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  Psicopatologia dell’Uniatismo

Da Italia Ortodossa

2001

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Il brodo di coltura

Nell’Africa sconvolta da integralismo e spinte secessioniste, al tramonto della Civiltà romana e con i barbari alle porte, il vescovo Agostino d’Ippona scrive ai Donatisti: “Non voglio che alcuno sia costretto a essere in comunione con un altro” (Ep. 23). Poco dopo, tuttavia, lo stesso s’impunta nervoso: “Non è importante sapere se sia bene o male costringere qualcuno, ma se sia bene o male ciò cui è costretto” (Ep. 93). Pescando nel suo retroterra spirituale (la religione manichea, in cui s’era formato e di cui era stato tra i principali esponenti), infine Agostino sbotta: “C’è una persecuzione giusta… La Chiesa perseguita per amore… In virtù del potere che Dio le ha conferito, la Chiesa forza ad entrare nel suo seno coloro che trova sul suo cammino” (Ep. 183). L’occhio manicheo vede in bianco e nero: il bene è tutto e solo da una parte, il male è tutto e solo dall’altra parte. L’altro è nel male; l’altro è il Male. [1]

“Disse il padrone al servo: Esci per la strada e compélle intráre, costringi a entrare”: ma Agostino non intende Lc 14, 15-23 nel significato autentico; ascolta solo la conclusione letterale (ut impleátur domus mea, per riempire la casa). Per amore della verità bisogna costringere e fare ricorso alla forza, pensa Agostino (Ep. 93 e 185) e, involontariamente, inocula un virus letale nell’anima della cristianità occidentale: un giorno, milioni di uomini, per il bene dell’umanità, saranno costretti ad entrare nei campi di sterminio. [2]

Una disperata solitudine

Con il golpe dell’800 (l’incoronazione di Carlomagno), il patriarcato dell’Antica Roma ha la sua vittoria di Pirro. Dov'è la Roma dei Cesari che avevano dominato il mondo? La basilica dell’apostolo Pietro e le sue adiacenze sono trasformate in Scholae, bivacchi di soldati Franchi e Sassoni. Quasi tutta la penisola italiana, dal Garigliano in giù, e la Sardegna, e la trinacride Sicilia non hanno seguito il Papa nella sua avventura secessionista dall’Impero romano per costruire una parodia d’impero, romano di nome e francogermanico di fatto. “È solitaria la Città ricca di popolo; è vedova la grande tra le nazioni: un tempo signora, è sottoposta a tributo e i suoi avversari ora sono i suoi padroni” (Lam 1,1-5). I Franchi riducono in schiavitù – con il feudalesimo – i Romani d’Occidente e, da padroni, trasformano la Catholica Ecclesia di Roma Antica in una Chiesa Nazionale: la Chiesa della Nazione Franca. I chierici formati nelle Scuole di Carlomagno e il monachesimo benedettino – capillare strumento di politica culturale – impongono, in pochi anni, tutte le innovazioni [3] che i Franchi ritengono utili a separare la loro Chiesa dalla comunione dell’Una Santa Cattolica e Apostolica Chiesa.

Il patriarcato di Roma Antica fa scisma, si separa dai patriarcati di Nuova Roma, di Antiochia, di Alessandria, di Gerusalemme. Con sublime sprezzo della logica e del ridicolo, gli storici occidentali spiegano che la torta si è separata dalla fetta, il più dal meno: parlano d’uno scisma dell’Oriente e non dall’Oriente.

La Chiesa di Roma Antica scopre d’essere in disperata solitudine, in visibile minoranza: può contare solo su un pugno di fedeli e su un fazzoletto di terra. Dagli acquitrini malarici del Lazio alle brumose rive del Reno: il territorio all’epoca più povero e meno abitato, è tutto quanto continui a riconoscersi in comunione più o meno consapevole con il Papato.

