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  L’Ortodossia attraverso i miti occidentali (6)

La società occidentale e la Chiesa nel medioevo

Dalla rivista Orthodox England, vol. 15, n. 4 (giugno 2012)

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I più antichi studi accademici occidentali sulla storia della Chiesa in genere non sono di grande utilità per gli ortodossi. La maggior parte è semplicemente anti-ortodossa e quindi contraria al cristianesimo autentico, vantandosi apertamente della civiltà 'giudeo-cristiana' e non della civiltà cristiana. I pregiudizi anti-ortodossi di tali studi, quando capita che menzionino l'Ortodossia, vengono semplicemente dal fatto che la storia è 'scritta dai vincitori', e nonostante la prima guerra mondiale, fino alla seconda guerra mondiale la maggior parte degli studiosi occidentali pensava che l'Occidente avesse vinto.

Le cose sono differenti oggi, quando i crimini quasi millenari dell'Occidente sono visibili a tutti e nessuno ascolta più le voci delle istituzioni ecclesiastiche che hanno modellato ultimi mille anni di storia occidentale - queste istituzioni sono chiaramente compromesse.

Curiosamente, il mondo accademico laico contemporaneo, che nella sua ignoranza dell'Ortodossia non può in alcun modo essere accusato di essere filo-ortodosso, è una fonte eccellente per aiutare gli ortodossi a capire cosa è andato storto in Occidente. Siamo in grado di capire come, rinunciando alla fede cristiana ortodossa nella sua eresia anti-trinitaria e anti-cristica del filioque, l'ex Chiesa dell'Occidente divenne una serie di 'ismi', cattolicesimo, protestantesimo, luteranesimo, calvinismo, anglicanesimo, ecc, che hanno fatto crescere il secolarismo contemporaneo e che porteranno verso la fine del mondo.

Nel seguente articolo, il sesto di una serie tratta da varie opere di erudizione secolare, abbiamo selezionato estratti da un lavoro seminale, che è passato attraverso molte ristampe dopo la sua prima pubblicazione, Western Society and the Church in the Middle Ages (La società occidentale e la Chiesa nel Medioevo) dello studioso di Oxford, il defunto (Sir) Richard Southern (Penguin, prima edizione 1970). Questi estratti illustrano abbondantemente le deformazioni post-ortodosse della cultura occidentale che hanno avuto inizio con la diffusione della nuova cultura del filioque alle spalle del Papato.

Anche se minacciate quasi tre secoli prima sotto Carlo Magno, queste deformazioni non sono state definitivamente attuate fino all'XI secolo. La data del 1054 è quindi vista come il simbolo della vera e propria caduta spirituale che ha avuto luogo in Europa occidentale nel secolo XI. Nell'anno 1000, la caduta non era affatto certa. Nel 1054 lo è stata. Ed è stata quella caduta a definire la storia successiva non solo dell'Europa occidentale, ma del mondo intero. Ma lasciamo parlare l’erudito autore.

P. 34-5. La trasformazione alla metà del secolo XI. Aggressione occidentale e sentimenti di superiorità.

L'ordine sociale e religioso che è stato appena abbozzato ha mostrato pochi segni di rottura nell'anno 1050. Sia che guardiamo alla condizione economica generale dell'Europa occidentale, ai suoi ideali religiosi, alle sue forme di governo, o ai suoi processi rituali, c'è poco che possa suggerire che un grande cambiamento era vicino. Eppure, entro i successivi sessanta o settanta anni, la prospettiva è cambiata in quasi ogni aspetto. Il sovrano secolare era stato retrocesso dalla sua carica di splendore quasi sacerdotale, il papa aveva assunto un nuovo potere di intervento e di direzione negli affari spirituali e secolari, la Regola benedettina aveva perso il monopolio nella vita religiosa, un impulso completamente nuovo era stato dato alla legge e alla teologia, e molti passi importanti erano state prese verso la comprensione e persino il controllo del mondo fisico. L'espansione dell'Europa era cominciata sul serio. Che tutto ciò sia successo in così poco tempo è il fatto più notevole nella storia medievale ...

