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  I Diari (Дневники) di padre Alexander Schmemann e l’unità della Chiesa russa nella diaspora

articolo di padre Andrew Phillips

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Confrontando le Note: I Diari (Дневники) di padre Alexander Schmemann e l’unità della Chiesa russa nella diaspora

Arciprete Andrew Phillips

Colchester, Inghilterra. 1 marzo 2011

Articolo tradotto dall'inglese: Comparing Notes: The Diaries (Дневники) of Fr. Alexander Schmemann and Russian Church Unity in the Diaspora

 

Il 29 giugno 2009 il sito ROCOR Studies ha pubblicato un’intervista di Andrei Psarev con l’arciprete Andrew Phillips, intitolata “La ROCOR ha il potenziale per diventare una Chiesa globale. In quella intervista si chiedeva a padre Andrew, “I padri Alexander Schmemann e Seraphim Rose erano due figure carismatiche che hanno dato risposte molto diverse alle domande impegnative della modernità. Quale dei due è più vicino a te e perché?” La valutazione di Schmemann fatta da padre Andrew a quel tempo era piuttosto negativa. L’introduzione di padre Andrew alla terza edizione russa dei diari di padre Alexander (Дневники) ha dato a padre Andrew il modo di rivisitare padre Alexander Schmemann.

Leggendo i diari si scopre che padre Alexander non era solo una persona di fede, ma aveva anche il dono della gioia. Schmemann considerava l’assenza di gioia nella vita di un cristiano come un segno di malattia spirituale.

Nella Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia, Schmemann è stato collegato con la problematica autocefalia della Chiesa Ortodossa in America e con il “protestantesimo di rito orientale.” Tuttavia, ben pochi di coloro che criticano padre Alexander hanno studiato seriamente le sue opere. In Russia, dove non c’era “conflitto giurisdizionale”, l’eredità di padre Alexander è stata ricevuta con più serenità. Ad esempio, l’Università ortodossa San Tikhon per le discipline umanistiche a Mosca ha pubblicato i suoi libri accanto a quelli dell’arcivescovo Averky, che seguiva una scuola di pensiero contrario.

Vorrei sperare che sia giunto il momento per un dialogo rispettoso sull’eredità di padre Alexander Schmemann. Le riflessioni personali di padre Andrew possono servire come punto di partenza per tale conversazione.

________________________________

Introduzione: La decadenza

Con la persecuzione e la paralisi del “Centro”, il Patriarcato ortodosso russo, e di altre, più piccole Chiese locali sotto il comunismo, quanto ricordo bene la decadenza che ne è risultata nella vita della Chiesa ortodossa in Europa occidentale (in tutte le nazionalità e giurisdizioni), negli anni ‘70 e ‘80. Quella vita era dominata da gretto nazionalismo, provincialismo, corruzione, burocrazia politica, egocentrismo, vanità e accademismo in fuga dalla realtà.

Quasi nessun incoraggiamento, consiglio e guida erano dati ai giovani che si sentivano chiamati a cercare la loro salvezza nel servizio del clero. Lo scoraggiamento e persino la persecuzione di ogni giovane interessato alla vita della Chiesa erano all’ordine del giorno. “Vattene” era la consueta risposta. Potevi essere un potenziale rivale, avevi “il nome sbagliato”, eri “troppo giovane” (anche se un centinaio di altri di “sangue corretto” erano stati ordinati molto più giovani), eri “troppo povero”, eri “troppo onesto”, eri “troppo istruito”, eri “non abbastanza istruito”, eri “sposato”, avevi “troppi figli”. Le ho sentite tutte - ogni scusa era buona abbastanza per cercare di schiacciare qualsiasi scintilla di interesse spirituale o di sincerità.

Qui, non vi era alcuna differenza tra la situazione in Europa occidentale e in Unione Sovietica. Era solo che in Unione Sovietica la persecuzione veniva dallo stato, in Europa occidentale veniva da “rappresentanti” della Chiesa. Quando nel 1978, dopo indagini preliminari, mi sono reso conto che mi sarebbe stato rifiutato l’ingresso all’Accademia Teologica di Mosca perché avevo il passaporto “sbagliato” (cioè, britannico), un vescovo mi ha detto: “Vai a studiare teologia in un’università britannica.” Sapevo che questa risposta mascherava solo la sua indifferenza e rifiuto di aiutare, in realtà era il suo modo educato per dire “Vattene e lasciami in pace”, e che questo significava la morte per la mia anima. Così me ne sono andato in Grecia, come un profugo del dispiacere russo.

Più tardi, ho incontrato un altro vescovo di Parigi, che era stato eletto “per chiudere la Chiesa”, nelle parole del suo diacono, che in seguito si rifugiò nella Chiesa Ortodossa in America. Non avrei mai potuto essere accettato nella “Istituzione ortodossa.” Non ero un “etnico”, mi rifiutavo di sacrificare la mia famiglia, non ero di provenienza “giusta” (= anglicana), non avevo frequentato scuole di qualità, e quindi, per coronare tutti questi miei peccati di cui sopra, ho apertamente rifiutato di diventare massone. Non c’era nessuna possibilità per me. Questi erano gli atteggiamenti negativi e sprezzanti verso tutto e verso tutti quelli che si sentivano spiritualmente vivi. Tutto ciò che è stato realizzato è stato raggiunto a discapito dei rappresentanti locali della “Chiesa”, non grazie a loro.

Provvidenza

In termini spirituali, però, tutto questo era meraviglioso, perfetto. In primo luogo, divideva il serio dal non serio. In secondo luogo, ti insegnava il senso dell’umorismo. Mi ha insegnato molto presto che nella Chiesa abbiamo una scelta – ridere o piangere. Io so quale scelta ho fatto. E mi ha insegnato che nella Chiesa la vita non è mai noiosa. In altre parole, questa era la situazione ideale in cui imparare un po’ di umiltà, imparare che la Chiesa è di Dio, non dell’uomo, e che la volontà di Dio sarà sempre fatta, è irresistibile, qualsiasi cosa ti capiti. Chiunque pensa diversamente si limita a ripetere l’errore fatale di un qualsiasi numero di persone deluse e di sette nella storia della Chiesa che pensano di “salvare la Chiesa”, quando in realtà stanno solo distruggendo le loro anime.