Compélle intráre

La cocente sconfitta causa tra golpisti e scismatici un comprensibile complesso d’inferiorità, sublimato in astioso spirito di rivalsa: compélle intráre, bisogna costringere quanta più gente possibile all’unione, ut impleátur domus, per riempire la casa tristemente vuota. La lezione d’Agostino: in virtù d’un potere (che si presume) ricevuto da Dio, il cattolicismo costringe all’unione quanti incontra sul cammino. [4]

Compélle intráre diventa allora il gemito del cuore d’una nobile schiera di missionari, spesso votati al martirio e di fronte ai quali chiunque s’inchina riverente. Senza dimenticare, però, che i missionari si muovevano al seguito delle grandi Potenze militari e commerciali, le Multinazionali del tempo (ma anche l’Italietta ebbe le sue Colonie e Missioni). Compélle intráre è stato anche il grido di battaglia contro Moriscos e Marranos, musulmani ed ebrei (cattolici a forza) del Portogallo e della Spagna e, quindi, anche di gran parte del Sud Italia spagnolizzato. Ci deve pur essere un motivo se le Leggi razziali sono un prodotto DOC della Civiltà occidentale, importato anche nei Paesi ortodossi ma da Sovrani illuminati dalla cultura occidentale. [5] Compélle intráre è stata, soprattutto, la parola d’ordine usata contro gli Ortodossi, a partire dal popolo che ebbe la mala sorte di trovarsi più a portata di mano: la Nazione romana e ortodossa della Sicilia e del resto della Grande Grecia.

Il Concordato del ‘59

A fine agosto 1059 il bavarese Gerardo de Chelone (papa Nicola II), celebra un “concilio” a Melfi di Potenza: gli è accanto il famigerato cardinale Ildebrando di Soana (il futuro Gregorio VII) [6] e un imponente seguito di cardinali, vescovi, abati. Motivo di tanta pompa: la stipulazione d’un Concordato con i baroni normanni impegnati nella conquista dell’Italia Meridionale. Esibendo il Constitutum Constantini, vale a dire un falso documento [7], Nicola II concede a Roberto il Guiscardo il possesso di tutta la Grande Grecia e della Sicilia, nominandolo Legato Apostolico, suo personale alter ego. Da parte sua, Roberto giura su Dio e sul Vangelo che sarà alleato del Papa contro qualsiasi avversario; s’impegna a non avanzare in guerra senza l’autorizzazione del Papa; promette di consegnare la popolazione conquistata dell’Italia Meridionale, mantenendola nell’obbedienza alla Santa Romana Chiesa. I metodi impiegati per ridurre all’obbedienza l’ortodossa Nazione romana, durante e dopo la conquista militare, sono noti:

· Pulizia etnica: sterminio degli abitanti d’intere città, poi ripopolate da coloni della stessa etnia degli invasori, fatti affluire dalla Provenza.

· Evacuazione e deportazione in massa da una parte all’altra del territorio occupato (tra il XII e il XV/XVI secolo, scompaiono dalle città i cognomi greci).

· Esproprio di case e campi (tranne qualche collaborazionista, tutti i proprietari terrieri dell’Italia Meridionale già nel XII secolo sono baroni – i gattopardi – anglo-franco-sassoni).

· Sequestro e distruzione di libri (tra il XII e il XVII secolo scompaiono dalla Calabria, uno dei maggiori centri di produzione libraria dell’Impero romano, tutti i manoscritti sia di contenuto sacro, sia profano).

· Sostituzione dei vescovi romani e ortodossi del luogo con gerarchi di fiducia (normanni proprio di sangue; inglesi, come il Walter of the Mills di Palermo).

· Soppressione dei monasteri ortodossi e insediamento, nelle stesse strutture, di nuove organizzazioni religiose (per esempio, benedettini nel Monastero di San Filippo di Agira, presso Enna) oppure sottomissione dei monasteri ortodossi all’autorità feudale di cattolici vescovi/principi o abati/baroni (per esempio: il Salvatore di Messina al vescovo cattolico della città; il Monastero del Theristì all’abate della Chartreuse fondata nel 1091 in Calabria dal nobile Bruno Hartenfaust, nato a Köln, già chierico della cattedrale di Reims, già consigliere del nobile Eudes de Châtillon-sur-Marne). [8]

· Latinizzazione o, per meglio dire, cattolicizzazione della popolazione locale (non è un caso se, a conquista ancora in corso, in tutta l’Italia Meridionale spuntano come funghi chiese e monasteri cattolici dedicati al dogma trinitario).

