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  Intervista di Tudor Petcu a François Bœspflug

4 agosto 2018

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Prima di parlare dei suoi viaggi sia geografici che spirituali, in altre parole, del suo "percorso" o "tragitto", vorrei capire in che cosa consiste per lei in quanto teologo la differenza tra religione e spiritualità. In che cosa differiscono e in che modo la spiritualità potrebbe rappresentare o diventare un veicolo della religione?

Per poterle rispondere, devo superare un dubbio. Ho una prospettiva teologica sulla spiritualità, la sua connessione con la teologia e le sue funzioni specifiche nella religione e nella vita religiosa? Non ne sono sicuro. Il corso della mia vita è simile a un "viaggio spirituale"? Non lo so, lo ammetto. Sento spesso che il significato di una vita è difficile da stabilire, specialmente da chi la vive... Dovrei essere accreditato di una competenza particolare in materia di spiritualità? Gli studenti e i colleghi che avevo all'università avrebbero il diritto di dubitarne e probabilmente osserverebbero che, anche se ho fatto molti corsi e pubblicazioni su teologia, storia dell'arte e la storia delle religioni, non ho quasi mai fatto qualcosa di specifico riguardo alla spiritualità, ai grandi maestri della storia della spiritualità o ai temi spirituali, tranne forse per ciò in cui questi maestri e questi temi sono stati oggetto di una traduzione iconografica di cui ho intrapreso lo studio. Non vorrei quindi farmi passare per un esperto di spiritualità.

D'altra parte, non mi vergogno di confessare in poche parole, senza pretendere alcuna innovazione teorica, come concepisco le relazioni tra queste tre grandi realtà che sono religione, spiritualità e teologia.

Chi dice religione dice istituzione (o istituzioni), in generale, ma non sempre, con una "fondazione", un inizio temporale e/o un fondatore identificabili, o almeno un insieme organico con una "storia sacra", una "rivelazione" e un libro sacro, riti considerati intangibili, un "clero" (sciamani, stregoni, sacerdoti), luoghi sacri, una convocazione/riunione di un popolo fedele in riunioni periodiche, insegnamento (dottrina, credo, dogma), regole di comportamento (morale, cibo, abbigliamento, etc.), strutture di trasmissione (iniziazione, catechesi), ecc, e l'obiettivo centrale di questo insieme è, come suggeriscono le due etimologie tradizionali della parola religione (che si fa derivare da uno dei due verbi latini religare, "rilegare" e relegere, "rileggere"), di consentire e di garantire con autorità e competenza il rapporto tra i fedeli e il divino, o la giusta interpretazione o rimembranza della rivelazione e della storia santa. Ogni religione si aspetta dai suoi seguaci un certo grado di obbedienza, o anche di sottomissione. È una "materia obbligatoria", come si dice a scuola. Come lo sono il credo, la dottrina, la fede.

La spiritualità, al contrario, è, per così dire, "una materia opzionale". Chi dice spiritualità dice "stile di vita", un modo generale di credere, di aderire al credo, di comportarsi e condurre la propria barca alla luce di intuizioni-guida o secondo lo spirito di una persona che ha qualità di "figura" (maestro di vita e/o di pensiero, "guida"). Una religione può ispirare e custodire molte spiritualità e "famiglie spirituali". Non ne impone alcuna, anche se ne raccomanda alcune più di altre. Quindi, in ogni religione vi sono diverse scuole, correnti e spiritualità che si completano, si correggono, si combattono, a seconda dei casi. Alcune persone vivono la loro religione senza fare affidamento su una particolare spiritualità, ma la maggior parte della gente vive la propria religione in pace e con una certo ardore adottando una o più spiritualità. Non è necessariamente vero il contrario: alcuni, specialmente nel mondo contemporaneo, sono seguaci convinti di una spiritualità (di condivisione, di devozione, di bontà, d'attenzione sostenuta, ecc.) ma si tengono lontani da qualsiasi religione o istituzione religiosa, o trasformano certe correnti etiche (solidarietà con gli ammalati, i senzatetto, i migranti, la nonviolenza, l'ecologia) in spiritualità.

La teologia, almeno per i cattolici e i protestanti, nella linea di san Tommaso, è l'attività tecnica e professionale, orientata scientificamente, che consiste nel rendere conto con parole selezionate, suscettibili di diventare veri concetti, della struttura, del contenuto, del messaggio, del funzionamento delle religioni e delle spiritualità, così come dei rapporti tra le prime e le seconde (gli ortodossi manifestano una certa riluttanza, non definendo la teologia a partire dalla preghiera, dalla liturgia, dalla comunione con i Concili e i Padri e invocando un approccio più mistico).

