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  Una conversazione con Alessandro Meluzzi

Torino, 15 febbraio 2016

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Ambrogio:

Caro Alessandro,

permettimi di intavolare con te una conversazione in spirito amichevole e fraterno, senza troppi formalismi clericali e – malgrado le nostre barbe – senza peli sulla lingua.

Da un paio di mesi a questa parte, l’accostamento degli ortodossi al tuo nome ha creato una buriana mediatica non indifferente, che ancora non accenna a calmarsi, e che mette noi poveri parroci ortodossi nella scomoda posizione di dover spiegare continuamente che cosa ci accomuna e che cosa non ci accomuna... se io ho il privilegio di vivere nei tuoi paraggi, e di conoscerti da anni, immagina l’imbarazzo di tanti miei confratelli che a mala pena ti hanno visto qualche volta in televisione. Sento che c’è un bisogno di chiarezza, e credo che questa chiarezza se la aspettino (e forse se la meritano pure) in primo luogo i non pochi cristiani ortodossi che vivono in Italia.

Credo che la maggior parte dei problemi nasca dall’accostamento di un singolo nome. Se invece di un ente che si definisce “ortodosso”, tu ne rappresentassi uno che si definisce “apostolico”, “vetero-cattolico” o quant’altro, credo che non ci sarebbero stati molti sospetti di liaisons dangereuses, e verosimilmente anche alcune polemiche.

Puoi dunque spiegarmi come si inquadra il termine “ortodosso” nella tua esperienza religiosa e in quella di chi fa riferimento a te come leader?

 

Alessandro:

La parola “ortodosso” si inquadra verosimilmente nell’etimologia più letterale del termine: ortodossia come retta dottrina. Questa dimensione, oltre al riferimento ad una corretta orto-prassi cristiana, fin dalle sue origini evangeliche rimanda inequivocabilmente alla definizione che ne ha dato anche la storia della chiesa e la teologia ecclesiologica. E riferisce, quindi, anche per ciò che ci riguarda la piena adesione ai canoni scritturali della rivelazione – anche deuterocanonica – e alla teologia dei sette grandi concili, oltre che naturalmente all’eterna lezione dei Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente: a partire da Ignazio di Antiochia, il grande Atanasio per arrivare fino ai tempi della scolastica, passando attraverso i Padri Cappadoci come Massimo il Confessore, Origene, Evagrio o Gregorio Palamas, fino ai tempi presenti di Simeone il nuovo teologo e mille altri a te e agli fratelli ortodossi ben noti. Le mie venti monografie di contenuto teologico facilmente reperibili testimoniano – credo – per chiunque le voglia esaminare l’ortodossia dottrinaria dei miei poveri pensieri editi da case editrici cattoliche quali LDC, Piemme, OCD (dell'ordine dei carmelitani scalzi), Cantagalli etc. Come ben si vede, anche per la chiesa ortodossa italiana autocefala la distanza dottrinaria dalle chiese ortodosse titolate e canoniche non è abissale. Come dimostra anche la prassi della celebrazione liturgica nella forma di san Giovanni Crisostomo e san Basilio.

 

Ambrogio:

Pur vivendo in un paese in cui “ortodosso” non è un marchio registrato, e tutti lo possono usare liberamente, credo che possiamo essere d’accordo che un nome racconta una storia, spesso in un modo molto vivido. Ora, lo sapevi che il nome che avete scelto per il vostro ente ha per lo meno 60 anni di storia? Nel 1958 (tu avevi tre anni e io ero ben lungi dal venire a questo mondo) un personaggio del vagantismo episcopale, Clemente Sgroi di Catania, si proclamava “vescovo della Chiesa Ortodossa Italiana”. In seguito portò il suo movimento nel Patriarcato di Costantinopoli, dove finì i suoi giorni come arciprete, e dove purtroppo la sua esperienza non ha avuto una continuità diretta (anche se è rimasta come punto di riferimento storico).

Spesso una storia è anche il racconto di un lignaggio, o di una filiazione spirituale. La maggior parte dei vescovi indipendenti si preoccupa di far notare la propria successione apostolica, spesso sottolineando una quantità di linee di successione differenti (io ho sempre trovato la cosa un po’ ridicola, un equivalente clericale della collezione di figurine, francobolli o cose simili). Noto invece con curiosità che non solo tu non vanti pubblicamente linee di successione, ma non hai neppure dichiarato chi ti ha consacrato all’episcopato! Una scelta personale, una strategia pastorale, o che altro?

