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  "Figli di un'era dei martiri". Un ricordo del monaco Herman (Podmoshenskij, + 30 giugno 2014)

del diacono Andrej Psarjov

rocorstudies.org

Platina, California, 4 settembre 2012

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Ho saputo di padre Herman a Mosca nel 1989 o 1990. Ero amico di Roman Vershilo, ora direttore del portale web antimodernism.ru, e da lui ho visto per la prima volta il primo numero di Russkij Palomnik [il pellegrino russo], con l'icona dei santi Sergio e Herman sulla copertina, decorata con i colori della bandiera tricolore russa. Questo era il primo numero della rivista, dopo che padre Herman aveva risuscitato questa ben nota rivista pre-rivoluzionaria. A quel tempo Roman, insieme a Stefan Iakovlevich Krasovitskij, era stato ispirato dalla creazione di una filiale di Mosca della Valaam Society of America. Più tardi, a casa di Zoja Aleksandrovna Krakhmalnikova, ho visto una sorta di pamphlet dal monastero di Platina. C'era sulla copertina una fotografia artistica della nuova chiesa (post-incendio) di Platina nella in neve, sullo sfondo di un cielo blu intenso.

Essendo divenuto un membro "coscienzioso" [сознательный] della Chiesa Russa all'Estero, giudicavo padre Herman per il tumulto da lui creato, a seguito del quale era stato ridotto allo stato laicale dalla ROCOR nel 1986. Ricordo che quando aveva visitato il cimitero monastico di Jordanville negli anni '90, non mi era nemmeno passato per la testa il pensiero si esternargli qualsiasi tipo di cordialità. Ricordo alcuni monaci americani, quasi schema monaci, in piedi accanto alla cattedrale di San Francisco durante la glorificazione di san Giovanni nel 1994, anche se sembravano più hippy che non monaci ortodossi tradizionali. Chiaramente questi erano ex seguaci del Santo Ordine di MANS, recentemente convertiti da padre Herman.

Quando sono arrivato al seminario della santa Trinità a Jordanville, mi sono imbattuto in un numero di The Orthodox Word in cui si dava  notizia di un misterioso vescovo delle catacombe dalla Russia, che aveva come titolo "L'arcivescovo Leontij del Cile: Confessore dell'Ortodossia del cuore" - questo era spaventosamente interessante per un neo-dichiarato "zarubezhnik" [cioè, un membro della Chiesa Russa all'Estero, letteralmente: uno che è oltre i confini] proveniente dall'URSS, e ho deciso di dedicare la mia tesi di laurea a una biografia dell'arcivescovo Leontij. In seguito ho scritto a padre Herman, chiedendogli di condividere documenti. In risposta, ho ricevuto da lui una richiesta di fornirgli i miei materiali.

Il successivo incontro mediato con padre Herman ha avuto luogo in Alaska, nell'estate del 2000, quando ero alla ricerca di un lavoro sull'isola di Kodiak durante la stagione dei salmoni. Un vecchio credente dei senza preti, Pjotr Ivanovich Basargin, mi ha accompagnato a una scuola per ragazzi intitolata a sant'Innocenzo. A quel tempo il clero della "giurisdizione di padre Herman" cercava di correggere la propria posizione canonica e di unirsi alle Chiese ortodosse serba o bulgara. Nella cappella della scuola era una gioia ascoltare i canti del monastero della santa Trinità alla piccola compieta durante la venerazione, ma questa volta cantati in inglese. E in questa propagazione positiva della tradizione della pietà russa si trova il servizio di padre Herman. Nel 2000 e poi nel 2001 ho visitato l'eremo di padre Herman a Spruce Island e l'apertura dei monaci residenti, la loro ospitalità e semplicità, hanno lasciato su in me un'impressione quanto mai favorevole.