Tutto questo mi ha insegnato l’Ortodossia vera, quella che non viene mai insegnata in seminari, accademie e università. Mi ha insegnato a non rinunciare mai, perché sia fatta la volontà di Dio, nonostante “loro”, e soprattutto mi ha insegnato a pregare per tutti “loro”. Come dice il Vangelo, se preghiamo solo per coloro che ci amano, non siamo migliori dei pagani.

Soprattutto, mi ha insegnato che se stiamo davvero cercando di vivere nella Chiesa, tutto ciò che ci accade è per il nostro bene, in altre parole, che qualunque cosa accada, in qualsiasi peccato cadiamo, c’è sempre una miracolosa Provvidenza. E la Provvidenza è quella presenza calda e amorevole di Dio, che ci accompagna ogni giorno della nostra vita, ci protegge miracolosamente da noi stessi e dagli altri, operando le più straordinarie “coincidenze”, che il mondo non può nemmeno sognare.

In mezzo a questa oscurità, negli Stati Uniti, c’era padre Alexander Schmemann. A differenza degli altri che avevo incontrato fino a quel momento, mi ha incoraggiato. Che boccata d’aria fresca!

Padre Alexander

Ho incontrato padre Alexander solo una volta, nel 1980. Sono sicuro che non si è ricordato di me, tra le migliaia di persone di gran lunga più significative e interessanti che incontrava ogni anno. Avevo letto i suoi libri e li avevo trovati spiritualmente piatti, vuoti. (A essere onesti, lo stesso padre Alexander aveva i suoi dubbi su alcuni di essi – Pp. 137, 447 –  e aveva grandi difficoltà a scriverli. Tutti i numeri di pagina citati in questo articolo si riferiscono alla terza edizione russa di Dnevniki pubblicata nel 2009). A me i suoi libri sembravano scritti per i non ortodossi, per gli ortodossi decaduti, oppure per gli ortodossi che non avevano alcuna coscienza dell’Ortodossia. In questo senso e per questo pubblico, i suoi libri erano perfetti, erano opere di genio. Ma per me tutto ciò che vi era scritto sembrava essere assolutamente evidente oppure semplici opinioni personali di padre Alexander. E queste opinioni erano basate sulle sue esperienze negative del ritualismo e della morte spirituale nell’immigrazione.

Mi era stato detto da voci sommesse di convertiti stupidi che padre Alexander era “carismatico”, quasi Dio incarnato. Non l’ho trovato così. Ho trovato un fumatore di sigarette vestito con un abito da passeggio americano. (Aveva fumato due pacchetti al giorno fin dagli anni ‘30 – P. 422). Quando l’ho incontrato ad una conferenza a Montgeron, vicino a Parigi, nel 1980, aveva tenuto una conferenza, piena di generalizzazioni, che chiunque avrebbe potuto fare. Nei suoi diari ha giustamente ricordato l’intera conferenza come “inutile” (P. 532).

Dopo essere stati presentati, abbiamo avuto una conversazione, in cui ha detto delle cose molto strane, che hanno rivelato la sua considerevole ingenuità sulle personalità ortodosse in Inghilterra e sull’Inghilterra in generale. Deve aver pensato che io non l’avevo capito. In realtà l’avevo capito: parlava della sua psicologia, non della Chiesa. Quando ho detto quello che sinceramente pensavo e si è reso conto che non avevo intenzione di adulare lui o altri e di nuotare nella corrente, mi ha incoraggiato – parole che sono scese come pioggia sulla mia anima riarsa. Di questo gli sarò sempre grato. Non era un accademico vano come altri che avevo incontrato.

Ho capito Padre Alexander ancor meglio in seguito, dopo aver fatto conoscenza con il suo defunto fratello gemello, Andrey, il grande sostenitore della fazione tradizionale dell’Ortodossia russa in Rue Daru. C’era la sua cugina della ROCOR (Chiesa Ortodossa Russa fuori della Russia) in Svizzera, che pensava che padre Alexander fosse diventato un protestante. Questo non era certo un parere sorprendente, da quando aveva letto la sua “demitologizzante” Introduzione alla Teologia Liturgica, così brillantemente analizzata e contrastata dal sempre memorabile teologo padre Michael Pomazansky. C’era la zia (la matushka di un sacerdote della ROCOR in Svizzera) e anche altri parenti di padre Alexander della ROCOR in Sud America.

Per alcuni, padre Alexander era un mostro del male, un eretico. In effetti, oggi in Russia, in diverse diocesi della Chiesa russa, si rifiutano di vendere i suoi libri. In una diocesi nel 1990 i suoi libri sono stati bruciati per ordine del vescovo locale. Per altri (come il suo stretto amico parigino Nikita Struve, che scriveva su Le Messager), padre Alexander era un santo. Naturalmente, la realtà stava in qualche punto nel mezzo.

Solidarietà per padre Alexander

Ho trovato e trovo padre Alexander molto simpatico. Grazie a gentili amici, sono stato di recente in grado di ottenere e leggere una copia dei suoi diari (1973-1983) nell’originale russo (Dnevniki) relativamente senza censure. Solo il 3% di questi testi sono stati censurati, mentre la versione inglese dei suoi diari è stata notevolmente tagliata.

Posso dire prima di tutto quanto questi diari siano leggibili e affascinanti. Per me sono pura nostalgia. Ho conosciuto praticamente tutti quelli che egli cita nel mondo parigino e inglese e perfino alcuni di quelli di parte americana, da padre George (vescovo Gregory) Grabbe a padre Vladimir (vescovo Basil) Rodzianko. Anch’io sapevo delle tragedie di Parigi negli anni ’70, l’annegamento di Marina Rosenschild e l’omicidio (KGB?), mascherato da suicidio, di Ivan Morozov. Forse sto diventando vecchio, ma ora posso leggere memorie su persone che conoscevo molto bene. Capisco da dove proviene padre Alexander. Era solo due anni più giovane di mio padre.