Lo scopo della teologia è la presentazione documentata, rigorosa e illuminante, in un modo più storico o più concettuale, di ciascuno degli aspetti essenziali di una religione e del sistema da essi formato. È fatta per nutrire la vita intellettuale e presuppone che l'ideale di appartenere a una religione non sia nella "fede del carbonaio" o nel fideismo ma nell'adesione libera, sensibile a ciò che insegna e che cerca di trasmettere. È auspicabile, ma non necessariamente richiesto, che i teologi abbiano una religione o "qualcosa di religioso", non fosse per che per contare sulla potenza dell'illuminazione, della connivenza e dell'empatia che ciò fornisce. Ma nulla ci impedisce di pensare che un agnostico possa fare un buon lavoro in teologia, proprio come succede che persone conosciute come pie e spirituali facciano lavori sciatti in quest'area. In ogni caso, non è rigoroso credere agli adagio che dichiarano per esempio con certezza che "solo colui che prega è teologo". Alcuni che sono orgogliosi di essere teologi perché sono particolarmente devoti farebbero probabilmente meglio a pregare di meno e a pensare di più, anche se rinunceranno coraggiosamente all'apparenza di "maestro spirituale". La spiritualità di un lavoro ben fatto e rigoroso è una forma desiderabile di coraggio e carità per tutti i teologi.

La Francia è la sua patria e in quanto tale la sua culla spirituale. Ma rappresenta non solo una grande cultura attraverso la quale il mondo ha compreso il simbolismo o il significato dei diritti umani, ma soprattutto una spiritualità luminosa che ha contribuito all'evoluzione della metafisica europea. Da qui la mia duplice domanda: cosa significa per lei essere francese da un punto di vista spirituale? Ci sono luoghi in Francia che occupano un posto speciale nel suo cuore, come la scoperta di Mont Saint Michel ne occupa uno nella mia?

La Francia è certamente la mia culla: sono nato da genitori, nonni e antenati francesi da secoli, vi sono stato educato e vi ho trascorso gran parte della mia esistenza. Il francese è la mia lingua madre, e ho la nazionalità francese, nonostante il mio cognome di origine sveva, rarissimo in Francia, molto comune in tutta la valle del Reno, da Basilea a Rotterdam, di significato sgradevole. Bœspflug  viene da  bös, "cattivo, malvagio, malefico" e pflücken, "crescere", ovvero, il mio cognome significa ''mal cresciuto" l'equivalente di Malarère in occitano: le lascio immaginare i possibili significati di una simile beffa.

La Francia è ancora la mia "culla spirituale"? Lascio a lei la responsabilità di questa affermazione. È vero che abbraccio volentieri la dimensione spirituale del motto della nazione ("Libertà, uguaglianza, fraternità"), che ha un significato spirituale. È anche vero che sono stato permanentemente segnato dalla lettura di alcuni autori francesi come François Villon, René Descartes, Diderot, Rousseau, Voltaire, Victor Hugo, Balzac, Maritain, Mounier, tra altri autori che hanno contribuito da vicino e da lontano alla consapevolezza e alla formulazione referenziale dei diritti umani. Inoltre, i miei genitori mi hanno dato come santo patrono Francesco di Sales, di cui hanno gustato, oltre allo stile di rara eleganza, l'insegnamento spirituale riguardante la vita di coppia; e da redattore, ho promosso l'edizione della sua corrispondenza con santa Giovanna di Chantal... Ma da giovane ho letto e riletto il famoso e molto talentuoso fumetto ideato e progettato da Jijé su Don Bosco, fondatore dei salesiani, ce come sa era italiano; una lettura assidua che non è indubbiamente estranea alla mia vocazione religiosa o almeno alla mia accettazione del sacerdozio; in quegli anni sono stato in Olanda, in Germania, in Austria; poi come studente e come un giovane religiosi, mi sono anche formato alla scuola di sant'Ignazio di Loyola e di san Domenico di Caleruega, il che significa che la spiritualità spagnola non mi è estranea... La mia scoperta del mondo dell'Ortodossia, più tardi, mi ha fatto leggere molta letteratura ortodossa, dai Racconti del pellegrino russo, alle opere di Vladimir Lossky, in particolare La teologia mistica della Chiesa ortodossa... la mia culla spirituale s'è dunque rapidamente ampliata alle dimensioni di una certa Europa.

