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  Intervista di Tudor Petcu all’igumeno Ambrogio sui fondamenti dell’Ortodossia
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Come dovremmo percepire a suo parere il fondamento dell'Ortodossia nella società di oggi in cui i valori spirituali sono respinti e la scienza si trova in continua evoluzione? In altre parole, quale sarebbe il ruolo che l'Ortodossia potrebbe avere in tal contesto?

L'Ortodossia si identifica con una fede immutata e universale (quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est: ciò che è stato creduto sempre, ovunque e da tutti), e pertanto le resistenze ai valori spirituali e le evoluzioni della scienza (cose già peraltro esistenti nell'Impero Romano nei primi secoli cristiani) non sono che fasi temporanee di un percorso storico in cui la fede ortodossa ha sempre lo stesso ruolo. Se riuscissimo a comprendere a fondo la perennità di questo ruolo, saremmo meno preoccupati di cercare la rilevanza dell'Ortodossia nella società di oggi, una rilevanza che potrebbe essere meno richiesta, o meno importante, nella società di domani o di dopodomani. La fede ortodossa ci parla oggi (così come parlerà ai nostri figli) proprio di questa risposta perenne alle richieste del cuore umano.

Come intende, da teologo e sacerdote ortodosso italiano, i bisogni dell'uomo contemporaneo? Le pongo questa domanda in considerazione del fatto che lei vive in una società occidentale in cui la voce del modernismo si è impostata forse in modo potente. Pertanto, sarei interessato a scoprire la sua prospettiva ortodossa sull'uomo contemporaneo.

L’uomo contemporaneo ha da una parte una straordinaria disponibilità di tempo e di informazioni, dall’altra una mancanza quasi totale di direzione su come impiegare questo tesoro che si trova tra le mani. Pur senza pretesa di dare norme standardizzate per tutti (i fallimenti del cattolicesimo romano nell’imporre regole e normative comuni dovrebbero essere una buona scuola, per chi ha occhi per vedere), i rigorosi esempi di vita e di santità ortodossa, particolarmente attraverso la lente dell’esperienza monastica, offrono un faro di guida non indifferente a chi ha paura di sprecare i suoi giorni.

Il cardinale francese Henri de Lubac parlava del dramma dell'umanesimo ateo che uccide la spiritualità e la metafisica lasciando spazio solo alle capacità dell'uomo. Come si può spiegare da un punto di vista ortodosso una tale situazione? Partendo da questa domanda, credo di doverne formulare un'altra, così importante per lo scopo del nostro dibattito: crede che anche le riforme del Concilio Vaticano II abbiano una certa colpa o responsabilità per la nascita di questo umanesimo?

Se un umanesimo lasciasse veramente spazio alle capacità dell’uomo, non dovrebbe ostacolare proprio la capacità umana di aprirsi alla trascendenza. Un umanesimo ateo tralascia un aspetto umano fondamentale, diventando auto-contraddittorio, così come le ideologie di libertà di espressione che arrivano a censurare le espressioni libere a loro sgradite.

Cercare colpe o responsabilità nelle riforme post-Vaticano II è un esercizio futile già per quelle stesse persone che sono coinvolte nella gestione del mondo cattolico romano: anche quelle riforme, per improvvide che siano state, erano espressioni di reazioni ad altri abusi, perciò la critica deve essere molto più radicale nel tempo e nella storia della Chiesa di Roma. Da parte di persone che, come noi ortodossi, non si identificano nella Chiesa di Roma, direi che è necessaria ancora maggiore attenzione a non identificare le critiche al cattolicesimo romano con le sole critiche al periodo post-conciliare degli ultimi decenni, sia perché tali critiche sono i segni di un tormento ancora in corso, nel quale non abbiamo un diritto di ingerirci, sia perché rischiamo di identificare i punti che ci separano da Roma (oggetto di un dibattito più che millenario) con i problemi molto contingenti di una singola generazione.

Quali sarebbero le più grandi domande contemporanee alle quali la Chiesa Ortodossa dovrebbe rispondere? Prendendo in considerazione questa domanda, le propongo di pensare alla sua comunità ortodossa che si trova a Torino, una delle più belle città italiane, conosciuta anche per il sudario di Gesù. Quali sono le più grandi sfide con cui si confrontano i membri  della sua parrocchia ortodossa in questa città italiana?

Ringrazio ogni giorno il Signore di avermi fatto nascere in una città che, pur senza raggiungere i numeri delle grandi megalopoli, ha tuttavia al suo interno un “micro-clima” sociale con apporti da tutte le maggiori culture e religioni del mondo. In tal modo, posso avere un assaggio di quasi tutti i paesi e le fedi del pianeta senza muovermi da Torino. Ora, i nostri parrocchiani provengono in grande maggioranza proprio da una delle più massicce immigrazioni recenti, e non credo che abbiano scelto Torino proprio per il suo modesto cosmopolitismo, o per la Sindone. Tuttavia, dopo essersi integrati nella vita della città, si trovano di fronte numerose sfide e confronti, alle quali la Chiesa deve saper dare risposte: pluralismo di messaggi religiosi, diversità di mentalità e culture e un’ampia gamma di differenti stili di vita ci costringono a mettere in pratica il consiglio di san Paolo (1Ts 5,21) di esaminare tutto e tenere ciò che è buono, un campo in cui la Chiesa ha molto da dire.

Crede che la Chiesa ortodossa sia capace di aiutare le altre chiese cristiane, sopratutto quella cattolica, a riscoprire la vera profondità della fede per evitare il loro smarrimento nelle trappole del postmodernismo?

Credo che la Chiesa ortodossa possa aiutare singoli individui, mettendoli di fronte a scelte interessanti; quanto all’aiuto alle altre chiese cristiane, questo è senza dubbio possibile nel campo della mutua conoscenza, dei buoni rapporti reciproci e della cooperazione in iniziative benefiche, ma questo tipo di aiuto sarebbe possibile e fattivo anche se noi fossimo i più eterodossi degli eterodossi! Per quanto riguarda la vera profondità della fede (e senza di questa mi chiedo che senso abbia parlare di Ortodossia), non vedo alcun risultato evidente al comune buon senso.

Per limitarci a momenti altamente simbolici, possiamo confrontare due abbracci fraterni, a 50 anni di distanza l’uno dall’altro:

Visti i gesti odierni tanto più intimi e plateali, verrebbe da pensare che in 50 anni ci sia stato un disgelo totale, un riavvicinamento sui temi della fede che – se anche non completo – lasci almeno presupporre una linea di arrivo... ebbene, oggi continua a esserci lo stesso muro dogmatico e la stessa mancanza di comunione di prima. Allo stesso modo, non mi risulta che lo smarrimento sia significativamente diminuito.

Non ci resta che continuare ad adoperarci per la mutua conoscenza (e qui, devo ammettere, gli ortodossi hanno da lavorare più degli altri anche solo per farsi conoscere), la comprensione e l’aiuto reciproco, senza pretese di offrire soluzioni istantanee e senza voler forzare tempi che sono noti solo a Dio.

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