Tra le conoscenze comuni c’erano stati alcuni “starodvizhentsy,” membri anziani del Movimento Russo degli Studenti Cristiani. Si trattava di persone affascinanti, anche se non ero d’accordo con loro. Non ho mai capito la mentalità russa di Parigi: “Non sono d’accordo con lui, quindi lo odio e non voglio parlare con lui”. Neppure padre Alexander la capiva. L’associava con l’assolutismo e l’estremismo dell’emigrato russo. Leggeva sempre quanto scrivevano quelli che non erano d’accordo con lui – cosa che mi sembra perfettamente normale – si tratta di una questione di rispetto per la loro esperienza e sofferenza, per quanto grande sia il disaccordo.

Le conoscenze comuni a Parigi includevano sacerdoti vicini a padre Alexander, come l’affascinante padre Igor Vernik (una miniera a cielo aperto di informazioni su molti, come la Fraternité Orthodoxe, a cui era così contrario. Pp. 431-2, 460), l’arcivescovo George (Wagner) (“peggio che stupido, perché è pure testardo”), Padre Sergiy Bulgakov (un altro accanito fumatore per molti anni), padre Vasiliy Zenkovsky e Madre Maria Skobtsova (che tanto detestava ritenendola un’imbrogliona). C’erano anche padre Pierre Chesnakov e padre Alexei Kniazev, che mi erano ben noti e cari. E c’era il migliore amico di padre Alexander dai suoi giorni di scuola, il sacerdote della ROCOR padre Michael Artzimovich, che ha significato molto per me. Dio li riposi tutti!

In primo luogo, i Diari di padre Alexander sono quelli di un emigrato franco-russo urbano, laico, socievole, civilizzato, un critico letterario molto ben erudito (ma non un accademico – detestava fortemente gli accademici e in particolare l’Ortodossia accademica –  Pp 14, 19-21, 530). Amava la letteratura, i ristoranti, il buon cibo, le risate e la conversazione. In secondo luogo, questi sono i Diari di un sacerdote docente e conferenziere, il decano del St. Vladimir’s Seminary a Crestwood e uno dei principali architetti del prodotto della guerra fredda noto come la Chiesa Ortodossa in America (O.C.A. – 1970 e ancora oggi esistente).

Intese

C’è così tanto con cui andare d’accordo nei Diari di padre Alexander, e che abbiamo in comune. Ad esempio, vi è il suo amore per la natura e per la vita familiare, le sue amate vacanze estive con la famiglia in Canada, il suo umorismo (Fawlty Towers, per esempio), la sua profonda nostalgia per la sua infanzia e per Parigi, il suo amore per lo scrivere e il parlare, in altre parole, il suo amore per i suoi simili e quella sciagurata incapacità di dire “no” alle richieste degli altri. Vi è la sua avversione al provincialismo (P. 488), alla falsità, alla finta pietà, agli ingenui e trionfalisti che parlano con orgoglio della loro “spiritualità” (pp. 501-2, 515, 579), i loro pseudo-“padri spirituali” (Pp . 379, 577) e parroci che si mettono in posa come pseudo-anziani (pp. 368, 631), le loro “Preghiere di Gesù” e i chotki e le loro cattive traduzioni in lingua inglese e il futile “attivismo” americano dei giovani sacerdoti del St. Vladimir’s (pp. 334, 479, 612).

Egli capiva che alcuni convertiti, “massimalisti”, erano innamorati di se stessi, non della vita e del lavoro per vivere, e che erano imbarcati in irresponsabili fantasie clericali nei loro ghetti auto-creati (pp. 370-71, 524 , 577, 586, 608-9, 615, 632). La loro malattia fondamentale era il narcisismo, che nascondevano a se stessi con la parola “spiritualità”. Con la loro presuntuosa “conoscenza” (cioè, conoscenza senza comprensione – altrimenti nota come ignoranza) di “Spiritualità”, “Theosis”, “i Padri”, “la Filocalia”, “il Typikon”, “Misticismo” e “i Canoni”, di fatto parlavano solo della loro auto-adulazione. (Tuttavia, alcuni dei suoi punti di vista sui convertiti sembrano crudeli – dopo tutto essi non avevano a disposizione il suo ambiente privilegiato ed egli non capiva i loro bisogni di base e quindi non li poteva mediare in modo positivo).

Padre Alexander notava come spesso gli “interessati alla vita spirituale” avevano poco amore per Cristo (P. 35). C’era la sua comprensibile avversione al pietismo, di fatto un mero sentimentalismo “all’acqua di rose” (pp. 215, 226, 302), e la sua avversione altrettanto comprensibile alla “religione”, cioè alla religiosità falsa, e in realtà all’odio e pretenziosità (Pp. 218, 227, 251, 302, 460, 620, 625), che vedeva come idolatria, come una “religione” che ha sostituito Dio, Cristo e la fede. Rigettava pure le sciocche infatuazioni dei convertiti con le loro competizioni sulle barbe e cose del genere. Riteneva, giustamente, che fossero le persone “religiose” e la casta sacerdotale a crocifiggere Dio, come avevano fatto a Gerusalemme, e come ancora fanno oggi. Si ergeva con tutto il cuore contro ogni tipo di fanatismo totalitario (Pp. 431-2).