 

Alessandro:

Il fatto di non contemplare linee di successione episcopale è legata sia ad una scelta personale che ad una strategia pastorale. Le uniche ascendenze storiche che la nostra chiesa attuale italiana vanta sono quelle attraverso una trasmissione lineare da padre Leopoldo Adeodato Mancini, che tu hai ben conosciuto, e da alcuni successori per vie complesse dell’esperienza di Antonio de Rosso e della sua chiesa di Aprilia a Campo di Carne. Approdati all’attuale configurazione giuridica data dal certosino lavoro di padre Filippo Ortenzi, cancelliere della nostra chiesa, e al suo articolato entourage. Come ben si vede, si tratta di ascendenze entrambe spurie: una, quella di Leopoldo Adeodato Mancini, fondatore di una chiesa assiro caldea pre-calcedoniana, scaturita da due vescovi della diaspora irachena e l’altra di ascendenze ortodosse le cui origini patriarcali e discendenze sono state da tanti rivendicate. Proprio per questo, considerata anche la loro eterogeneità che non esclude una grande ricchezza teologica e spirituale, abbiamo preferito che la nostra realtà ecclesiale apparisse come un atto fontalmente e originariamente fondativo alla luce della Grazia dello Spirito e in una dimensione più pneumatologica che genealogica della successione apostolica. Posso certificarti che le mani che sono state distese su di me, anche in fasi successive, appartengono a sicuri uomini di Dio, al di là di tutte le sterminate e inutili discussioni che potrebbe suscitare il loro pedigree. Certamente più spirituale che veterinario. D’altra parte la trasmissione apostolica, come anche giganti della teologia ortodossa quali Bulgakov ricordano, assomiglia più alla Pentecoste del Paraclito che ad una dinastia o alla trasmissione interpersonale di un virus.

 

Ambrogio:

In questi ultimi tempi ho letto non solo molti dei commenti sulla tua scelta religiosa, ma anche le inevitabili critiche, inclusa una critica teologica che in sé espone idee abbastanza ragionevoli, ma pecca di una fallacia logica di base: fa di te un vescovo ortodosso secondo la sua prospettiva (il famoso argomento dell’uomo di paglia), poi passa a trovare gli elementi nei quali tu non rientri in questa prospettiva, e conclude dichiarandoti non ortodosso e non ecclesiale. È proprio per questo che insisto che tu possa chiarificare la tua visione ecclesiale, in modo che si possa discutere sulla base delle tue convinzioni, e non di preconcetti altrui.

Esiste però una critica che mi è stata comunicata personalmente, e che non ha nulla di teologico. Alcune giurisdizioni indipendenti lamentano una perdita di membri del loro clero, passati sotto la Chiesa ortodossa italiana per ragioni che non ho potuto valutare, ma tra le quali non me la sentirei di escludere la possibilità di una maggiore visibilità mediatica. La cosa è in sé piuttosto triste, e può generare un comprensibile risentimento. Come risponderesti a quest’ultimo genere di critica?

 

Alessandro:

Purtroppo la peregrinazione tra confessioni “ortodosse” rappresenta non solo uno degli aspetti più tristi ma anche più ridicoli tra uomini che dovrebbero consacrare la propria vita al servizio dell’unico vangelo e alla celebrazione del mistero eucaristico e cristocentrico di ogni Chiesa. Devo dire, citando Paolo ai Romani, che ritengo di gran lunga più utile annunciare il vangelo dove questo non è ancora stato recepito piuttosto che usufruire di fondamenti altrui. Ma se questo problema c’è stato tra Pietro e Paolo figuriamoci se non potrà essere tra noi, piccoli miseri uomini. Auguriamoci comunque che le dinamiche dell’amore reciproco, di accoglienza, di perdono e della fede nell’unico Cristo prevalgano sulle umane miserie. Guardiamo, ad esempio, alla forza profetica di uomini come Paolo VI o il patriarca Atenagora o alla miracolosa e profetica dichiarazione scaturita dall’incontro tra papa Francesco e il patriarca di Mosca Kirill. Questi, io credo, sono gli esempi ai quali ogni uomo di Dio e di chiesa costruita sull’inabitazione della santissima Trinità debba guardare piuttosto che a logiche di bottega.

 

Ambrogio:

Tra le nostre amicizie comuni, padre Adeodato Mancini è senza dubbio quello che più evoca in noi ricordi positivi. Noi lo ricordiamo – e lo ricorderemo sempre – come un benefattore e uno dei più cari amici della nostra parrocchia. Ora, un punto che ci coinvolge direttamente è la tua affermazione di essere stato elevato da lui al presbiterato. Mi piacerebbe capire la dinamica di quest’evento, dal tuo punto di vista. Poiché padre Adeodato è stato una persona davvero buona (cosa che non si può dire – purtroppo – di tanti ortodossi, canonici e non), e poiché mi ha fatto partecipe di molte confidenze sul suo processo di riavvicinamento alla Chiesa di Roma, mi dispiace che possa essere accusato di incoerenza, o di scarsa serietà, su quel cammino indubbiamente complicato.