La colonizzazione è iniziata su tutte le frontiere dell'Europa occidentale, e con la colonizzazione è iniziato il familiare processo di aggressione militare. Per la prima volta nella sua storia l'Europa occidentale è diventata una zona di sovrappopolazione e di surplus di produttività, e ha sviluppato tutte le tendenze assertive e aggressive di una comunità in rapida via di sviluppo e sicura di sé. Un senso di superiorità attivo e sanguinario ha preso il posto della paura e del risentimento verso il mondo esterno che aveva caratterizzato il periodo precedente. La vecchia visione romantica del medioevo con la testa tra le nuvole e un piede nella tomba è, almeno per questo periodo del medioevo, un'idea quanto più sbagliata possibile. Per due secoli dopo il 1100 l'Occidente è stato in preda a una sete di potere e di dominio nella quale non appariva alcun limite evidente.

Pp. 36-7. Il razionalismo e l'ascesa del clericalismo. Il passaggio verso la laicità dello Stato.

In primo luogo, l'area della vita direttamente controllata da un appello al potere soprannaturale è stata lentamente e inesorabilmente ridotta. Come corollario di questo, nuovi metodi e nuovi sforzi per ampliare l'area di intelligibilità del mondo sono le caratteristiche più importanti della nuova era. Questi due movimenti complementari hanno molti aspetti.

Il sovrano secolare perde i suoi attributi soprannaturali.

La gerarchia clericale afferma la sua pretesa di essere l'unico canale dell'autorità soprannaturale. Entrambe le gerarchie, secolare e spirituale, distinguendosi più chiaramente nei loro uffici, hanno sviluppato nuove tecniche di governo e una nuova gamma di competenze. Le reliquie conservato la loro importanza nella vita personale, ma hanno perso la loro importanza centrale nei processi di governo e giudiziari.

Potrebbe sembrare a prima vista che questo movimento, che in un senso molto ampio può essere chiamato 'scientifico', in quanto amplia la portata della ragione e dell'artificiosità umana, abbia aumentato l'importanza dei laici a spese del clero.

Ma l'effetto principale è stato esattamente il contrario...

È incredibilmente semplice rovesciare teorie un tempo care quando non soddisfano più le esigenze del tempo. I pensieri sui quali il governo regale aveva agito per diversi secoli sono stati spazzati via come una sciocchezza. Quasi nessuno si è preoccupato di difenderli. La vecchia regalità sacra non aveva più un posto nel nuovo mondo degli affari.

A lungo andare questa scoperta ha contribuito ad allargare l'area dell'azione secolare e ha fatto prevedere uno stato puramente secolare. Ma nell'immediato il suo risultato principale è stato di sottolineare la superiorità nella società dell'elemento sacerdotale, che non può essere ridotto a proporzioni umane. La nudità spirituale del sovrano laico non ha fatto altro che rendere più evidenti le affermazioni indifendibili della gerarchia spirituale.

Inoltre, con la secolarizzazione del sovrano laico, tutto il vasto strato della società da questi rappresentato in particolare - i laici - ha subito un corrispondente abbassamento di livello. D'ora in poi è diventato sempre più naturale parlare della gerarchia ecclesiastica come 'la chiesa'. Naturalmente tutti sapevano che c'era un altro, più antico, senso della parola che abbracciava l'intero corpo dei fedeli, ma anche quando la parola 'ecclesia' era utilizzato in questo senso ampio il ruolo dei laici iniziava a essere visto come molto umile. La chiesa ideale dei secoli XII e XIII era una società di clero disciplinato e organizzato che dirigeva i pensieri e le attività di un laicato obbediente e ricettivo - re, magnati, e contadini allo stesso modo.

In teoria, quindi, l'intero corpo dei laici ha subito una grave battuta d'arresto a seguito delle trasformazioni avvenute nella società alla fine dell'XI e all'inizio del XII secolo. Né questa retrocessione del laicato fu semplicemente teorica. Le nuove tecniche di governo dipendevano sempre più dalle conoscenza degli esperti, e questo accresceva l'importanza pratica di coloro che erano dotati di formazione intellettuale per fornire questa conoscenza.

