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  Suor Vassa Larina: L’Ortodossia non è una religione di paura

Conversazione con Andrei Psarev di ROCOR Studies

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Vienna, 4 maggio 2009

La Dr. Suor Vassa Larina, una monaca rassofora della Chiesa Russa all’Estero nella Diocesi di Berlino e Germania, è un’assistente universitaria che insegna Studi liturgici (Liturgiewissenschaft) presso l’Università di Vienna, in Austria. È tra i membri fondatori della Società di Liturgia Orientale e candidata all’Accademia di Liturgia del Nord America. Documenti sconosciuti scoperti da suor Vassa presso l’Archivio di Stato della Federazione Russa e l’Archivio del Sinodo dei Vescovi della ROCOR nel 2002 hanno svolto un ruolo significativo nel ricostruire il passato storico autentico della Chiesa russa all’estero. Un risultato della sua ricerca, un articolo sull’oikonomia, è tra i suoi articoli più popolari pubblicati sul web. Siamo lieti di presentare suor Vassa ai nostri lettori e di dedicare questa intervista alla sua area di competenza - gli studi liturgici.

Andrei Psarev: Può raccontarci qualcosa della sua formazione e spiegarci perché ha deciso di studiare teologia?

Rassofora Vassa: Sono nata e cresciuta nella Chiesa russa all’estero, più specificamente nella famiglia di un sacerdote a Nyack, New York. Quando ero una novizia vivevo in una piccola comunità monastica a Monaco di Baviera, e fu l’arcivescovo Mark di Berlino e della Germania a mandarmi, insieme a diversi altri monaci della sua diocesi, a compiere studi teologici presso l’Istituto di Teologia Ortodossa dell’Università di Monaco di Baviera. Il suo intento era semplice: la nostra diocesi aveva bisogno di insegnanti certificati di teologia ortodossa per le nostre scuole parrocchiali, e avevamo un Istituto ortodosso proprio a Monaco di Baviera. Dal momento che l’istruzione superiore in Germania allora era libera, Vladyka ha deciso di approfittarne. La sua decisione mi ha scioccato, al momento, perché non mi era mai venuto in mente come americana di poter studiare in un’università tedesca.

Andrei Psarev: Ci parli dei suoi studi presso il Dipartimento di Teologia Ortodossa dell’Università Ludwig-Maximilian a Monaco di Baviera.

Rassofora Vassa: Scrivere saggi e poi una tesi in lingua tedesca è stata una sfida, dal momento che avevo imparato la lingua per lo più da autodidatta, e non molto bene. Il programma di studi, equivalente al Master negli Stati Uniti, includeva greco antico, Antico e Nuovo Testamento (introduzione, storia ed esegesi), storia della filosofia, storia della Chiesa, patrologia, diritto canonico, omiletica, teologia pastorale e studi liturgici. Mi sono laureata in studi liturgici e ho scritto una tesi sulle origini del cosiddetto Officio Regale (Tsarskoe Nachalo) all’inizio del Mattutino bizantino. Avendo ricevuto la licenza di magistero, sono stata spinta dai miei professori a passare al programma di dottorato.

All’inizio avevo intenzione di scrivere una tesi sul diritto canonico, ma è stato in quel momento che ho incontrato il settantacinquenne professor Robert Taft, oggi il maggior esperto mondiale di liturgia bizantina. È capitato che padre Taft abbia letto la mia tesi sul Mattutino bizantino, e mi abbia scritto una e-mail a riguardo. Nella sua e-mail da una parte ha criticato il mio lavoro nei termini più semplici, e dall’altra si è offerto di pubblicarlo con le sue correzioni. Mi ha anche invitato a tenere una conferenza al simposio che stava organizzando in Baviera, dove poco dopo l’ho incontrato di persona. Al simposio padre Taft si è offerto di finanziare e dirigere il mio lavoro, se avessi fatto la mia tesi di laurea sulla liturgia bizantina (e non sul diritto canonico, che ha definito “il lato cattivo della buona novella”), perché, come ha poi detto, “La ROCOR è sempre stata brava a celebrare la liturgia. Non sarebbe bello se avesse anche qualcuno che ne sa qualcosa al riguardo? Vai a dirlo al vostro vescovo e fammi sapere che cosa ne dice.”