Vi è la sua avversione all’Ortodossia accademica, la sua “teologia” e le sue note, che parlano di cose mai sperimentate, gli incessanti discorsi, conferenze, dibattiti e tutte le altre questioni periferiche di aria calda – sicuramente la vera causa del riscaldamento globale – nelle sezioni marginali della Chiesa ortodossa (pp. 448, 464, 588). Gli studi bizantini, pensava, erano “per snob e falliti” (P. 461). Per lui, l’interesse accademico è falso perché non produce il pentimento, che può venire solo da una autentica vita interiore (P.14), dalla gioia. Infatti, “Rallegratevi!” sarebbe un titolo molto buono per questi Diari. C’è in padre Alexander la consapevolezza spirituale di base che il diavolo è sempre all’opera nella Chiesa e questo dimostra la divinità della Chiesa (439 P.). Come dice il proverbio inglese dice: “Dove Dio costruisce una chiesa, il diavolo costruisce una cappella alla porta accanto”. Quanto è tristemente vero!

Per padre Alexander, come per tutti noi, non c’è bisogno di teologia al di fuori degli uffici - è tutta nelle ufficiature (pagg. 29, 273). Vi è la sua avversione a tutte le ideologie, di destra e di sinistra (Pp.191-2, 263, 265). Ci sono i suoi atteggiamenti verso l’Occidente spiritualmente morto con il suo mortale modernismo (Pp. 147, 171, 409, 440, 477, 508-9, 519, 528, 591), che ha giustamente visto come una malattia spirituale. L’Occidente, come ha detto, è contaminato dalla fantasia dell’egualitarismo, con i suoi atteggiamenti assurdi e blasfemi verso i “preti donna” (= sacerdotesse) e l’omosessualità, che sono estranei in modo così sconcertante a tutti gli ortodossi.

Da russo, vedeva giustamente l’ossessione occidentale per i “diritti”, il “socialismo” e la “democrazia” come idolatria decadente e orgoglio disumanizzante. Capiva che quando l’anima lascia il corpo, il corpo muore e che l’Occidente era morto perché aveva perso la sua anima. La sua analisi del fallimento spirituale e morale dell’Occidente perché ha rifiutato Cristo, su cui era fondata, è avvincente (P. 447). Ma ha anche ben compreso che il cristianesimo occidentale doveva morire prima che Cristo potesse risorgere dalla sua morte (P. 451).

Omissioni

Anche se i suoi Diari formano un elenco di intellettuali secolari emigrati, sono notevoli per le loro molte omissioni. Così, padre Alexander non sembra mai parlare di santità, di santi, non menziona mai una volta San Giovanni di Shanghai o monaci come padre Seraphim (Rose), non parla quasi mai positivamente del monachesimo e, in vero stile parigino, esprime spesso antipatia per esso (Pp. 271-2). Non aveva alcun contatto con Gerusalemme, il Monte Athos o una qualsiasi delle Chiese locali in Europa orientale o con la Russia stessa, che tragicamente non ha mai visitato. Le uniche eccezioni sono state brevi visite alla Chiesa serba sotto il comunismo jugoslavo e alla Chiesa copta e ai suoi monaci (pp. 416-17).

Non aveva alcun contatto con la più ampia ROCOR al di fuori di alcune ristrette parrocchie in Nord America. Così, non ha mai visitato la Cattedrale della ROCOR a San Francisco. A parte i suoi contatti con la vecchia, “più autentica” (pp. 568-9) Ortodossia immigrata in Pennsylvania e la meravigliosa Ortodossia dell’Alaska, in cui ha fatto due viaggi profondamente gratificanti, i suoi altri contatti erano con parrocchie moderniste in Finlandia. In altre parole, padre Alexander aveva pochi contatti con le fonti della vita dell’Ortodossia. Infatti, piuttosto che un interesse per la vita monastica e ascetica, sembra aver speso un sacco di tempo a studiare letteratura e filosofia francese, i romanzi di Georges Simenon, gli scritti di Julien Green e la letteratura secolare russa. Questo dice molto su di lui.

È chiaro che la letteratura laica, francese e russa, ha effettivamente formato gran parte del suo mondo. Padre Alexander si definisce un ribelle, un iconoclasta (P. 63), un “contestataire” (P. 106). Odiava ogni attaccamento al passato (P. 73). E in questo modo è stato un tipico intellettuale russo laico, il quale, nato fuori della Russia, è venuto alla Chiesa, ma non si è mai completamente integrato in lei (P. 53). In questo modo è stato uno stereotipo dell’emigrazione di Parigi, un residuo dell’aristocrazia e della casta dominante sradicate in San Pietroburgo dopo che Pietro il Grande le aveva tagliate fuori dal popolo.

Il critico letterario in padre Alexander è stato rapidamente deluso dalla terza emigrazione, spesso di origine ebraica, e dalla falsa “rinascita religiosa” degli anni ‘70 nell’intellighenzia sovietica. Si rese conto che era così pesantemente sovietizzata da non essere in grado di pensare al di fuori delle categorie sovietiche (P. 614). Il suo iniziale eccesso di adulazione di uno scrittore laico, per quanto grande, Solzenicyn, come “salvatore”, ora sembra assurdo, anche se Padre Alexander l’aveva capito solo vagamente (P. 488) e trovava Solzhenitsyn un genio (Pp. 527-8).

Nel suo opuscolo su Solzhenitsyn (che egli non apprezzava a causa dell’amore di Solzhenitsyn per le parti migliori della ROCOR), padre Alexander ha scritto alcune delle sue linee più acute sull’Occidente. Qui ha detto che “la tragedia religiosa dell’Occidente” era che “combina l’incredulità intellettuale con la religiosità”. (On Solzhenitsyn, Montreal, 1974). Questa è stata anche e precisamente la tragedia dell’emigrazione russa occidentalizzata (occidentalizzata prima ancora di stabilirsi in Occidente). In effetti, questa, un cuore credente e una mente incredula, era la tendenza di padre Alexander, come egli stesso ha ammesso (P. 518).