I tentativi di ottenere materiali sull'arcivescovo Leonty sono stati rinnovati con l'abate ora "canonico" a Platina – padre Gerasim. Poi, all'improvviso, non mi ricordo come, è ripresa la corrispondenza con padre Herman. Nel settembre del 2012, sono andato a Platina – era il trentesimo anniversario del riposo di padre Seraphim (Rose); le funzioni della festa sono state guidate dal nostro metropolita Hilarion e il giorno dopo il suo servizio a Platina sono arrivato lì per visitare padre Herman. A Platina ho trascorso un giorno e mezzo e in questo periodo ho avuto diversi incontri con padre Herman.

L'apertura di padre Herman e la sua rara padronanza della lingua russa mi hanno colpito. Anche lui, come il metropolita Vitalij (Ustunov), aveva uno stile, un'alta dizione, non solo un vocabolario. Nel complesso, c'era la sensazione di aver trovato qualche frammento multiforme dalla vecchia Chiesa Russa all'Estero.

Nel suo Russkij Palomnik, padre Herman tentava di perseguire l'idea di "operatori ortodossi indipendenti" (IOW: Independent Orthodox Workers). Alla fine, questa parola "indipendenti" ha portato padre Herman in conflitto con il suo ordinario, l'arcivescovo Antonij, ma parte di questo conflitto era dovuto al fatto che padre Herman cercava di parlare apertamente della storia della ROCOR, seppur in modo controverso e dissonante, attirando in questo modo l'interesse sulle complesse questioni della nostra storia recente. Tuttavia, questo approccio era meglio che nascondere i problemi per "spirito di corpo".

Io non sono il biografo di padre Herman e tanto meno il suo agiografo. Basti dire che conosco i problemi e le accuse legate alla sua persona. Nel mio presente ritratto, ho voluto sottolineare la lealtà (anche se oscurata) che per tutta la sua vita ha avuto per l'ideale della bellezza, e di cui parla nella sua intervista.

Al ritorno da Platina ho ricevuto una lettera di padre Herman in cui parlava dell'influenza che vladyka Leontij del Cile aveva avuto sui futuri padri Herman e Seraphim, sostenendo la loro idea di attività ecclesiali autosufficienti (IOW). E così è vero che nell'approccio di padre Herman si manifestava una certa tradizione, che aveva un posto nella Chiesa russa all'Estero. Chiaramente, questa tradizione era problematica, ma la sua esistenza fa notare che la reale situazione storica sembra ben più complicata di "un cattivo abate" e di alcuni "buoni difensori dei vescovi". Siamo tutti interconnessi!

Diacono Andrej Psarjov: Quando è arrivato per la prima volta a Jordanville?

Monaco Herman Podmoshenskij: Per tutta la vita ho sofferto l'assenza di un padre. Avevo bisogno di una figura autorevole. Mamma non era una figura di autorità. Ma era di carattere forte; naturalmente, mi ha cresciuto nella pietà. Ma dal momento che provengo da una famiglia di artisti, la mia anima era legata all'arte. Ho voluto essere pittore, adoravo l'opera, ero molto appassionato di letteratura, soprattutto quella russa – Pushkin, Lermontov. E il mio liceo – era una scuola privilegiata – era chiamato "Music and Art", e gli studenti erano divisi tra quelli che studiavano musica e quelli che studiavano arte. Io ho studiato arte.

Questo era a New York, giusto?