Pertanto, il lungo processo con cui i laici avevano abbandonato ogni pretesa di avere una formazione scolastica di sopra di un livello elementare era praticamente terminato alla fine del secolo XI - nel momento in cui l'importanza pratica di una formazione scolastica superiore divenne per la prima volta evidente nell'Europa medievale. Questo dava al clero il monopolio di tutte quelle discipline che non solo determinavano la struttura teorica della società, ma fornivano gli strumenti di governo.

P. 42. Le linee di sviluppo dopo il 1050.

Fu soprattutto un'epoca di progresso razionale e coerente. In ogni sfera della vita e del pensiero, una straordinaria varietà di dettagli complicati fu adattata in un sistema generale che era allo stesso tempo fermo, autorevole, e fondato nella ricerca razionale e nel consenso diffuso. Possiamo osservare questo nel diritto, nelle scienze naturali e nell'arte pratica di governo non meno che nella teologia e nella filosofia, e le grandi conquiste artistiche dell'epoca sono un riflesso dello stesso spirito fiducioso.

Le linee dello sviluppo sono ferme e chiare dal 1050 al 1300; prima di questo periodo sono deboli e incerte; in seguito si perdono spesso in un mare di tendenze contrastanti. Dall'inizio alla fine di questo periodo relativamente breve, vi sono progressi passo dopo passo verso la completezza sistematica. Il papato si sposta dalle prime dichiarazioni aggressive di supremazia papale del Cardinale Umberto e di Gregorio VII, attraverso i papi esperti di diritto, Alessandro III, Innocenzo III, Innocenzo IV, Bonifacio VIII, fino all'elaborazione finale del sistema papale di governo. Tutti questi papi hanno aggiunto qualcosa di distinto allo stesso piano generale; ed i loro successori sono stati lasciati con il compito di cercare di riparare il sistema.

Lo sviluppo del diritto canonico ha seguito un corso simile. Come scienza aveva appena mosso i primi passi nel 1050; entro il 1300 il sistema era completo e chiuso. Lo stesso avvenne anche per la teologia. I primi tentativi di affermazione sistematica succinta appartengono alla fine dell'XI o all'inizio del XII secolo: al momento della morte di san Tommaso d'Aquino nel 1274 i grandi giorni dei creatori di sistemi erano finiti. Lo stesso avvenne pure con gli ordini religiosi. Nel 1050 il monopolio benedettino era incontrastato; dal 1300, era stata stabilita quasi ogni varietà possibile di organizzazione religiosa.

Pp. 53-57. L'unione prima della disunione.

Il Nord Africa, la Siria, la Palestina e la Spagna erano state, o stavano per essere, inghiottite nella marea dell'espansione islamica. In questo processo tre delle cinque antiche chiese patriarcali scomparvero come forze della cristianità e persero il contatto con il resto della Chiesa: d'ora in poi Alessandria, Antiochia e Gerusalemme non contarono più nulla nei consigli della Chiesa ...

Questa distruzione delle chiese lasciò Costantinopoli e Roma a condividere tra loro ciò che era rimasto del mondo cristiano. Nel 700 non si vedevano ancora tra loro come nemiche. Nel VII secolo l'unità di queste grandi chiese patriarcali, da cui dipendeva il futuro di una cristianità unita, era stata naturale e indiscussa. Erano parti di un'unica unità politica, gravemente martoriata e ridotta, ma ancora intatta - l'impero cristiano. L'imperatore di Costantinopoli era ancora il sovrano più o meno reale di grandi parti d'Italia tra cui Roma stessa.

Il vescovo di Roma era il vicario secolare dell'imperatore nel ducato romano e i funzionari bizantini (sic) erano una vista comune per le strade di Roma. Il percorso principale da Roma portava a Ravenna, la capitale del governo bizantino (sic), e di là a Costantinopoli. Il Mediterraneo a ovest fino a Marsiglia era ancora una strada bizantina (sic). In un certo senso l'unità di tutta questa zona era diventata più stretta, e i legami tra Roma e Costantinopoli erano più forti a causa dei disastri che avevano colpito i patriarcati di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Palestina, Siria ed Egitto dopo tutto non avevano mai fatto parte del mondo romano nello stesso modo di Roma e Costantinopoli. Erano stati centri di influenze aliene e inquietanti. Ora che non c'erano più, ci si sarebbe aspettato che la vecchia Roma e la nuova Roma si riavvicinassero per proteggere la loro comune civiltà e religione di fronte a un nemico comune.

