è per questo che il Padre ha mandato il suo Figlio unigenito, il nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo; è per questo che il Signore ha offerto se stesso nel mondo, che ha mandato lo Spirito creatore di vita: perché noi che siamo caduti, spezzati, sofferenti e paralizzati dal peccato e dalla morte, possiamo risorgere per il suo potere e ottenere la vita che ha preparato per noi, abitando eternamente con lui nel suo regno celeste. Non dobbiamo dimenticarlo. Una delle cose più importanti da sottolineare, quando parlo della missione, è precisamente quello che l'opera delle missioni cristiane dimentica. E noi e voi, come cristiani ortodossi, dobbiamo risolutamente resistere questa tendenza, di dimenticare qual'è il vero proposito di ognuna delle nostre attività cristiane, specialmente la nostra opera missionaria. Il nostro scopo non è quello di aiutare le persone attorno a noi a trovare una vita più appagante; non è quello di aiutarle a scoprire una migliore forma di culto; non è quello di aiutarli a localizzare e a diventare parte della più soddisfacente comunità religiosa. La nostra missione è quella di aiutarli a trovare e ottenere il Regno di Dio, a sopraffare il peccato con il suo potere, a essere trasformati dalla luce della sua beatitudine. Questa è la nostra missione come cristiani ortodossi, e per questa ragione non è popolare né facile nel mondo di oggi. Ed è importante che lo riconosciamo. La missione è spesso presentata come divertente, ma la missione è uno sforzo, come del resto molto nella vita cristiana, anche se tale sforzo può naturalmente portare ricompense. Essere un missionario è un compito ascetico, e richiede un coraggio fiducioso di fronte a un mondo che vi resiste. Per compiere questa missione, la vera missione del cristiano, dobbiamo proclamare con coraggio e senza esitazione che vi è un solo Dio, non molti dei, non molte ideologie e spiritualità che il mondo cerca oggi di promuovere. Per compiere la nostra missione dobbiamo dire al mondo che questo Dio è il nostro Dio, che fa cose grandi e mirabili, che egli solo è vero e che è la verità, e non l'infinita varietà di verità e idee e sapienze che il mondo propone tutto intorno a noi. Per compiere la nostra missione, dobbiamo proclamare nel mondo che c'è una cosa come il peccato, che esistono la verità e l'errore, che esistono il bene e il male, e che possono e che dovrebbero essere identificati come tali, anche se il mondo potrebbe chiamare questa "attitudine di giudizio"; e per compiere questa missione, cosa forse più importante di tutte, dobbiamo dire al mondo che c'è una via d'uscita da questo peccato, ovvero la vita in Cristo e i misteri della sua Chiesa. La nostra missione è di ottenere il Regno di Dio, di attrarre quelli che sono attorno a noi, anche lo stesso mondo intero, in quel Regno. Essere un missionario, dunque, significa condurre la nostra vita in tal modo che queste due cose siano possibili, e più che essere possibili, in modo che abbiano di fatto luogo.

Ma come dobbiamo farlo? Vorrei passare il resto del mio tempo in questa lezione esplorando in termini pratici che cosa potrebbe significare questa comprensione autenticamente ortodossa della missione per noi come membri della sua santa Chiesa, e di fatto, queste lezioni sono indirizzate a noi, membri del clero, preti e pastori, come parlare in termini che possono condurci ad agire e aiutare quelli attorno a noi ad agire in un modo che rifletta la nostra vera vita ortodossa. I principali punti pratici che vorrei considerare sono tre:

1. La missione dipende dallo sviluppo di un amore ardente attraverso il pentimento e la vita dei Misteri.

Alla base della nostra opera missionaria nel mondo c’è un lavoro che deve incominciare in casa nostra. Un fondamentale insegnamento dei Padri della Chiesa è che non possiamo condividere con gli altri ciò che noi stessi non possediamo. Perciò è un controsenso dire che possiamo condividere con il mondo una via di accesso al Regno, se non stiamo lavorando con tutte le nostre energie per ricevere questa via nei nostri stessi cuori. Il fondamento, l’inizio stesso dell’opera missionaria pratica inizia nel cuore, nel vostro cuore, nel mio; inizia con il pentimento; i nostri cuori devono vedere che sono spezzati, e volgersi dal peccato alla redenzione in Cristo. Senza di questo, stiamo cercando di condividere con il mondo qualcosa che non abbiamo, e cerchiamo di indirizzare il mondo verso un Regno al quale noi stessi non ci stiamo avvicinando o in cui non stiamo entrando. E quale bene possiamo sperare di compiere? Una cosa del genere non può mai funzionare. Se proviamo a ottenerla siamo come lo stolto che cerca di costruire una casa sulla sabbia. Come lo stesso nostro Signore ci ha detto, quella casa cadrà sicuramente.