Detto questo, è arrivata la sua domanda e mi ha provocato una sorta di esame di coscienza, dire autoanalisi sarebbe stato eccessivo, di cui le offro i risultati. Non c'è dubbio nei miei occhi, da un lato, che il genio nazionale francese abbia una dimensione spirituale accessibile come eredità e che ogni cittadino vi si possa impegnare un po', molto, abbastanza o per niente , come gli piace; e d'altra parte, che il motto della Repubblica francese, "uguaglianza, libertà, fraternità" è profondamente radicato in me e che ho adottato e reso mia una parte significativa di questa "spiritualità nazionale francese", vale a dire: la capacità di ribellarsi contro qualsiasi potere che si presenta come assoluto; quindi un certo spirito di potenziale ribellione contro qualsiasi potere abusivamente autoritario; e anche, quindi, una sfiducia nei confronti di qualsiasi forma di sottomissione, censura e repressione, un certo gusto per l'esame libero, il diritto di opinione, di parola, che mi rende triste o addirittura infelice quando penso di vedere intorno a me una sorta di epidemia di silenzio rassegnato, sia che si tratti della mia patria o della mia Chiesa, della mia famiglia, della mia università o del mio ordine religioso. Tacere è talvolta dignitoso e conveniente dal punto di vista politico; capita anche che sia una prova di intelligenza e/o di carità; ma il più delle volte, è una vigliaccheria e una pigrizia che sono parimenti dannose e un'ipoteca sul dinamismo dell'incontro interpersonale e della vita nella società. È cento volte meglio pentirsi di aver detto troppo che rimpiangere di non aver parlato. Potrebbe infatti essere che queste preferenze e questo atteggiamento mentale abbiano una qualche connessione con l'eredità intellettuale, spirituale e politica della Francia.

Sarebbe molto interessante per i nostri lettori se potesse raccontare le esperienze spirituali più forti che lei abbia mai avuto durante i suoi viaggi, che si tratti di destinazioni in uno spazio cristiano o non cristiano, a condizione che ciò le abbia permesso di accedere a determinate scoperte e a esperienze forti. Da questa domanda potremmo affrontare la questione del ruolo dei suoi viaggi spirituali, che sembrano aver svolto un ruolo importante, sia nella costruzione del suo mondo interiore che nell'evoluzione del suo compito teologico.

Grazie per le sue domande. Queste mi parlano, nella misura in cui presuppongono che la spiritualità di una persona abbia qualcosa a che fare con i suoi viaggi. Quella che mi sembra una vera intuizione nella misura in cui la spiritualità non consiste solo nell'aderire fissandosi, ma anche nel trarre vantaggio dai cambiamenti di scenari e spostamenti, siano essi intenzionali (pellegrinaggi, viaggi di scoperta di un paese) oppure occasionali o addirittura sofferti. Questo non lo sapevo fin dall'inizio e l'ho scoperto solo a poco a poco. Vengo infatti da una famiglia i cui genitori non erano sicuramente dei giramondo – mia madre era di salute fragile, e mio padre era piuttosto casalingo. La loro coppia, dedita in ogni caso, durante le vacanze, alla buona gestione dei loro otto figli, tutti molto diversi tra loro, è rimasta totalmente estranea alla cultura del viaggio oggi così diffusa.

Ma allo stesso tempo, hanno fatto molto per promuovere la mobilità e la curiosità tra tutti e otto i loro figli. Poiché mostravo disposizione per la musica e il canto, mi hanno pagato delle lezioni di piano e mi sono iscritto a un coro di piccoli cantori, quello diretto da un certo Pierre Béguigné alla parrocchia di Notre-Dame de Versailles, dove sono cresciuto. Questo mi ha dato un assaggio del canto corale e della polifonia, e questo viaggio in suoni complessi è uno dei primi grandi viaggi spirituali che abbia mai dovuto fare quando ero solo un ragazzino. Conservo un ricordo abbagliante e incantato dei concerti dati qui e là, soprattutto all'estero, dalla scuola corale a cui appartenevo, e dove interpretavo il ruolo di solista. Il primo di quei concerti, quando avevo nove anni, ci ha portato in una città in Olanda, Warmond, ricordo ancora il suo nome, dove ognuno dei piccoli cantanti era ospitato "in casa di un abitante"; e ricordo anche l'autobus che si fermava una volta alla settimana di fronte alla casa dei miei genitori, perché io salissi, e tutto il coro andava alla chiesa Sainte-Clotilde a Parigi per registrare con un'orchestra, in vista di un disco, la Cantata di Natale di Arthur Honegger... Vede: anche prima di viaggiare nel senso di un dislocamento geografico, ho vissuto viaggi intensi in altri mondi rispetto a quelli di catechismo, scuola e sport, abituali per un ragazzino di famiglia cattolica: viaggi nel mondo dei concerti e della musica accademica...

