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  San Giovanni Damasceno e 'l'Ortodossia' dei non calcedoniani

del protopresbitero Theodoros Zisis

pravoslavie.ru, 25 luglio 2015

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In questa domenica che cade tra il 13/26 luglio e il 19 luglio/1 agosto la santa Chiesa ortodossa commemora i santi Padri dei primi sei Concili ecumenici, che hanno operato con tanto amore e sofferenza per preservare la verità del Dio-Uomo Gesù Cristo, incarnato per la nostra salvezza. La vera teologia è necessariamente legata e alimentata dalla vera pratica e spiritualità, e così è necessariamente legata alla nostra incessante ricerca della perfezione in Cristo. I proclami dei Concili ecumenici sono ricevuti come testimoni infallibili e inattaccabili della tradizione ortodossa.

Tuttavia, ci sono coloro che oggi cercano di minimizzare e talvolta anche ribaltare l'importanza di questi concili e dei santi Padri che vi hanno operato, al fine di "unificare" la vera Chiesa di Cristo con altri corpi non ortodossi.

Contro questa marea, il protopresbitero Theodoros Zisis, professore emerito della facoltà di teologia all'Università Aristotele di Salonicco si contrappone come strenuo difensore della mentalità patristica della santa Chiesa ortodossa, dicendo la verità nell'amore. Egli cerca di presentare al suo pubblico una sana teologia patristica in modo chiaro e pratico. Una biografia di padre Theodoros si può trovare in impantokratoros.org.

Quello che segue è un brano di padre Theodoros che affronta in particolare il movimento ecumenico tra alcuni membri della Chiesa ortodossa e i non calcedoniani, e in particolare il loro uso improprio della teologia dei santi Concili santi e del grande luminare, san Giovanni Damasceno.

il protopresbitero Theodoros Zisis

1. Valutazione generale del dialogo

È ben noto che tra i dialoghi che la Chiesa cattolica ortodossa sta conducendo con gli eterodossi vi è quello con i monofisiti, o "non calcedoniani" o "pre-calcedoniani", o "antico-orientali", o - come sono stati recentemente chiamati, contrariamente alla tradizione - "ortodossi orientali". Questo dialogo, a livello della Commissione teologica mista che lo sta conducendo, si è concluso in un accordo da cui è apparentemente evidente che nulla ci separa nella fede, che le differenze finora osservate sono dovuti a un fraintendimento e a un'errata interpretazione della terminologia teologica che gli esperti teologi speciali ora capiscono meglio dei santi Padri, e che la separazione originale dei non calcedoniani dalla Chiesa è dovuta a ragioni non teologiche, ma politiche.

Questa immagine distorta è prevalsa fin dalla nascita delle discussioni, sia nelle quattro conferenze non ufficiali tra ortodossi e non calcedoniani che hanno avuto luogo – si dovrebbe notare – su iniziativa del Consiglio Ecumenico delle Chiese, sia nelle riunioni ufficiali della Commissione inter-ortodossa su questo dialogo, sia nelle conferenze in seguito alla Commissione mista. In particolare, vi sono persone, membri del dialogo e rappresentanti delle Chiese, che hanno creduto che la "ortodossia" dei non calcedoniani sia insindacabile e al di là di qualsiasi controversia, e di conseguenza che il dialogo teologico sia superfluo, perché renderà le cose più complicate. Hanno mantenuto questi punti e hanno proposto che le Chiese dovrebbero procedere a un semplice annuncio di unione, perché i quindici secoli di separazione sono ingiustificabili. Su questo punto, di conseguenza, la Chiesa è stata in errore in tutti questi secoli, e non solo centinaia di grandi, illustri, sapienti e illuminati santi Padri hanno commesso un errore a lottare e scrivere contro monofisiti, giacobiti, acefaliti, severiani, etc., ma l'ha commesso anche una moltitudine di anziani semplici ma illuminati e santi, che, come mostrano molte storie nei Gerontika, non hanno acconsentito neppure a parlare con i non calcedoniani finché questi ultimi non rinunciassero alla loro eresia e riconoscessero le decisioni del quarto Concilio ecumenico a Calcedonia.