Ma si può chiedere: com’è che questa comprensione dell’opera missionaria che inizia nel cuore può mai essere un passo pratico verso una chiamata e un’opera missionaria nel mondo? Vorrei rispondere in questo modo: è pratico in quanto definisce per noi un chiaro punto di partenza per una vita di vera attività e potenza missionaria. L’opera missionaria, per dirla in modo molto schietto, incomincia nei santi Misteri, nella confessione, nella comunione, nel corpo e nel sangue di Cristo; non inizia in un piano di viaggio, con un progetto catechetico; non inizia da un’utile traduzione degli scritti sacri o da un manuale per gli incontri con le persone in diverse circostanze. Non inizia neppure da un’idea di una buona libreria cristiana, o di un gruppo di discussione. Inizia con un epitrachilio posato sul nostro capo, con il nostro cuore aperto attraverso il potere dello Spirito santo, e con i peccati che ci legano alla morte e alle tenebre sconfitti dal potere di Dio; inizia quando attraverso il santo mistero siamo liberati dal fardello dei nostri peccati, siamo resi pronti ad accostarci a Cristo stesso nella Divina Liturgia, ricevendo nell’anima e nel corpo colui che ci mostra il regno del proprio Padre. In questo modo possiamo proclamare la verità che è stata resa nota al mondo attraverso il profeta Isaia, che il Regno di Dio è dentro di noi. Allora, e solo allora, siamo in grado di condividere con il mondo la realtà di quel regno. Aprite quindi totalmente e completamente il cuore a Dio, senza nascondergli nulla, così che nessun angolo della vostra vita possa essere separato o diviso da lui, o rimanere ribelle verso di lui. Correte con zelo, come se questa confessione fosse preziosa come il vostro stesso respiro, verso quel mistero con cui il suo potere può vincere il vostro peccato e trarvi fuori dall’oscurità verso il sole di giustizia. Se questo è il modo in cui facciamo un inizio pratico nei confronti della nostra chiamata missionaria, allora avremo qualcosa di ben più grande di un piano per la diffusione della parola o per l’offerta dei giusti consigli: avremo cuori che sono vivi e infiammati della grazia di Dio; avremo dentro di noi ciò che ci è stato promesso dal Salvatore, e donato alla santa Pentecoste: lo stesso Spirito santo, vivo nei nostri cuori, che ricolma le nostre vite, le nostre parole, le nostre azioni, così come ha ricolmato le vite, le parole, le azioni di dei grandi santi missionari di ogni generazione. Questo è lo Spirito che porta tutta la creazione al Figlio, che a sua volta la presenta al Padre. Questo è lo Spirito che permette il viaggio verso il Regno di Dio, e se noi iniziamo con il pentimento, la confessione e la comunione, allora portiamo all’interno di noi stessi questo Spirito, che troverà in noi collaboratori volenterosi per l’opera dell’avvicinamento del mondo verso il Regno. Dovremmo ricordare uno dei grandi santi missionari degli ultimi secoli, san Serafino di Sarov, e il suo famoso detto “acquisisci lo Spirito della pace e migliaia intorno a te saranno salvati”. Non possiamo assistere altri a trovare la via verso il Regno di Dio, a meno che i nostri cuori non ardano per questo stesso Spirito santo.

2. La missione dipende dallo sviluppo di un modo di vita decisamente differente nel mondo;

Il secondo ingrediente chiave di una genuina vita missionaria è intrinsecamente collegato al primo ed è vivere un modo di vita distintamente differente nel mondo. A meno di non essere liberati dallo Spirito, con questo che ci dà la vita, ci libera dai peccati attraverso i misteri della Chiesa, la nostra vita sarà sempre definita da parte del mondo, creata da quest’ultimo. Vivremo la vita che vivono gli altri, anche se in un modo o in un altro potremo darle il nostro sapore personale. Se viviamo prima di tutto nel mondo, se siamo formati dal mondo, tutto ciò che possiamo mostrare al mondo è se stesso, a prescindere da quanto possiamo parlare di Dio o di cose spirituali. Se, tuttavia, ci è data grazia di pentimento per vivere come quelli che vivono nel mondo ma non sono del mondo, allora con le nostre vite siamo in grado di mostrare al mondo qualcosa di differente, qualcosa di notevolmente, inaspettatamente diverso; ma solo se siamo davvero impegnati a vivere la vita ultramondana del Vangelo. Come esempio vorrei menzionare un episodio dall’era dei Padri apostolici, che furono gli immediati successori dei santi apostoli, e vissero e scrissero in quella che era la prima generazione della Chiesa. In questi tempi la Chiesa era ancora, in termini umani, relativamente giovane e nuova. Poche persone nella società la conoscevano, quelli che ne avevano sentito parlare sapevano a mala pena che cos’era, che cosa credeva, e non c’erano da leggere comode introduzioni all’Ortodossia; anche il Credo non era ancora stato scritto. Il solo modo per imparare qualcosa della Chiesa era di vederla, di osservarla, di scrutare i cristiani stessi, guardando in tal modo il corpo di Cristo. E cos’era che vedevano quelle persone quando guardavano i cristiani in quei primi giorni?

Abbiamo modo di saperlo e di rispondere a questa domanda, sotto forma di un testo anonimo scritto in quel tempo, che ci offre la caratterizzazione di ciò che vide una persona mentre osservava il modo di vita cristiano, e come scelse di comunicare questa caratterizzazione a un’altra persona. Ed è forse uno dei testi più belli mai scritti desidero leggervelo anche se è un po’ lungo, nella sua interezza.