Non è tutto. Mio padre, durante la seconda guerra mondiale, fu fatto prigioniero, come ufficiale dell'esercito francese, in un campo situato a Münster in Vestfalia, per due anni e mezzo. Egli ha mantenuto fra l'altro la convinzione che il futuro dell'Europa richiedesse l'istituzione urgente di fiducia tra tedeschi e francesi, ed è probabilmente questo potrebbe spiegare perché i suoi tre figli hanno avuto durante la loro formazione al liceo Hoche di Versailles non l'inglese ma il tedesco come prima lingua. Poi, come seconda lingua, con l'approvazione dei miei genitori, ho scelto il russo, poiché il liceo dove andavo a scuola aveva la fortuna di avere due insegnanti di madrelingua russa. Il mio secondo grande viaggio spirituale è stato la linguistica: ho fatto ogni soggiorno estivo (con gli scambi scolastici) d'immersione in una famiglia tedesca (Berlino, Amberg-an-der-Lahn, Vienna, Austria Düsseldorf nella Ruhr, etc...) e ho iniziato a leggere poesie e romanzi in russo, come La tempesta di Pushkin. Ritengo fondamentale quest'esperienza di espatrio consenziente e attento. Sapersi straniero, sentirsi tale, ma imparare ad ascoltare, poi gradualmente prendere confidenza con modi di dire dei ragazzi della mia età (ho imparato a giocare a calcio con ragazzini tedeschi e so cosa dire loro per ottenere un passaggio, brontolare di non riceverne uno, e gridare di gioia se un goal è segnato dalla sua squadra!). Non so se Gesù abbia potuto vivere cose simili durante la sua fuga in Egitto (e in Etiopia), ma la Sacra Famiglia ha dovuto fuggire ed esporsi all'essere straniera, e questo mi sembra molto eloquente... e così tanto umano!

Ma mi rendo conto che mi ha immesso su un argomento che mi rende così tanto ciarliero che potrebbe rimpiangerlo... Diciamo, per non abusare della sua pazienza, che ho dovuto fare diversi soggiorni all'estero (un anno all'università di Colonia, due anni come professore di matematica moderna a Sahr, nel Ciad), e da lì un lungo viaggio alla scoperta dell'Africa equatoriale (Centrafrica, Congo-Brazzaville, Gabon, Camerun), un lungo viaggio nell'ex Jugoslavia, in Romania (ho visitato i monasteri moldavi e Bucarest nel mese di giugno del 1969), la Bulgaria e la Grecia, ho vissuto una settimana al Monte Athos, ma anche un mese in Israele prima di sperimentare cambiamenti di residenza in Francia (un anno a Montpellier, cinque anni a Tolosa, ventitré anni di insegnamento presso l'Università di Strasburgo) che avevano valori di viaggi. In Francia, ho abitato successivamente in undici città. Ciò mi ha dato un senso di mobilità e, da un punto di vista spirituale, mi ha aiutato a crescere nella percezione che noi, come esseri umani, siamo essenzialmente pellegrini e migranti che hanno come vocazione di imparare a distaccarsi quando è necessario, senza tardare troppo o piagnucolare, di essere instancabilmente attenti, curiosi, accoglienti verso chi e verso ciò che si presenta. Mi fermo qui per questa domanda, se non le dispiace, ma sono pronto a soddisfare richieste di ulteriori chiarimenti da parte sua...

Lei ha parlato di diversi viaggi e soggiorni prolungati al di fuori dell'Europa, in particolare verso il Medio Oriente e l'Africa, cioè mondi molto diversi nei loro punti di vista sulla vita e la morte, sulla redenzione o su Dio. Può dirci cosa ha scoperto e in che modo queste scoperte hanno influenzato il suo orizzonte cristiano?