 

Alessandro:

Padre Leopoldo Adeodato Mancini è morto ed è stato sepolto con i suoi paramenti episcopali di vescovo ortodosso che aveva originalmente rielaborato nella predicazione e nella prassi. La sua ordinazione nella tradizione delle chiese antico orientali è stata ricevuta a Parigi nel 1992. Circa alla forza, al valore e al contenuto di quell’ordinazione ho svolto personali indagini – anche in loco – che mi hanno fatto confortare sulla scelta di affidare a lui la scelta radicale del mio essere presbitero e poi episcopo. Circa al suo rapporto con la chiesa di Roma, in particolare su ciò che attiene al destino del suo monastero di sant’Antonio abate, preferisco stendere un velo di carità. D’altra parte le storie ecclesiastiche sono piene di eroismi e di miserie. Certamente egli fu un uomo che aveva interamente affidato alla parola di Gesù e alla celebrazione del mistero eucaristico la piena cristocentricità della sua vita. Così come altri maestri di vita, teologia e pratica teorica. E voglio ricordare padre Pierino Gelmini, esarca mitrato della chiesa melchita cui dovetti la mia ordinazione diaconale per mano di Isidoro Batica nel 2007, il maestro Gianni Baget Bozzo, grande mistico e cristologo, e la lezione teorica indiretta di un grande profeta dell’ecumenismo di dopodomani, Raimon Panikkar, al cui studio devo molto di ciò che sono.

 

Ambrogio:

Nella società fluida contemporanea, anche le cifre sono usate con una fluidità impressionante. I numeri di fedeli delle chiese sono una perfetta epitome del detto, popolarizzato da Mark Twain, sulle tre forme di menzogna: “le bugie, le dannate bugie e le statistiche. Mi sono permesso un sobbalzo (poche cose ormai mi fanno sobbalzare) quando ho letto che annunci i fedeli della Chiesa Ortodossa Italiana come “due-tremila”. Poiché dici che questi sono essenzialmente italiani, ebbene, nelle mie non poche ricerche sociologiche sul fenomeno dell’Ortodossia in Italia, posso dire che la capacità di attrarre migliaia di italiani all’Ortodossia si è praticamente estinta con i fenomeni degli anni ’60 in Piemonte e in Veneto, dove parroci cattolici ribelli riuscivano ancora a tirare con sé verso la Chiesa ortodossa centinaia di parrocchiani. Ora una cosa simile sarebbe pressoché impossibile, per cui quando sento di un movimento appena costituito che vanta fino a tremila fedeli, mi viene la tentazione di mettere il mio ponte a New York in vendita... Pensi che riusciremo a ridimensionare (anche per compassione verso i poveri sociologi della religione) queste cifre, e magari determinare chi sono i fedeli e chi i semplici partecipanti a funzioni, simpatizzanti e/o interessati?

 

Alessandro:

Circa il numero di 2/3 mila fedeli devo essere preciso. Non essendovi registri, in verità neppure nella chiesa cattolica, tolti quelli battesimali, di coloro che possono essere considerati regolarmente praticanti dell’eucarestia, l’unico vero centro della vita ecclesiale in qualsiasi forma, esso è dedotto realisticamente dal numero di coloro che con qualche regolarità partecipano alle funzioni della nostra chiesa in Lazio, Calabria, Veneto, Lombardia, Emilia e Piemonte. Si tratta naturalmente di cifre approssimative ma in qualche modo risuonanti con gli accessi regolari al nostro sito chiesaortodossaitaliana.com che ha raggiunto in certe giornate il numero di 12 mila accessi, oltre che l’attività del nostro punto telegram della chiesa ortodossa italiana, del consiglio nazionale ecclesiastico e del santo sinodo. Questi dati sono ampiamente verificabili da chiunque abbia dimestichezza col web.

 

Ambrogio:

Beh, se per questo anche il nostro sito parrocchiale sta arrivando a una media di 500 visitatori (non solo accessi, proprio visitatori) al giorno, ma non mi sentirei mai di dichiarare che tutti frequentano con una certa regolarità la parrocchia... Piuttosto, mi incuriosisce la tua apertura verso la Chiesa ortodossa russa, come dichiari a proposito di una “partenza da Mosca e ritorno a Mosca” nella recente intervista a Luca Telese. Ovviamente, ne sono interessato a livello personale, dato che mi trovo indegnamente a rappresentare una parrocchia di questa Chiesa a Torino, ma forse ho una ragione che va ancora più indietro nel tempo. Sono entrato nella Chiesa ortodossa attraverso il Patriarcato di Mosca non perché a quel tempo fossi particolarmente russofilo, ma perché era la Chiesa che trattava con maggior rispetto gli ortodossi italiani. Poi, come in tutti i matrimoni felici, il rapporto si è approfondito, e ora non me ne separerei per nessuna ragione. Mi permetti di pressarti un poco su questo tema, e di chiederti un resoconto più dettagliato della tua comprensione dell’Ortodossia russa?