Certo, i santi Padri e i venerabili anziani non hanno meno amore e comprensione rispetto ai campioni contemporanei dell'unione. Al contrario, il loro atteggiamento era basato su una preoccupazione pastorale e pedagogica che coloro che avevano deviato avrebbero dovuto rendersi conto del loro errore ed essere portati alla fede corretta, che è il presupposto indispensabile per la salvezza. Chi dice la verità ha amore, anche se agli inizi causa disagio e crea una reazione, non colui che induce in errore e nasconde la verità, curandosi delle relazioni umane temporanee e non delle realtà eterne. Questi aspetti sono stati chiariti nella coscienza della Chiesa. Ci sono una concordia e una pace buona e una cattiva; sono cattive la concordia e la pace che trascurano le differenze di fede, perché solo "l'unità della fede e la comunione dello Spirito Santo", per la quale la Chiesa prega ogni giorno, sono in grado di stabilire e garantire la pace profonda e imperturbabile, poiché si basano sull'unità spirituale e sacramentale. Quando questa unità non esiste, allora abbiamo la concordia e la pace cattive e false, che perpetuano e nascondono la ferita della separazione e della divisione; in questi casi "meglio una guerra lodevole, che una pace che separa l'uomo da Dio". [1]

L'immagine fittizia e irrealistica di non avere differenze di fede con i non calcedoniani ha cominciato a essere proiettata all'inizio di questo secolo, ma è stata presentata in una forma molto allettante e attraente in questi ultimi decenni, durante i quali il cosiddetto movimento ecumenico era al suo apice, prima i subire i colpi inevitabili e distruttivi portati dal rilancio e dal rafforzamento dell'uniatismo cattolico romano, e anche dal nebuloso sincretismo e relativismo teologico dei protestanti, che alla fine, dopo la sua comparsa chiara e aperta alla 7a Assemblea Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Canberra, Australia (febbraio 1991), ha iniziato a turbare gli ortodossi.

In ogni caso, un frutto della coltivazione di questo relativismo e sincretismo teologico è stato il ritratto abbellito delle nostre differenze con i monofisiti, che non sono più chiamati tali, ma in un primo momento "non calcedoniani", quindi "pre-calcedoniani" o " antico-orientali", e ora "ortodossi orientali", dal momento che abbiamo demolito i confini e le frontiere, nonostante il monito dei Padri "di non rimuovere i confini eterni che i nostri Padri hanno stabilito", e hanno permesso ai monofisiti, che sono stati eretici per quindici secoli nella coscienza della Chiesa, di diventare coeredi dell'Ortodossia e di essere chiamati ortodossi come noi stessi, senza ritorno né pentimento. La confusione teologica è davvero sorprendente, come lo è la demolizione di tutti i confini. Se qualcuno appena dieci anni prima avesse letto o sentito i termini "commissione inter-ortodossa" o "Chiese ortodosse", li avrebbe sicuramente capiti come una commissione di Chiese ortodosse locali che appartengono alla comunione della Chiesa cattolica ortodossa, che comprende le Chiese ortodosse autocefale d'Oriente, con la Chiesa di Costantinopoli che occupa il primo posto. Tuttavia, ora questo non è più così ovvio; dopo molti anni di lavoro organizzato dai progettisti dell'ecumenismo una "commissione inter-ortodossa" può includere i non calcedoniani, dal momento che con la nostra acquiescenza le Chiese monofisite dei copti, siro-giacobiti, armeni, etiopi, et al., sono ora annoverate tra le Chiese ortodosse dell'Oriente. Prima dei protestanti il ​​primo maestro di sincretismo teologico ed ecclesiastico è stato il papa, come è più evidente nell'istituzione dell'unia, dove i proseliti sono autorizzati a mantenere i propri tratti distintivi, e anche le loro eresie; l'unico requisito è che essi riconoscano il primato del papa.

La seconda conseguenza di questo relativismo teologico e di questa demolizione dei confini della Chiesa è stato l'ottundimento della sensibilità ecclesiale e dell'auto-consapevolezza di molti teologi ortodossi, in particolare di quelli associati con il Consiglio Mondiale delle Chiese, ma anche di quelli connessi in qualsiasi modo con l'entusiasmo dello spirito ecumenista coltivato per molti decenni. Quest'ottundimento, come frutto di una ricerca teologica apparentemente oggettiva, schermato da nomi di arroganti teologi ortodossi ecumenisti, sta cominciando gradualmente ad assalire teologi che fino a ora sono stati considerati come tradizionalisti. È sorprendente, per esempio, valutare e tenere traccia del comportamento dei teologi coinvolti con il dialogo, che, sulla base dei propri testi scritti, sostenevano che la via cerso l'unione con i non calcedoniani è difficile e che il riconoscimento del quarto Sinodo ecumenico e delle altre decisioni ecumeniche è una condizione indispensabile per l'unione, mentre ora accolgono l'unione come facile e senza problemi, e non prevedono nemmeno come condizione per tale unione il riconoscimento del quarto Sinodo ecumenico e delle altre decisioni ecumeniche, molto semplicemente perché questo non può avvenire, come è stato dichiarato da parte dei non calcedoniani a un incontro non ufficiale a Ginevra, anche se i nostri teologi pensano che, reinterpretando le decisioni del quarto Sinodo ecumenico, riusciranno a convincere i non calcedoniani ad accettarlo.