Fino a poco tempo fa, ogni giovane francese, a meno di non essere considerato non idoneo per ragioni mediche, e di essere per questo "riformato" (questo è il modo in cui si designa chi è stato esonerato dal "servizio militare"), doveva compiere questo "servizio nazionale" in un modo o in un altro, una volta esaurite tutte le possibilità di "rimandare" (e che ho ottenuto, per i miei studi, fino all'età di 24 anni). Ho quindi scelto la strada di fare il mio "servizio" come "cooperatore", e più precisamente come insegnante. Ma al momento ho dovuto preoccuparmi di un punto di approdo per svolgere questo servizio, ero molto attratto verso il Medio Oriente, e sono stato a un passo dal poterlo fare al liceo francese di Kabul, in Afghanistan, dove si era stabilito in modo permanente un domenicano, Serge Beaurecueil (1917-2005), uno dei fondatori dell'Istituto domenicano di studi orientali (IDEO) del Cairo, specialista di Ansari (un mistico persiano dell'XI secolo) e del misticismo musulmano, reso famoso da un libro, Nous avons partagé le pain et le sel (Paris, ed. du Cerf, 1965), in cui il senso di apertura a un'altra cultura si fonde felicemente con un'eccezionale spiritualità della condivisione. Sempre insegnando presso l'università di questa città, si era dedicato a molti orfani e bambini di strada (da qui il suo commovente libro, Mes enfants de Kaboul, 2004) - fino al giorno in cui l'invasione sovietica lo forzò a lasciare il paese. Mi ero accordato con lui all'inizio del 1969, per ottenere una posizione di cooperatore, ma l'anno scolastico allora iniziava a marzo, e il direttore delle facoltà domenicane di Saulchoir si è opposto a questo progetto, sostenendo che il mio servizio mi avrebbe messo fuori quadro per due anni, quello di partenza e quello di ritorno, e avrebbe interrotto i miei studi di teologia per quattro anni in tutto... Mi è dispiaciuto dover abbandonare questa prospettiva, a cui mi sentivo spinto dall'interno, molto profondamente. Poi ho cercato di trovare un lavoro all'Université du Saint-Esprit di Beirut, pensando che il Libano mi avrebbe consolato di dover rinunciare all'Afghanistan – ma ancora una volta è stato un fallimento. Quindi è un po' con la morte nell'anima che ho accettato un posto di insegnante di matematica al liceo Charles Lwanga a Sahr (ex Fort-Archambault) nel Ciad meridionale, quindi nell'Africa sub-sahariana, che mi attirava significativamente di meno.

Ma ho fatto buon viso a cattivo gioco, e sono stato rapidamente ricompensato. Dopo avermi osservato a distanza durante i primi tre mesi del primo anno scolastico, i miei studenti delle superiori mi hanno dato la loro fiducia e amicizia, invitandomi a seguirli nel fine settimana per visitare i loro villaggi e i loro parenti, dopo venti o trenta o quaranta chilometri di cammino nella savana. Ho scoperto i riti dell'ospitalità dell'Africa profonda, il modo di mangiare tra gli adulti la palla di miglio con le dita mentre affondo la mano in una zucca, di bere la birra di miglio. Ho affrontato, prima tutto solo nella mia testa, poi con altri cooperatori, questioni attuali sulla decolonizzazione, il ruolo della Francia in questi paesi africani, come concepire la storia di un paese come il Ciad in assenza di archivi e di memoria collettiva scritta. Con alcuni altri, ma a volte da solo, ho difeso l'opportunità di trasmettere, in accordo con i programmi ufficiali delle classi in cui ero insegnante, non la matematica nella presentazione dei tradizionali libri di testo di Lebossé Emery, in una preoccupazione un po' paternalistica di non stressare il cervello apparentemente arcaico dei miei studenti, ma la "matematica moderna", quella insegnata nello spirito del gruppo chiamato Bourbaki, a partire dalla "teoria degli insiemi"... E di fatto, questa è stata la scelta buona: i migliori voti che ho dato nelle classi seconde, prime e finali sono stati meritati e assegnati non ai pochi figli dei francesi residenti in Ciad, ma agli africani i cui genitori non sapevano leggere o scrivere, e che poi avrebbero potuto andare all'università, ricevere diplomi riconosciuti o anche importanti funzioni pubbliche nel loro paese. Durante questi due anni, sento di poter verificare non teoricamente ma sperimentalmente che lo spirito umano è uno, anche se le culture e le religioni sono incredibilmente diverse.

Lei ha insegnato e ha scritto molto sull'iconografia cristiana, sia orientale che occidentale, e ha intrapreso e pubblicato una vera summa sulla storia di Dio nell'arte, che è alla sua terza edizione (Dieu et ses images. Une histoire de l’Éternel dans l’art, Bayard, 2017). Può dirci perché si è imbarcato in quest'avventura e che cosa ha ottenuto dal punto di vista spirituale?