Sì, a New York. Lì ci si iscriveva. Era una scuola pubblica, ma per entrarvi c'erano esami speciali, e così via. E così passavo molto tempo nei musei. Ci sono molti musei, musei d'arte, a New York. E così, per così dire, mi sono creato il mio mondo. E sono entrato al liceo con una conoscenza già formata di ciò che è la bellezza e di ciò che è la verità. E nella classe di composizione l'insegnante, la signora Rozen, insegnava quest'idea che "La bellezza è negli occhi di chi guarda". Questo significa che la bellezza cambia. Uno studente le chiedeva: "Quindi, se una mucca fa i suoi bisogni? Anche questo può essere chiamato bellezza?" Lei diceva di sì. E mi ha aperto quest'idea, che significa che la bellezza non esiste, è solo una fantasia. Ha strappato da me l'ideale della vita. Non lo dimenticherò mai: nella mia anima regnava lo sconforto. E qui ho visto il film Amleto con Laurence Olivier. E quando sono uscito dal teatro, ero una persona diversa. La questione della vita non era tanto negativa quanto priva di significato. A quel tempo l'idea del suicidio non esisteva. Ma mi sentivo estinto. La signora Rozen mi aveva strappato l'idea della bellezza – che la bellezza fosse realtà, e non solo fantasia. Amleto: questa eraa la domanda, "essere o non essere"; ma in quel momento non stavo ancora pensando al suicidio. Ma si trattava di questo, perché quando ho finito il liceo, non avevo voglia di andare al college, di imparare, non avevo voglia di vivere. Nulla aveva senso. La letteratura, in particolare quella russo, era stata per me una strada, ma era da un mondo morto che non esisteva più. Il mondo di Turgenev, Tolstoj... capivo bene Raskolnikov. Ma io non volevo uccidere nessuno, pensavo che non ci fosse Dio, non più, che lo avessero portato via; il mio dio era l'arte. Ho preso una decisione di fronte a un ponte... ero a Boston un giorno e ho deciso di porre fine alla mia vita. E quando mi trovavo sul ponte e pensavo di saltare... Improvvisamente è sorto un pensiero, un pensiero luminoso, in senso figurato: ho ricordato che durante l'infanzia avevo un libro di Sergio di Radonezh, con illustrazioni – lui è nel bosco, con un orso, dove cammina la Madre di Dio e un angelo serve con lui. E improvvisamente il pensiero – che succede se metto la mia speranza in una persona come Sergio di Radonezh... Se salto ora, allora non vedrò quello che vide lui? Può essere? ...Ho abbandonato l'idea. E ho cominciato a piangere e sono tornato a casa. Sulla strada c'era un'orchestra sinfonica, la Symphony Hall di Boston. Guardo – c'è qualcosa, una parola con una M e due S, che non capisco. Ma andavo di fretta, volevo tornare a casa, dovevo girare per quella strada. Improvvisamente un giovane corre verso di me, mi afferra la mano e vi infila qualcosa – a quanto pare, voleva vendermi un biglietto. Ma non riuscivo a capire cosa mi offriva. E poi un gesto con la mano, mi afferrò la mano e mi tirò verso l'ingresso. L'usciere mi afferrò la mano e mi tirò nel corridoio. Poi ho capito che voleva vendermi il biglietto, ma vedendo che stavo piangendo pensava che volessi entrare (ride) e quindi mi ha preso per la mano, mi ma fatto entrare, ha detto all'usciere di farmi accomodare. E l'usciere mi ha fatto sedere nel posto migliore, e in quel momento è iniziato il "Messia" di Handel. La musica era indimenticabile. Dopo c'è stata una presentazione formale, tutti eleganti, in frac, e io ero vestito di stracci. E all'improvviso, quando cantavano "Alleluia", tutti si sono alzati e hanno cantato. E mi è stato rivelato che Dio è bellezza. La signora Rozen si sbagliava. E in questo modo ho ricevuto la fede. E ho cominciato a cercare l'idea del monachesimo. Così sono andato per monasteri... conoscevo un monastero cattolico, ma lì non erano di conforto. Ho scoperto che esiste un monastero russo. E dopo diversi tentativi ci sono arrivato. E lì, per qualche ragione, ho sentito gli affreschi di padre Kyprian mi ricordavano Giotto. Conoscevo Giotto. E la musica – "Boris Godunov". E su di me avevano un effetto potente... ero rinato.

Questo è stato quando è venuto a Jordanville?

La prima volta.

Era nel '54, giusto?