Dopo lunghissimi secoli di Turcocrazia, in Grecia si parla greco, i monasteri ortodossi sono centinaia e migliaia le chiese ortodosse piccole e grandi, la popolazione è pressoché interamente ortodossa. Nell’Italia Meridionale sottoposta alla Francocrazia: è sparita in un batter d’occhio la lingua greca, gli ortodossi sono un’insignificante minoranza; di chiese e monasteri ortodossi, si vedono soltanto ruderi (spesso, neppure quelli). Il vescovo Lucifero di Crotone e il vescovo Gioieni di Agrigento, che nel XVI secolo fecero abbattere stupendi templi, volevano distruggere la memoria, l’anima “greca” e ortodossa del popolo loro sottoposto. Un loro “compagno” , il vescovo Giulio Stavriano di Bova, distrusse persino le reliquie dei santi a lui poco graditi.

Per quanto riuscito in Italia Meridionale, il Metodo Normanno ut impleátur domus non sempre è applicabile: una volta saccheggiato tutto quel che c’era da saccheggiare, non è stato più tanto facile trovare Crociati. La Chiesa cattolica ha preferito impiegare e perfezionare – per il suo compélle intráre – il Metodo Uniata, una tecnica per “disinfettare” il rito bizantino dalla fede ortodossa, per produrre una schiera di zombi (corpi privi dell’anima ortodossa). Cattolici vestiti da ortodossi.

Un felice neologismo

Uniati o Uniti è un felice neologismo per indicare quei gruppi – e i singoli – che, abbandonando la Chiesa ortodossa, si sono uniti alla religione cattolica, accettandone tutti i dogmi. L’icastico lemma è preferibile all’accademico e chilometrico “cattolico di rito bizantino-greco” (o serbo, georgiano, ecc.) che mescola teologia, liturgia e dati etnico-linguistici, edulcorata espressione che i professionisti dell’ecumenismo hanno escogitato allo scopo di far scomparire dall’uso un appellativo da loro aborrito. Il “cattolico di rito bizantino” è brillante ecclesialese, sottoprodotto del politically correct, imposto dal sentire – paradossalmente – come offesa l’essere unito al Papa e alla Chiesa cattolica. [9] L’anomalia degli Uniti è già palese nell’acrobazia semantica ed è rilevata dalla necessità di caratterizzare (razzialmente) alcuni cattolici. Nessuno si sognerebbe di dire che mons. Martini è il vescovo cattolico di rito latino-ambrosiano di Milano. In apnea, invece, si è costretti a dire che mons. Lupinacci è il vescovo italo-albanese cattolico di rito bizantino-greco di Lungro.

La differenza tra i due non sta nella professione di fede: entrambi - ci mancherebbe - aderiscono agli stessi dogmi. Entrambi fanno parte della stessa Conferenza Episcopale ed entrambi – non guasta ricordarlo - sono stipendiati dalla stessa cassa (l’Otto per mille destinato alla Chiesa Cattolica) [10]. La differenza sta in aspetti marginali: la foggia dell’abito ecclesiastico (come la talare del clero milanese è diversa da quella del clero napoletano), l’uso della barba (come, all’interno dello stesso Ordine Francescano, i Cappuccini hanno la barba che invece si radono i Minori) e così via. Neppure il “Rito” differenzia molto: sacerdoti cattolici di entrambi i riti, normalmente celebrano insieme, seguendo indifferentemente le prescrizioni dell’uno o dell’altro (vale a dire, celebrando la messa latina o quella detta bizantina). [11]

La differenza tra un cattolico comune e un cattolico di rito bizantino sta dunque soltanto nel fatto che il secondo appartiene a un “ghetto” con proprie, suggestive usanze: una minoranza etnica, un’appendice di cui, forse, si prova persino vergogna. [12]