Tuttavia, non è una questione di interpretazione, ma di alterazione e di capovolgimento delle decisioni dei Sinodi ecumenici. Per esempio, quale interpretazione daremo alla definizione di fede del settimo Sinodo ecumenico a Nicea, che riassume tutta la fede ortodossa, e dice, a proposito dei monofisiti e dei loro santi: "Con questi Padri noi confessiamo le due nature di colui che per noi si è incarnato dall'immacolata Theotokos e sempre vergine Maria, riconoscendo che egli è perfetto Dio e perfetto uomo, come il sinodo di Calcedonia ha promulgato, quando espulse i bestemmiatori Eutiche e Dioscoro dalla compagine divina, respingendo con loro Severo, Pietro e la banda a loro connessa con le loro numerose bestemmie". [2] Noi ortodossi consideriamo le decisioni dei Sinodi ecumenici come infallibili, perché sono state raggiunte con la supervisione dello Spirito Santo e sono state riconosciute dalla coscienza della Chiesa di tutte le età. Assaliremo, dunque, il prestigio e l'autorità dei Sinodi ecumenici con interpretazioni e sofismi teologici, e provocheremo uno scisma nell'unità perdurante e nella cattolicità della Chiesa ortodossa, costringendo gli ortodossi del XX secolo a credere sui non calcedoniani in modo diverso da quanto hanno creduto gli ortodossi delle generazioni precedenti, soprattutto quando quella fede fu fortificata e insegnata da persone illuminate e sante? La teologia non è una cosa facile per chiunque voglia speculare e negoziare con l'obiettivo di creare relazioni personali e sociali. Se ne demolisci una parte, l'intero edificio viene demolito. I santi Padri lo sapevano molto bene, e per questo motivo consigliano la rinuncia all'eresia e l'accettazione dell'insegnamento ortodosso come l'unico percorso e metodo di unione per gli eretici. Ora abbiamo escluso questo metodo in anticipo, dal momento che li abbiamo già riconosciuti come ortodossi e li abbiamo collocati nella compagine della Chiesa ortodossa, da cui i santi Padri li hanno espulsi infallibilmente e in modo divinamente ispirato con le decisioni dei Sinodi ecumenici.

2. San Giovanni Damasceno e i non calcedoniani

san Giovanni Damasceno

In realtà non c'è un Padre e santo della Chiesa in tutta una tradizione di quindici secoli, dal quarto Sinodo ecumenico fino a oggi, che avrebbe creduto e insegnato che non abbiamo differenze di fede con i non calcedoniani e che essi sono essenzialmente ortodossi come lo siamo noi. Al contrario, ci sono molti grandi santi della nostra Chiesa, dopo il Sinodo di Calcedonia, che hanno esposto la profondità e l'ampiezza, e in ogni caso la misura, dell'eresia dei non calcedoniani. Tra loro ci sono colossi e giganti della teologia, pilastri dell'Ortodossia, la cui multiforme sapienza, a parte l'illuminazione dello Spirito Santo, è sorprendente e innegabile, e così superiore alla sapienza di coloro che conducono il dialogo di oggi, tanto che appare risibile argomentare che essi non hanno capito i ragionamenti e le posizioni dei non calcedoniani, e che noi li comprendiamo meglio oggi. Dunque, san Massimo il Confessore, san Giovanni Damasceno e san Fozio il Grande – per citare solo tre padri importanti che si sono occupati dei non calcedoniani – non hanno capito i problemi? L'amara esperienza dei dialoghi teologici porta alla conclusione che in questo dialogo anche la preparazione dei membri della delegazione ortodossa non era ampia e sistematica, sulla base delle fonti dell'Ortodossia, i testi dei Sinodi e dei Padri, ma personale, secondo le preferenze teologiche e le propensioni di ogni membro, basate principalmente sulla bibliografia contemporanea adulterata dallo spirito ecumenista. È certo che i temi del dialogo sarebbero stati trattati in modo molto diverso se i membri ortodossi avessero letto i santi Padri – anche solo i tre più importanti che ho citato. Nei loro testi si notano le stesse concessioni e modifiche da parte dei non calcedoniani che si vedono oggi, ma queste sono giudicate dai Padri come prive di sincerità, un semplice camuffamento del monofisismo, in quanto non comportano un'esplicita confessione ed enumerazione delle due nature in Cristo in una persona dopo l'unione, e di conseguenza non portano al riconoscimento del quarto Sinodo ecumenico.