Un numero della rivista di Platina su un misterioso vescovo del Cile

Sì. E solo più tardi ho incontrato padre Konstantin per la prima volta. Diceva: "Abbiamo una buona libreria, possiamo anche inviare libri per posta. Vai a incontrare il negoziante". Questo era padre Vladimir, che ha parlato con me con tanto amore, che ho capito che la bellezza è la divinità. E, naturalmente, qui c'era Santa Russia. Boris Godunov! (ride) E ho avuto un'epifania. E tutti avevano la barba. Tutti erano benevoli.

Nei suoi confronti?

Sì, rispondevano a tutte le mi domande. Di sera padre Vladimir mi portava a passeggiare e mi raccontava di se stesso. Io gli parlavo della mia vita. E ha promesso di scrivermi. E dentro di me spuntava non solo gioia, ma un senso alla vita, attraverso il quale ho potuto giungere a Cristo. E mi sono state rivelate sfaccettature dell'altro mondo: che c'è un Dio, e che è accessibile. Avevo diciannove anni. Ho cominciato a frequentare [regolarmente], ma prima padre Vladimir mi ha detto: "Sei nell'elemento mondano. Hai bisogno di un prete nel mondo" Io dico:" Non ho bisogno di niente, ho ricevuto qui tutto quello che..." - "No, no, va a New York". Io dico: "...a New York, di nuovo a New York ? Non voglio andare a New York". - " No, non te ne pentirai", e mi ha indirizzato a padre Adrian [Rymarenko]. E lui [padre Adrian] mi ha messo in testa un modo corretto di vita, e invece di farmi leggere letteratura spirituale mi richiedeva di leggere la letteratura russa da un punto di vista ortodosso. Questo è molto importante. La maggioranza ora non legge la letteratura russa, non si accorge che si tratta di un prodotto della Santa Rus'. La gente viveva in questo modo, e nella cella di padre Adrian c'erano ritratti di anziani. E subito mi ha detto di padre Nektarii [di Optina] e più tardi mi ha descritto come aveva visto la luce uscire da padre Nektarii. Ho ricevuto ciò, che era necessario: a Jordanville sono tornati la bellezza e l'amore per la vita; mentre, come padre Konstantin aveva detto, padre Adrian ha "preparato la mia mente".

È stato difficile per lei a vivere lì a Jordanville quando era un seminarista?

No, no. Al contrario, mi sentivo legato ad esso. Ma giudicavo aspramente gli studenti, i seminaristi.

Per cosa li giudicava?

Perché loro avevano i loro padri, avevano messo radici in America, fumavano – lo facevano di tanto in tanto - , pensavano a ragazze che avrebbero potuto diventare presbitere, in sostanza erano tutt'altro che spirituali, tranne padre Ioann Milander, ovvero il mio amico Igor, uscito da un ghetto portoricano. Prima di arrivare a Jordanville era solito fumare anche lui, ecc. Quindi io avevo solo un amico, che era Volodja Popov, si ricorda di lui? Volodja Popov?

È poi diventato protodiacono nel Connecticut.

Sì. Ed era mio amico. Ma tutta l'atmosfera di Jordanville era notevole. Vivevo nel mio mondo – la Chiesa. Apprezzavo perfino la stalla. Perché mi ricordava Tolstoj.

E chi frequentava tra i monaci?

Principalmente, padre Vladimir.

Principalmente padre Vladimir?

Sì. Il mio padre spirituale era padre Antonij in un primo momento. Poi più tardi, padre Konstantin.

Come andava con padre Kyprian?

Ho dipinto icone con lui. Padre Kyprian, la sua reputazione era di un "duro". I ragazzi lo chiamavano "Polizia privata".

Che cosa?

"Polizia privata". Tutti lo temevano. Non aveva tempo per me.

Così, ha passato tempo con padre Lavr?

Sì, era il mio capo. La mia obbedienza era in ufficio – c'erano tre scrivanie: padre Lavr in un angolo, al tavolo accanto c'era padre Vladimir, e la mia scrivania nel mezzo. Anche padre Sergej mi era molto caro.