Da Lione a Kiev

Primi uniti potremmo considerare quei tre o quattro ortodossi che nel 1274, in Francia, a Lione, firmarono un trattato d’unione con il Papa. Era stato l’imperatore Michele VIII Paleologo a volere l’Unione, sperando così di evitare l’aggressione dei Crociati. L’Unione fu rifiutata dal popolo ortodosso, nonostante violente persecuzioni, e fallì miseramente grazie anche all’insurrezione popolare partita dalla Sicilia nel 1282 (Guerra del Vespro). In seguito, l’imperatore Costantino XI firmò a Firenze (1439) un nuovo trattato, questa volta nella speranza di salvare Costantinopoli e l’Impero romano dai Turchi. Il popolo di Costantinopoli si votò allora al martirio e la Nuova Roma, il 23 maggio 1453, cadde in mano a Maometto II.

Le due Unioni – Lione e Firenze – servirono al Papa per asservire gli ortodossi dell’Italia Meridionale: non solo la popolazione originaria del luogo e già sottoposta al dominio pontificio, ma anche i profughi che, scappando all’avanzata turca, giunsero in Italia nei secoli XV/XVI dal Peloponneso, dalla Morea, dall’Epiro, e si stabilirono per lo più nella Sila cosentina e nelle Madonie palermitane. Si trattò di un’unione di fatto; non in conseguenza di un trattato ufficiale, ma per il fatto stesso che quei “greci” o “albanesi” vivevano o si erano stabiliti in diocesi cattoliche: come mercenari, contadini o mercanti ma pur sempre per concessione delle locali autorità cattoliche, civili o religiose.

Sulla falsariga dell’Unione di Firenze, furono incorporati anche molti ortodossi che si trovavano in territori retti da sovrani cattolici. L’Unione di Brest-Litovsk (1596) incorpora alla Chiesa cattolica gli ortodossi del cattolico Regno di Polonia e del cattolico Granducato di Lituania; nel 1646 e 1698, gli ortodossi della Subcarpazia e della Transilvania, possedimenti del cattolico re d’Ungheria. [13]

Qualche ortodosso si è forse unito per sincera convinzione; certo che i più non abbiano potuto farne a meno: gli ortodossi sudditi di re cattolici avevano meno diritti civili dei sudditi di Sultani o Califfi musulmani. E’ certo, poi, che le Unioni furono realizzate in un clima non proprio “ecumenico”: è tristemente noto, a proposito, quanto operato in Ucraina negli anni 1617/23 dal gesuita Giosafat Kuntsevich.

Altre Unioni sono avvenute per interessi economici, ambizione personale, beghe non di rado fomentate e foraggiate dal personale diplomatico straniero (vedi, per esempio, in territori a forte influenza francese, quei vescovi ortodossi di lingua araba – Melkiti – che nel 1724 si unirono a Roma). E’ ovvio che l’unione “convinta” sia avvenuta in un secondo momento, grazie alla predicazione dei primi sacerdoti formati (sin dall’infanzia) nei Pontifici Collegi (Greco, Ruteno, Ucraino, ecc.) di Roma e all’immediata, massiccia, penetrazione degli Ordini religiosi cattolici (anche i Normanni, avanzando, si guardavano le spalle fondando monasteri nuovi di zecca, pullulanti di Benedettini fatti affluire in tutta fretta dalla Normandia).

È appena il caso, infine, di ricordare – accanto agli Uniti in Servizio Permanente Effettivo – gli Uniti di Complemento: il monastero benedettino di Chevetogne in Belgio, per esempio, o i gruppuscoli a conduzione familiare di simpatizzanti del rito bizantino. Si tratta di cattolici latini che hanno adottato stabilmente o saltuariamente il “rito bizantino” al fine di proselitismo mimetizzato [14], oppure per snobistica contestazione alle continue riforme liturgiche della Chiesa Cattolica (una sorta d’esotismo d’accatto) oppure per una presunta impossibilità di fare scelte chiare [15], preferendo restare nel limbo di sedicenti ortodossi con passaporto cattolico, sempre in partenza ma sempre fermi in stazione. Nella migliore tradizione del melodramma italiano (Vorrei e non vorrei…) o arrogandosi un ruolo tra l’archeologico e il “profetico”: quello d’incarnare un’ipotetica Chiesa indivisa del primo Millennio e di prefigurare una rap-Chiesa che va da san Serafino di Sarov a madre di Teresa di Calcutta, da Chiara Lubich a san Gregorio Palamas.