In una certa misura questo è di fatto accaduto. Nel secolo intercorso tra circa il 650 quando la minaccia islamica ebbe inizio, e il 750, quando aveva quasi raggiunto il suo limite, in Occidente, Roma era più ecumenica di quanto non lo fosse mai stata. Era piena di monaci greci e siriani, rifugiati dal diluvio islamico, che contribuivano a tenere vivi la lingua e i costumi greci nella Chiesa romana. La nazionalità dei papi riflette questo stato di cose. Dal 654 al 752 solo cinque su diciassette papi erano di origine romana; cinque erano siriani, tre erano greci, tre provenivano da l'isola fortemente greca della Sicilia, e uno da qualche parte sconosciuta d'Italia. In altre parole, undici su diciassette papi nel corso di questo secolo erano di provenienza greca, e solo sei si provenienza latina. Ciò era in netto contrasto con il secolo prima del 654 quando tredici su quindici papi erano stati romani o italiani. Dal punto di vista dell'unità dei cristiani la crescita dell'elemento greco nella chiesa romana era un segno di speranza: voleva dire che le due metà del mondo cristiano potevano ancora avere insieme un discorso familiare.

Questa familiarità era più di un fatto di lingua e di cultura: era un fatto della vita politica, e aveva tutta l'aria di essere permanente. Nel 663 l'imperatore greco visitò Roma e fu ricevuto come il suo sovrano legittimo. Nel 710 il papa visitò Costantinopoli, e fu ricevuto con ogni segno di riverenza dall'imperatore in una scena cerimoniale identica a quella utilizzata per un suo predecessore nel 536. Cosa ancora più importante, nel 680 il papa inviò legati a un concilio a Costantinopoli, dove si unirono a condannare come eretico l'insegnamento di quattro patriarchi di Costantinopoli e di un papa.

Questo era (o avrebbe potuto essere) altamente significativo, perché prefigurava la possibilità di compromesso in una lunga polemica sul primato di Roma tra le chiese patriarcali. Se il papa poteva sbagliare come qualsiasi altro patriarca, anche in proporzione di uno a quattro, c'era qualche possibilità che le due chiese potrebbero essere d'accordo che il primato romano, qualsiasi altra cosa potesse comportare, non presentava un contrasto tra l'infallibilità assoluta a Roma e l'errore ricorrente a Costantinopoli. Se si fosse potuto raggiungere un accordo su questo punto, le due chiese avrebbero potuto ancora lavorare insieme. A differenza di Gerusalemme e Antiochia, Costantinopoli non aveva alcuna seria pretesa di primato tra le chiese cristiane. L'imperatore lo riconobbe, quando si prosternò davanti al papa e gli diede nella sua capitale onori che negava al patriarca di Costantinopoli. L'unica domanda importante in questione era la natura del primato romano, e l'aspetto più importante della questione era la fallibilità papale. La sentenza del Concilio del 680 avrebbe potuto essere una pietra miliare sulla strada per un accordo su questo punto. Ma gli eventi hanno deciso altrimenti.

Dietro la facciata di speranza di unità vi erano forze che lavorano per la sua distruzione... c'era un'altra divisione di vasta portata. La Roma della fine del VII secolo era cosmopolita e papi erano più spesso più greci che latini. Ma l'Occidente non aveva alcun interesse per una Roma cosmopolita e mezza greca: voleva Roma per sé. Per ricchezza materiale e cultura l'Occidente latino era ridicolmente inferiore all'Oriente greco, ma in Roma aveva un simbolo di una superiorità latente, evi si attaccava con intensità passionale. Re e principi dei regni barbarici appena fondati accorrevano a Roma come alla porta del cielo. Monaci e vescovi andavano a Roma in cerca di autorità, apprendimento e consigli. Era sconcertante, quando vi erano arrivati, scoprire che erano degli estranei in un cortile greco-romano.

