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  Non sto ancora tornando nella Chiesa cattolica

Papa Francesco non fa che confermare la mia decisione di andarmene

di Rod Dreher

Time - Ideas, 29 settembre 2013

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Non è difficile capire perché la  gente è così entusiasta di papa Francesco. Dalla sua sensazionale intervista la scorsa settimana, molti hanno detto che con il suo calore umano e la sua determinazione di mettere la dottrina in secondo piano, Francesco è l'uomo giusto per riportare nella chiesa un sacco di cattolici che l'hanno abbandonata.

Forse è così. Ma io sono un ex cattolico la cui decisione di lasciare la Chiesa cattolica non è messa in discussione, ma piuttosto è confermata, dalle parole di Francesco.

Poco più di vent'anni fa, quando ho iniziato il processo per entrare nella Chiesa cattolica romana da convertito adulto, ho scelto di ricevere un'istruzione in una parrocchia universitaria, immaginando che la qualità dell'insegnamento sarebbe stata più rigorosa. Dopo tre mesi di meditazioni guidate e infinite lezioni su 'Dio è amore', me ne sono andato.

Ero d'accordo che Dio è amore, ma questo non mi diceva che cosa Egli si aspettava da me, se diventavo un cattolico. Inoltre, avevo trascorso quattro anni a esitare intorno alla possibilità di ritornare al cristianesimo metodista della mia giovinezza. Quando ho fatto i miei primi passi a frequentare le chiese da adulto, ho trovato un sacco di brave persone che mi hanno detto Dio è amore, ma che non mi sfidavano mai a cambiare la mia vita.

Che cosa aveva bisogno di cambiamento? Un sacco di cose. I miei fallimenti mi erano chiari, ed ero pronto a cambiare dai miei peccati distruttivi e a diventare una persona nuova. L'unica cosa che non volevo fare era perdere la mia libertà sessuale, che sentivo un mio diritto di nascita di giovane maschio americano. Sapevo, però, che senza offrire completamente la mia volontà a Dio, qualunque conversione sarebbe stata precaria. In quel tempo, ero stato fin troppo cosciente delle mie evasioni. Convertirmi provvisoriamente - cioè, a condizione che la Chiesa non facesse troppe storie sulla mia vita sessuale - avrebbe voluto davvero dire una ricerca dei comfort psicologici della religione senza fare sacrifici.

Quello che mi è stato detto, in effetti, in quella parrocchia universitaria cattolica, era che Dio mi ama così come sono - cosa vera - ma che non ho bisogno di fare altro. Mi sono reso conto che un giorno, alla fine di questo processo, tutti noi della classe saremmo divenuti cattolici che non hanno idea di ciò che la Chiesa cattolica insegna. Me ne sono andato, e un anno dopo, sono stato accolto nella Chiesa in un'altra parrocchia.

Se conoscete la Chiesa cattolica solo dalla lettura dei giornali, vi attende uno shock, una volta che ci entrate. L'immagine del cattolicesimo americano mostrata dai media è di una chiesa preoccupata per il sesso e l'aborto. Non è neanche lontanamente vero. Sono stato un cattolico che va a  messa regolarmente per 13 anni, e ho frequentato un certo numero di parrocchie in cinque città in diverse parti del paese. Potrei contare sulle dita di una mano il numero di omelie in cui ho sentito affrontare l'aborto o la sessualità in qualunque modo. Piuttosto, le omelie erano interamente terapeutiche, quasi sempre qualche variazione alla saccarina di 'Dio è amore'.

Beh, sì, lo è, ma la semplicità del catechismo domenicale ti porta solo fino a un certo punto. La teologia cattolica classica si sofferma sul paradosso dell'amore di Dio e della giustizia di Dio. Come Dante mostra nella Divina Commedia, l'amore di Dio è la giustizia di Dio effusa su quelli che lo rifiutano. Nei Vangeli, Gesù offre la compassione ai peccatori respinti dai rigoristi religiosi, ma dice loro anche di riformare la propria vita, di "andare e non peccare più".