Per farla breve, con la benedizione dell’Arcivescovo Mark ho scritto la mia tesi su “I riti d’ingresso della Divina Liturgia ierarchica bizantina” sotto la direzione di Taft. Padre Robert non ha solo guidato la mia ricerca e la stesura della tesi di laurea, ma mi ha anche insegnato le basi della cultura liturgica e la sua metodologia. “Non mi interessa quello che dici,” mi diceva, “fino a quando ne porti prove a sostegno.” Mi ha insegnato come individuare e analizzare i manoscritti liturgici, come preparare pubblicazioni scientifiche, che periodici leggere a intervalli regolari, e così via. Mi ha anche portato a conferenze e simposi in tutto il mondo, dove mi ha presentato ai migliori studiosi nel nostro campo, molti dei quali una volta erano stati suoi allievi. Diversi mesi prima di completare la mia tesi di laurea ho ricevuto una proposta di lavoro per un post-dottorato presso l’Università di Vienna, all’Istituto di Studi Liturgici.

Il 18 dicembre 2008 ho pubblicamente difeso la mia tesi di laurea presso l’Istituto Ortodosso di Monaco, alla presenza sia dell’arcivescovo Mark che di padre Robert Taft. Secondo i regolamenti didattici tedeschi la “difesa” era in realtà un esame orale di due ore su tre campi diversi relativi al mio lavoro: studi liturgici, storia delle Chiese ortodosse autocefale, e studi bizantini (bizantinistica). Ho ricevuto un voto “summa cum laude” per l’esame e la tesi di laurea, che sarà presto pubblicata a Roma in un volume della serie “Orientalia Christiana Analecta”.

Andrei Psarev: Dopo la presentazione dell’archimandrita Robert Taft alla conferenza delle donne della ROCOR la scorsa estate, mi è stato detto da uno dei nostri sacerdoti che i non ortodossi non dovrebbero offrire istruzioni agli ortodossi in materia di fede. Ci può fare un commento su questa idea?

Rassofora Vassa: Si tratta di una questione molto importante, e dal momento che disturba molte persone cercherò di rispondere con qualche dettaglio. Permettetemi innanzitutto di commentare la paura dei non ortodossi che sembra aver ispirato il commento del nostro sacerdote. Sembra che alcuni dei nostri fedeli sperimentino l’Ortodossia prima di tutto come timore, mentre la loro fede rimane in gran parte priva di ispirazione, priva di curiosità, e quindi non informata. Tale Ortodossia spesso non ha idea della propria tradizione, della ricchezza di storia alle spalle della liturgia a cui si assiste ogni Domenica, o anche della Scrittura stessa. Allo stesso tempo, un ortodosso timoroso è spesso disposto a passare ore in Internet, nutrendosi ancor più di politica ecclesiastica e di ottundimento dei sensi teologici. Per una tale cultura di ignoranza e timore, anche i più brillanti studiosi non ortodossi della nostra liturgia bizantina sono visti come minacce, piuttosto che un umile ammonimento alla nostra negligenza della tradizione ortodossa.

Vorrei ricordare la lezione a cui ha fatto riferimento. Alla conferenza delle donne della ROCOR, il professor Taft ha tenuto una conferenza sul tema “Donne al culto a Bisanzio: Scorci di un mondo perduto”, in cui ha descritto la vita liturgica delle donne nell’impero bizantino sulla base delle testimonianze storiche dal V al XIV secolo. Le partecipanti alla conferenza delle donne hanno appreso che c’era un coro di donne in Hagia Sophia, che le donne bizantine una volta partecipavano a tutte le veglie notturne, che esistevano barriere nella chiesa che limitavano la commistione di uomini con donne nella chiesa, diversi Padri della Chiesa ammonirono i bizantini per la loro cattiva condotta in chiesa, ecc. Se il sacerdote che lei ha citato intendeva dire che questa lezione è stato un esempio di “non ortodossi che offrono istruzioni agli ortodossi in materia di fede,” vorrei chiedere: esattamente quale “materia di fede” è stata toccata in questa lezione? Il nostro sacerdote considera la storia delle donne a Bisanzio “una questione di fede”? Una descrizione “ortodossa” di un coro di donne in Hagia Sophia sarebbe diversa da una descrizione “cattolica romana”?