Da Kiev al “Metodo cinese”

San Giovanni di Matera, condannato al rogo dai cattolici (dopo la conquista di Bari, 1071), evade e si rifugia nelle impenetrabili selve tra Lucania e Calabria; qui incontra Guglielmo da Vercelli – fondatore dei Benedettini di Montevergine – in procinto di partire missionario per l’Oriente e lo persuade che ciò non è gradito al Signore. Il metodo missionario, tuttavia, è stato quello più impiegato ut impleátur domus: ancora nel XX secolo si vedevano tra gli ortodossi “missionari” cattolici i quali mutavano d’abito per la bisogna e persino i dati anagrafici (è celebre il caso del dotto francese Charles Charon, ribattezzatosi Kirill Korolevskji). Per comunità disperse in una maggioranza latino-cattolica e negli Stati assolutisti (come, per esempio, i “greci” dell’Italia Meridionale, colonia della Spagna) poteva bastare la Perbrevis instructio di Clemente VIII (1596) che regolava alcune usanze più o meno “ortodosse” che agli occhi dei locali vescovi cattolici apparivano più stravaganti. Per comunità più vaste e con solide strutture – con vescovi e monasteri - il proselitismo doveva essere meglio organizzato. Non sarebbe bastato legiferare super aliquibus ritibus graecorum, come faceva l’Istruzione Clementina, ma era necessario un metodo tecnicamente più efficace: il Metodo cinese, ancor oggi lodato da Giovanni Paolo II come “rispondente al decreto Ad Gentes del Concilio Vaticano II” e “quanto mai vero e attuale”. [16]

Nel XVI/XVII secolo i gesuiti Adam Schall, Fernand Verbiest e Matteo Ricci, dopo aver imparato alla perfezione il cinese e vestiti da mandarini – con tanto di ventaglio e codino – si recarono in Cina. Chiamavano Tien (= cielo) il Signore Dio, riverivano Confucio e accendevano bastoncini d’incenso agli Antenati. Abolirono alcuni riti cattolici che urtavano la sensibilità o le abitudini cinesi (per esempio, l’osservanza della domenica) e, soprattutto, distribuirono quadretti con il senso della prospettiva (ancora sconosciuta agli artisti cinesi), mappamondi, binocoli, orologi, occhiali e chincaglieria varia, insieme a lezioni di medicina, matematica ed astronomia. [17] Non diversa è stata l’attività missionaria tra gli ortodossi: quasi tutti i grandi Ordini religiosi cattolici avevano (e forse hanno ancora) una sezione esperta in “riti orientali” (a Roma, per esempio, c’è una chiesa gestita da Gesuiti di rito bizantino-slavo). Certo: oggi non si distribuiscono più collanine, specchietti e orologi a cucù ma - forse - cellulari e PC. Alla fine del XX secolo, tuttavia, il Metodo cinese non è sembrato produttivo: ai cattolici non basta più lavorare ut impleátur domus; sono costretti a sgobbare perché la loro stessa casa non si svuoti. [18]

