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  Padre Andrei Kuraev
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Il padre diacono Andrei Kuraev è un teologo, filosofo, predicatore entusiasta e autore di libri apologetici. È una delle persone più attive nell'Ortodossia contemporanea. In Russia è definito un ortodosso della "nuova generazione", un pensatore libero dai toni sinceri e auto-critici.

La sua difesa dell'Ortodossia è radicale e spesso polemica, e tende a fare in modo che i suoi lettori e uditori si sentano stimolati a pensare e a porsi domande. Nei suoi libri e conferenze la dottrina si alterna a parabole comuni e ad aneddoti filosofici. Lo presentiamo con la versione italiana di uno dei suoi più noti articoli.

 

"Perché andare in chiesa, se ho Dio nel mio cuore?"

Tutti noi abbiamo amici, o anche parenti, che vedono le nostre riunioni in chiesa con perplessità. Sui loro volti si legge una profonda mancanza di comprensione, e a volte persino del turbamento. Talvolta questo si manifesta in parole come queste: "Va bene, ti sei dedicato alla Fede, sia quel che sia. Ma perché andare in chiesa, e sprecare in tal modo tutto quel tempo e sforzo? Guarda me, per esempio; anch'io credo. Ma io credo nel mio cuore [letteralmente, nella mia anima]. Ho Dio nel mio cuore, e non ho alcun bisogno di ritualizzazioni esteriori. Nessun intermediario è necessario perché io sia in comunione con Dio!"

Come possiamo spiegare il nostro comportamento a simili persone? Come sempre, ci sono due vie: quella dell'attacco e quella della difesa. Non è difficile contrastare questo tipo di "filosofia" mondana. In fin dei conti, un piccolo pensiero sano è sufficiente a far comprendere che la società in cui fioriscono simili opinioni di "esperti" nella sfera della teologia e della vita spirituale, è una società completamente malata. Quanto meno, si è ammalata a causa di una perdita del senso delle proporzioni; non può nemmeno ridere di se stessa, quando vede che il sarcasmo ha usurpato addirittura il posto della predica dalla cattedra episcopale.... La società contemporanea è tanto matta da credere serie quelle cose che i nostri antenati accettavano solo come divertimenti da Carnevale.

Non c'è alcuna serietà nell'affermazione dei nostri critici che "Dio è nei nostri cuori!" Naturalmente, esiste davvero una simile condizione nei modelli più esaltati della vita spirituale. È quello che l'Apostolo Paolo desiderava per noi, quando disse: "Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi" (Gal 4:19), "per essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore, perché il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori" (Ef 3:16-17).

Se le parole, "Dio è nel mio cuore," fossero state dette dal Venerabile Serafino di Sarov, tali parole avrebbero avuto un certo peso, poiché avrebbero onestamente portato testimonianza ai frutti del suo sforzo spirituale. Se un abitatore del deserto avesse detto di essersi allenato nella preghiera interiore continua, e per tale motivo di non percepire alcuna perdita nell'assentarsi da una chiesa dove si reca di rado, allora simili parole che vengono da simili labbra potrebbero essere giustificate.

Ma quando udiamo queste parole dall'uomo della strada, allora abbiamo il diritto di chiedere: Che tipo di sforzo spirituale ti ha fatto ottenere un tale progresso? Dio è nella tua anima, dici? Allora, spiegaci, che percorso di preghiera hai seguito? Con quale frequenza reciti la preghiera del Signore? Quale? Il "Padre Nostro"? Non te la ricordi con chiarezza?! Ebbene, dicci almeno con precisione, com'è che dimori con la continua presenza di Dio nel tuo cuore? Di quali frutti del dono dello Spirito sei divenuto consapevole in te stesso? Lascia che te li ricordi: "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5:22-23). Senti in te queste cose? No, non si tratta di caratteristiche personali; si tratta di doni. Un dono è qualcosa che non possedevamo in precedenza, ma che per mezzo della rigenerazione spirituale è entrato nella nostra vita, impartendone il rinnovamento. Hai una comprensione di tale rinnovamento?

Puoi distinguere nella tua esperienza spirituale quale sia la "presenza di Dio," e quale sia semplicemente una manifestazione di varie caratteristiche umane: una consapevolezza di bellezza, armonia, stimolo di coscienza, e fraternità umana? Non ne sei capace? Questo vuol dire che sicuramente non hai notato il momento in cui Dio, il Creatore dell'universo, è venuto nella tua vita e nella tua anima? Come poteva non essere notato? Forse questo significa che un tale momento non c'è stato?

O magari ti sei confuso nel distinguere tra la fede in Dio e la presenza di Dio stesso? E aspetta un istante, — hai in te una fede simile? La fede non è semplicemente un assenso passivo — "Bene, sono d'accordo che debba esistere Qualcosa". La fede è uno sforzo verso ciò che sembra giusto, verso ciò che l'anima si è decisa di amare. La fede non è solo un'acquiescenza passiva nei confronti di qualche distante autorità o linea di pensiero; la fede è una sete attiva — "Voglio ciò che è necessario per me, e così sia."

La fede è qualcosa di attivo. È una tensione verso qualcosa di già percepito ma non ancora evidente di per sé. Una tensione verso qualcosa che già tocca le nostre vite, e fa intravedere in esse la propria luce, ma non vi è ancora penetrata pienamente. La fede è un desiderio di nuova esperienza. Ma è difficile fidarsi di quanti ripetono, "Io ho la mia fede, ed è nel mio cuore," e che lo dicono con occhi opachi, oppure credere che in qualunque momento abbiano davvero sperimentato una spinta verso Dio.

È impossibile amare, senza che quell'amore di dimostri, senza che faccia alcun tipo di approccio verso la persona amata. Allo stesso modo, è impossibile credere, e non manifestare in qualche modo tale fede nelle nostre attività esteriori. La rosa che uno dà alla propria amata è in sé una cosa di cui l'amata non ha bisogno. Questo fiore non le è caro a causa della sua eccezionale bellezza, ma perché gli è stato dato un certo lustro in considerazione dell'amore di chi lo ha donato. Il modo in cui un fiore acquistato sta nella nostra stanza è completamente diverso dal modo in cui sta un fiore che ci è stato donato! Se un uomo professa di amare una donna, ma non fa niente in nome di questo amore, se non si fa incontro, se non fa doni, se non dedica del tempo alla compagnia dell'amata, se non fa sacrifici — tutto ciò significa che si sta semplicemente vantando di fronte ai suoi amici intimi: "Vedete, non mi manca nulla, ho perfino una fidanzata!"

E ora, voi che affermate che "Dio è nel cuore," che cosa avete fatto per purificare il vostro cuore per questa meravigliosa Presenza? Come vi rivolgete a Lui, e come li chiamate? come lo mantenete dentro di voi? Com'è che questa vicinanza vi ha trasformati? Amate davvero Colui che avete incontrato? E che cosa fate, in nome di questo amore? Se queste domande vi gettano in un silenzio costernato, com'è che vi considerate così esaltati rispetto agli altri perché dimorate con Dio? Stando in perpetua inattività, non guardate dove andate, e non vi accorgete neppure che state inciampando!

Si possono fare domande del genere a chi scusa la propria pigrizia con qualche immaginaria "spiritualità."

