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  Padre Valentin Ţarălungă: "Non sono stato io a essere chiamato in giudizio, ma Cristo!"

mitropolia.md, 28 aprile 2012

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Nell'estate del 2010, nel comune di Mihăileni Vechi, nel distretto di Râșcani, un bambino di un mese e mezzo è deceduto dopo aver ricevuto il santo Battesimo. Il caso è esploso nei media con il titolo: "Bambino annegato al battesimo". Si è aperta un'indagine penale per omicidio colposo per negligenza. Più tardi, il 21 novembre 2011, il sacerdote che ha officiato il battesimo, Valentin Ţarălungă, è stato condannato a un anno e sei mesi di carcere, nel penitenziario n. 11. Dopo 4 mesi e mezzo, secondo le ultime perizie medico-legali, è stata dimostrata l'innocenza di padre Valentin. Il bambino era affetto da una malattia polmonare, ed è questa che ne ha causato la morte. Il 6 aprile 2012, padre Valentin è stato rilasciato dalla detenzione.

Padre, ci racconti il caso del luglio 2010, che ha scosso l'intera repubblica.

Il 22 luglio 2010 abbiamo celebrato il santo Battesimo di un bambino di 40 giorni. 30 minuti dopo il battesimo, il bambino è morto. I genitori mi hanno ritenuto colpevole della morte del bambino. In dichiarazioni alla stampa, mi hanno accusato di negligenza, affermando che non ho coperto le vie respiratorie al bambino prima di immergerlo.

La prima perizia medico-legale condotta presso il distretto di Râșcani ha avuto risvolti ironici. Non ho paura di dire che vi sono stati in mezzo somme di denaro e interessi personali contro la Chiesa. I medici sapevano che il bambino non era annegato al battesimo, ma hanno preferito rimanere in silenzio. Più tardi, secondo la perizia medico-legale effettuata a Chișinău, è stato dimostrato che il liquido rosa schiumoso nei polmoni del bambino non veniva dal fonte battesimale. Il bambino soffriva di una malattia polmonare. La malattia del bambino è dunque un risultato della vita poco sana dei genitori.

Come si sono giustificati i genitori del bambino dopo che è stato rilasciato?

I genitori continuano ad accusarmi della morte del bambino. Anche se ho passato quattro mesi e mezzo in carcere, per un'accusa di cui sono stato dichiarato innocente. L'ho detto e lo ripeto, non ce l'ho con loro, anche se hanno chiesto che io sia sospeso dal servizio sacerdotale.

Come sono stati questi mesi tra le mura del penitenziario n. 11?

Pesanti. Ma ringrazio Dio per ogni cosa. Lo ammetto, questa prova mi ha cambiato, ha rafforzato ancor di più la mia fede in Dio. Quelle mura tra le quali stanno molti disperati, ti impongono di analizzare ogni azione per tutto il corso della tua vita. Ho vissuto lì di tutto: paura, dolore e speranza. Ci sono stati tentativi di darmi sostanze stupefacenti, sono stato minacciato e preso in giro... Lì ti distruggono il morale.

Che cosa significa per lei la speranza?

Un raggio di luce. Solo la speranza ha il potere di tirarti su quando sei a terra. Solo la speranza ti aiuta a non dimenticare che Dio è con noi.

Di che cosa aveva più paura quando era lì?

Di cadere in preda alla disperazione. Ero preoccupato per la famiglia, i parenti, i fedeli con cui era interrotta la comunicazione.

Chi sono quelli che l'hanno sostenuta in quei momenti difficili ?

Sono contento di essere stato visitato diversi confratelli nel ministero. Li ringrazio di cuore per il loro sostegno e fiducia.

E la famiglia?

Non molto... ma se hai il Signore nel cuore, il resto non importa tanto.

Come hanno reagito i prigionieri al fatto che lei è un prete ?

In modi diversi. Ad alcuni non piaceva quando parlavo loro di Dio, della preghiera e del digiuno. Erano scettici. Naturalmente ho incontrato anche lì persone meravigliose. Cercavo di essere loro vicino quando avevano bisogno di un consiglio o anche solo di uno che li ascoltasse. In prigione ho visto una vera agonia, ma il sogno ai loro occhi di essere liberi dà loro forza.

Il carcere è una scuola che non si può facilmente dimenticare. Dio ci dà le tentazioni per rafforzare la nostra fede: misura la croce sulle nostre spalle, e ce la dà da portare. Quando di è imprigionati si impara ad amare ogni minuto. Purtroppo, quando siamo liberi non sappiamo godere di ciò che abbiamo. Cadiamo rapidamente nella disperazione. Quando sei dietro le sbarre ti ricordi di tutti i momenti della tua vita. Respiri solo con i ricordi. Lo ammetto, in carcere ho imparato a vedere la vita in modo diverso, a guardarla da un'altra angolazione.

Come sembra la vita vista da quest'angolo?

Piena di pazienza e di perdono.

A che cosa pensava di più quando è stato rinchiuso?

A Cristo. Perché tutte quelle persone non giudicavano me, ma il Signore. È la Chiesa che è stata profanata dalle ingiustizie, non io. Sono contento che la fede abbia trionfato anche questa volta. Sulla stampa sono state scritte molte cose miserabili. È stato perfino detto: "Per quale ragione dovremmo ancora farci battezzare?"

Alla base di questa ingiustizia c'è stato lo scopo meschino di infangare la nostra Chiesa ortodossa.

Cosa vorrebbe dire ai genitori del bambino deceduto?

Di pensare a quello che hanno commesso. Ora hanno un bambino piccolo, anche lui malato. Anche se non sono colpevole della morte del bambino, ho chiesto loro perdono. Vorrei che il buon Dio li facesse comprendere.

Padre, la ringrazio per l'intervista.

Grazie a Dio!

Intervista realizzata da Elena Briciuc, per www.mitropolia.md

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