La cosa curiosa è che, mentre la tradizione patristica è completamente ignorata, è tracciato un corso interamente nuovo, ed è intrapresa un'innovazione in materia di fede, dove dalla massa prodigiosa di materiale patristico una singola espressione di san Giovanni Damasceno viene richiamata fino alla nausea. Quest'espressione, estrapolata dal contesto e senza collegamento a tutto ciò che l'aureo Padre della Chiesa di Antiochia e della Chiesa cattolica ortodossa dice nel trattare l'eresia degli acefaliti o giacobiti, lascia l'impressione che li riconosca come ortodossi. Il ricorso a san Giovanni Damasceno svolge un ruolo di catalizzatore e provoca l'impressione che, poiché il Santo è considerato la bocca della Chiesa, egli riassume la fede della Chiesa ed è a tutti gli effetti un insegnante infallibile e una norma dell'Ortodossia. E non è che sia semplicemente considerato tale: lo è davvero. Per questo motivo l'appello alla sua opinione sui non calcedoniani come quasi ortodossi potrebbe davvero costituire una solida base sulla quale potremmo sostenere i tentativi di portare alla riunione dei non calcedoniani con la Chiesa ortodossa. Se solo le cose fossero così, e tutta questa miseria e amarezza della separazione e della divisione fossero dovute ad ambiguità semantiche e a interpretazioni errate dei termini, nonché ad accidentali ragioni storiche e politiche, soprattutto in quanto questa valutazione deriverebbe dall'insegnante dogmatico per eccellenza ed esponente dell'auto-comprensione degli ortodossi, san Giovanni Damasceno, che aveva vissuto lontano da Costantinopoli nella Chiesa di Antiochia, da cui ebbe origine la Chiesa siro-giacobita, e conosceva meglio e più da vicino la situazione.

Tuttavia, il quadro che deriva dalla lettura dei testi di san Giovanni Damasceno è completamente diverso, estremamente sfavorevole e scoraggiante per le possibilità di ri-unione con i non calcedoniani, anche con interpretazioni e spiegazioni, a meno che non tornino alla Chiesa ortodossa e confessino la fede di Calcedonia. Questa scoperta dovrebbe rendere circospetti e prudenti tutti coloro premono per l'unione, e soprattutto la Chiesa di Antiochia il cui patriarca ha come sua sede la città di Damasco, la città natale del santo, che venera e onora in modo particolare, come è evidente dalla denominazione della sua scuola teologica, che porta il nome di san Giovanni Damasceno.

Ma vediamo in breve qual è il quadro che emerge dagli scritti di San Giovanni Damasceno. In primo luogo, è ben noto che scrisse tre trattati contro i giacobiti o acefaliti, che, si dovrebbe notare, chiama senza esitare monofisiti. Il primo è intitolato Sulla natura composita, contro gli acefaliti, [3], mentre il secondo, di gran lunga più ampio rispetto al primo, è stato scritto per ordine del Patriarca Pietro di Antiochia e si intitola Tomo da Pietro, il santissimo vescovo di Damasco, al presunto vescovo di Daraia, il giacobita. [4] Il terzo, intitolato Lettera all'archimandrita Giovanni sull'inno Trisagio, [5] analizza il carattere trinitario dell'inno Trisagio in contrasto con la sua limitazione al solo Cristo fatta dai monofisiti, al fine di giustificare l'aggiunta della frase teopaschita "che sei stato crocifisso per noi". Colui che limita l'inno Trisagio a una singola persona della santa Trinità "condivide la volgare stupidità del Follatore", e contribuisce "all'oltraggio malignamente introdotto dal Follatore per la totale distruzione di tutti". [6] Questo ha a che fare con Pietro il Follatore, il patriarca di Antiochia che ha introdotto l'aggiunta all'inno Trisagio. San Giovanni scrisse anche un trattato contro il monotelismo, dove si parla anche dei monofisiti. Si intitola Sulle due volontà, energie e altre proprietà naturali che concorrono in Cristo e sulle due nature e una sola ipostasi. [7] Troviamo riferimenti di base anche nelle sue opere più note, Sulle eresie in breve, da dove hanno cominciato e da dove sono sorte, [8] e l'Esatta esposizione della fede ortodossa, [9] che, insieme all'opera Capitoli Filosofici [10] costituiscono la singola opera in tre parti La fonte della Conoscenza. Anche in altre opere ci sono riferimenti sparsi ai monofisiti.

La frase controversa di San Giovanni Damasceno, che spesso invocano, come abbiamo detto, in difesa della "Ortodossia" dei non calcedoniani, viene dall'opera Sulle eresie, e come è usata estrapolandola dal suo contesto, dice che i non calcedoniani "si sono separati dalla Chiesa con il pretesto del Sinodo di Calcedonia, essendo ortodossi in ogni altro modo". Per cominciare citeremo l'intero testo di san Giovanni, che commenteremo in seguito, senza entrare per il momento nell'essenza del suo insegnamento, che è completamente in contrasto con i testi comuni che sono stati firmati nel corso del dialogo, come lo è certamente l'insegnamento comune di tutti i Padri della Chiesa ortodossa, espresso da san Giovanni Damasceno.