Nondimeno è importante anche per noi comprendere perché andiamo in chiesa. Per ascoltare la predicazione? Ma in questi giorni potete ottenerla da un presentatore della radio. [Padre Andrei sta parlando ovviamente della situazione in Russia, dove oggi rifiorisce la possibilità di ascoltare predicazioni al di fuori delle chiese. Per gli ortodossi in Italia, invece, questa opportunità non esiste ancora, e le parole di incoraggiamento di Padre Andrei alla frequentazione della chiesa sono ancora più valide! N.d.t.] Per pregare? Ma possiamo pregare dovunque e in ogni tempo. Per di più, questo è l'insegnamento stesso dell'Apostolo: "Pregate senza interruzione!" (1 Ts 5:17) Allora, per fare un'offerta? Ma in questi giorni si fanno tante raccolte di aiuti per le strade. Per prendere nota degli annunci? Ma li potete sapere da un amico. Per accendere una candela? Ma la potete accendere di fronte alle vostre icone a casa. E così, perché andiamo in chiesa?

Inoltre, alcuni dicono che se vogliono andare a pregare, vanno in un bosco, o presso un torrente o al mare, e qui in una "Chiesa Eretta da Dio" è più facile per loro essere consapevoli del Creatore ed elevargli gloria. Perché, dicono, lasciamo il tempio senza confini della Creazione per andarci a mettere sotto le strette volte di una chiesa fatta da uomini?

Così come i pagani parlano di sacrifici che si dovrebbero fare ai propri dèi, così il Vangelo ci dice quale sacrificio i fedeli devono offrire a Dio: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20:28); "Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3:16).

Le offerte bibliche di sacrificio non erano necessarie per Dio, ma per il popolo. I fedeli devono semplicemente imparare a essere grati. Devono essere istruiti a privare se stessi, anche per una piccola parte della propria vita, dei loro possessi e del loro tempo (ricordate l'insegnamento sul Sabato), e darli alla Persona del Signore. Questo non è perché Dio ha bisogno di questa parte a lui dedicata, ma perché in tal modo i fedeli sono istruiti nell'amore sacrificale.

Solo un decimo o un centesimo della religione consiste in quanto contribuiscono i fedeli. La parte principale della religione è il contributo che vi è dato da Dio. La parte più importante non è ciò che i fedeli fanno per amore di Dio, ma ciò che fa Dio per amore dei fedeli. La cosa più importante non è ciò che i fedeli portano come offerta in chiesa, ma ciò che si portano via con sé dalla chiesa!

Ciò che noi offriamo a Dio, possiamo offrirglielo dovunque. Tutto ciò che è nel mondo gli può essere donato. Ma c'è una piccola parte dell'esistenza in cui Dio si compiace di regnare, non in Se stesso ma in un altro. Questa parte è la mia anima. Questa è una camera all'interno dell'illimitato edificio dell'universo, in cui il suo stesso Creatore non entrerà senza un invito. E dipende noi decidere a chi mettere a disposizione quella libertà, che ci è stata data da Dio. Serviremo Dio, oppure serviremo noi stessi, i nostri capricci e le nostre passioni? Il solo modo per far aumentare il potere illimitato del Signore è offrirgli liberamente la nostra volontà.' Per questa ragione, "sacrificio a Dio è uno a spirito contrito" (Ps 50:17). E questo sacrificio lo possiamo offrire ovunque. E in questo senso, ciascuno di noi è un sacerdote. Questo è il significato sottostante alle parole dell'Apostolo Pietro, che i Cristiani sono un popolo composto di sacerdoti (I Pt 2:9). Nessuno può, al posto mio, offrire a Dio in sacrificio la mia volontà. Io solo ho il potere di farlo, e solo io posso fare quest'offerta davanti al Trono di Dio. Fate un giuramento di fedeltà, e dite, "Signore, sia fatta la tua e non la mia volontà! Ti ringrazio per tutto quanto desideri portare nella mia vita. concedimi l'abilità di servirti con ogni mio respiro!" E questo si può fare ovunque!

Così la possibilità di offrire sacrifici a Dio è sempre con noi. E noi possiamo sempre dire al nostro ego le stesse parole che il filosofo Diogene disse un tempo al dominatore del mondo Alessandro di Macedonia, che voleva accogliere qualche richiesta del saggio per amore nei suoi confronti: "Scostati, e non oscurarmi il sole!"

Così, perché un cristiano possa offrire sacrifici a Dio, non è necessario per lui essere in chiesa. Ma la religione non si occupa solo di ciò che diamo. Cosa più importante, si occupa di ciò che riceviamo. Non è così importante sapere perché cerchiamo Dio. È più importante sapere perché Egli cerchi noi.

Perché andiamo spesso in chiesa e ci volgiamo a Dio con le nostre domande, lo si sa piuttosto bene. Ci rivolgiamo a Dio vedendolo come una sorta di generatore di aiuti umanitari: "Donaci, o Signore, una  salute migliore, un maggiore successo e un aumento di stipendio!" Troppo spesso cerchiamo il Signore, secondo il detto del santo ierarca Dimitri di Rostov, "non nel nome di Gesù, ma per una crosta di pane." Ma perché Dio cerca noi? Richiede da noi qualcosa? O vuole piuttosto darci qualcosa?

Perché la sua Parola invita: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi" (Mt 11:28)? Questo invito non ha un corollario del tipo "e mi darete questo e quest'altro..." Piuttosto, questo invito termina con un'altra promessa; racconta di ciò che fa Dio per quanti rispondono: "E io vi darò riposo... e troverete riposo per le vostre anime."

Così, Dio ci chiama a sé, per poterci presentare qualcosa. Apprendimento — "Imparate da me" (Mt 11:29): Spirito — "Ricevete il mio Spirito;" Amore, pace, gioia — "Dimorate nel mio amore" (Gv 45:10); "Vi do la mia pace;" "Perché la mia gioia rimanga in voi." Ma Cristo ci concede qualcosa di più, che la mente non può comprendere.

"Dimorate in me, e io in voi.... prendetene tutti, questo è il mio sangue, versato per voi...." Cristo affida tutto il suo essere al popolo; sia la sua Divinità che la sua umanità.

Nella medicina contemporanea c'è una certa procedura: al paziente si dà una trasfusione del proprio sangue. Il sangue è prelevato dal suo corpo, purificato di varie sostanze dannose e contaminanti, o in alternativa arricchito di certi componenti, che l'organismo del malato non può produrre da sé nelle quantità richieste. E questo sangue purificato o arricchito è reintrodotto nel sistema del paziente. Qualcosa del genere accade nel nostro rapporto con Cristo. Dio si è fatto uomo. Ha preso su di sé la nostra natura, caduta nella corruzione, e in sé l'ha guarita e saturata di Divinità, Eternità e Immortalità; ed è il suo corpo umano, ora passato attraverso la morte e la risurrezione, che egli ci restituisce. Versa in noi il suo sangue umano, vivificato dalle correnti divine, affinché possiamo portare il seme della Risurrezione ed essere comunicanti all'Eternità.

E così andiamo in chiesa, perché lì possiamo ricevere qualcosa. La chiesa è solo un posto fatto di mura; ma sono mura costruite attorno al Mysterion [mistero, o sacramento] della Comunione. Il mistero consiste in questo: una mano con i Doni è estesa al popolo. Perciò visitare la chiesa non è un obbligo oneroso, ma un meraviglioso privilegio. A noi è concesso il diritto di essere partecipanti della Cena Mistica. A noi è data la possibilità di divenire "partecipi della natura divina." A noi è data la possibilità di essere in contatto con un'Energia, che nessuna delle centrali del mondo potrebbe generare.