Sia come sia, sarei comunque d’accordo che la storia è in genere una “questione di fede”. Soprattutto perché non esiste una cosa come una storia oggettiva del tutto imparziale. Tuttavia, una conoscenza della storia richiede istruzione. E in passato la Chiesa non è stata sempre autosufficiente in materia di istruzione, utilizzando quando necessario istituzioni e sistemi di pensiero non solo non ortodossi, ma del tutto secolari e perfino pagani. A partire almeno dal Vangelo di Giovanni, la Chiesa usa una terminologia sviluppata da filosofi pre-cristiani per formulare i suoi dogmi. L’apertura verso l’istruzione secolare - con una solida conoscenza e amore per la propria fede - ha caratterizzato in seguito apologeti e insegnanti della Chiesa. I santi Gregorio il Teologo e Basilio il Grande erano orgogliosi di essere stati educati in una scuola pagana ad Atene. Il grande Crisostomo è stato istruito da Livanio e da Teodoro di Mopsuestia - il primo era un pagano, il secondo un eretico. Anche se questi Santi Padri sono vissuti in tempi di eresie dilaganti e di confusione dogmatica, non coltivarono un’Ortodossia di paura. Era piuttosto un’Ortodossia di responsabilità e di consapevolezza dogmatica, ispirata e fortificata da una sete di istruzione.

Molti secoli dopo, la Chiesa russa non ha avuto un sistema formale di istruzione teologica fino a quando non è stato importato dall’Occidente cattolico romano attraverso Kiev intorno alla metà del XVII secolo. Si tratta di un fatto storico che san Pietro Moghila organizzò le sue scuole teologiche secondo modelli gesuiti, e fu questo sistema educativo a essere istituito in Moscovia. Il motivo per importare il nostro sistema educativo da parte dell’Occidente era molto semplice: in quel tempo questo non era solo il miglior sistema educativo, era l’unico. L’alternativa a imparare dall’Occidente era rimanere incolti. La Chiesa russa avrebbe dovuto respingere l’educazione occidentale e rimanere ignorante? Mettiamola in modo diverso: se ci fosse data una scelta, qualcuno di noi preferirebbe che i suoi figli rimanessero ignoranti, piuttosto che dare loro una formazione? Così la Chiesa Russa ha scelto di imparare dall’Occidente, dimostrando buon senso e, potrei aggiungere, umiltà.

Oggi abbiamo una situazione simile. Molte famiglie ortodosse in Occidente mandano i figli a scuole e università cattoliche, o alle scuole pubbliche o private non ortodosse. In queste istituzioni ai nostri giovani vengono insegnate, tra le altre cose, storia, letteratura, filosofia - materie che potrebbero comportare “questioni di fede”. A scuola i bambini sono in contatto con i non ortodossi in materia religiosa: per esempio, negli Stati Uniti recitano il Giuramento di Alleanza, pronunciando il nome di Dio assieme a non ortodossi, musulmani, ebrei, e forse atei. Molti di noi permettono ai figli di guardare film come “The Passion” di Mel Gibson, un non ortodosso. In effetti, permettiamo a noi stessi e ai nostri figli di avere contatti con i non ortodossi in “ questioni di fede” a vari livelli e su base quotidiana.

È per volontà di Dio che ci troviamo in questa situazione, circondati da questo mondo non ortodosso? La Chiesa non ci ha mai insegnato il contrario. Il fondatore della Chiesa ha lasciato i suoi discepoli in questo mondo, dopo aver detto: “Coraggio, io ho vinto il mondo”. E così la Chiesa canta: “Coraggio, popolo di Dio, perché egli ha sconfitto i nemici... (Derzhajte ljudie Bozhii, ibo toj Pobedi vragi...)”. Questa non è una religione di paura.