Quindi ha avuto contatti anche con lui?

Sì. Facevo passeggiate con lui. Poi, c'era questo padre Herman, da Valaam.

Un monaco, sì?

Sì, certo. Padre Averkij ci era molto vicino. Sempre, quando volevo parlare con lui, sempre ... soprattutto per me lui ... lui mi ha trattato molto bene. E i seminaristi scherzavano sul fatto che aveva trovato in me un intellettuale. In tutto c'era mancanza di rispetto.

Ma vladyka Averkij, era mai noioso? Mi sembra che... quando uno guarda i suoi sermoni, che sono così lunghi, mi sembra che sia il tipo di persona intorno alla quale tutti sono intimiditi – lo sento in questo modo. Mi sentirei in questo modo con lui.

No, non ho avuto quest'impressione.

Davvero?

Lo veneravo. Era così nobile. Poi ... si rivolgeva a me sempre formalmente [«на Вы»] (ride). Ne ero lusingato.

Beh, certo.

Poi c'era padre Nikodim, dalla Lettonia, un mio...

Connazionale.

Sì. E quando sono arrivato, ho dormito nella sua cella. Era un uomo di preghiera.

Ho conosciuto sua sorella.

Anch'io l'ho conosciuta. Qual era il suo nome?

Ljudmilla.

Esatto. Conoscevo anche suo marito.

Sì. È morta a Gerusalemme. È stata tonsurata rassofora con il nome di Ioanna.

Sì, in onore del [Nuovo ieromartire Ioann] Pommers. Inoltre, Nikolaj Nikolaevich mi trattava molto bene.

Aleksandrov, sì?

Sì. Immeritatamente.

E chi si ricorda della facoltà?

Oh, li amavo molto. Prima di tutto, il mio vicino Nikolaj Dmitrievich Talberg. Gli portavo del cibo. Piangeva perfino, quando lo facevo. È stato molto gentile. Insieme veneravamo [l'imperatore] Paolo I. E Alessandro I (Feodor Kuzmich). E poi il mio professore preferito era Andreev. Avevo una grande ammirazione per questa persona.

Andreev?

Sì. Lo veneravo. Prima di tutto, era colto, avvicinabile, appassionato – e adorava la musica. Gli ho fatto avere una registrazione di "Mozart e Salieri" di Rimskij Korsakov. E mi è stato così grato. E quando era il momento di scrivere una tesi, ne ho scritta una per lui su Tikhon di Zadonsk. Ma purtroppo ho finito solo una parte. Volevo farne una seconda sui discepoli del santo. Ma non l'ho finita. Proprio dopo aver terminato il seminario sono andato in Alaska.

Ma questo significa che aveva deciso di non entrare a Jordanville? Di non rimanere come novizio e così via?