Dalle Missioni alle Chiese sorelle

È nata così la Dottrina delle Chiese Sorelle, frutto della logica fuzzy scoperta, sul finire del XX secolo, dai ricercatori della University of California. [19] Da essa deriva l’algoritmo secondo il quale, ad esempio, le diocesi italo-albanesi cattoliche di rito bizantino-greco non sarebbero una bizzarria liturgica, ma Chiese sorelle e particolari. Così particolari da non avere missioni: devono restare chiuse come in uno zoo, in un recinto geografico-etnico. Un indigeno dell’Amazzonia e un pigmeo dell’Africa possono diventare cattolici di rito latino ma non cattolici di rito bizantino; un sacerdote italo-albanese cattolico di rito bizantino-greco può, per ipotesi, “lavorare” tra gli ortodossi greci di Torino ma non aprire una missione nel Burundi. Un ucraino cattolico di rito latino può fare il parroco a Casalpusterlengo o il missionario in Papuasia; un ucraino cattolico di rito bizantino può volgersi, tutt’al più, agli ucraini ortodossi. La dottrina delle Chiese Sorelle è nata, in effetti, allo scopo di legittimare l’unitismo con nobili parole e familistici accenti, e il repertorio anatomico della dottrina dei Due Polmoni serve a inibire il ritorno dei cattolici alla Chiesa ortodossa. Gli ortodossi sono il tessuto muscolare che forma il polmone destro – orientale – della Chiesa; i cattolici formano il polmone sinistro (il tessuto cardiaco forse è il Papa): per bizzarro assioma parascientifico, un ortodosso può essere prelevato e innestato nella Chiesa Cattolica ma la Chiesa Ortodossa deve rigettare il cattolico che le si avvicini. Secondo la dottrina dei Due Polmoni – suggestiva, anche se non si sa cosa ne pensi il cervello della Chiesa Cattolica, l’ex Sant’Ufficio - la Chiesa Ortodossa è un organo condannato ad auto-alimentarsi oppure all’atrofia; solo il polmone cattolico può far circolare anche l’aria ortodossa, non viceversa.

Che fare?

Molti ex-ortodossi o Uniti o Cattolici di rito bizantino o comunque li si voglia chiamare, conservano alcune usanze proprie della Chiesa Ortodossa e non si sono ancora assimilati del tutto ai loro (nuovi) fratelli di fede, grazie all’attaccamento alle tradizioni, all’isolamento dei villaggi (in Transilvania come nella calabra Sila d’un tempo), grazie ad isterismi nazionalistici [20] e grazie, soprattutto, alla politica unionista del Vaticano. Saldamente radicata in Età moderna dal lungo pontificato di Leone XIII (1878/1903), nel XX secolo la politica unionista portò – in Italia - alla creazione di una Badia Greca (alle porte di Roma) e delle diocesi di Lungro (1919), con parrocchie staccate dalle diocesi di San Marco, Cassano, ecc. e Piana dei Greci (1936, in seguito detta degli Albanesi) con parrocchie staccate dalle diocesi di Palermo, Monreale e Agrigento [21]. L’inevitabile scomparsa, nel XX secolo, degli Uniti come realtà rituale, avrebbe automaticamente privato il cattolicesimo d’una sorta di corsia preferenziale per l’accesso degli ortodossi alla Casa Cattolica [22]. Non si può costringere gli Uniti a tornare alla Chiesa ortodossa: solo Israele è stato capace del ponte aereo per rimpatriare i Falascià d’Etiopia. Non si può pretendere che il Vaticano sciolga le comunità unite: rinunzierà all’uniatismo solo a parole. Quando qualche “missionario” sarà scoperto con le mani nella marmellata, la gerarchia cattolica risponderà che si tratta d’iniziativa privata (quasi come, nel secolo scorso, la “missione” di mons. D’Herbigny in Unione Sovietica). [23] Ma qualcosa bisogna pur fare, specie di fronte al problema delle adozioni e alla diffusa presenza di luoghi di culto unito.

Da più d’un decennio è in atto un tragico pedomazoma [24]: il futuro delle Chiese Ortodosse, specie slave, è di continuo irreparabilmente dragato e drenato: centinaia – migliaia? – di bambini ortodossi, adottati da famiglie italiane, sono sottratti alla Chiesa Ortodossa. Dostoevskij aveva già visto le migliaia di Caritas – per carità, indispensabili e benefiche – diffuse fin nelle minime parrocchie cattoliche e che, bypassando le diocesi e le parrocchie ortodosse, avvicinano direttamente i singoli ortodossi che, disperati, approdano sulle coste e sui marciapiedi italiani. [25]