Al momento di scegliere il soggetto della mia tesi di laurea, tra il 1976 e il 1978, ho esitato tra due possibilità: o di fare una tesi teorica e concettuale, di teologia fondamentale, nutrita di problemi filosofici, sui problemi e le pratiche sollevate dalla rappresentazione di Dio nell'arte, o di tracciare concretamente, come teologo, storico e iconografo, le circostanze che hanno convinto "il papa dell'Illuminismo", ovvero Prospero Lambertini, eletto papa nel 1740 e divenuto Benedetto XIV, a chiudersi nella sua biblioteca del Vaticano per scrivere una Breve sul permesso e la difesa della rappresentazione di Dio e della Trinità nell'arte. Questa "Breve" è stata resa pubblica nel 1745. Ha quindi provocato alcuni dibattiti, non molti, poi è completamente caduta nell'oblio, anche nella Chiesa. Avendo scoperto questo testo durante una sessione che ho animato all'Abbazia di Sylvanès, e che il fratello André Gouzes, domenicano, aveva iniziato a risvegliare, ho iniziato a parlarne durante la sessione che vi ho animato nel 1976 sull'iconografia della Trinità, l'ho trovata affascinante, e non ero l'unico in questo caso: c'era tra gli iscritti una suora cieca, che ne è stata entusiasta, non delle diapositive che avevo mostrato, per ovvie ragioni, ma del problema stesso, così come era stato sviluppato dal testo pontificio.

Per tornare alla mia tesi di dottorato, alla fine ho optato per la seconda ipotesi, quella di uno studio di questo testo sotto la lente d'ingrandimento, nella speranza soprattutto di capire come il cattolicesimo occidentale e la sua arte religiosa abbiano potuto mostrare tanta simpatia per la figura di Dio Padre come un vecchio, e come io, al contrario, avessi sentito per tale immagine, e attraverso gli anni ne sono diventato più consapevole, un'ostilità quasi rabbiosa, di una natura che era soprattutto metafisica e religiosa, in vista di ciò che presentivo della trascendenza di Dio e della relazione che la dottrina cristiana ha con essa. Da qui il mio studio delle circostanze che hanno portato il Papa a scrivere questo testo (una storia quasi incredibile di una suora francescana che dichiarava di aver avuto durante la vigilia della festa di Pentecoste una visione dello Spirito Santo sotto forma di un bel giovanotto), da qui la mia traduzione del testo di Benedetto XIV dal latino al francese, il suo posizionamento di lunga data in relazione alla disciplina della Chiesa e alla storia del soggetto "Dio nell'arte", e l'analisi degli argomenti dei 50 o più teologi citati da Benedetto XIV. La difesa della tesi ebbe luogo nella Sorbona il 15 gennaio 1983. Questo argomento non mi ha più lasciato da allora. Sono stato in grado di animare tre anni di seminario di dottorato presso l'Institut Catholique de Paris sul tema "Dio nell'arte dei monoteismi abramitici", di tenere conferenze su questo argomento all'EHESS di Parigi nei successivi tre anni, e poi ho avuto il gusto di continuare molte ricerche intorno a questo asse che è stato e continua ad essere l'asse che unifica la mia ricerca, le mie pubblicazioni e la mia spiritualità. Come è appropriato immaginare Dio?

Non pretendo di aver inventato la polvere o raccolto la luna. Ma la mia dissertazione, poi la mia paziente raccolta, per quasi quattro decenni, di immagini pittoriche o scultoree di Dio e / o della Trinità che sono state prodotte, esposte nelle chiese, riprodotte in libri, catechismi, immagini di pietà, in particolare in Occidente, ma non solo, ha rafforzato il mio senso della trascendenza di Dio e la mia convinzione dell'inadeguatezza delle varie metafore e paragoni sottostanti all'immaginario che si è prodotto. Questo mi ha fatto approfondire il senso spiritualmente e teologicamente inesauribile della risposta di Gesù alla richiesta dell'apostolo Filippo ("mostraci il Padre!"): "Chi ha visto me ha visto il Padre", e la formula lapidaria ma incisiva di Ireneo di Lione nell'Adversus Haereses ("Il visibile del Padre è il Figlio e l'invisibile del Figlio è il Padre"). Così, ho sviluppato in me il gusto di una critica non estetica o morale ma propriamente teologica della tradizione dell'arte religiosa, un dibattito su questo argomento con il mondo delle icone bizantine e post-bizantine, e dei ponti tra la teologia cristiana e la percezione di Dio e del divino nelle tradizioni ebraica e musulmana. E ho la debolezza di pensare che questi dibattiti e queste domande siano più attuali che mai.

Se qualcuno mi chiedesse di dirgli qual è stata l'esperienza più forte che ho avuto, gli risponderei molto semplicemente: il viaggio che ho fatto a Gerusalemme nell'anno 2017. Allora ho davvero incontrato Gesù Cristo, vivendo un'emozione sorprendente, che non potrei descrivere in poche parole. Ma sarei molto felice se lei acconsentisse a farmi sapere se e quando lei stesso è stato a Gerusalemme e cosa abbia significato questo viaggio per lei da un punto di vista spirituale. In altre parole, può dirci il posto che Gerusalemme occupa nella sua anima e che significato darebbe dal punto di vista teologico al fatto di andare a Gerusalemme?