Purtroppo, di conseguenza, il lato razionalista, “protestante” di padre Alexander aveva poco tempo per la pietà popolare e per i Padri (P. 109), per l’Ortodossia come “modo di vita” (P. 57). Egli respingeva l’Ortodossia, vale a dire l’Ortodossia aristocratica di San Pietroburgo e di Parigi, che vedeva come prigioniera del cattolicesimo (P. 158). In effetti, aveva poco tempo per i nostalgici dell’emigrazione. Spesso parlava del marciume dell’emigrazione (pagg. 23, 85, 134), in particolare negli Stati Uniti, e della sua ossessione per il passato (Pp. 123-24).

Padre Alexander e la ROCOR

La valutazione che padre Alexander faceva della ROCOR e di alcuni dei suoi sacerdoti (ad esempio, padre Viktor Potapov, padre Alexander Lebedev, padre Alexander Kisilev) è molto forte e molto negativa, ma lo capisco, per quanto sia ingiusta in merito a quei sacerdoti in particolare. Ovviamente, non ha mai capito che cos’era la ROCOR e ne vedeva solo la parte esterna, il peggio. Questo è il motivo per cui ha respinto tutta questa parte della Chiesa russa, con i suoi santi e i suoi valori universali, come una setta, usando il soprannome sprezzante di “Karlovchane,” in un pezzo di rozza polemica, piuttosto indegno di lui. Tuttavia, lo posso capire – anche io ricordo il peggio della ROCOR negli anni’70 e ho visto quello che ha visto lui.

Per dirla in modo crudo, il peggio della ROCOR di allora era un misto di razzismo e di fariseismo – “Ortodossia da museo”, il cui destino non poteva che essere la morte, perché era già morta dentro. C’erano emigrati anziani in un bagno di pura nostalgia culturale per una Russia scomparsa che non trasmettevano alcunché della fede ortodossa ai loro figli e nipoti, per non parlare dei non-russi. Questi emigrati erano troppo spesso accompagnati da pochi fanatici ex anglicani che sembravano volere una sorta di “Ortodossia da talebani”, in modo da poter condannare alle fiamme dell’inferno tutti quelli che erano rimasti anglicani (P. 48).

Non c’è da stupirsi che questo tipo di ROCOR sia morta o scomparsa nel pozzo senza fondo delle piccole sette. Una tale ROCOR era o tutta proiettata nel passato, oppure in una psicologia patologica, certamente mai nell’amore e nel cristianesimo. Così, quello che padre Alexander vedeva nella ROCOR, era solo provincialismo, ortodossia russa nazionalista ed etnica, non la sua missione universale, per cui i suoi migliori elementi hanno sempre lavorato. La sua accusa che la ROCOR era auto-difensiva è bizzarra, visti i continui attacchi aggressivi e persecuzioni fatte contro la ROCOR praticamente da tutti (P. 594), lui incluso.

La sua incapacità di comprendere e accettare la canonizzazione dei Nuovi Martiri e Confessori fatta dalla ROCOR è semplicemente tragica, così come lo è stata quella dell’accademico padre John Meyendorff (Pp. 630, 642). Come si può rifiutare i santi? Come si può rifiutare San Giovanni di Shanghai? Eppure questo è ciò che padre Alexander e quelli con lui hanno fatto e fanno tuttora. Comprensibilmente anti-nazionalista e anti-sciovinista, padre Alexander non vedeva l’interno, la santità della ROCOR, la sua fedeltà alla Tradizione ortodossa russa universale, la portatrice di civiltà ortodossa senza compromessi, lo zelo non fanatico di parlare dell’Ortodossia agli uomini di buona volontà in tutto il mondo e la profonda venerazione per i Nuovi Martiri e Confessori (per i quali padre Alexander non aveva tempo, e riguardo ai quali si sbagliava profondamente, come anche per il sempre memorabile Metropolita Filarete).

È  tutto il meglio della ROCOR che ha fatto e fa viva oggi la ROCOR, mentre l’Ortodossia superficiale che padre Alexander ha visto in alcune parti dell’O.C.A. è morta o morente, una fiamma che ha brillato e poi si è spenta, lasciando solo ceneri grigie e rimpianti amari . L’unità e la libertà della Chiesa russa di oggi si basano proprio sulla pietra angolare dei Nuovi Martiri e Confessori. Padre Alexander non lo ha visto. Purtroppo, in molti modi, Padre Alexander ha espresso giudizi sugli aspetti esteriori. E qui ha fatto diversi errori.

La tragedia di padre Alexander

E qui veniamo alla vera e propria tragedia di padre Alexander. Vedendo solo l’esterno, il guscio, non ha mai accettato l’Incarnazione della vita della Chiesa all’interno del guscio. I suoi pensieri e la sua filosofia (non ideologia, perché aborriva quella parola – P. 125, ma per ironia della sorte è diventato l’ideologo dell’autocefalismo etnico americano) erano contrari alla Chiesa, così come essa esiste sulla terra. È stato abbastanza intelligente da rifiutare la Scuola di Parigi (P. 527), definendo Bulgakov eretico, “marxismo dentro e fuori” (P. 527), con tutta la sua fantasia occulta (“sofianismo”), immaginazione, auto-esaltazione e sradicamento. Eppure, padre Alexander stesso era in ultima analisi disincarnato, sia in senso letterale, né russo né parigino né americano, sia intellettualmente.

La tragedia essenziale di padre Alexander è che, sebbene egli amasse la Bibbia e l’Eucaristia (Pp. 615, 635 – e chi non le ama?), non ha mai accettato l’Ortodossia di massa della Chiesa dopo l’insediamento costantiniano, l’Ortodossia di massa che è frutto dell’Incarnazione. Fondamentalmente - e questo è ciò che dà origine a tutte le accuse che egli fosse un protestante - non è mai andato al di là del quarto secolo, non ha mai accettato che la Chiesa sia la Chiesa delle masse. Perciò non ha mai accettato il contro-movimento bilanciante e santificante della Chiesa del quarto secolo, l’Ortodossia del monachesimo, dell’ascesi, dei simboli, del mistero, dei Padri, di “Bisanzio”, della “Santa Rus”, dell’iconostasi, delle preghiere segrete, della confessione, della vita dei santi, della venerazione delle reliquie, dei Minei, del “santorale”, degli acatisti, dei servizi di intercessione e delle funzioni memoriali.