Da Palermo a Milano, poi, esistono in Italia centinaia di chiese unite, mentre sono appena cinque gli edifici di culto ortodosso esteriormente visibili, facilmente individuabili. [26] Gli ortodossi più semplici, più ingenui (i deboli, i milioni di deboli che ti amano, innumerevoli come i granelli della sabbia del mare – dice l’Inquisitore – a noi sono cari), entrano in una chiesa unita e vedono celebrare più o meno come in una chiesa ortodossa. [27] E sono tratti in inganno: i sacerdoti uniti praticano l’intercomunione unilaterale: chi informa i deboli che loro non possono e non devono ricevere i sacramenti che gli Uniti vogliono e devono distribuire così generosamente? Di certo, la Chiesa Ortodossa non può (e non deve) rispondere con la guerra alla guerra, riesumando – per esempio – progetti di una Ortodossia di rito latino: progetti legittimi, ma superati dall’esperienza storica. Forse può solo non stancarsi mai di spiegare che gli Uniti non sono ortodossi e neppure quasi ortodossi: prima di tutto agli stessi Uniti.

P. Clementi [28]

Note

[1] Carlomagno chiama “greci” (per il significato del tempo, “pagani”) gli ortodossi Romani: fa il primo passo verso l’animalizzazione dell’altro. Nel XX secolo qualcuno chiamerà “pidocchi” i dissenzienti politici.

[2] Ci sarà pure un motivo, se teorici e pianificatori di tali “inviti” – da Marx a Pol Pot passando per Hitler – sono tutti padri e figli dell’intellighenzia nordeuropea.

[3] Dal Filioque in poi, la cristianità occidentale non guarirà più dalla riformite acuta. Gregorio VII e Francesco d’Assisi, Martin Lutero e il Vaticano II: ognuno vorrà fare la sua riforma e il suo “aggiornamento”.

[4] Dopo Agostino, non si rinuncia più alla coercizione o a metodi di persuasione più o meno occulta: al cattolicismo – e alla sua versione secolarizzata, il marxismo-leninismo – non interesserà la salvezza dell’uomo quanto la stabilità della Chiesa-Partito, nel suo indiscutibile ruolo di guida delle masse di tesserati-battezzati o del gregge-proletariato.

[5] Nella II Guerra Mondiale, le Forze Armate italo-tedesche inquadravano Preti cattolici e Pastori evangelici che non si trovavano lì per caso o di passaggio ma in divisa e grado d’Ufficiale: come capi. Ci sarà pure un motivo se, nel corso dei conflitti esplosi nella Federazione Iugoslavia, l’Occidente è stato pronto ad ascoltare le sacrosante ragioni dei cattolici croati o dei musulmani bosniaci, ma è rimasto sordo alle sacrosante ragioni degli ortodossi croati e bosniaci.

[6] Ecco il pensiero di Gregorio, condensato nell’autografo Dictatus Papae: il Papa è vescovo del mondo intero (§3) e ha il diritto esclusivo d’usare le insegne degli imperatori (§8); tutti gli devono baciare i piedi (§12) e solo il suo nome deve essere pronunciato in chiesa (§10) perché il suo è l’unico nome al mondo (§11) e nessuno può giudicarlo (§19); la Chiesa di Roma non ha mai sbagliato né mai sbaglierà (§22) e nessuno, se non è d’accordo col Papa, può essere considerato cattolico (§26).

[7] Un falso medievale secondo il quale l’imperatore Costantino avrebbe abdicato a favore del Papa, infeudando l’Italia Meridionale come Patrimonium sancti Petri, primo nucleo dello Stato Pontificio.

[8] Eudes – Oddone è quel papa Umberto II che nel 1095 scatenò la prima Crociata, facendosi carico della direzione tecnica. Trattò personalmente con la Repubblica di Genova l’affitto della flotta necessaria al trasporto dei militari, ponendovi a capo il vescovo Aymar de Monteil.

[9] Sarebbe offesa quell’unione esibita come un vanto e difesa da molti Uniti, come inalienabile libertà individuale, anche a spese della vita.

[10] Il clero unito non ama essere chiamato unito ma non disdegna le provvidenze economiche frutto del suo essere unito. La pecunia non olet ed è pure ecumenica.