Ero frustrato perché i preti non predicavano il giudizio di Dio al posto della misericordia di Dio? Ma neanche un po'. Ero frustrato perché non volevano predicare affatto il giudizio di Dio, il che è come dire, predicavano Cristo senza la Croce. Conoscevo che le profondità dei peccati dai quali ero liberato, e mi si sentivo male a veder trattare la sua grazia sorprendente come se fosse una cortesia comune. Come dice la canzone reggae, "Tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno vuole morire".

Nel suo recente libro sull'anglicanesimo, Our Church, il filosofo inglese Roger Scruton dice che il più grande problema nel mondo moderno è la "perdita dell'abitudine del pentimento". In linea generale, non mi sembrava esserci alcun particolare interesse per il pentimento nella Chiesa cattolica americana, perché non c'era alcun interesse particolare per la realtà del peccato. L'idea stereotipata della Chiesa cattolica come un ghetto legalistico ossessionato dal peccato sicuramente è venuta da qualche parte. Ma per i cattolici come me, nati alla fine degli anni'60, questa immagine angusta e miserabile della chiesa poteva anche provenire dall'antichità.

L'epoca contemporanea del cattolicesimo globale ha avuto inizio nel 1959, quando il neo-eletto papa Giovanni XXIII ha cercato di "aprire le finestre" della vecchia Chiesa stantia al mondo moderno convocando il Concilio Vaticano II. Tre anni dopo, nel suo discorso di apertura al Concilio, il carismatico anziano papa ha invocato " un nuovo entusiasmo, una nuova gioia e la serenità della mente nell'accettazione incondizionata da parte di tutti dell'intera fede cristiana", senza compromettere la dottrina. Uno spirito feroce dell'epoca ha fatto irruzione attraverso quelle finestre di recente apertura, devastando quasi tutto sul suo cammino. I decenni successivi avrebbero visto un crollo nella catechesi cattolica e nella disciplina cattolica. Il cosiddetto "spirito del Concilio Vaticano II" - una perversione dell'insegnamento effettivo del Consiglio - ha giustificato molti oltraggi successivi.

Nel 2002, quando lo scandalo degli abusi sessuali del clero è scoppiato a livello nazionale, la misura massima del marciume all'interno della chiesa è diventata manifesta. Tutto quel dialogo felice e senza pregiudizi del post-Vaticano II era stato una facciata che nascondeva ciò che l'allora cardinale Joseph Ratzinger - poi Papa Benedetto XVI - avrebbe chiamato la "sporcizia " nella Chiesa. Molti vescovi americani adoperarono l'inestimabile linguaggio cristiano dell'amore e del perdono nel tentativo di coprire la propria vergognosa nudità sotto un mantello di grazia a buon mercato.

Durante quel periodo straziante di un decennio fa, la rabbia per quello che io e altri giornalisti scoprivamo sulla corruzione della chiesa mi ha strappato via la capacità di credere nel cristianesimo cattolico, come un torturatore che strappa le unghie con una pinza. Non erano tanto i crimini commessi quanto la mancanza di volontà dei vescovi di pentirsi e il disinteresse del Vaticano nel ritenerli responsabili. Se la gerarchia della Chiesa non poteva impegnarsi in modo credibile per la giustizia e la misericordia per le vittime del suo clero e dei suoi vescovi, ho pensato, queste persone credono veramente nelle dottrine che insegnano?

Tutto questo ha messo la mancanza di serietà morale della chiesa americana in una certa luce. Mentre infuriava lo scandalo, un Mercoledì delle Ceneri, ho frequentato la Messa nella mia tranquilla parrocchia di periferia e ho sentito il prete descrivere nella predica la Quaresima come un tempo in cui tutti noi dovremmo imparare ad amare più noi stessi.

Se dovessi individuare il momento esatto in cui ho smesso di essere un cattolico romano, sarebbe quello. Ho combattuto e sopportato per altri due anni, pensando che avere nella mia testa i sillogismi del mio catechismo mi avrebbe aiutato a non vacillare. Ma è stato inutile. A quel punto ero diventato padre, e non volevo crescere i miei figli in una chiesa in cui il sentimentalismo e la soddisfazione di sé sono il centro della vita cristiana. Non ritenevo sicuro crescere i miei figli in questa chiesa, pensavo - ma non perché sarebbero stati a rischio di predatori, bensì perché l'intero ethos della Chiesa americana, come l'ethos della società post-cristiana decadente in cui vive, non è quello di morire a noi stessi per poter vivere in Cristo, come esige il Nuovo Testamento, ma quello di imparare ad amare di più noi stessi.