Va certo molto bene elogiare i “primi cristiani”, “che non avevano iconostasi,” ma erano santi, che potevano essere martirizzati in ogni momento, e noi non siamo santi. In questo modo, l’Ortodossia di padre Alexander era un’Ortodossia elitaria, purista, che semplicemente non prendeva in considerazione la realtà che la maggior parte della gente è molto felice in funzioni che, intellettualmente, capisce poco, perché non capisce la lingua. Non ne hanno bisogno. La maggior parte della gente ha bisogno di un’atmosfera in cui pregare, non di libri da leggere o di cose da capire. La maggior parte della gente semplicemente non legge e non vive nelle proprie teste. Le loro esigenze sono diverse. Vivono nei loro corpi e nei cuori, per quanto primitivi, emotivi o sentimentali – o spirituali e “mistici” – questi possano sembrare agli intellettuali.

Ed è interessante che questo sia il problema fondamentale di tutti quelli che oggi sono di origine russa o dicono di essere di “Tradizione ortodossa russa”, e che ancora si rifiutano di accettare l’unità d’amore e l’autorità della Chiesa ortodossa russa: non possono accettare un’Ortodossia di massa, ma preferiscono piccole “comunità”, di fatto ghetti di serra, spesso inferiori a 20 o 30 persone, dove tutti si suppongono intellettuali e quindi la fede è “pura”. E in sostanza, questo è orgoglio, orgoglio che si nasconde sempre dietro a ogni divisione, ogni rifiuto dell’unità, sia che provenga da sinistra (St. Vladimir) o da destra (sette dei “veri ortodossi”). Tutti pensano che solo loro “saranno salvati”. E questo mostra semplicemente una mancanza di amore del tutto inaccettabile per le masse, che – siamo seri, per favore – non si uniranno mai a loro.

Malintesi

Intellettualmente, Padre Alexander non ha mai capito che l’Ortodossia è il modo di vivere cristiano, il Vangelo incarnato. Di qui le accuse di “eresia” contro di lui nella Russia di oggi. In questo senso, la mente di padre Alexander non è mai stata completamente assorbita dalla Chiesa, da cui la sua avversione per il termine “ecclesialità” (P. 379). Il suo approccio ai servizi era fondamentalmente l’approccio decostruzionista, “demitologizante” del critico letterario laico. Mancava tutto l’aspetto mistico, c’era solo il biblista protestante razionalista, il critico letterario, il prigioniero della critica biblica di origine tedesca. Ironia della sorte, è stato anche questo che ha portato al nazionalismo russofobo, americano, “etnico” che infetta parti dell’O.C.A. di oggi.

Padre Alexander, il loro “padre spirituale”, non era un russofobo (P. 360), ma aveva una visione molto critica della Russia (P. 438) e si sentiva più a casa a Parigi, in Occidente. Come egli stesso ha detto del suo opposto nell’allora polarizzata (almeno negli USA) ROCOR, il vescovo Gregory Grabbe, i bambini erano davvero peggio del loro padre (P. 54). Padre Alexander, un internazionalista, sarebbe stato inorridito dal nazionalismo americano espresso oggi da alcuni dei suoi figli spirituali, in varie giurisdizioni. Già durante la sua vita era molto preoccupato per gli “attivismi” in stile protestante e per l’approccio da “business” americano nell’O.C.A. (Pp. 438, 617-18), che suo malgrado egli aveva incoraggiato. Ed egli stesso ha ammesso che in realtà si sentiva più a suo agio in “Occidente” e non in “Oriente”, vale a dire, era di più a casa in “Occidente” che nell’universo ortodosso (P. 616 ).

Così, Padre Alexander spesso intendeva la Chiesa solo come “religione” (una parola che comprensibilmente non amava – noi tutti odiamo la “religione organizzata”, è per questo che siamo ortodossi), come “teologi” (P. 39), come istituzione (“barbe e croci” - P. 10) - che in quanto istituzione naturalmente, tutti noi abbiamo in antipatia, ma la accettiamo come necessaria. Non ha mai visto al di là del guscio esteriore nella parte interna. C’era sempre quella superficialità, così tipica del mondo degli oratori ortodossi nei circuiti delle conferenze internazionali, con le loro piatte, superficiali, visioni accademiche prive di spirito sulla Chiesa, ma mai una vera e propria esperienza. La tragedia di padre Alexander era che non ha mai realizzato il principio positivo che l’Ortodossia è sempre incarnata, nella vita di gruppi e nazioni; ha sempre e solo visto gli aspetti negativi dell’Incarnazione, e dunque ha respinto il principio stesso.

Anche se chiaramente capiva le debolezze di molti, per esempio, il principe Andronikov (Pp. 110 e 322), Olivier Clément (P. 422), Dmitriy Obolensky (Pp. 604, 607, 630) e Nicholas Zernov (Pp. 78-79 , 564), ha mostrato ingenuità di giudizio sugli altri. Come abbiamo detto in precedenza, ha avuto una sana avversione per i “padri spirituali” (pp. 35, 631) e la pseudo-spiritualità fraudolenta (un fenomeno inter-giurisdizionale – il male si diffonde sempre ovunque). Il suo atteggiamento verso il tipo sbagliato di convertiti (“massimalisti”), come, ad esempio, quelli che ha incontrato a Oxford nei primi anni ‘80 (les transfigures - P. 640), è del tutto comprensibile.

Padre Alexander non ha capito nulla della vera Inghilterra, solo delle élite di Londra e Oxford (P. 590). Come tutti quegli elitari, non ha mai capito la gente. Quanto bene mi ricordo uno dei suoi discepoli a Parigi, un laureato del St Vladimir’s, che mi raccontava il suo shock per l’apprendimento degli aspetti della vita quotidiana, la vita che io e tutti quelli che conoscevo bene avevamo sempre vissuto, e mi chiedevo da quale pianeta venissero tali persone. Era dal pianeta della Disincarnazione.