P.65-6. La vecchia Roma si separa dalla nuova Roma a favore dell'Occidente barbaro.

Non ci fu consultazione formale, nessuna decisione esplicita. Anche il momento del cambiamento è incerto.

Ma dal 1030 circa una formula (il filioque), che si era lentamente diffusa attraverso la chiesa occidentale senza autorizzazione papale fu istallata al centro della cristianità latina. Per la prima volta fu possibile indicare un punto distinto di differenza dottrinale tra Roma e Costantinopoli. Non aveva fatto irruzione sul mondo come un tuono, così come aveva fatto l'iconoclastia d'Oriente dalla breve durata nel secolo VIII. Era cresciuto silenziosamente e segretamente da piccoli inizi - crevit, occulto velut arbor ævo - un albero con frutti avvelenati.

Probabilmente nessuno si rese conto in quel momento che si era intrapreso un passo importante. Era semplicemente diventato inevitabile che, una volta che il papato fu tagliato fuori dai greci e allineato all'Occidente barbaro, i papi dovessero esprimere un punto di vista sempre più occidentale. Il cambiamento di prospettiva fu accelerato da un cambiamento nella provenienza dei papi stessi. Abbiamo già sottolineato il forte elemento greco nella linea dei papi tra 654 e 752. L'ultimo di questa linea di papi greci fu Zaccaria, che segnalò la sua fedeltà a una chiesa greco-latina indivisa traducendo in greco i Dialoghi del suo predecessore Gregorio I. Il suo successore, Stefano II, fu il primo della linea dei papi puramente latini. Non ci fu un altro papa di origine greca fino al XV secolo. Dal 759 al 1054 la successione dei papi racconta la propria storia: quarantaquattro romani, undici italiani, quattro tedeschi, un francese e un siciliano, L'identificazione del papato con l'Occidente non potrebbe essere più enfaticamente illustrata.

Nel corso di questi 300 anni i rapporti tra le chiese greca e latina non si modificarono sostanzialmente. Nessuna delle due chiese era ansiosa di spingere la divisione più in là di quanto fosse necessario. La forza dell'Oriente in questi secoli tenne in vita la possibilità di una definitiva riconquista dei territori perduti in Occidente, che avrebbe ripristinato i vincoli dell'unità. La debolezza dell'Occidente scoraggiati gesti di indipendenza da parte sua, e arrestava il progresso della disunione. Nel corso di questi secoli, l'equilibrio del potere e del prestigio era inclinato ancor più decisamente verso l'Oriente rispetto al passato. Nella gamma delle loro idee ed esperienze, gli studiosi e statisti dell'Occidente, con pochissime eccezioni, erano piccoli uomini, la cui forza stava nel non sapere quanto fossero piccoli. Conoscevano il pensiero dei greci solo per quanto bastava a pensare che fossero spregevoli, e non sapevano nulla dei pensieri dei loro contemporanei nell'islam. In questa ignoranza l'Occidente fu in grado di sviluppare una misura di fiducia, per quanto fuori luogo questa potesse essere.

I fili che furono spezzati nell'ottavo secolo non sono mai stati sostituiti. Questo è il segreto finale della divisione della cristianità.

Nulla di ciò che è accaduto sembrava mai irrimediabile, ma a partire dall'ottavo secolo in poi ogni impulso di disunità ebbe un effetto sproporzionato, perché la situazione politica e sociale non permise ad alcun impulso contrario di sopravvivere. Entro la metà del secolo XI la cristianità fu tenuta insieme solo dalla forza di inerzia.

P. 96. Fino al secolo XI il papa di Roma è il vicario di san Pietro, non il vicario di Cristo.

Gli esempi potrebbero continuare all'infinito, ma ciò che tutti mettono in evidenza è il fatto che dall'ottavo all'undicesimo secolo, più enfaticamente che in qualsiasi altro momento, prima o dopo, la forza attiva a Roma era vista come san Pietro stesso.