No, volevo sapere che cosa avrei dovuto fare. Perché mi è venuto questo pensiero, che se fossi divenuto un pastore, mi sarei imbattuto in persone, allevate dalla signora Rozen. Al liceo ce n'era un'altra – la signora Shapiro. Una volta ho dovuto fare una piccola presentazione. Ho scelto il tema di Marx e ho detto ironicamente: "Lui è la causa di tutte le mie disgrazie". E la lazione si è conclusa, e lei ha detto: "Andiamo nel mio ufficio". Ha chiuso la porta e ha detto: "Non osare dire niente di negativo su Marx e Lenin. Sono benefattori dell'umanità". Le ho detto: "Grazie", e ho capito che faceva il paio con la signora Rozen. Perché se si toglie l'idea di verità e di bellezza, allora, naturalmente, Lenin è un eroe. Ma nella mia comprensione è una bestia. E così, quando ho finito il seminario, avevo bisogno di scoprire che cosa dovevo fare. Mi piaceva... avevo una ragazza, ne ero innamorato... ma non credeva in Dio: che tipo di matushka sarebbe stata? (Ride) Ho deciso abbastanza provvidenzialmente, ho appreso che in Alaska viveva un eremita [padre Gerasim Shmaltz], e padre Vladimir mi aveva dato il suo indirizzo. Erano in corrispondenza. Ho ereditato le sue lettere. E gli ho scritto: "Voglio visitarla, caro padre". E ho deciso lì per lì si cercare una risposta. E così sono andato partito. Allora mi consideravo indegno di essere chiamato un pellegrino perché viaggiavo in confortevoli automobili, treni o aerei. In Russia andavano a piedi. Naturalmente, qui in America non era possibile arrivare a piedi senza un'automobile. Cosa fare? Ho deciso di arrivare in Alaska senza soldi in tasca. Solo un piccolo proiettore video... Il mio amico padre Roman Lukjanov mi ha dato delle bobine, trentatré pezzi. Mi fermavo per strada, con la benedizione di vladyka Averkij, alle nostre parrocchie, se mi davano dei soldi allora avevo bisogno di andare oltre. E così sono stato a Detroit, a Cleveland e così via. E quando mia madre ha saputo di questa idea, un viaggio senza soldi, si è spaventata e ha iniziato a inviarmi di denaro. Ho protestato, ma poi l'ho messo nel portafoglio e l'ho chiuso (ride). Così ero sulla strada giusta. Sono giunto a Los Angeles. E lì c'era Vladyka Antonij [Sinkevich]. Ho chiesto di parlare alla domenica, ma lui mi dice: "Nno farai tu i piani. Parlerai il martedì alle 19, e questo è abbastanza!" Ebbene, che cosa potevo fare? Ma lì... conosce Irochka Lukjanov? La moglie di padre Roman?

Sì, la conosco.

Suo padre viveva lì. E mi dice: "È un despota, con lui non si può discutere, stai tranquillo". Sono stato obbediente e sono arrivato da questo despota al martedì, e cosa vedo? Una specie di festa, una massa di ragazze vestite con fiori... si scopre che aveva preparato queste ragazze perche io scegliessi la mia sposa. (ride)

Ma guarda un po' ... e anche questo è stato un bene, giusto?

Mi ha dato un assegno di 250 dollari, con cui ho pagato per il mio volo a Spruce Island e ritorno. E lì, a Spruce Island, ho avuto un'epifania. Ma questa è già un'altra storia.

Ha vissuto in un  periodo in cui c'erano figure ecclesiastiche come Kontsevich, i Makushinsij – molte di queste persone vivevano a contatto con la Chiesa ... Quante altre di queste famiglie vivevano in questo modo pienamente a contatto con la Chiesa? Come Kontsevich... e chi altro c'era di queste persone di chiesa?

Abrene, in Lettonia, sul confine con la Russia, dove è cresciuto padre Herman

Dopo il seminario?

Beh, a quel tempo, e durante il seminario, e in generale?

Dopo il seminario sono andato a Monterey. Vi ho insegnato il russo per cinque anni. E c'erano colleghi – russi, intellettuali. Persone di valore, molti giunti dall'Unione Sovietica, che conoscevano le catacombe, conoscevano i martiri. Ho scritto qualcosa di loro. E così nel libro, Russian Catacomb Saints, quasi tutto ciò che ho scritto erano cose di cui parlavano perché sapevano. E da loro ho ricevuto la conferma di quello che ho sentito a Jordanville: avevamo dei veri martiri. Padre Gelasij, uno ierodiacono. Aveva litigato con padre Kyprian, e subito si era scavato un fosso in giardino e viveva lì da uomo malato. E non gli guarivano le lesioni alla colonna vertebrale da quando i comunisti lo avevano picchiato. Era un membro della Chiesa delle catacombe. E così lo era padre Nektarij, che era un membro della Chiesa delle catacombe, quella organizzata. Padre Adrian sosteneva che non ci poteva essere una Chiesa delle catacombe in Russia, ma Andreev obiettava. Hanno avuto una discussione. E anche [vladyka] Leontij sosteneva che la persecuzione era troppo grande. Ma Andreev era stato alle Solovki, e poi aveva vissuto a Pietroburgo, e sotto i tedeschi finì nel territorio occupato dai tedeschi, a Gatchina. E in questo modo i tedeschi lo avevano raccolta. E aveva mantenuto i contatti. Così io avevo conoscenti, che erano rappresentanti viventi della chiesa perseguitata. E padre Nektarii aveva lesioni che non guarivano. E quando ho detto tutto questo a padre Seraphim [Rose], è rimasto scioccato che fosse vivo... C'era anche padre Iov, per esempio. Era uno dei cittadini sovietici che furono mandati indietro dagli alleati – lo sa, vero? Padre Roman me lo ha scritto.