La dimensione mancante

Padre Alexander ha scritto che amava l’Ortodossia (l’idea disincarnata, la teoria), ma non amava la Chiesa (Pp. 236-7, 248), che è incarnata. A volte opponeva la Chiesa e il cristianesimo a Cristo (Pp. 85, 459), che si può fare solo se si vede la Chiesa come una semplice, umana, artificiale, istituzione “bizantina” (pp. 92, 95, 105, 331, 452 ). La sua avversione per il “bizantinismo” “platonico”  di San Dionigi l’Areopagita (Pp. 236, 453, 619 – che noia tutto questo nonsenso dello “Pseudo-Dionigi”) e di san Massimo il Confessore (Pp. 300, 453, 539), ha comprensibilmente sconvolto il patristico padre George Florovsky e tutti i greci – e per questo tutti gli ortodossi – che si meritavano di meglio da lui. Di qui anche la sua antipatia per il termine “Santa Russia”, che allo stesso modo fraintendeva come idolatria, invece di capirla come Cristo incarnato, cosa che è in realtà la Santa Russia.

A volte guardava ai servizi come un “testo”, come un critico letterario, e l’aspetto mistico dei testi liturgici ortodossi sembrava sfuggirgli, tanto pieno com’era del lato umano della vita della Chiesa. Ma come poteva tenere tutto in prospettiva? Non c’era per lui un monastero in cui andare a rinnovare se stesso, solo la casa di vacanza estiva della sua famiglia in Canada. D’altra parte, come abbiamo visto, si ergeva contro la falsità nella vita della Chiesa, contro la falsa religiosità, l’ipocrisia e il bigottismo e capiva che tutta la teologia ortodossa è nei servizi.

Padre Alexander capiva la centralità dell’Eucaristia e parlava di “Eucaristicità” (P. 608). Ha fatto molto per incoraggiare la comunione frequente fra il suo gregge in gran parte ex-uniata, che era stato costretto ad adottare, più di due secoli prima, la vecchia pratica cattolica della comunione rara. Tuttavia, padre Alexander non aveva alcuna comprensione di tutta la natura sacrale, “bizantina”, spirituale, mistica della Chiesa (Pp. 452, 518, 480), le preghiere segrete lette in segreto, il pentimento, la vita ascetica, san Gregorio Palamas (Pp. 374, 539), Sant’Ignazio e San Teofane (Pp. 502, 587), e, come gli altri parigini, spesso fraintendeva l’uso della confessione (P. 511), la preghiera e il digiuno. In questo era secolare e, per sua stessa ammissione, non riusciva a staccarsi dal mondo (P. 452). Così mancava in lui un’intera dimensione, una metà della vita della Chiesa Ortodossa.

Padre Alexander capiva anche che il St Vladimir’s poteva trasformarsi in un disastro che non sarebbe riuscito a controllare (pagine 34, 331, 438, 460, 596). Si rese conto che i seminari stessi non sono ortodossi, ma sono il risultato del clericalismo cattolico romano. Tuttavia, purtroppo, a causa del suo pregiudizio anti-monastico, non ha visto che un seminario vero e proprio deve essere parte di un monastero, come il St Tikhon’s nella sua stessa giurisdizione, piuttosto che una fondazione gestita da e per gli intellettuali. Padre Alexander non amava confessare (pagine 34, 511), ma lo faceva e, a quanto pare, lo faceva molto bene. Aveva un punto di vista razionalista, anti-mistico (P. 518), protestante della liturgia - e così accusava coloro che avevano una visione ortodossa di avere una visione cattolica! (P. 158).

Padre Alexander non ha mai capito l’importanza dell’abito clericale, delle donne che si coprono il capo in chiesa, della fedeltà al calendario ortodosso, del modo in cui sono fatti i servizi (P. 96). Non ha mai capito che, anche se il rituale è naturalmente secondario, è altresì sintomatico della verità interiore. Il suo rifiuto della pietà tradizionale era tragico. Non ha mai capito che molti pii fedeli semplicemente non possono pregare nelle chiese di nuovo calendario, con banchi e sacerdoti imberbi, che vietano qualsiasi lingua “straniera” (“straniera” solo per gli ignoranti), il digiuno e le donne che si coprono il capo.

Non ha mai capito che i sacerdoti sbarbati dal colletto clericale non saranno mai presi sul serio né lo sarà il nuovo calendario – per lo meno nella Chiesa russa (P. 426). Purtroppo, l’ingenuo, giovane sacerdote che officia il Mattutino senza il canone (se mai officia il Mattutino), che detesta i Minei, che tiene le porte sante aperte per tutta la liturgia (se mai ha un’iconostasi), che esclama le parole sacre delle preghiere segrete, che mette i banchi nella sua chiesa, si rifiuta di fare confessioni e vieta alle donne di coprirsi il capo in chiesa, è ora, forse ingiustamente, visto come un prodotto della O.C.A., ed è ora, forse ingiustamente, chiamato “Schmemannita” . Il fatto è che, comunque lo si chiami, calpesta la pietà ortodossa e scandalizza i fedeli.

L’essere umano

Tuttavia, dire che l’intera attuale tragedia della O.C.A. e dei suoi scandali, obliquamente citata nei suoi Diari censurati, era colpa di padre Alexander, è ingiusto. Egli non era solo nella creazione della O.C.A., che in quegli anni bui della Guerra Fredda gli sembrava una buona idea. Egli non è responsabile dei compromessi secolari in parti di essa. È vero che il suo anti-monachesimo non ha aiutato. Ed è stata la fondamentale mancanza di autentica vita monastica e di tradizione ascetica, che era ed è alla base della morte della O.C.A. Ma perché padre Alexander, un prete sposato e padre di famiglia buono e onesto, dovrebbe essere incolpato di una mancanza di vita monastica e della conseguente decadenza?