Flannery O'Connor, uno dei miei eroi cattolici, è l'autore di un famoso detto, "Spingetevi contro  la vostra epoca tanto duramente quanto questa spinge contro di voi. Ciò di cui non si rende conto la gente è quanto costi la religione. Pensa che la fede sia una grande coperta elettrica, mentre invece, naturalmente, è la croce". Il cattolicesimo americano non si stava affatto spingendo indietro contro un'età ostile. Piuttosto, aveva scelto il gioco facile. 'Dio è amore', non era l'annuncio che liberava noi prigionieri dal nostro peccato e dalla disperazione, ma piuttosto un bromuro e un luogo comune che ci permetteva di credere e comportarci come se la nostra lussuria, avidità, malvagità e così via - i peccati contro cui lottavo ogni giorno - non dovessero essere disprezzati e scacciati, ma piuttosto travolti da un fiume di melassa.

Ho finalmente rotto i ponti. Perdere la mia fede cattolica è stata la cosa più dolorosa che mi sia mai capitata. Oggi, per quanto ammiro papa Francesco e comprendo l'entusiasmo dei cattolici per lui, la sua intervista mi fa capire che il buon lavoro, anche se incompleto, che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno fatto per ripristinare la chiesa dopo la violenza della rivoluzione sta per essere annullato. Anche se sono d'accordo con quasi tutto quello che il papa ha detto la scorsa settimana nella sua intervista e lo acclamo interiormente quando castiga i bigotti rigoristi che vorrebbero negare a chiunque la medicina della guarigione della chiesa, temo che le sue parole misericordiose saranno ricevute non come amore, ma come licenza. Lo "spirito di papa Francesco" sostituirà lo "spirito del Vaticano II", come razionalizzazione che la gente userà per ignorare i difficili insegnamenti della fede. Se è così, questo papa finirà per essere come il suo predecessore Giovanni XXIII: un caro uomo, ma una figura tragica.

Nella sua intervista, il papa ha usato una metafora per la chiesa che è spesso impiegata dal cristianesimo ortodosso: l'ha chiamata un "ospedale da campo", dove i feriti possono ricevere un trattamento. Ha ragione, ma è importante discernere la natura della cura che viene offerta. L'anestesia è un tipo di medicina che maschera il dolore, ma non è il tipo di medicina che cura la malattia sottostante.

Non vi è, naturalmente, una cosa come la chiesa perfetta, ma nell'Ortodossia, che resiste radicalmente al deismo terapeutico moralista che caratterizza così tanto cristianesimo americano, ho trovato un equilibrio tra anima e guarigione. Nella mia parrocchia missionaria di campagna della Chiesa ortodossa russa, la scorsa domenica, il sacerdote ha predicato l'amore, la gioia, il pentimento e il perdono - in tutte le sue dimensioni. Rivolgendosi ai genitori nella congregazione, ci ha esortato a essere misericordiosi, gentili e indulgenti verso i nostri figli. Ma ha anche messo in guardia dal pensare all'amore come a dare ai nostri figli quello che vogliono, al contrario di quello di cui hanno bisogno.

"Dare loro quello che vogliono può rendere le cose più semplici per noi", ha detto, "ma dobbiamo amare i nostri figli abbastanza da insegnare loro le lezioni dure e spingerli verso il bene".

Vero. E apprezzo questo pastore perché ama il suo popolo tanto da insegnarci le lezioni dure, e per spingerci dalla passata mediocrità verso il bene. I sacerdoti cattolici dello stesso pensiero e orientamento del mio parroco ortodosso - e ne conosco molti - mi dicono che il Santo Padre, segnalando al suo gregge americano che Dio è amore e il resto non importa, ha appena reso la loro missione molto più difficile. Ma questo non è più un mio problema.

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