Padre Roman Lukjanov?

Sì. C'era anche sua moglie Irochka, quando li hanno mandati indietro... gettarono persone sui carri.

Questo è stato a Linz, vuol dire?

Sì [in realtà era stato a Kemptten]. Quindi questo mi ha colpito molto, e sono stato in grado di trasmetterlo... Andreev calcola che la cosa più importante che ha fatto è stato quello di parlarmene. Per questo abbiamo dato credito ad Andreev, la prima parte sono i suoi ricordi. Il resto è tutto nostro.

Quindi la prima parte è sua, sì? La traduzione? È di Andreev? I suoi scritti, nella prima parte?

Completamente. E poi c'è la parte la mia e di padre Seraphim... che in questo ha fatto qualcosa di importante.

Beh, è ​​diventato un bestseller, esaurito molto tempo fa, e in generale è stato un libro molto popolare.

Non ne abbiamo stampato nemmeno un migliaio.

Meno di un migliaio?

Sì. E sedici copie sono rimaste qui. Questo è stato l'ultimo libro che [padre Seraphim Rose] ha scritto prima di morire. E io l'ho finito. Anzi, l'ha fatto tutto lui... tutto era completo, io ho aggiunto solo qualcosa dalla mia memoria. Gli americani non capiscono questo. Padre Seraphim lo capiva, ma tutti gli altri... sono troppo centrati sul loro benessere. Lo sa – la bella vita, lo sport, il denaro, le automobili...

Ma l'anima cerca ancora qualcosa, l'anima non è soddisfatto di queste cose, credo, la gente in qualche modo ricerca ancora, ricerca, anche con tutto questo.

Avevamo tutti paura, anche padre Seraphim aveva paura, che avesse inizio un movimento, come lui lo chiamava – delle catacombe lo stomaco pieno. Perone che conoscono queste cose ma girano in auto, mangiano hamburger. E questa è una psicologia diversa.

Sì, questo è esattamente quello che stavamo dicendo – vale a dire, non esiste più questa Chiesa delle catacombe, perché le circostanze sono completamente cambiate; queste sono persone che mimano qualcosa...

Un'altra cosa interessante – noi non volevamo essere monaci, non avevamo lasciato il mondo, ma volevamo vivere come monaci. Volevamo [vivere] come anziani e abitanti del deserto e per questo motivo non abbiamo accettato l'ordinazione e il monachesimo. Ma a Pasqua siamo andati dai Lopushinskij a Sacramento, c'era questo prete lì – padre Grigorij Tanasjuk. La sua matushka era una signora formosa. Abbiamo fatto la comunione con i Lopushinskij e celebrato Pasqua. Ovvero, non la Pasqua ma il Grande Giovedi. Poi siamo tornati e abbiamo celebrato la Pasqua sulla montagna. E abbiamo preparato la tavola e ospitato padre Mikhail.

Rozhdestvenskij, giusto? Vi aveva invitati?