Il testo è il seguente:

83. Gli egiziani, che sono anche chiamati schematici e monofisiti: si sono separati dalla Chiesa ortodossa con il pretesto del documento approvato a Calcedonia e conosciuto come il Tomo. Sono stati chiamati egiziani perché sono stati gli egiziani che per primi hanno iniziato questa forma di eresia durante i regni degli imperatori Valentiniano e Marciano; in ogni altro modo sono ortodossi. Per essersi attaccati a Dioscoro di Alessandria, che fu deposto dal Sinodo di Calcedonia per aver sostenuto gli insegnamenti di Eutiche, si sono opposti al Sinodo e hanno fabbricato innumerevoli accuse contro di esso al meglio delle loro capacità. Abbiamo ripreso queste accuse in questo libro e le abbiamo sufficientemente confutate, mostrando la loro goffaggine e stupidità. I loro capi erano Teodosio di Alessandria, da cui sono derivati i teodosiani, e Giacomo [Baradeo] della Siria, da cui sono derivati i giacobiti. Legati a loro, e loro sostenitori e campioni, erano Severo, il corruttore da Antiochia, e Giovanni [Filopono] il Triteita, che di affannava su cose vane; hanno negato il mistero della nostra comune salvezza. Hanno scritto molte cose contro l'insegnamento ispirato da Dio dei 630 Padri del Concilio di Calcedonia, e hanno disposto molte insidie, per così dire, e pietre d'inciampo sul sentiero (Salmo 139:6) per coloro che sono periti per la loro eresia perniciosa. Tuttavia, anche se essi insegnano che vi sono particolari sostanze, confondono il mistero dell'Incarnazione. Abbiamo ritenuto necessario discutere loro empietà in breve, aggiungendo brevi note in confutazione delle loro eresia senza Dio e abominevole. Io esporrò gli insegnamenti, o meglio, i deliri, del loro campione Giovanni, di cui sono così tanto orgogliosi. [11]

La prima osservazione che dovremmo fare è che san Giovanni elenca ed enumera i non calcedoniani tra gli eretici. Il numero 83 che precede il testo è il numero dell'eresia nell'ordine in cui li espone. Se avesse creduto che fossero ortodossi, sicuramente non li avrebbe inclusi tra gli eretici. Poi li chiama apertamente monofisiti: "Gli egiziani, che sono anche chiamati schematici e monofisiti". Tanto è stato scritto e detto nella bibliografia teologica contemporanea ecumenista sul fatto che non sono monofisiti, che siamo tutti titubanti a utilizzare questo termine, che tende a essere abolito. Passiamo alla famosa frase: "...separati dalla Chiesa ortodossa con il pretesto del documento approvato a Calcedonia e conosciuto come il Tomo... in ogni altro modo sono ortodossi". Nella prima parte della frase è chiaramente affermato che la questione riguarda degli scismatici che non appartengono alla Chiesa ortodossa: "separate dalla Chiesa ortodossa". Sono, quindi, al di fuori del dominio della Chiesa ortodossa. La causa della loro separazione dalla Chiesa ortodossa è la definizione dogmatica, il documento di Calcedonia, e non le varie ragioni storiche e politiche che i teologi contemporanei e storici si sforzano di trovare, seguendo un metodo non teologico che è totalmente estraneo alla metodologia patristica e all'auto-comprensione della Chiesa: "con il pretesto del documento approvato a Calcedonia". Parlando di pretesto, san Giovanni peggiora la posizione del Non-Calcedoniani e rafforza l'autorità e il prestigio del quarto Sinodo ecumenico di Calcedonia. In altre parole, vuole dire che la fede di Calcedonia è chiara come il cristallo e non richiede il tipo di interpretazioni e spiegazioni che pratichiamo nel dialogo di oggi; il suo rifiuto è per loro un pretesto per creare scisma e divisione, alla quale la loro fede, divergente dalla definizione di Calcedonia, li conduce.