Era in sua presenza che gli uomini arrivavano, e da lui ricevevano comandi. Essi non ignoravano il papa ma semplicemente guardavano attraverso di lui al primo occupante del suo trono. Era possibile dire in modo molto pratico, senza alcuna intenzione metaforica, che gli uomini si incontravano a Roma 'in presenza di san Pietro '. Questa presenza fu la fonte dell'unità occidentale in questi secoli.

Era un'unità compatibile con il più piccolo esercizio dell'autorità amministrativa. Gli affari della chiesa ricevevano poca direzione da Roma.

Si fondavano monasteri e vescovadi, e i governanti laici nominavano vescovi e abati, senza limiti né obiezioni; i concili erano convocati dai re; re e vescovi legiferavano per le loro chiese locali circa le decime, le ordalie, l'osservanza della domenica, la penitenza; i santi erano elevati agli altari - il tutto senza riferimento a Roma. Ogni vescovo agiva come un deposito indipendente di fede e di disciplina. Cercavano qualunque consiglio disponibile da studiosi e da vescovi vicini, ma in ultima istanza dovevano agire di propria iniziativa. Le compilazioni giuridiche preparate per guidarli erano opera di compilatori locali.

P. 104-5. La novità dell'adozione nel XII secolo del titolo 'Vicario di Cristo'.

Ora Gregorio VII si oppose al successore dei Carolingi e rimase da solo contro il mondo. Mentre guardava indietro nel lungo elenco - non può mai essere stato lontano dalla sua mente - di quasi un centinaio di papi venerati come santi, egli sembra aver concluso che la loro santità e salvezza personale erano state garantite da san Pietro stesso.

Con questa conclusione si giunge alla vetta del vicariato di San Pietro. Era impossibile andare oltre, e i successori di Gregorio non andarono oltre. Presero invece una strada diversa.

Dopo Gregorio VII l'enfasi papale su san Pietro diminuì. La schiacciante dipendenza dall'apostolo apparteneva ai giorni in cui Roma era stata una città di santuari e pellegrini con poco potere di direzione pratica. Con il cambiamento di questa situazione, il titolo di 'vicario di San Pietro' a poco a poco cadde in disuso, e fu sostituito da un altro che suggeriva un'autorità superiore e un più vasto campo di attività. Da circa la metà del XII secolo, i papi cominciarono per la prima volta ad assumere il titolo di 'Vicario di Cristo' e di rivendicarlo per loro da soli. In passato, si erano definiti 'Vicari di Cristo' re e sacerdoti, ma non il papa. Per lui il titolo era troppo vago. Egli era per eccellenza il 'vicario di San Pietro': in un mondo dominato da santi e dalle reliquie, questo titolo da solo poteva esprimere l'unicità della posizione del papa. Ma ora la lotta era per la giurisdizione e la sovranità, e i papi avevano bisogno di un titolo che potesse sostenere un'autorità universale senza ambiguità.

Il titolo 'Vicario di Cristo' forniva ciò che era necessario. Veniva incontro alla necessità ampiamente condivisa da tutti i governi del XII secolo, di arrivare alla fonte delle pretese. Veniva incontro alla necessità, condivisa da tutti i teologi e filosofi del tempo, di dare alle proprie teorie la forma più generale. Interpretato nello spirito della nuova scolastica, formulava una precisa pretesa di sovranità universale. La nuova formula mostrava che i papi non guardavano più indietro, e non erano più preoccupati soprattutto di preservare una tradizione antica come i fiduciari di san Pietro sulla terra. Erano i delegati di Cristo in tutta la pienezza del suo potere. Entro la fine del secolo XII Innocenzo III poté deliberatamente spazzare via le limitazioni implicite nel vecchio titolo: 'Noi siamo il successore del principe degli apostoli, ma noi non siamo il suo vicario, né il vicario di qualsiasi uomo o apostolo, ma il vicario di Gesù Cristo stesso'.

Armati di questo nuovo titolo, interpretato in modo preciso, era spianata la via per il pieno esercizio del potere in nome del 'Re dei Re e Signore dei Signori al quale ogni ginocchio si piegherà, nei cieli e sulla terra'. Frasi come questa sono generosamente sparse in tutte le lettere di Innocenzo III. Resta solo da chiedersi qual'era, in pratica, il loro significato.

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