Dio ci ha cercati. E ci ha trovati. Abbiamo semplicemente bisogno di andare nel luogo dove Dio si avvicina al popolo nel modo più intimo di tutti, in quel luogo dove, in un modo senza precedenti, attraverso i doni stessi, Egli è distribuito al popolo. Se Cristo ci presenta il Calice con la Comunione attraverso le Porte Sante, ci fa onore alzare il naso e affermare: "ho Dio nel mio cuore"?

Cristo ha detto dove ci aspetta e che cosa desidera donarci. Egli, l'Eterno, desidera incontrarci e unirsi a noi in questa vita, così che nel nostro futuro, la vita eterna, non siamo irreparabilmente soli.

Sarebbe educato da parte nostra, se abbiamo un appuntamento in Piazza Pushkin, essere a passeggio per Via Tolstoy all'ora dell'appuntamento? Se manchiamo all'incontro, di chi sarebbe la colpa? Ebbene, sicuramente non nostra — dev'essere colpa di Pushkin!!

Quanti dichiarano che non hanno bisogno di mediatori nella loro relazione con Dio, non iniziano a comprendere che in chiesa li aspetta il Mediatore, che una volta per tutte ha offerto un sacrificio per loro, e li ha liberati dalla necessità di distruggere quei frutti che nutrivano gli idoli di questo mondo. Di sicuro non è così insopportabilmente difficile aprire la vostra mano, cosicché vi siano deposti i Doni?

Diacono Andrei Kuraev

Traduzione dalla versione abbreviata inglese in The Shepherd, Vol XX, N. 10 (Giugno 2000), pp. 2-8. Il testo russo completo è apparso su "VOSKRESENIE, " rivista della Comunità dell'Icona di Kasperov della Madre di Dio di Kherson

I testi di Padre Andrei sono disponibili sul sito http://www.kuraev.ru/.

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  Il Metropolita Kallistos di Diokleia (Oxford)
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Il Metropolita Kallistos (Timothy Ware) è nato in Inghilterra, a Bath, Somerset, nel 1934. Ha studiato alla Westminster School di Londra e al Magdalen College di Oxford, conseguendo un doppio massimo di voti in Lettere Classiche, e quindi ha proseguito con studi teologici.

È entrato nella Chiesa Ortodossa nel 1958, ed è stato ordinato diacono nel 1965, con il nuovo nome di Kallistos. Nel 1966 è stato ordinato al sacerdozio, e ha preso i voti monastici al Monastero di San Giovanni il Teologo a Patmos, in Grecia, monastero di cui continua a fare parte.

Dal 1966 al 2001 ha insegnato nella Facoltà di Teologia dell'Università di Oxford, occupando la Cattedra Spalding di Studi Ortodossi Orientali. Nel 1966 ha fondato la Parrocchia Greco-Ortodossa della Santa Trinità a Oxford, e nel 1967 è stato promosso al rango di Archimandrita. Nel 1970 è diventato professore associato del Pembroke College di Oxford. Nel 1982 è stato consacrato Vescovo titolare di Diokleia, e nominato come uno dei vescovi assistenti dell'Arcidiocesi Ortodossa di Thyateira e Gran Bretagna (sotto il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli). Dal 1992 al 1994 è stato Direttore del Consiglio della Facoltà Teologica di Oxford. Nel 2007 è stato elevato al rango ecclesiale di Metropolita.

Il Metropolita Kallistos è attivo nel lavoro per l'unità dei cristiani. Dal 1973 al 1984 è stato un membro dei Dialoghi Dottrinali Congiunti tra anglicani e ortodossi, e per la maggior parte di questo tempo ha servito come segretario teologico ortodosso della commissione. Dal 1992 al 1997 ha servito come Co-Presidente ortodosso della Commissione Preparatoria per il Dialogo Teologico tra ortodossi e metodisti. È stato uno dei redattori della Eastern Chruches Review dal 1967 al 1978. È uno dei Vice-Presidenti della Fellowship of St Alban and St Sergius, per la cui rivista, Sobornost, lavora come redattore. È anche Moderatore della Società Ecumenica della Beata Vergine Maria. È Direttore del Centro Santa Theosevia per lo Studio della Spiritualità Cristiana a Oxford, e Presidente della Tavola dei Direttori dell'Istituto di Studi Cristiani Ortodossi a Cambridge.

Il Metropolita Kallistos è autore di The Orthodox Church (Penguin Books, 1963; edizione riveduta 1993), Eustratios Argenti: A Study of the Greek Church under Turkish Rule (1964), The Orthodox Way (1979; edizione riveduta 1995) e The Inner Kingdom (2000). È co-traduttore di due libri di officiature ortodosse, The Festal Menaion (Il Mineo Festivo, 1969) e The Lenten Triodion (Il Triodio Quaresimale, 1978) nonché della Filocalia (opera in corso, di cui finora sono usciti quattro volumi, dal 1979 al 1995).  

Ringraziamo Sua Eminenza il Metropolita Kallistos per il cortese permesso di riprodurre sul nostro sito, in italiano e in russo, l'articolo Come leggere la Bibbia, che appare nel testo di The Orthodox Study Bible (Nashville, TN: Thomas Nelson Publishers 1993), alle pagine 762-770. Ci auguriamo di poter tradurre e diffondere altre opere del Metropolita Kallistos in futuro.

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  Il Vescovo Tikhon di San Francisco
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Il Vescovo Tikhon (al secolo Stephen Fitzgerald) ha retto fino al 2007 la Diocesi dell'Occidente della Chiesa Ortodossa in America (http://www.oca.org/)

Nato il 14 Novembre 1932 a Detroit, da famiglia luterana, è stato ricevuto nella Chiesa Ortodossa nel 1960. Nella vita civile è stato ufficale dell'aeronautica degli Stati Uniti, e serve la Chiesa negli ordini sacri dal 1971. La sua residenza episcopale era presso la Cattedrale della Santa Vergine Maria a Los Angeles, anche se la sua sede ufficiale era a San Francisco, presso la Cattedrale della Santa Trinità, la più antica chiesa cattedrale ortodossa negli Stati Uniti, con l'eccezione dell'Alaska.

Sul sito web della Cattedrale della Santa Trinità (http://www.holy-trinity.org/) si può trovare un certo numero di scritti del Vescovo Tikhon, tra cui molte preziose lettere di istruzione al clero su temi controversi. Ne riproduciamo qui due in lingua italiana: una sul tema della ricezione degli eterodossi nella Chiesa Ortodossa, e una sul problema dei rapporti tra la Chiesa Ortodossa in Russia e il potere sovietico. Molti altri temi trattati dal Vescovo Tikhon sono importanti e meritevoli di menzione, ma abbiamo scelto deliberatamente questi due, poiché si tratta di punti in cui la Chiesa russa è stata accusata di avere un'attitudine contraria alla Tradizione. Con il suo insegnamento, il Vescovo Tikhon ci mostra come è possibile per un ortodosso vivere nella pienezza della Tradizione ortodossa senza perdersi in "tradizionalismi" privi di fondamento (come fanno numerosi gruppi scismatici che sembrano avere come unica ragione d'essere il disaccordo con le proprie Chiese d'origine).  