Qual è, allora, è il significato della seconda parte della frase, "in ogni altro modo sono ortodossi", che provoca confusione? Molto semplicemente, San Giovanni Damasceno giustappone al grande errore teologico del rifiuto di Calcedonia, che pone i  non calcedoniani automaticamente fuori della Chiesa, la loro conservazione nella vita della Chiesa, come anche nelle altre questioni di fede, di insegnamenti e usi liturgici e pratiche, in cui sono ortodossi, vale a dire, in accordo con la Chiesa cattolica ortodossa. Tutti sanno che l'unità presuppone l'unità nella fede, nel culto e nell'amministrazione, e che in particolare in materia di fede l'unità arriva anche ai piccoli punti, perché a causa della coerenza, della coesione e del collegamento più interno delle verità della fede "chi danneggia una piccola parte danneggia il tutto". Certo, il dogma di Calcedonia sull'unione ipostatica delle due nature nell'unica persona di Cristo è un insegnamento dogmatico fondamentale, il cui rifiuto costituisce eresia manifesta, anche se quelli che lo rifiutano "sono ortodossi in ogni altro modo". Questa è la posizione di dan Giovanni Damasceno, che è confermata ulteriormente dal resto della citazione e dalle sue altre posizioni. Ma prima di procedere ad altre posizioni, dovremmo dire in questo contesto che ciò che è detto circa i non calcedoniani potrebbe essere detto anche circa gli ariani e gli iconoclasti: vale a dire, che i primi si sono separati "con il pretesto del documento approvato a Nicea I", mentre i secondi lo hanno fatto "con il pretesto del documento approvato a Nicea II", "essendo ortodossi in ogni altro modo". Siamo dunque costretti a dire, seguendo questa logica quanti decreti, di che tipo e da quale Sinodo sono rifiutati dagli eretici, al fine di trasformarli in ortodossi, demolendo a poco a poco i confini immutabili "che i nostri Padri hanno stabilito", dividendo il corpo della Chiesa nel tempo e "con tutti i santi", attendendo non un ritorno chiaro nel pentimento ma una confessione vaga e poco chiara dei non calcedoniani?

Il resto della citazione è molto più interessante. I non calcedoniani hanno un'alta opinione di Dioscoro, che fu deposto dal Sinodo di Calcedonia per aver difenso l'insegnamento di Eutiche. A tal fine hanno architettato innumerevoli accuse conro il Sinodo, che abbiamo già confutato, "mostrando la loro goffaggine e stupidità". San Giovanni li cita nelle sue opere specifiche contro i giacobiti di cui abbiamo parlato. I loro capi erano Teodosio d'Alessandria, per cui sono chiamati teodosiani, e Giacomo [Baradeo] il Siro, da cui sono chiamati giacobiti. I loro alleati e campioni di loro erano Severo, "il corruttore da Antiochia", e Giovanni Filopono il Triteita, che con il loro insegnamento "negano il mistero della nostra comune salvezza". Hanno scritto molte cose contro "l'insegnamento ispirata da Dio dei 630 Padri" seducendo e distruggendo molte persone nella "loro eresia perniciosa".

Il breve accenno al loro insegnamento empio e alle piccole note interpolate aveva lo scopo di confutare "la loro eresia senza Dio e abominevole".

Quando questi punti sono trasferiti alla realtà teologica contemporanea indicano quanto segue. San Giovanni non dubita della correttezza della condanna di Dioscoro – che molti ortodossi ora discolpano – perché costui ha difeso l'eresia di Eutiche in un sinodo. Le parole "Dioscoro non fu deposto per ragioni di fede", pronunciate dal patriarca Anatolio e che sono diventate uno slogan al dialogo, così come il fatto di "essere ortodosso in ogni altro modo", non significa che la sua ortodossia è stato riconosciuta, ma semplicemente che, dopo essere stato convocato per venire al Sinodo, non è venuto, ed è stato deposto per questa sua infrazione canonica e non "per ragioni di fede", come è evidente soprattutto nel commento da Leonzio citato qui nella nota. Se, tuttavia, avesse partecipato, sarebbe stato deposto per motivi di fede, perché era un eretico. [12]

Le riserve e le accuse dei non calcedoniani contro Calcedonia sono respinte da san Giovanni come indubbiamente infondate. Nel dialogo contemporaneo gli ortodossi stanno tentando di interpretare e giustificare il Sinodo di Calcedonia, adottando sotto molti aspetti le critiche dei non calcedoniani, e soprattutto la loro furia contro san Leone papa di Roma, che a loro dire ha adescato il Sinodo alle proprie posizioni filo-nestoriane e ha diviso gli orientali, ed è interamente responsabile dello scisma e della divisione del mondo orientale, che il dialogo sta ora cercando di correggere e guarire. Una conseguenza di questa virulenza contro san Leone è lo sforzo compiuto anche a livello di ricerca teologica per mostrare il "carattere cirillino" della definizione di Calcedonia e di alienare san Leone dalle decisioni del Sinodo, in modo che queste possano in tal modo essere accettate dai non calcedoniani.

A dire il vero, questa adozione – senza precedenti e unica nella storia della Chiesa Ortodossa – delle accuse degli eretici contro i protagonisti e campioni della fede, tra i quali san Leone, il più grande e ortodosso pilastro della Chiesa, torre e baluardo di pietà, [13] ha portato a formulare il punto di vista che Leone non concerne il dialogo tra ortodossi e anti-calcedoniani, ma quello tra cattolici romani e non calcedoniani. Tuttavia, la fede della Chiesa indivisa è cattolica; come credeva Roma, così credevano Costantinopoli, Alessandria e Antiochia, e viceversa, come credeva la più piccola diocesi e parrocchia, così credevano i grandi centri ecclesiastici. Di conseguenza, la questione riguarda tutti. Guai a noi se trasferiamo le condizioni dopo lo scisma al periodo prima dello scisma e rendiamo i santi della Chiesa responsabili della nostra indegnità.