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. [Lettera a Diogneto V-VI]

Pensate a come i primi cristiani devono avere vissuto le loro vite, perché qualcuno potesse guardare a loro e dire cose come queste! E poi dobbiamo chiedere a noi stessi: “Che genere di vita vivo io? Sto vivendo la mia vita in questo modo? Il mondo, guardando a me, direbbe cose del genere? Oppure, guardando a me, non vedrebbe uno che cerca di accomodarsi, di essere accettabile, alle norme e alle aspettative del mondo circostante. Se noi dobbiamo essere missionari genuini, non dobbiamo mirare ad accomodarci nel mondo, non dobbiamo mirare alla popolarità, alla comodità, all’accettabilità; dobbiamo vivere un modo di vita distintamente differente, così che il mondo possa guardare alle nostre buone opere, e con questo dare gloria a Dio che è nei cieli.

3. La missione deve essere una risposta alle vere necessità del mondo attorno a noi.

È solo quando abbiamo un cuore trasfigurato dal potere di Dio, quando viviamo una vita veramente cristiana, e portiamo la sua testimonianza al mondo, che possiamo vedere ciò di cui il mondo ha realmente bisogno, e non semplicemente ciò di cui pensa di avere bisogno, tanto meno ciò che vuole. È precisamente nel vedere la differenza tra la vera vita e la vita dei desideri mondani che possiamo indicare questa o quella dimensione, e dire “Ecco! È questo che devo curare per far stare bene il mio paziente”. Possiamo vederlo nelle nostre vite, e nel modo in cui le nostre vite interagiscono con quelle del mondo, e ora, solo ora, abbiamo i giusti attrezzi per poter passare all’azione con sapienza, una sapienza che viene dall’esperienza della vita cristiana, e osserva i bisogni del mondo attraverso di essa. È solo in questo modo che un’attività o un’altra può venire autenticamente incontro ai bisogni di chi ci sta attorno. Queste possono essere necessità di istruzione, di vita nella virtù, di coinvolgimento di giovani nelle attività della Chiesa, non semplicemente come attività sociali, ma in diretta risposta ai bisogni di queste persone specifiche. L’opera missionaria è sempre pastorale, è mirata non al mondo, non a persone generiche, ma a singole persone, che cercano il pentimento. Le nostre attività missionarie possono comprendere l’organizzazione di centri per aiutare i poveri, per portare sollievo a comunità sofferenti, ma di nuovo non come generiche “opere buone” che qualcuno possa vedere ed essere trascinato da queste come esempio, ma come concreta risposta ai bisogni di chi sta soffrendo, una risposta con grazia e potenza di trasformare questa sofferenza in una nuova vita. Solo in questo modo costruiremo le nostre attività missionarie portando di fatto a compimento la nostra missione ortodossa, attirando il mondo attorno a noi nel Regno di Dio. Talvolta la nostra opera missionaria sarà amichevole, casuale, suppongo pure - a seconda delle circostanze - un po’ giocosa. Altre volte sarà formale, anche rigida, difficile. Non tutti i pazienti sono trattati con le stesse medicine, e gli stessi trattamenti, le stesse cure non funzionano per ogni malattia. Se siamo veri missionari, allora quale che sia il nostro stato nella vita, sia che siamo preti, diaconi o laici, sia che siamo vecchi o giovani, siamo partecipanti alla trasformazione spirituale che la Chiesa offre al mondo; siamo aiutanti in quell’ospedale spirituale nel quale le anime sono salvate.

Mentre viviamo dunque le nostre vite come persone chiamate da Cristo a far splendere la loro luce nel mondo, cerchiamo di ricordare che in ogni contesto queste realtà fondamentali devono guidarci come cristiani ortodossi che cercano di essere missionari nel mondo moderno:

- prima di tutto, che dobbiamo iniziare nel nostro stesso cuore, cercando un amore ardente per mezzo del pentimento e della vita sacramentale della Chiesa;

- in secondo luogo, che dobbiamo cercare attraverso vite veramente ortodosse di portare testimonianza a chiamate differenti e a differenti modi di vita;

- in terzo luogo, dunque, in questa vita meravigliosa dobbiamo rivolgerci agli esseri umani e al mondo intero, rispondendo ai loro bisogni, affinché possano unirsi a noi in questa vita di grazia e trasformazione data da Dio.

Il mondo non ha bisogno di altri missionari generici, non ha bisogno di opere sociali dal sapore cristiano: non ha bisogno di tali cose e le rifiuterà; ma il mondo ha un bisogno disperato che gli sia mostrata la via verso il Regno di Dio; e ognuno di noi ha ricevuto da Dio il potere di aiutare il mondo sofferente a unirsi a Cristo nella sua offerta di sé, come dice il prete durante la Proscomidia, “per la vita del mondo”, divenendo in tal modo veri missionari, vere luci per il nostro prossimo.

Che il Signore benedica noi e tutti i suoi servi in quest’opera santa.

Nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito. Amen.

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