Sulla ricezione degli eterodossi

The Orthodox Church in America

The Bishop of San Francisco and the West

650 Micheltorena Street, Los Angeles, CA 90026-3629

Telephone: (213) 913-3615; Facsimile (213) 913-0316

Giovedì 13 Marzo 1997

Giovedì Luminoso

Lettera di Istruzione #10:

La ricezione di laici e chierici eretici nella Chiesa Ortodossa  

 

Reverendissimi e Reverendi

Archimandriti, Igumeni, Ieromonaci,

Arcipreti e Preti

Diocesi dell'Ovest

Cari e stimati Reverendissimi e Reverendi Padri:

La benedizione del Signore sia su di voi!

Recentemente, sono divenuto consapevole di molte discussioni e controversie nei circoli ortodossi qui in America, sul tema del modo appropriato con cui ricevere, per esempio, cattolici romani e luterani, nella Chiesa ortodossa, e del modo in cui i chierici cattolici romani e luterani diventano chierici ortodossi. Mentre da un lato è una fonte di ispirazione osservare il nostro clero e popolo impegnati in pensiero, discussione, perfino dibattito su temi santi, mi turba tuttavia quando alcuni di coloro che sono impegnati in queste discussioni e dibattiti sembrano minimizzare o dare un cenno passeggero in direzione delle pratiche che ci sono state tramandate, e sembrano considerare che qualsiasi conclusione teologica da essi raggiunta in questi campi debba riflettersi nella pratica. E' pure fonte di perplessità il fatto che le etichette di conservatori e liberali, così inappropriate al pensiero cristiano, a differenza di quello politico, siano applicate all'una o all'altra posizione in materia, e frequentemente in un modo completamente contraddittorio al significato di tali etichette politiche.

La pratica della nostra Chiesa, la Chiesa Ortodossa in America, e quella della Chiesa Ortodossa Russa Greco-Cattolica del Nord America ("la Metropolia"), così come quella della Missione Russa e della Diocesi e Arcidiocesi Missionaria che le hanno precedute, in materia di ricezione degli eretici è molto chiara: è la pratica che vige e che è stata in vigore nella Chiesa russa per secoli, almeno dal tempo di Pietro il Grande. Si può trovare e studiare nei libri degli offici della Chiesa di Russia [sia nella sua conformazione "nativa" (La Chiesa di Russia) che "forestiera" (All'Estero)]. Secondo, per esempio, il Trebnik ("Libro delle Necessità", o Benedizionale) pubblicato a Vladimirova tra le due guerre dalla Chiesa Ortodossa Russa Fuori Frontiera, che non differisce in alcun aspetto dai precedenti e dai successivi Libri delle Necessità pubblicati dalla Chiesa di Russia, i cattolici romani sono ricevuti, dopo l'Officio per la Ricezione dei Convertiti stampato nello stesso libro, immediatamente alla Comunione, e vengono impartiti loro i Santi Misteri alla Liturgia seguente senza altri indugi, a meno che non siano stati cresimati (per esempio, giungendo dal Rito Latino della comunione romana e non dagli Uniati), nel qual caso vengono cresimati. Nei libri delle officiature non si prevede alcun caso in cui i cattolici romani debbano essere ricevuti al modo degli ebrei o dei maomettani, ovvero con il battesimo.

La pratica prescritta e stampata nei nostri libri delle officiature è stata in vigore e in uso attivo per secoli, e non può essere considerata un mero episodio temporaneo di Economia nella vita della Chiesa. Quando i candidati all'Imposizione delle mani all'onorabile Presbiterato promettono di osservare l'ordine liturgico della Chiesa, stanno promettendo (a meno che non vi sia una direttiva contraria del loro vescovo) di seguire i riti prescritti stampati nei libri delle officiature. E il rovesciamento della pratica prescritta senza una precedente direttiva di un Sinodo o concilio sarebbe un esempio di innovazione. Piuttosto stranamente, alcuni che vorrebbero sostenere una tale linea di azione si considerano "conservatori."

I miei predecessori nella sede di San Francisco hanno seguito questi libri delle officiature. Essi sono i libri della chiesa dei Santi Innocenzo e Tikhon. Sono i libri della chiesa di luminari quali i sempre memorabili Metropoliti Antonio (Chrapovitskij) e Anastasio (Gribanovski). Non conosco alcuna direttiva orale o scritta data da qualunque dei luminari summenzionati, che alteri la pratica ricevuta in questo campo.

Santa Elisabetta (Elizaveta Fjodorovna), recentemente aggiunta al calendario dei Santi della Chiesa russa, fu ricevuta nella Chiesa ortodossa (così come sua sorella, la santa Imperatrice Aleksandra Fjodorovna) dalla Chiesa di stato luterana tedesca, dove era stata battezzata da bambina, mediante il Rito della Ricezione degli Eretici con successiva cresima - senza un nuovo battesimo.

Recentemente un libro che commenta con vigore il tema del battesimo dei convertiti, del Professor Metallinos della Chiesa di stato di Grecia, ha avuto un grande seguito di lettori nei circoli ortodossi americani. Quali che possano essere le opinioni e convinzioni personali nei confronti delle conclusioni del Professor Metallinos in materia, bisogna comprendere che tali conclusioni hanno significato solo in quanto possono apparire, inter alia, sull'ordine del giorno di un Sinodo di vescovi o di un concilio che voglia decidere di riesaminare la pratica che si tramanda nella nostra Chiesa. Non è necessario leggere il libro del Professor Metallinos per trovare sostegno della peculiare posizione della Chiesa greca (o delle Chiese greche) a proposito: di fatto, ci si aspetta di vedere che le pratiche della Chiesa di stato di Grecia siano ben difese da tutti i suoi figli fedeli. Ho incluso, come "Allegato 1" a questa lettera, un estratto dalla collezione dei Canoni della Chiesa Ortodossa con commentari di un noto, autorevole canonista al di fuori dei confini della Chiesa di stato di Grecia, il Vescovo Nikodim della Chiesa serba. Questa è una dichiarazione autorevole di quella che è, di fatto, la nostra pratica ricevuta, da parte di uno Ierarca almeno altrettanto ampiamente rispettato, sul tema dei canoni della Chiesa, del Professor Metallinos. Non presento tale allegato come giustificazione o difesa di una pratica da me svolta in quanto la ritengo mio dovere di vescovo. Lo presento nell'interesse della chiarezza, e voglio aggiungere alle successive discussioni e dibattiti un documento che assicura che qualsiasi prete o vescovo della Chiesa Ortodossa in America che riceve eretici cattolico-romani o luterani o anglicani tramite la cresima non è una sorta di "liberale a briglia sciolta" motivato dall'ecumenismo o dall'eretica "teoria dei rami" dell'ecclesiologia, ma ' uno che sta seguendo una pratica totalmente obbediente alla pratica ricevuta della nostra Chiesa.

Sento anche come mio dovere di commentare la ricezione dei chierici cattolico-romani e il loro modo di divenire chierici ortodossi. Ho incluso la mia traduzione del prescritto "Officio per la Ricezione di un Prete della Chiesa Romana in Comunione con la Chiesa Cattolica Ortodossa", vale a dire la venerabile e secolare pratica della Chiesa di Russia, della Missione Russa e della Diocesi Missionaria in America e dei suoi successori, la Chiesa Ortodossa Russa Greco-Cattolica del Nord America ("la Metropolia") e la Chiesa Ortodossa in America.