Naturalmente, la fede della Chiesa è esclusiva, e noi dobbiamo la nostra lealtà a lei sola: confessiamo una sola fede, e non molte fedi diverse in una sola volta. Ma questo non significa che non abbiamo alcun contatto con persone di altre fedi. Anche il matrimonio è esclusivi, ma una coppia sposata non si rinchiude in un armadio, escludendo qualsiasi contatto con altri uomini e donne. Sarebbe assurdo e malsano, e lo stesso sarebbe vero della Chiesa, se la sua vita di ogni giorno fosse ghettizzata.

Andrei Psarev: Ho notato che i figli del clero della ROCOR che hanno studiato nel nostro seminario sono interessati più alla liturgia e alla musica ecclesiastica che alla storia. Ne può identificare un motivo?

Rassofora Vassa: Non conosco il programma o gli studenti del vostro Seminario, e quella che segue è solo un’ipotesi. Il bisogno più fondamentale e immediatamente evidente di qualsiasi chiesa parrocchiale è un “kliros” funzionante. Senza qualcuno che possa leggere e cantare non ci possono essere funzioni religiose, e senza funzioni religiose non ci può essere parrocchia. Poiché la maggior parte dei seminaristi si prepara al sacerdozio, ed essere sacerdote significa mandare avanti una parrocchia, penso che sia logico che i seminaristi siano interessati ad apprendere le abilità più importanti per la vita della parrocchia. Le donne che intraprendono i corsi in un seminario sono spesso ispirate da un desiderio di “dare una mano in più” in chiesa, e la loro possibilità più ovvia per farlo è nel coro. Il nostro approccio a “dare una mano” in chiesa è quindi in qualche modo simile all’opinione pubblica sul recente piano di stimolo economico di Obama: miliardi di dollari in contanti nell’immediato sembravano la migliore soluzione alla crisi immediata, mentre gli investimenti negli stimoli economici a lungo termine, come la costruzione di scuole e strade, sembravano inefficaci e poco interessanti.

Naturalmente tale “gestione a breve termine della crisi” della nostra vita ecclesiale riflette un approccio minimalista alla Chiesa stessa, alla liturgia, e di musica sacra, se queste materie sono insegnate senza il loro contesto storico. Poiché né la liturgia né la musica sacra né la Chiesa stessa potrebbero esistere senza la storia, ed è impossibile avere una padronanza reale di una qualsiasi di queste senza avere almeno qualche conoscenza del loro sviluppo storico. Né la Chiesa ortodossa russa, né la sua bella liturgia sono cadute dal cielo nel giorno di Pentecoste, al contrario di quanto alcuni fedeli possono pensare. Sacerdoti e parrocchiani con un tale senso carente della storia possono facilmente fare più danni che bene, soprattutto nei momenti complicati che richiedono coscienza e discernimento ecclesiale. Le divisioni recenti e le ulteriori suddivisioni della nostra Chiesa testimoniano tristemente questo stato di cose in un numero considerevole delle nostre parrocchie.

Andrei Psarev: Rispetto a coloro che sono cresciuti nella diaspora, i cristiani ortodossi che sono cresciuti in Russia (me compreso) sembrano avere più difficoltà a capire ‘la mentalità’ di servizi liturgici, anche molto tempo dopo la loro adesione alla Chiesa. Che cosa ne pensa?

Rassofora Vassa: Credo che la differenza a cui fa riferimento dipenda più dal modo con cui uno è stato cresciuto, che non dal luogo in cui è cresciuto. La maggior parte dei cristiani ortodossi della vostra età cresciuti in Unione Sovietica non è cresciuta nella tradizione liturgica ortodossa. La “mentalità” del rito bizantino è un modo di pensare “simbolico” (più precisamente: “mistagogico”) che è si acquisisce in modo più naturale durante l’infanzia. Mentre la liturgia romana è generalmente più diretta e, per così dire, viene al dunque, la tradizione bizantina guida il fedele nell’esperienza del divino (nel mistero) attraverso i segni all’interno dei suoi vari riti. Questi segni al tempo stesso nascondono e rivelano i misteri di Cristo e le Scritture, e una sensibilità a questa “mistagogia” dei nostri servizi è infatti una “forma mentis” che ha bisogno di essere coltivata. San Giovanni Crisostomo l’ha definita come segue: “Un mistero non è quando crediamo ciò che vediamo, ma quando vediamo una cosa e riguardo a questa crediamo qualcosa di diverso”. Io non credo che questo modo di pensare sia estraneo a nessuno di per sé, ma dal momento che di solito acquistiamo il nostro sistema di simboli durante l’infanzia (per esempio, la nostra lingua), è più difficile costruire un nuovo sistema da adulti. È tuttavia possibile, così come è possibile - anche se molto più difficile - imparare una lingua da adulto.