La separazione, la divisione e lo scisma dalla Chiesa, secondo San Giovanni Damasceno, indicano una privazione della possibilità della salvezza. Con il loro insegnamento i non calcedoniani negano "il mistero della comune salvezza". Coloro che sono attratti e coloro che li attraggono nella loro eresia, come è il caso per ogni eresia, sono distrutti, perdono la loro salvezza, e sono indotti in perdizione. Noi tutti accettiamo e insegniamo che il nucleo e l'obiettivo dell'insegnamento dogmatico e delle lotte dei santi e dei Padri non tratta dispute filologiche ed ermeneutiche e chiarificazioni semantiche, ma la salvaguardia del potenziale di salvezza che gli eretici distruggono. Inoltre, accettiamo che questo è il motivo per cui ha avuto luogo tutta la disputa – non perché questa o quella opinione fosse vittoriosa, ma perché che gli uomini si salvino. Tuttavia, nei dialoghi teologici di oggi tende a prevalere la posizione che tutti noi costituiamo Chiese e siamo tutti salvati in loro – che siamo Chiese sorelle o famiglie di Chiese che non hanno grandi differenze di fede, ma che semplicemente non sono d'accordo nella terminologia e che interpretiamo alcune questioni in modo diverso. Per questo motivo diamo alcune spiegazioni di queste differenze, e ognuno rimane dove si trova. Gli ortodossi orientali, cioè i non calcedoniani, possono conservare la terminologia cirillina della sola natura del Verbo incarnato che è tradizionale per loro, mentre noi ortodossi abbiamo il diritto di utilizzare la formulazione delle due nature, come dicono i testi del dialogo. [14] Questi termini non hanno alcuna ripercussione sulla salvezza, né ne hanno avuta alcuna finora, e i santi Padri e san Giovanni Damasceno hanno fatto un errore nel vedere i non calcedoniani come persi nell'eresia, al di fuori della Chiesa, e a tentare, non di adularli, ma di farli tornare all'ovile della Chiesa. Coloro che conducono i dialoghi oggi scrivono, al contrario dei Santi Padri: "Ora capiamo chiaramente che entrambe le famiglie hanno sempre conservato fedelmente l'autentica fede cristologica ortodossa e la continuità ininterrotta della Tradizione apostolica, anche se hanno usato i termini cristologici in modi diversi". [15]

Osservazioni conclusive

La nostra intenzione è stata di esporre e commentare i testi di san Giovanni Damasceno e in particolare le sue opere contro i monofisiti non calcedoniani, al fine di dimostrare che il ricorso a lui come testimone della loro ortodossia non corrisponde ai fatti. Questa pretesa è stata molto chiaramente formulata esclusivamente sulla base di una citazione dalla sua opera Sulle eresie. In effetti l'intero quadro che si evince dalla totalità dei suoi scritti è convogliato al meglio in questa sintesi che, come egli stesso dice, critica "la loro eresia senza Dio e abominevole", all'interno del quale coloro che si trovano perdono la loro salvezza. Sulla scia di questi punti è evidente quanto ortodossi siano gli "ortodossi" orientali e quanto ottimismo ci dovrebbe essere per il successo della loro unione con la Chiesa ortodossa, finché noi continuiamo a credere che il santo di Damasco, il vanto della Chiesa di Antiochia, sia la bocca della Chiesa, la voce dei Padri e dei Sinodi.

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Originariamente apparso in Gregorios Ho Palamas, n. 744 (settembre-ottobre 1992), pp. 1133-1144.

Note

[1] San Gregorio il Teologo, Orazione 2.82 (In difesa della sua fuga nel Ponto; PG 35: 488C); Orazione 6.11 (Prima irenica; PG 35: 736AB): "Il disaccordo sulla pietà è meglio della concordia emotiva". San Giovanni Crisostomo, Omelia su Matteo 35,1 (PG 57: 405): "Questa è soprattutto la pace, quando la parte malata è tagliata fuori... Così è avvenuto anche nel caso di quella famosa torre; la loro pace malvagia infatti è stata conclusa con la loro buona discordia, e la pace si è fatta così". Sant'Isidoro di Pelusio, Epistola IV.36, a Pietro il Monaco (PG 78: 1088C): "Esistono, o mio saggio amico, sia una guerra giusta sia una pace che è più vessatoria di qualsiasi implacabile conflitto – come dice il Salmo, ero geloso dei trasgressori, vedendo la tranquillità dei peccatori [Salmo 72: 3]".

[2] Mansi 13:377A.