Così come ho commentato la ricezione delle due sante principesse tedesche nella Chiesa Ortodossa discutendo della ricezione dei laici, vorrei parlare della ricezione di Sant'Alessio Toth (Tovt) di Minneapolis e Wilkes-Barre. Sant'Alessio fu ricevuto secondo il rito descritto nel documento allegato, ovvero con Confessione di Fede, Penitenza e vestizione nel Santuario dopo l'Inno Cherubico. Come potrebbe essere altrimenti? Ci si può immaginare il Vescovo Vladimir o il Vescovo Nicola, i due ierarchi russi del tempo, contravvenire alla pratica stabilita della Chiesa russa e insistere che Sant'Alessio fosse ordinato secondo la formula dell'ordinazione dei laici? (E posso far notare che Sant'Alessio giunse in primo luogo dal vescovo ortodosso russo di San Francisco perchè uno ierarca cattolico romano non riconosceva il suo sacerdozio! Ci si può solo immaginare come la storia sarebbe oggi diversa se il vescovo ortodosso russo a San Francisco avesse parimenti rifiutato di riconoscere il suo sacerdozio e quello di molti altri successivi chierici della sua chiesa!)

Recentemente uno ierarca della nostra Chiesa Ortodossa in America ha ricevuto un prete della Chiesa romana esattamente come la nostra Tradizione richiede, eppure quest'azione, scandalosamente, è stata pubblicamente rimproverata da alcuni chierici e laici della Chiesa Ortodossa in America, e almeno un'anima temporaneamente perduta è giunta fino al punto di adottare l'uso degli eretici Amish e ha evitato il prete ricevuto nella comunità del clero ortodosso nel modo prescritto! Beneamati e stimati fratelli preti e pastori! Cerchiamo di essere sempre governati nella nostra condotta dalla Tradizione della nostra Chiesa e non dalle passioni temporanee del giorno, che urtano come onde del mare contro lo scafo della santa Nave della nostra salvezza, l'Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa di Cristo. Preserviamo ciò che ci ò stato tramandato! Né io né sua Beatitudine il Metropolita, né alcuno degli ierarchi della Chiesa Ortodossa in America siamo temerari oppositori dell'ordine o della disciplina della Chiesa. Non "prendiamo suggerimenti" da altro che non sia ciò che abbiamo ricevuto. La pratica ortodossa di ricevere cattolici romani, luterani e anglicani come descritto dal Vescovo serbo Nikodim e la ricezione ortodossa dei preti cattolici romani come delineata in Nikol'skij non sono alcun tipo di indicazione che i nostri ierarchi siano ostaggi di ecumenismo, teoria dei rami o delle branche, relativismo, positivismo, scolasticismo, liberalismo, indifferentismo o qualsiasi altro "ismo" in alcun modo in conflitto con la Santa Tradizione, bensì un segno della loro obbedienza.

Durante il tempo in cui l'Arcivescovo Dimitri di Dallas e del Sud serviva la Chiesa come Vescovo di Berkeley, fu inviata una lettera a tutte le parrocchie dell'allora Diocesi di San Francisco, con la direttiva che i cattolici romani non cresimati, così come gli anglicani e luterani e calvinisti previamente battezzati con acqua e nel nome della Santa Trinità, Padre, Figlio e Santo Spirito, sarebbero stati ricevuti per mezzo della cresima. Tale pratica rimane in vigore.

Alla nostra prossima riunione del venerabile clero, voglio che il modo in cui riceviamo i convertiti sia posto nell'ordine del giorno. Ora, la pratica può variare troppo ampiamente da parrocchia a parrocchia per poterla descrivere. Inoltre, alcune domande che mi sono state poste mi conducono a ritenere che vi sia una certa confusione su ciò che è la nostra pratica, e su ciò che dovrebbe essere. Pertanto, nell'interim, chiedo a tutti parroci di ricevere gli eretici secondo il formato del Libro delle Officiature tradotto da I. Hapgood. Ciò significa una confessione dei peccati di tutta la vita, una definita, specifica e pubblica rinuncia di specifici insegnamenti erronei sostenuti in passato, l'assoluzione secondo la formula stampata nell'Officio, e la successiva Cresima dei convertiti in tutti i punti prescritti, e quindi la Comunione ai Santi Misteri.

Assicurandovi la mia costanza nella preghiera e inviandovi una benedizione,

Con amore in Cristo,

[firmato]

+TIKHON

 

DISTRIBUZIONE:

Sua Beatitudine e i Membri del Santo Sinodo  

Allegati

1. Estratto dalla "Pravila" del Vescovo Nikodim.

2. Estratto dall'"Ustav" di Nikol'skij.

Estratto da (in lingua russa)

Regole (Canoni) della Chiesa Ortodossa con Spiegazioni.

Nikodim, Vescovo di Dalmazia e d'Istria.

Volume I.

Tradotto dal serbo.

San Pietroburgo. Accademia Teologica di San Pietroburgo.

1911

Pagine 282-3

[Nota del curatore del sito americano: Le citazioni dal russo, incluse da Sua Grazia per chiarezza, sono state traslitterate dal curatore per la distribuzione online.]

(Nella parte precedente c'? una discussione delle differenze di opinione tra Est e Ovest)

Pertanto, governati sulla questione del battesimo compiuto da una comunità (obschestvo) non ortodossa, dalle ingiunzioni (predpisaniyami) generali dei concili e dei Padri, possiamo così delineare il principio della Chiesa Ortodossa: il battesimo, essendo istituito da Gesù Cristo, può essere compiuto solo nella sua Chiesa, e di conseguenza solo nella Chiesa può essere corretto e salvifico; tuttavia, se altre comunità cristiane che si trovano al di fuori della Chiesa Ortodossa mantengono l'intenzione conscia di portare il neo-battezzato nella Chiesa di Cristo, ovvero hanno l'intenzione di comunicargli la Grazia divina attraverso il battesimo, affinché egli divenga per il potere del Santo Spirito un vero membro del Corpo di Cristo e un figlio rinato di Dio, allora anche questo battesimo può essere considerato efficace in quanto fatto sul fondamento della fede nella Santa Trinità, nel Nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, poiché laddove un tale battesimo è dato e ricevuto, là dovrà operare con Grazia (deistvovat/blagodatno) e il supporto di Cristo non potrà mancare di esservi presente. Ogni comunità che perverte l'insegnamento su Dio e non riconosce la Trinità delle sante Persone nella Divinità non può compiere un battesimo corretto, e un battesimo fatto in essa non è un battesimo poiché tale comunità si trova al di fuori del cristianesimo. In virtù di ciò, la Chiesa Ortodossa riconosce come efficace e salvifico il battesimo di ogni comunità cristiana che si trovi al di fuori dei suoi confini, sia questa eretica o scismatica, purché sia veramente (istinno) compiuto nel Nome del Padre, e del Figlio, e del Santo Spirito."

Il Vescovo Nikodim aggiunge una nota: "Secondo la pratica della Chiesa greca, i cattolici romani che si convertono alla Chiesa Ortodossa devono essere battezzati nuovamente. Noi non siamo in posizione di esprimere un nostro giudizio relativo a questa pratica, poiché non sappiamo come la Chiesa greca applichi la prima regola di San Basilio ai cattolici romani. Faremo solo notare che questa è esclusivamente la pratica (isklyuchitel'no praktika) della Chiesa greca, e anche che sia in Russia che in Serbia i cattolici romani sono ricevuti nella Chiesa senza un nuovo battesimo...