Non è come se padre Alexander avesse mai desiderato il potere e di essere responsabile della fucina del St Vladimir’s – non aveva ambizioni, né carrierismo e sarebbe stato più felice solo a predicare, parlare, scrivere e vivere con la sua famiglia. Quante volte si sentì esausto e stufo di piccola burocrazia, lotte intestine, molestie e telefonate. Era stato messo in una posizione di potere, suo malgrado. E il suo lavoro instancabile nel tenere discorsi, scrivere, confessare, celebrare e parlare a Radio Liberty era inestimabile, per quanto unilaterale.

E padre Alexander ha fatto quello che poteva, con tutti i tragici limiti umani di quello che aveva e quello che era. E questo non è da meno di chiunque altro, e a volte è molto di più. Il fatto che tutta la dimensione sacrale, monastica e ascetica mancava dal suo lavoro, e di fatto era considerata da lui come un errore (!), non vuol dire che le sue opinioni sulla centralità dell’Eucaristia siano sbagliate. Significa semplicemente che esse sono unilaterali – sono solo metà della storia. E questa è la metà che ha fatto rivivere. Tocca agli altri che verranno dopo di lui di far rivivere l’altra metà della storia, per completare il puzzle.

Nessuna Chiesa ortodossa è stata fondata da laici e sacerdoti sposati. La centralità della missione monastica, sia nell’impero romano nei primi secoli, sia in Georgia e Armenia, sia in Galles, Irlanda e Scozia nei secoli quinto e sesto, sia in Inghilterra nel 597, sia tra gli slavi del nono e decimo secolo, sia in Alaska nei secoli diciottesimo e diciannovesimo, sia nel ventesimo secolo in Romania e in Serbia, è di vitale importanza. Senza monachesimo, vi è immaturità e prematurità, con il risultato che non c’è crescita spirituale, solo un “attivismo” esteriore, che muore una volta che diminuiscono l’emozione e l’entusiasmo ingenuo della gioventù.

Conclusione: il quadro completo

Abbiamo una visione, una visione che abbiamo avuto dal 1974. È questa:

Un giorno, dopo che l’intera tragica storia della Guerra Fredda e delle divisioni della Chiesa russa, sia nelle Americhe o in Europa occidentale, causata dalla paralisi del centro a Mosca, sarà stata superata e consegnata ai libri di storia, tutti i pezzi del puzzle saranno messi di nuovo insieme. Allora noi tutti vedremo ancora una volta l’intero quadro, che solo pochi della tragica generazione di padre Alexander hanno visto.

Questo processo di restauro di tutto il quadro è iniziato con la canonizzazione dei Nuovi Martiri e Confessori, è stato avviato a New York e completato a Mosca. È stato attraverso il loro sangue e sacrificio che tutto è cambiato ed è venuta l’unità. La loro canonizzazione è stata seguita dai suoi frutti – quando i due pezzi più vicini e più grandi del puzzle, quelli più vicini ai Nuovi Martiri e Confessori, la ROCOR fondata dal Patriarcato e il Patriarcato stesso, sono entrati in comunione nel 2007.

Ora gli altri pezzi del puzzle, l’O.C.A. e Rue Daru, devono ancora ritornare a parteciparvi. Questo avverrà quando ovunque inizieranno a venerare i Nuovi Martiri e Confessori, senza riserve. Allora il puzzle intero sarà di nuovo al completo. Allora il “grande quadro” della universalità e della missione nel mondo dell’Ortodossia russa e il suo ruolo fondamentale nell’unità pan-ortodossa sarà ancora una volta evidente – anche a coloro che vagavano lontano da esso, perché erano occupati solo dei loro piccoli angoli parrocchiali e delle loro “personalità”. Per quanto riguarda le “personalità” nei loro piccoli angoli, come si dice, se volete essere un pesce grande, tutto ciò che dovete fare è entrare in una piscina piccola. Ed è quello che hanno fatto alcuni con i loro adepti, rendendo la piscina sempre più piccola, in modo da sembrare essi stessi sempre più grandi.

Come tutto ciò che è settario, si tratta ovviamente di una delusione, o meglio di un’auto-illusione. Il settarismo, con i suoi culti della personalità, è sempre stato la maledizione dell’emigrazione russa. I piccoli gruppi di emigrati erano così preoccupati del loro piccolo mondo, erano così insulari, da tagliarsi fuori dal centro, da perdere di vista il quadro generale, la completezza. È comprensibile, perché il Centro è stato tenuto prigioniero dall’ateismo militante. Quindi, cos’era rimasto, tranne piccoli angoli, con un po’ di anelito per il quadro generale e la sua restaurazione? Ma ora quel tempo è passato e deve essere consegnato ai brutti vecchi tempi – perché tali erano, non facciamoci illusioni.

Non vi è dubbio che padre Alexander abbia aiutato molti nella Chiesa e molti di loro, che in seguito si sono spostati verso una comprensione e una vita più profonda nella Chiesa di Cristo, gli sono grati. Il fatto è che la Metropolia spiritualmente moribonda degli anni ‘50, con il suo ritualismo etnico del “vecchio paese”, è stata trasformata da lui e da quelli con lui. Non vi è dubbio che, per quanto unilaterali fossero i suoi punti di vista, padre Alexander era sincero e ben intenzionato. E non c’è dubbio che abbia contribuito a gettare le basi per il rinnovamento della Chiesa Ortodossa in America del Nord.

Dalla morte di padre Alexander altri, come padre Ephraim, quelli della ROCOR e altri, stanno completando quello che egli non era in grado di fare, animando l’intera altra metà della vita della Chiesa ortodossa, il monachesimo, l’ascetismo, la Tradizione, che Padre Alexander, un uomo del suo tempo, ha solo in parte conosciuto e capito. Pertanto, come a uno che ha contribuito a gettare le fondamenta, non abbiamo alcuna esitazione nel dire:

Al protopresbitero Alexander – Eterna Memoria!

16 febbraio / 1 marzo, 2011

San Macario, metropolita di Mosca

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