Andrei Psarev: Io credo che il nostro obiettivo sia un’Ortodossia responsabile. Il rito della Divina Liturgia presuppone che ogni cristiano ortodosso in regola partecipi al corpo e al sangue di Cristo. In molte Chiese ortodosse i parrocchiani non vanno necessariamente a confessarsi per partecipare all’Eucaristia. Allo stesso modo fanno vescovi, sacerdoti e diaconi della ROCOR. Pensa che dovremmo anche noi considerare l’adozione di questa pratica?

Rassofora Vassa: No, non credo. Siamo tentati di vedere l’accostarsi al calice senza una precedente confessione come “Ortodossia responsabile”, ma non credo che tale pratica sia un segnale di “responsabilità” nel nostro tempo.

Mi lasci spiegare. Nel nostro mondo altamente globalizzato, molti fedeli sono diventati piuttosto mobili, e vanno alla deriva tra chiese parrocchiali diverse in tutto il mondo, frequentando varie chiese o nessuna singola chiesa regolarmente. Questa mobilità ha portato con sé un fenomeno del tutto estraneo alla vita sacramentale della Chiesa: l’anonimato. Un prete spesso non ha idea di chi siano i nuovi volti che lo guardano mentre esce con il calice.

Ma non è il sacerdote che mi preoccupa in questo contesto. La moderna teologia pastorale e la psicologia moderna ci dicono che il carattere sempre più anonimo della nostra vita di tutti i giorni ha portato a solitudine e depressione di proporzioni pandemiche. Facciamo parte di una cultura del rispetto della vita privata e - inesorabilmente - dell’anonimato, che interessa anche il modo in cui esprimiamo o nascondiamo la nostra vita spirituale. La cultura della confessione di qualsiasi tipo, di farci annoverare e considerare come peccatori, o come cristiani, o qualsiasi altra cosa va piuttosto profondamente contro la nostra mentalità. Parlare con qualcuno della nostra relazione con Dio non è qualcosa che facciamo con facilità.

Ma la Chiesa sembra essere dotata di meccanismi che combattono anonimato: quando andiamo al calice, è necessario dire il nostro nome, per prendere parte al rito della santa Unzione, è necessario dire il nostro nome. Il sacramento della penitenza nel rito della confessione fa un passo avanti: è necessario rivelare tutto ciò che pesa sulla nostra coscienza e parlare di fatto con un altro membro della Chiesa, un sacerdote, e dire il nostro nome. Per così dire, siamo costretti a infrangere questo guscio di anonimato in cui alcuni di noi si trovano, prima di accedere al calice.

Per il bene dei molti fedeli, che si trovano in quest’esistenza mobile e molto anonima, credo che sia saggio per la Chiesa russa mantenere il requisito di andare a confessarsi almeno prima di avvicinarsi al calice. Anche se alcuni di noi sono integrati in parrocchie tradizionali e non sperimentano quello che ho descritto, dobbiamo renderci conto che per alcuni fedeli questo “guscio di anonimato” è molto reale. Per tali persone la confessione facilita la loro comunione con Cristo attraverso la capacità di comunicare con un altro membro della Chiesa, in questo caso un prete.

Questa pratica richiede discernimento pastorale, e ho visto spesso sacerdoti e vescovi avvicinarsi alla pratica di Confessione e Comunione con tale discernimento.

Naturalmente, tutto ciò che ho detto è né più né meno la mia opinione personale.

Andrei Psarev: Grazie, suor Vassa, per aver dedicato del tempo a questa intervista, e ci auguriamo di poter continuare questa conversazione.

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