Da:

UN AIUTO ALLO STUDIO DEL TIPICO DEGLI OFFICI

Della Chiesa Ortodossa

Di Konstantin Nikol'skij

Arciprete della Chiesa della Dormizione della Theotokos a Sennaja

Sesta Edizione

San Pietroburgo, 1900

pp. 685-686

OFFICIO PER RICEVERE UN PRETE DELLA CHIESA ROMANA IN COMUNIONE CON LA CHIESA CATTOLICA ORTODOSSA [1]

Tali casi di unione alla Chiesa Ortodossa si compiono secondo l'officio generale qui delineato.

Il padrino consueto in questo caso è scelto tra i membri del clero. Non c'è madrina.

Il riconoscimento di una tale persona allo stato di prete richiede una decisione del Santo Sinodo.

Prima della sua ammissione al servizio di prete, la sua coscienza deve essere esaminata di fronte a un padre spirituale, come nel caso di uno che si prepari per l'ordinazione.

Se l'esame rivela che non vi è alcun impedimento canonico per una benedizione a servire, allora, quando lo ierarca arriva alla Chiesa per celebrare la Divina Liturgia, il candidato sta assieme al resto del clero, vestito alla maniera del clero ortodosso, e con loro riceve la benedizione dello ierarca, dopo di che va al Diaconico e vi rimane, senza paramenti, fino al Cherubico.

Dopo il Cherubico e la deposizione dei santi doni sulla Santa Mensa, è condotto dai Suddiaconi, ma non attraverso le Porte Sante, ma bensì attraverso il Santuario verso il Santo Trono (Tavola dell'Altare) e allo Ierarca, e lo riverisce nel modo di un candidato portato all'Ordinazione. Si portano i paramenti presbiterali, che colui che deve essere ricevuto nel presbiterio indossa. Lo Ierarca benedice ogni paramento, e colui che li veste bacia la mano dello ierarca. Il diacono dice i versi dei paramenti presbiterali, non come esclamazioni, ma in modo che colui che viene rivestito possa udirli. Quindi colui che è ricevuto nel presbiterio riceve il bacio di pace dallo Ierarca e dal resto dei preti, al modo di uno appena ordinato, e sta con il resto dei preti e prende parte alla Liturgia e alla Comunione dei Santi Misteri. Da questo momento ha il potere di servire la Liturgia come un prete ortodosso. [2] (Collezione delle opinioni e giudizi del Metropolita Filarete, volume V, pp. 952?953.)  

Note

1 Quest'officio fu formulato dal Metropolita Filarete a causa del caso della presunta ricezione incorretta nella comunione ortodossa dell'Abbate Maundreli. Si vedano le "Lettere di Filarete, Metropolita di Mosca, ad A.P.M. 1832-1867.

2 Nel periodico "Letture della Società Imperiale di Storia e Antichità" (1892, libro 4) si spiega il motivo per cui i chierici provenienti dagli eretici e uniti alla Chiesa Ortodossa, sui quali non v'è dubbio che siano stati battezzati e ordinati, devono essere ricevuti presentando una confessione scritta di fede e una condanna delle loro eresie, come messa in pratica dal Settimo Concilio Ecumenico riguardo alla conversione dei vescovi e degli altri chierici iconoclasti, etc., e devono essere ricevuti, ciascuno nel proprio rango sacerdotale, secondo l'Ottavo canone del Primo Concilio Ecumenico, ovvero rivestiti dei paramenti.

 

Sul "Sergianismo"

Ai nostri tempi, e con gran vigore dall'inizio dei giorni inaspettati della "perestrojka" e della "glasnost," una nuova parola appare sempre più spesso sulle labbra e negli scritti dei nostri fratelli nella Gerarchia della Chiesa Ortodossa Russa fuori della Russia, nota anche popolarlmente come la Chiesa in Esilio, la Chiesa all'Estero, o "Il Sinodo." Questa parola è "Sergianismo," o, trascritta dal russo, "Sergianstvo." Questa parola si riferisce a una pretesa dottrina di codarda sottomissione al governo comunista e ateo dell'ex-Unione Sovietica da parte della gerarchia della Chiesa Ortodossa di Russia, guidata dal Patriarca di Mosca e di tutta la Russia. Il "Sergio" del Sergianismo è il defunto Patriarca Sergio di Mosca che, mentre era locum tenens deputato del trono patriarcale, ha iinviato una lettera enciclica che annunciava che da quel momento in avanti le gioie della madrepatria comunista sovietica sarebbero state le gioie della Chiesa, e che i dolori della madrepatria comunista sovietica sarebbero stati i dolori della Chiesa. Un ampio e devoto gruppo di ierarchi si oppose a questa filosofia, alcuni dalla prigione e dall'esilio. Alcuni furono perseguitati per non avere sottoscritto la filosofia del Patriarca Sergio; anche se ogni osservatore onesto deve ammettere, alla luce degli eventi contemporanei e successivi, che il governo sovietico era intento alla distruzione della Chiesa, e sottoscrivere questa filosofia non salvò nessuno. Se il governo usò il disaccordo con questa filosofia come scusa per martirizzare membri del clero, non si può asserire che questi stessi membri del clero si sarebbero salvati se la lettera non fosse mai stata scritta.

Ho letto molto materiale, soprattutto in russo, sulla storia della Chiesa russa ai nostri tempi. Non ricordo di avere mai visto la parola "Sergianstvo" o Sergianismo negli scritti della gerarchia della Chiesa all'Estero, fino forse - ma anche di questo non sono sicuro - agli ultimi anni di Sua Beatitudine, il defunto e sempre memorabile Metropolita Filarete. Tuttavia, ORA sembra che il "Sergianismo" sia una delle maggiori eresie, che richiede l'anatema di quanti la sostengono e il pentimento pubblico di qualsiasi ierarca che entri nella giurisdizione del Metropolita Vitalij dal Patriarcato di Mosca. Ci si aspetterebbe certamente di trovare questa "eresia" citata profusamente in documenti quali le Lettere Encicliche dell'assemblea ierarchica della Chiesa all'Estero, pubblicate nel libro commemorativo Russkaja Pravoslavnaja Tserkov Zagranitsej 1911-1963. Può essere che quel titano della dottrina e pietà ortodossa, il Metropolita Antonio (Chrapovitskij) non conoscesse questa eresia? E quel distinto e beneamato Primo Ierarca della Chiesa all'Estero, il Metropolita Anastasij, si era forse dimenticato di insegnare e predicare contro questa eresia distruttiva dell'anima e della Chiesa? Si può trovare la parola in un punto qualsiasi dell'opera omnia del Metropolita Antonio?

E quindi, che dobbiamo dire della condotta dell'Arcivescovo Vitalij (Maksimenko) [+1960], il primo direttore di "Pravoslavnaja Rus", alla Cattedrale della Santa Protezione a New York alla fine del 1939? Ecco come questo evento è narrato nel Russian-American Orthodox Messenger:

Vladyka Vitalij ha espresso grande gioia e sostegno della posizione dimostrata dal nostro Vladyka Metropolita, che ha introdotto negli Offici Divini la commemorazione del Santissimo Patriarca Sergio, mantenendo così le fondamenta di disciplina ecclesiastica che hanno governato la nostra Chiesa in America fino a oggi. 'Lasciate che loro ci scomunichino, che ci considerino scismatici, nondimeno noi compiremo la nostra responsabilità di cristiani e pregheremo per la nostra Chiesa nelle gravi circostanze in cui si trova,' ha detto Vladyka Vitalij. (Messenger, gennaio 1944, l, New York)

 La "disciplina ecclesiastica," a cui si riferisce il sempre memorabile Arcivescovo Vitalij, è tristemente carente ai nostri tempi.