Ancora una volta ho paura di sorprenderla e deluderla, mentre questo non è assolutamente il mio obiettivo, mi creda. È probabile che ciò che provo per Gerusalemme o a proposito di Gerusalemme sia il contrario della sensibilità di molti credenti. Per dirla in breve, Gerusalemme, mi concerne soprattutto (o per dirla senza mezzi termini: solo) come una città santa comune ai tre monoteismi abramitici, come pomo della discordia tra israeliani e palestinesi e come oggetto di contraddizioni e di impotenza della politica internazionale; il che equivale a riconoscere che Gerusalemme non mi interessa né mi attrae come "Terra Santa", ma come meta di pellegrinaggi e sede del Santo Sepolcro.

Io non vi sono andato che una sola volta, nel gennaio 1976, invitato come domenicano, con due miei colleghi, da un'agenzia di viaggi che ha offerto a tutti e tre, oltre a una dozzina di altri viaggiatori, quindici giorni in Israele per testare ed equipaggiare e quindi mobilitare la nostra disponibilità ad essere guide di pellegrini competenti e motivate. Questo viaggio è stato subito pieno di sorprese. Persuaso nel mio candore che stavo andando in un paese del sud, sono arrivato lì in pantaloncini e maglietta. Ma ho scoperto Gerusalemme sotto dieci centimetri di neve... e ho realizzato che la città era a 800 metri sopra il livello del mare. In una quindicina di giorni, un meraviglioso conoscitore di quei luoghi, padre Fontaine, un fratello domenicano della Maison Saint-Isaïe, ci ha caricati di presentazioni emozionanti, portandoci da nord a sud, da Dan fino a Ber Sheva. Nonostante il vivo interesse che provavo, sia per le lezioni del mio collega che per le realtà umane e geografiche che stavamo attraversando, mi resi conto della mia tranquilla e completa disaffezione per l'idea stessa di un pellegrinaggio a un luogo santo e ancor più a una reliquia, una nozione che il teologo in me trova in fondo illegittima o addirittura aberrante. Ritrovare le reliquie della croce, come Elena, madre dell'imperatore Costantino, riportare dalla Palestina ampolle con l'acqua del Giordano o con sabbia che ha toccato il Santo Sepolcro, acquistare a peso d'oro una parte della Corona di Spine, e far costruire per custodirla la Sainte-Chapelle, senza offesa al re san Luigi, questi sono approcci che per me sono estranei o strani, in quanto materialisti o persino feticisti.

Ma ripeto, condivido l'interesse che si può provare per Gerusalemme dal punto di vista della storia delle religioni, come una città sovraccarica di ricordi dotati essi stessi di significati simbolici. Che cosa significa per gli ebrei, a causa del tempio che vi fece costruire Salomone, distrutto una prima volta da Sennacherib, ricostruito da Erode il Grande, distrutto una seconda volta da Tito, e oggetto di una nuova ricostruzione nell'immaginazione degli ebrei come luogo di convergenza escatologica di nazioni e religioni alla fine dei tempi; per il cristianesimo, Gerusalemme come il luogo d pellegrinaggio dei i genitori di Gesù e di Gesù stesso volta all'anno, fino a quella fuga che ha condannato i suoi genitori a cercalo per tre giorni prima di ritrovarlo nel tempio a stupire i dottori; poi come luogo della sua denuncia da parte degli ebrei come bestemmiatore e della sua uccisione da parte dei romani, tra altri; e, infine, per l'islam, il luogo da cui il Profeta ascese al cielo, a cavallo di Buraq, da cui la costruzione della famosa moschea della Roccia, che ha contribuito a rendere questa città in modo permanente, l'unica città santa comune a tre religioni, non da ultimo...

Lei che è cattolico, ha viaggiato molto nei paesi ortodossi. Qual è stato il paese ortodosso che l'ha impressionato di più come messaggio cristiano in immagini? Come ha capito l'Oriente cristiano e la sua iconografia dopo i viaggi che vi ha fatto? Vorrei sapere da lei quali sono i punti comuni che i suoi viaggi esplorativi in ​​Oriente le hanno fatto scoprire tra l'Ortodossia e la Chiesa cattolica, anche se è chiaro che esiste una notevole diversità iconografica non solo tra i due mondi, ma anche all'interno di ciascuno di loro...

