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  James Joyce e la Settimana Santa ortodossa

di John Sanidopoulos

dal blog Honey and Hemlock

21 aprile 2014

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James Joyce (2 febbraio 1882 - 13 gennaio 1941) è stato un romanziere e poeta irlandese, considerato uno degli scrittori più influenti dell'avanguardia modernista del XX secolo. In un profile di Joyce scritto nel 1922 sul New York Times, si dice di lui: "Mr. Joyce non ha alcun rispetto per la religione organizzata, per la morale convenzionale, per lo stile o la forma letteraria. Non ha nessuna concezione della parola obbedienza, e non piega il ginocchio né a Dio né all'uomo". Eppure, ciò che troviamo evidente dalla sua testimonianza e da quella dei suoi amici è il suo apprezzamento per la musica e i rituali delle funzioni ortodosse della Settimana Santa, che faceva sempre in modo di non perdere, sia che fossero in una chiesa greca o russa.

Nell'autunno del 1904 si trasferì a Trieste per insegnare alla scuola di lingue Berlitz, dove c'era una grande comunità ben consolidata di greci della diaspora. È in questo periodo che inizia a frequentare la Chiesa di San Nicolò dei Greci, una chiesa greco-ortodossa di Trieste. Joyce riferì al fratello Stanislaus che un collega alla sua scuola lo aveva preso in giro per la sua ambigua irriverenza: "Dice che morirò cattolico perché mi vede sempre entrare e uscire dalle chiese greche, e che sono un credente nel cuore: mentre a mio parere io sono incapace di fede di qualsiasi natura" (Lettere II:89).

Quasi 35 anni dopo, a Parigi nel 1938, Joyce si servì un "obbligo" di partecipare a una funzione ortodossa del Venerdì Santo come una scusa per evitare la spiacevole prospettiva di un invito a una cena:

"Ma oggi lei [la signora Turner] ha telefonato per chiederci di cenare il Venerdì alle 19:30! (18:30 in tempo reale) Le sto per dire che devo andare alla chiesa greca – che è perfettamente vero, è il loro Venerdì Santo – e non posso uscire fino almeno alle 20 così arriverò alle 20:15 circa" (Lettere III: 420).

Per tutta la sua vita Joyce amò frequentare i servizi della Settimana Santa, in varie sedi ecclesiastiche, sia che si trattasse di una chiesa ortodossa o cattolica. Un amico di Trieste, Alessandro Bruni, ricorda la frequenza regolare di Joyce ai servizi della Settimana Santa :

"Nella sua casa non c'è pratica religiosa, ma d'altra parte c'è un gran parlare di Cristo e di religione e gran canto di canti liturgici. Posso andare anche oltre. Non era bene cercare Joyce durante la settimana prima di Pasqua perché non era disponibile per nessuno. la mattina della Domenica delle Palme, poi durante i quattro giorni che seguono il mercoledì della Settimana Santa, e soprattutto durante tutte le ore di quei grandi rituali simbolici alle funzioni del primo mattino, Joyce è in chiesa, senza alcun pregiudizio e in completo controllo di se stesso, seduto in piena vista e vicino agli officianti in modo da non perdersi una sola sillaba di ciò che viene detto, seguendo la liturgia con attenzione nel suo libro dei servizi della Settimana Santa, e spesso unendosi al canto del coro."

Bruni scrive che aveva visto Joyce piangere "lacrime segrete" nel sentire le parole di Gesù sulla croce, "Eli, Eli, lamma sabactani". Anche le sorelle di Joyce osservarono la "devozione" di James alle liturgie della Settimana Santa:

"Durante la settimana di Pasqua si comportava in un modo che sembrava strano alle sue sorelle. Troppo affezionato alla liturgia e alla musica per rinunciarvi, ma determinato a mettere in chiaro la sua indifferenza, evitava di andare in chiesa con Eileen ed Eva o di sedersi con loro. Invece arrivava da solo e stava in un angolo, e "quando la funzione era finita se ne andava tranquillamente senza attendere. Non cercava di dissuadere le sue sorelle dall'andare in chiesa, ma chiariva che il motivo della sua presenza era da ricercarsi nell'estetica, non nella pietà.

Un amico a Parigi, Mercanton, ricorda nei tardi anni '30 che Joyce gli aveva detto "che il Venerdì Santo e il Sabato Santo erano i due giorni dell'anno in cui andava in chiesa, per le liturgie, che rappresentavano con i loro rituali simbolici i più antichi misteri dell'umanità". Suo fratello Stanislaus riporta le stesse cose. Le memorie di Mercanton includono anche un commento qualitativo sul entusiasmo di Joyce per i canti dell'Ortodossia slava: "Parlando in seguito di chiese russe, dove [Joyce] amava sentire le profonde voci di basso degli officianti, ha detto che non riusciva a capire la mia fervida ammirazione per il rituale orientale."

In tutti i suoi scritti, Joyce allude all'Ortodossia orientale. Tuttavia la sua conoscenza non era profonda, e la sua principale fonte di informazione era l'Encyclopedia Britannica. Eppure aveva un profondo apprezzamento per la musica e l'estetica delle funzioni ortodosse, che sentiva di sperimentare meglio durante la Settimana Santa.

Fonti:

R.J. Schork, "James Joyce and the Eastern Orthodox Church" in Journal of Modern Greek Studies, vol. 17, 1999.

Dennis Michael Shanahan, The Way of the Cross in James Joyce's "Ulysses", 1983.

Vedute della chiesa di San Niccolò dei Greci a Trieste:

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