Cari fratelli e sorelle della Diocesi dell'Ovest: mi addolora parlarvi di questo tema sul nostro giornale diocesano. Tuttavia, so che turba lo spirito di molti di voi il fatto che quando alla Chiesa Ortodossa in Russia sono dati da Dio la grazia e la libertà e l'amore per i quali hanno pregato tanto a lungo e con tanto fervore i nostri fratelli della Chiesa all'Estero; quando ci è data la possibilità di lavorare mano nella mano con tutti i nostri fratelli della Chiesa russa, dal Patriarca all'ultimo convertito dall'ateismo; quando la madrepatria russa sta iniziando gli sforzi di rialzarsi in piedi nella stessa libertà data da Dio: proprio allora i capi della cosiddetta parte "libera" della Chiesa russa, ovvero, la Chiesa all'Estero, si sono uniti a tutti i nemici di quella libertà e sono divenuti il canale di scarico dei documenti del KGB. Sono divenuti i soli sostenitori del KGB nella sua missione di distruggere la Chiesa. Sono coinvolti in una disperata e sclerotica lotta per bloccare il loro mondo dal cambiamento, per essere "irriconciliabili" (ma ora con la libertà). Anche i buoni e fedeli servi di Dio nel loro presbiterio hanno paura per il proprio ministero se esercitano libertà di parola su questo tema. La parte 'libera' della Chiesa Russa! Ma quale libertà? Scrivo in parte a nome di quei preti e figli fedeli della Chiesa all'Estero che ora sono imbavagliati da un paio di traballanti e timorose reliquie in mezzo alla loro gerarchia, che nei loro ultimi giorni stanno riducendo a nulla vite intere spese in fatiche ascetiche.

Beneamati, vi supplico, pregate affinché sia aperta la via per i fedeli della Chiesa Ortodossa Russa, sia in Russia che fuori dalla Russia, per lavorare assieme per il nostro Salvatore e la Sua Chiesa. Sento che un fato terribile attende quanti si rifiutano di riconoscere la Chiesa di Cristo nella Chiesa Ortodossa Russa, il cui Patriarca è Alessio II. Si può ammirare la fedeltà monastica, la pietà della Chiesa all'Estero. Si devono anche considerare le parole dell'Apostolo nel Capitolo 13 della sua Prima Epistola ai Corinzi, che ci ricordano che l'amore "tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta." Si deve anche considerare il pericolo di negare lo Spirito Santo, di bestemmiare contro il Signore e Datore di Vita di tutta la Chiesa Ortodossa, incluso il Patriarcato di Mosca della Santa Chiesa Ortodossa Russa.

Da The Orthodox West. The Journal of the Diocese of the West, Autocephalous Orthodox Church in America, estate 1992

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  Jean-François Mayer
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"Il più grande esperto svizzero di nuove religioni..." Queste parole difficilmente richiamano alla mente del lettore l'immagine di un giovane e brillante ricercatore, dotato di uno spiccato senso dell'umorismo e di grande calore umano, e per di più, di un fervente cristiano ortodosso.

Eppure, è proprio questa l'identità di uno studioso di fama internazionale che ha seguito la nascita e lo sviluppo della nostra comunità ortodossa a Torino, e non ci ha mai fatto mancare il suo sostegno.

Jean-François Mayer è nato nel 1957 a Friburgo (Svizzera), dove risiede. Interessato fin dall'adolescenza a un cammino di ricerca della tradizione, è giunto alla Chiesa Ortodossa dopo un periodo di frequentazione di ambienti integralisti cattolici. I suoi primi contatti con l'Ortodossia hanno avuto luogo a Lione, dove ha conseguito laurea e dottorato in storia.

Al suo ingresso nella Chiesa Ortodossa il 30 maggio 1976 (con il nome battesimale di Jean, da San Giovanni il Teologo) aveva avuto modo di frequentare gli ambienti di due giurisdizioni ortodosse, una delle più liberali (l'Eglise Catholique Orthodoxe de France) e una delle più conservatrici (La Chiesa Ortodossa Russa all'Estero), di cui è membro.

Come direttore di progetti universitari di ricerca, e con la base di esperienza della sua ricerca religiosa giovanile, ha avuto modo di navigare con profitto nel mare magnum del pluralismo religioso contemporaneo. I risultati delle sue ricerche sono di grande rigore scientifico, e ne è testimonianza la sua bibliografia, che si può consultare alla pagina http://www.religioscope.com/jfm/biblio.htm.

Per risalire allo spirito con cui queste ricerche sono state compiute, consigliamo la lettura della sua opera autobiografica, Confessions d'un chasseur de sectes. Per tenersi al corrente con le sue ricerche (inclusi molti aggiornamenti sul mondo ortodosso), si può consultare il sito http://www.religioscope.com/; per un sito di informazioni (in lingua francese) sull’Ortodossia in Svizzera, da lui curata, si veda il sito http://www.orthodoxie.ch/.

Jean-François Mayer è stato uno dei fondatori del CESNUR (il Centro Studi sulle Nuove Religioni: http://www.cesnur.org/); attento osservatore dei fenomeni religiosi contemporanei (nel corso dei suoi numerosi viaggi non solo intorno al mondo, ma anche nell'universo delle reti informatiche), è chiamato dovunque da parte di enti unversitari o di organismi governativi, per approfondire e valutare la grande proliferazione di gruppi religiosi, e il loro rapporto con le religioni tradizionali. Il suo programma assai impegnativo rende ancora più cara ai nostri occhi l'attenzione che ha avuto per la nostra parrocchia a Torino, e le visite che ci ha fatto.

Di fronte alla tentazione del relativismo, che si incontra facilmente quando si è esposti a tante voci differenti, l'Ortodossia ha rappresentato per Jean-François Mayer un solido porto di certezza, e al tempo stesso una porta aperta sull'approfondimento spirituale. Con umiltà, egli ci dice spesso che la sua stessa fede è un miracolo quotidiano: certamente, siamo convinti anche noi che uno studio del perché tanti diventano ortodossi in Occidente non sarà mai completo senza uno studio parallelo del perché costoro rimangono ortodossi. Noi ringraziamo comunque Jean-François Mayer per il ruolo costantemente positivo che ha avuto nel nostro stesso cammino di fede.

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  Lo ieromonaco Gabriel (Bunge)
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Ieromonaco Gabriel (Bunge):
La riconciliazione delle Chiese, una visione personale

La giornalista Anna Palcheva, della rivista «Neskuchny Sad», ha ottenuto un incontro con padre Gabriel Bunge

Lo ieromonaco Gabriel Bunge è nato nel 1940 a Colonia. Nel 1963 è divenuto monaco benedettino, e prete nel 1973. È dottore in filosofia e teologo. Patrologo, è specialista di Evagrio Pontico. A partire dal 1980 vive in eremitaggio in Svizzera presso lo skit della Santa Croce. Nell’agosto 2010 è entrato nella Chiesa ortodossa russa.