[3] PG 95: 112-125; edizione critica in Bonifatius Kotter, O.S.B. (Ed.), Die Schriften des Johannes von Damaskos, vol. IV (Berlino: W. de Gruyter, 1981), pp. 409-417.

[4] PG 94: 1436-1501; edizione critica in Kotter, op. cit., pp. 109-153 [questo lavoro è meglio conosciuto come Contro i giacobitindt].

[5] PG 95: 21-61; edizione critica in Kotter, op. cit., pp. 304-332.

[6] PG 95:57 (Kotter, op. cit., P. 329).

[7] PG 95: 128-185; edizione critica in Kotter, op. cit., pp. 173-231).

[8] PG 94: 677-780; edizione critica in Kotter, op. cit., pp. 19-67.

[9] PG 94: 789-1228; edizione critica in Kotter, Die Schriften des Johannes von Damaskos, vol. II (Berlino: W. de Gruyter, 1973), pp 7-239.

[10] PG 94: 521-676; edizione critica in Kotter, Die Schriften des Johannes von Damaskos, vol. I (Berlino: W. de Gruyter, 1969), pp 51-146.

[11] PG 94:741A-744B (Kotter, op cit, vol IV, pp 49-50).

[12] De sectis 6 (PG 86,1: 1233B-1237D); edizione critica in Franz Diekamp (ed.), Doctrina Patrum de Incarnatione Verbi: Ein griechisches Florilegium aus der Wende des 7. und 8. Jahrhunderts, 2nd ed. (Münster: Aschendorff, 1981), pp. 177-179.

"Dicono che non è necessario accettare il Sinodo di Calcedonia, perché coloro che vi si sono riuniti erano volubili e incoerenti. Perché le stesse persone deposero Eutiche a Bisanzio e lo accettarono con Dioscoro a Efeso pur respingendo Flaviano, e ancora una volta le stesse persone accettarono Flaviano a Calcedonia, ma respinsero Dioscoro. In risposta a questo diciamo che non si dovrebbero prendere in considerazione i fattori umani. Molte persone, forse anche uomini di fama, hanno chiaramente sperimentato spesso tali cose. Ma anche se cinque o più di trenta su 630 sono apparsi volubile, come dite voi, non dobbiamo per questo rifiutare un Sinodo di seicento uomini, quando gli stessi uomini sedevano in concilio con Dioscoro ad Efeso, e neanche voi rifiutereste un tale sinodo a causa di questi uomini.

Ancora una volta chiedono: 'Perché non accettate Dioscoro se – come asserisce Anatolio di Costantinopoli questi non venne deposto per motivi di fede?' Rispondiamo in tutta verità che egli non fu deposto per motivi di fede. È per questo che non venne al Sinodo, perché i suoi affari non fossero sottoposti a inchiesta; ma se fosse venuto e un'inchiesta avesse avuto luogo, sarebbe stato deposto come eretico, perché questo è quello che era. Dal momento che non venne dopo essere stato convocato per tre volte, ne fecero una ragione per la sua deposizione, ed è per questo che Anatolio ha detto che non è stato deposto per motivi di fede.

Ancora dicono, 'Lo stesso Sinodo ha accettato eretici e non dovrebbe pertanto essere accettato'. Stanno parlando di Teodoreto e di Iba. Noi rispondiamo che il Sinodo non li accettò finché essi stessi non furono d'accordo con l'anatema a Nestorio.

Ma ancora una volta chiedono perplessi, 'Perché non chiesero a Teodoreto di condannare i propri scritti contro Cirillo?' A questo noi rispondiamo che non dovrebbero accusare di questo il Sinodo, ma san Cirillo. Questi, infatti, entrato in comunione con gli orientali e con Teodoreto stesso, non chiese a Teodoreto di condannare le proprie opere. Pertanto, il Sinodo non deve essere accusato di non aver fatto ciò che san Cirillo stesso non ha fatto. Eppure nel chiedere che Teodoreto condannasse Nestorio, il Sinodo ha fatto ciò che San Cirillo non ha fatto. Anche se postuliamo che [Iba e Teodoreto] fossero eretici, anche così il Sinodo non dovrebbe essere respinto a causa di loro. Il Sinodo di Nicea infatti accettò sette eretici, che in precedenza erano ariani e successivamente persistettero nella loro eresia, e non per questo motivo è chiamato il Sinodo dei 311 Padri, ma piuttosto il Sinodo dei 318 Padri. Per lo stesso motivo, Giovenale di Gerusalemme e molti altri vescovi che erano con Dioscoro al Sinodo di Efeso si ritrovarono a Calcedonia, e non per questo rifiutarono quel Sinodo, ma in realtà lo accolsero".

[13] Cfr. il servizio del santo il 18 febbraio.

[14] Seconda dichiarazione comune e proposte alle Chiese della Commissione mista per il dialogo (Ginevra, settembre 1990).

[15] Ibid.

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