Sono d'accordo con lei, a sottolineare innanzitutto che gli "iconocosmi" sviluppati dall'Oriente e dall'Occidente differiscono profondamente, che questo può essere osservato già due secoli prima del Grande Scisma del 1054, altrimenti dal periodo carolingio, che la divergenza delle rispettive concezioni dell'immagine religiosa, delle finalità ad essa assegnate, degli stili, degli oggetti caratteristici, dei discorsi fatti sull'arte religiosa da entrambe le parti, non ha fatto che allargarsi, fino a quando, soprattutto dopo il Rinascimento e nei tempi moderni, si è stabilito un fossato su entrambi i lati del quale ci si osserva con sguardi feroci: l'arte degli ortodossi, in particolare quella dell'icona, è considerata dagli occidentali come fissista, sclerotica e inadatta a ogni inventiva, mentre l'arte religiosa occidentale è considerata dagli ortodossi come totalmente deregolata, soggettiva, sensuale, arbitraria, e sottomessa al capriccio e alla "creatività" di artisti considerati come geni... Con mia moglie, Emanuela Fogliadini, siamo stati coautori di un libro, Dieu en Orient et en Occident. Deux mondes d’images? Mythes et réalités (Paris, Bayard, 2017), dove cerchiamo, alla luce di alcuni argomenti, di spiegare il punto di vista delle cose.

Ma vado ancora di più nella sua direzione quando si tratta di prendere coscienza della straordinaria varietà, a seconda del tempo e del luogo, delle conquiste artistiche religiose, in ciascuno dei due "campi". Ne sono stato consapevole diverse volte: una cosa sono le chiese dei monasteri della Moldova (Voroneț, Sucevița...) che ho avuto la possibilità di scoprire nel 1969, durante un viaggio con padre Wilhelm Nyssen, autore di numerosi libri sull'arte dell'icona, viaggio che ci ha portato a Sofia, Salonicco, Atene e Patrasso, e un altro, per esempio, quello che ho scoperto durante il più recente dei miei tour di scoperta del mondo orientale, nel mese di settembre 2018, questa volta in Serbia e in Kosovo, su invito di un monaco del monastero Visoki Dečani. Ma le altre incursioni che ho avuto la fortuna di fare nei paesi dell'Oriente cristiano nel senso più ampio, mi hanno rivelato universi ancora diversi: l'Armenia, l'Etiopia, per non parlare regioni in cui i due mondi coesistevano, addirittura rivaleggiavano, come il Salento in Italia. Inoltre, scopro e mi diverto a far scoprire lo straordinario "movimento" dell'arte religiosa orientale dopo la caduta del muro e la disintegrazione del mondo sovietico, specialmente nell'arte ortodossa di paesi come la Polonia, la Bulgaria o la Russia, paesi in cui vivono e producono artisti radicati nel mondo delle icone tradizionali ma che di distaccano gradualmente dai canoni.

Qual è il prossimo viaggio spirituale che vorrebbe fare e che non ha ancora fatto?

Comincio rispondendo alla sua curiosità per i viaggi spirituali che potrei ancora voler fare e che non ho mai fatto prima. Avendo insegnato per più di venti anni all'Università di Strasburgo una disciplina stranamente trascurata nell'università francese, vale a dire la storia delle religioni, e avendo potuto introdurre di colpo gli studenti e me stesso all'induismo e al buddismo, ciò mi ha fatto sognare di poter andare in India, per poterli sentirli vivere lì. Sono stato molto vicino, per anni, a una persona che mi ha preceduto nella conoscenza di queste due religioni e con cui avrei voluto andare a Bombay o Benares, a Goa o a Kathmandu... Ma alla sua morte per cancro, improvvisamente, il mio desiderio dell'India è scomparso. Inoltre, devo ammettere che nessuno dei grandi luoghi di pellegrinaggio cristiano mi attrae – potrebbe essere l'età, che in qualche modo offusca il gusto di trasformarsi in un pellegrino, ma vorrei soprattutto dire che il tipo di "viaggio spirituale" che voglio ancora fare ha poco a che fare con la novità e tutto a che fare con il desiderio di approfondire il piacere ineguagliabile che ho già sentito e voglio sentire sempre di più: approfondire un tema centrale dell'iconografia religiosa, e immergermi nella scrittura di un libro di sintesi che richiede un enorme lavoro di scoperta, lettura, valutazione, dibattito con ricercatori di tutte le origini, con la minuzia da mosaicista di scegliere, ritoccare, piegare le parole da mettere insieme in modo che il ritratto che deve nascere sia simile. Il viaggio spirituale che desidero è di questo ordine. Che Dio mi conceda di essere ancora in buone condizioni, se possibile per un lungo periodo, impiegandovi tutto il mio cuore e tutta la mia testa.

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