[11] Un vescovo unito, in ossequio alle norme liturgiche orientali (?), non si inginocchia davanti al Corpo e Sangue di Cristo: in piazza San Pietro lo vediamo inginocchiarsi di fronte al romano pontefice.

[12] Alla messa papale nel Palazzetto dello sport d’Atene, gli Uniti (minoranza della minoranza cattolica di Grecia) sono stati lasciati in cucina; l’indomani, erano schierati in prima fila a Damasco (dove sono la maggioranza della minoranza cristiana di Siria).

[13] Lo stesso Regno di Napoli era soltanto un feudo del Papa-Re (e, di fatto, colonia della cattolicissima Spagna).

[14] Vedi, ad esempio la mini-diocesi con sede ad Atene in uno stabile di via Acharnon 246, o la Badia “Greca” di Grottaferrata presso Roma, entrambe nate nel XIX/XX secolo grazie a chierici latini.

[15] Ma non poche comunità unite – ad esempio, alla fine del XIX secolo, l’ultima parrocchia greca di Messina – ritornarono prontamente in seno alla Chiesa ortodossa appena si profilò all’orizzonte una qualche libertà di culto.

[16] Non sono parole in libertà, ma dichiarazione ufficiale pubblicata in Acta Apostolicae Sedis, 75 (1983), pp. 39-46.

[17] Nel XX secolo, i missionari cattolici in Albania erano stati preceduti dall’occupazione militare, e questa era iniziata come missione umanitaria gestita da un contingente del Corpo di Sanità.

[18] Un singolare caso di “uniatismo”: i cattolici veteroritualisti provenienti dallo Scisma Lefevbriano.

[19] Il principio di non contraddizione della logica aristotelica (bianco/nero, ortodossi/eretici), è superato dalla logica fuzzy (=sfumata) del “quasi” e del “circa”, che consente la costruzione di circuiti operativi più versatili di quelli tradizionali.

[20] Se mai la Russia diventerà cattolica, c’è motivo di credere che gli Ucraini uniti diventeranno in massa ortodossi.

[21] Una diocesi rituale o personale non è molto dissimile da un’Oasi Naturale per la salvaguardia della foca monaca.

[22] Spalancati gli angusti confini territoriali, inevitabilmente perso il collante linguistico, c’è da chiedersi quanto gli Uniti potranno conservare la loro identità, dispersi tra una maggioranza di correligionari. Il folklore non basta a tenere gli Uniti in comunione con la Chiesa Ortodossa; basterà ad arginare la completa assimilazione alla maggioranza dei loro fratelli di fede cattolica?

[23] La soppressione del “rito greco” in Italia Meridionale è di solito attribuita ai singoli vescovi post-tridentini, come se questi avessero potuto anche solo respirare senza permesso dall’alto.

[24] Raccolta di bambini (lett.), crudele usanza dei turchi di sequestrare, a intervalli regolari, i ragazzi-bambini dei popoli a loro sottomessi al fine di educarli all’Islam ed arruolarli nell’esercito. I migliori venivano a far parte del corpo dei Giannizzeri, soldati esperti fanatici.

[25] Ci cercheranno, ci troveranno e ci invocheranno … E saremo solo noi a sfamarli, nel tuo nome... Senza di noi non riusciranno mai, mai a sfamarsi! … Essi ci guarderanno come dèi, ma noi diremo di essere tuoi servi e di governare nel tuo nome, dice l’Inquisitore a Cristo nei “Fratelli Karamazov” di Dostoevskij.

[26] Solo le chiese ortodosse (slave) di Trieste, Firenze, San Remo, Bari e Merano si distinguono dagli edifici circostanti. Da qualche decennio, invece, tutte le chiese unite sono state sottoposte ad accurato maquillage per farle sembrare, almeno all’interno, quanto più “ortodosse” possibile.

[27] In incontri di preghiera comune, preti e vescovi uniti sono a volte invitati a “rappresentare” gli ortodossi.

[28] Pseudonimo dell’archimandrita Antonio (Scordino, 1949-2011), autore di diversi libri e saggi sull’eredità ortodossa dell’Italia meridionale.

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