No, lo abbiamo invitato noi. Abbiamo festeggiato la Pasqua insieme. Ed è stato notevole. La quiete della Pasqua, la grazia. Così ho [incomprensibile] padre Herman in Alaska. Ho vissuto con lui per una settimana, più di una settimana. Ha scritto una pila di lettere. Probabilmente un centinaio di lettere, oltre a una lettera a Padre Konstantin.

Padre Vladimir me ne ha inviato una fotocopia, perché l'originale era in archivio.

[...]

La stessa stazione, ma ai giorni nostri; il luogo si chiama Pytalovo, nella regione di Pskov. Foto del settembre 2014

I seminaristi giudicavano padre Konstantin (Zaitsev) duramente per il suo linguaggio [uno stile difficile di esposizione], ma a me piaceva.

Sì?

Tutto in lui mi piaceva. Veniva dall'intelligentsia russa, era sottile, un conoscitore di Chopin. Egli è veniva al dormitorio del seminario ogni mattina e lì leggevamo le preghiere, e poi andavamo a fare colazione ... Ma il più difficile era padre Vitalij. Ogni mattina parlava dell'anticristo. (ride)

Beh, sì. Probabilmente, la gente – i seminaristi non prendono tutto questo molto sul serio, vero?

Certo. Senza dubbio. Questo era il suo babau preferito. E padre Feodor (Gofeints)?

Sì, ho sentito parlare di lui, era un rassoforo, giusto?

No, era un monaco. Anche suo padre era lì. Era stato con vladyka Ioann di Riga, ma non il martire.

Andrej Psarjov parla dell'arcivescovo Leontij del Cile all'accademia di sant'Innocenzo a Kodiak, Alaska. Estate 2000

Garklavs?

Sì. Era il mio vescovo. Io ho una grande venerazione per l'icona della Madre di Dio di Tikhvin. Quando eravamo in seminario, sono andato a venerarla e a ricevere una benedizione per il mio viaggio in Alaska. Ho venerato l'icona e lui mi ha benedetto. Poi, più tardi, quando padre Seraphim e io abbiamo fondato la libreria, vladyka Ioann [Garklavs] stesso è venuto di proposito con l'icona, ha portato l'icona per una processione della croce, con le mie mani ho portato l'icona e ho tracciato il segno della croce su tutti quattro lati del negozio... e ho toccato il muro – la Madre di Dio di Tikhvin ha toccato la parete dell'edificio. Ma non l'abbiamo portata in cattedrale – era "una giurisdizione diversa!" E poi ho detto a vladyka Antonij: "Vladyka, guardi, l'icona è con noi". E siamo andati all'orfanotrofio di San Tikhon di Zadonsk, e poi io sono andato a Tikhvin due volte: prima del ritorno [dell'icona] e dopo. Questa è la mia icona. Era a Riga. Mi ricordo come da ragazzo, nel '44... la mamma ci svegliava: "Presto, andiamo a incontrare icona"... l'abbiamo incontrata... La ricordo... Poi successivamente ha lasciato la Germania, e poi è andata a Chicago. C'è stato un momento in cui mia nonna è arrivata in America e quando siamo arrivati, abbiamo vissuto con la nonna. E la nonna era un'alcolista. Era una prima ballerina a Riga... è venuta in America da anziana, ha aperto un proprio studio e beveva. Era difficile. Ci siamo trasferiti e abbiamo affittato un appartamento separato in una brutta zona. E improvvisamente la mamma si ammalò. Si ammalò e si mise a letto. Questo era già l'inizio della fine. Avevo sedici anni. Non c'era nessun padre... e i nostri conoscenti l'hanno portata a Boston. Ma sono io rimasto da solo a finire la scuola superiore. In questo momento di tale disperazione e solitudine stavo morendo di fame. E un giorno ho raggiunto un tale punto di disperazione e improvvisamente qualcuno ha detto che la Madre di Dio di Tikhvin era a New York. Subito mi sono seduto in metropolitana e sono andato da lei. Da allora in poi... le sono stato legato. Prima era a New York, poi a Chicago.

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