 

Alessandro:

Considero l’esperienza della chiesa ortodossa russa di gran lunga la più significativa di tutto il composito e plurimo mondo dell’ortodossia. Preferisco un cammino a ritroso, partendo dalla mia personale passione per la teologia russa, maturata attraverso qualche visita al Saint-Serge di Parigi e la conoscenza di Olivier Clément. La mia formazione teologica in campo ortodosso si è costruita con maestri come Pavel Evdokimov e Bulgakov. Per non parlare di grandi profeti come Berdjaev, Solov’ev, Florenskij, maestro di scienza e di teologia oltre che martire e padre della chiesa. Per non dimenticare la mia giovanile frequentazione di Dostoevskij e le sue matrici mistiche e religiose. Guardando alla storia, poi, la mia adesione alle origini e agli approdi dell’attuale patriarcato di tutte le Russie mi fa dire che esso rappresenta il principale argine non solo per l’autentica fede cristiana a livello planetario ma anche la rappresentazione originale e profetica di un vangelo modernamente annunciato a tutti gli uomini, al di là dei confini del suo mondo storico e irrinunciabilmente nazionale. Devo dire che l’esito dell’incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill ha questo sapore profetico. Non posso non aggiungere, anche se ai confini di questa trattazione, che il ruolo svolto su un piano geopolitico globale dalla cultura russa non può non farmi aderire al pensiero per cui davvero nelle prospettive presenti Mosca, dopo Roma e Bisanzio, sia diventata per coloro che hanno recepito il vangelo nella potenza dello spirito la terza Roma del terzo millennio. Lo dico con cuore e ragione. Vi saranno mille e una ragione, caro Ambrogio, per conoscerci meglio e approfondire.

 

Ambrogio:

Ci sono tanti altri argomenti che mi piacerebbe approfondire con te... noterai che non ho fatto cenno al delicato problema della “doppia appartenenza” massonica dei cristiani, su cui pure ci sarebbe tanto da dire. Spero che vorrai concedermi di proseguire con un’altra conversazione, se la cosa può farti piacere, e soprattutto se sarà interessante per chi ci legge. Mille problemi e incomprensioni possono essere risolti semplicemente dialogando con rispetto e cortesia, e non abbiamo bisogno di permessi speciali per trattarci bene gli uni gli altri: questo fa già parte delle cose che il nostro Signore ci ha comandato di fare.

 

Alessandro:

La mia esperienza nella massoneria è tanto limpida che quando decisi di andare in sonno nel 2003, anni prima di ricevere in Siria il dono del diaconato per umiltà, obbedienza e disciplina alla chiesa che mi ordinava, fui tanto esplicito da scriverci un intero capitolo del mio libro “L’infinito mi ha cercato”, edito da Piemme. Come ben si vede, non c’è niente di occulto o di nascosto, né devo confermare se nella ventennale esperienza al Grande Oriente ho udito qualcosa che contraddicesse o offendesse la fede cristiana, ricevuta col battesimo. Quando un pronunciamento della Congregazione della fede nel 2012 mi comunicò che non potevo essere diacono in quanto ex massone sentii l’ineludibile necessità di cercare una comunità di fratelli che mi accogliesse per celebrare fraternamente e serenamente il mistero di Gesù eucaristico, crocifisso e risorto, che si fa carne e sangue, pane e vino per la vita eterna e la salvezza del mondo. La chiesa ortodossa italiana autocefala è per me in questo momento questa comunità fraterna, cristocentrica ed eucaristico-centrica per i doni dello Spirito che fa nuove tutte le cose. Non posso che abbracciare con fraternità l’amicizia che ci offri nell’amore e nella speranza di un’unica divina Trinità. Che come ebbe a ripetere Florenskij, tra inabitazione della Trinità in noi e la vita eterna o la Geenna del fuoco senza speranza non c’è neppure lo spazio per un capello. Ed è in questo spazio esiguo che come fratelli in Cristo in quanto figli dell’unico Padre e illuminati dal vangelo dell’unico Spirito non possiamo non tendere ad incontrarci e accoglierci. Caro padre Ambrogio, con antica fraternità padre Alessandro, affido la nostra amicizia anche alla protezione della Panaghia deipara e tutta pura vergine e madre di Dio.

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