NS. Lei si è convertito all'Ortodossia, in età piuttosto avanzata. Non capita spesso che tali decisioni siano prese così tardi nella vita. La sua conversione è avvenuta a Mosca a fine agosto 2010. Ha sollevato grande scalpore tra i cattolici. Ci ha detto che questa decisione era maturata in lei tutta la vita. Lei è un teologo, un noto patrologo, un eremita. Ci racconti di questo sviluppo.

GB. Dalla mia nascita sono stato colpito dal dramma della divisione della cristianità: mio padre era protestante, mia madre cattolica. Sono stato battezzato nella Chiesa di Roma. A 21 anni ho deciso di prendere gli ordini, ma mio padre si è opposto. Poi ho studiato alla facoltà di filosofia e sono andato a trascorrere due mesi in Grecia con amici.

È stato allora che ho incontrato la Chiesa ortodossa. Ad Atene abbiamo cominciato a discutere con gli studenti greci della facoltà di teologia che incontravamo. Ho detto a uno di loro, in seguito divenuto un famoso teologo: "Tutto mi piace di voi, tutto è bene, tranne una cosa: vi siete separati da noi." Egli rispose: "No, ti sbagli, siete voi che vi siete separati da noi".

Questa risposta è stata un vero shock per me. Appartenevo alla Chiesa cattolica, come più di un miliardo di fedeli. Conoscevo dei protestanti. Qui ho incontrato qualcosa di completamente nuovo. Sapevo che la Chiesa greca era stata fondata dall’apostolo Paolo e non si doveva dunque dargli la colpa di essersi allontanato dalla Chiesa di Roma. Questa conversazione ha suscitato in me tutto un processo di pensiero. In definitiva sono diventato comunque un monaco. Prima in un monastero benedettino in Germania. Ben presto i fratelli notarono la mia devozione alla tradizione orientale. Il priore, non senza rammarico, perché gli ero caro, mi ha trasferito a Chevetogne, in Belgio, in un monastero benedettino di rito orientale. Ho approfondito le mie riflessioni, ho letto, ho studiato la storia della separazione delle chiese. Solo un ritorno alle nostre radici comuni è in grado di portare un riavvicinamento. La Chiesa unita è effettivamente esistita in passato e questo per oltre un millennio. In un certo senso esiste ancora perché il periodo dell’unità non è dimenticato. Speriamo di essere in grado di trovare questo terreno comune, e oggi non sono certo io il solo a pensarlo.

Il motivo che mi ha fatto decidere di diventare ortodosso a questa tarda età è triste, ed è certamente sgradevole alle orecchie dei cattolici. Sono giunto alla conclusione amara che la riconciliazione è assolutamente impossibile a livello delle strutture e delle gerarchie. Non accadrà mai perché l'Oriente e l'Occidente sono divenuti troppo distanti tra loro nel corso dei secoli. Non cerco di accusare nessuno, perché è difficile dare un nome ai colpevoli. Non si tratta di altro che di cose che hanno avuto luogo nella storia. E quando mi sono reso conto dell'impossibilità di conciliare le chiese che ho deciso che l'unica cosa che potevo fare era di convertirmi. E al mio livello personale che si deve compiere la riconciliazione.

Ho pregato molto, ho riflettuto, ho preso appunti. Non desideravo altro che compiere la volontà di Dio. Ho ripetuto incessantemente nelle mie preghiere: "Se è contro la tua volontà, dammi un segno, perché tu sei in grado di non farmelo fare"

Ci siamo incontrati una volta a Milano con il monsignor Hilarion Alfeyev. L’ho messo al corrente dei miei pensieri. Per me era come una prova sul campo, volevo conoscere la sua reazione. Mi sono detto che Dio avrebbe manifestato la sua volontà. Il risultato è venuto da solo: eccomi con voi, in Russia, e felice di esserci.

NS. Nel frattempo sui siti e la stampa cattolica si dice di lei che è un traditore.

GB. Grazie a Dio, non vado su internet e non so cosa dice la gente. Questo non mi interessa affatto. Per ingenuità ero sicuro che questo evento sarebbe passato inosservato, ma è stato piuttosto il contrario. Per 50 anni ho compiuto i miei voti, da trent'anni vivo in un eremo isolato. Il mondo intero era contro di me, quando ho voluto diventare un monaco: mio padre era un noto scienziato, l’ambiente in cui sono nato, tutti i miei amici d'infanzia e di gioventù sono stati tutti contro di me, nessuno mi ha sostenuto.

L’unica eccezione è stato il mio direttore spirituale, un anziano, abate di un monastero. Spesso non si aspetta l'approvazione unanime quando si prendono decisioni molto importanti.

Non avrei mai immaginato diventando ortodosso reazioni così virulente. Non ho nulla, ho già detto, contro i cattolici. Credo semplicemente nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Cristo farà la sua unità alla Chiesa, cosa che non possiamo fare da noi stessi. Quello che è successo con me è una sorta di premonizione di ciò che accadrà, anche in un altro mondo.

NS. Trenta anni fa ha lasciato il monastero per adare a vivere come eremita nelle Alpi svizzere. Come vede il suo futuro?

GB. Ho visto molti posti in Russia, dove sarei rimasto con piacere. Penso al monastero di Valaam. I monaci mi hanno accolto come un fratello. Ho trascorso una giornata con eremiti compiendo una realizzazione spirituale. Sentivo di aver trovato ciò che ho cercato per tutta la mia vita. Ma sono tornato nel mio eremo in Svizzera.

NS. Se decidesse di cambiare luogo, che ne sarebbe dei suoi figli spirituali? Chi si prenderebbe cura di loro?

GB. Non ho gregge nel vero senso della parola. Ricevo molti visitatori nel mio eremo, vengono a confessarsi o a parlare con me. Non mi assumo nei loro confronti una responsabilità pastorale. Solo raramente mi allontano dall’eremo.

NS. Tuttavia, la sua decisione sarà percepita come qualcosa di molto grave da parte di quelli che vengono a trovarla?

GB. Sì, senza dubbio. Ma non ho mai fatto segreto delle mie convinzioni. Almeno la metà di queste persone diranno: "Questo è quello che ci aspettavamo da tempo". Due vescovi ortodossi che conoscevo da tempo mi hanno incontrato di recente in Russia e mi hanno detto: "È sempre stato uno dei nostri. Ora possiamo comunicare allo stesso calice". Ed è proprio questo ciò a cui aspiravo. In tutti i miei libri ho tradotto e commentato testi che risalgono al primo millennio, vale a dire prima la separazione delle chiese. Benedetto XVI conosce bene l'ortodossia e vi fa spesso riferimento. Purtroppo egli predica spesso nel deserto. In uno dei suoi discorsi risalenti agli anni Settanta il futuro papa aveva detto che se le chiese si unissero Roma non avrebbe diritto di pretendere più di quanto abbia fatto nel primo millennio. Ciò sarebbe stato sufficiente per mantenere l'unità. Un ortodosso, per esempio io stesso, dovrebbe rispondere: "Perfetto, torniamo allora allo stato del primo millennio". Ma io non credo che questo sia oggi possibile. La Chiesa cattolica esiste in tutto il mondo, non è la stessa in America, in Africa e in Europa. Diverse tendenze, a volte contraddittorie e incomunicabili tra loro esistono nel seno della Chiesa. Mentre alcuni accetterebbero questo ritorno al primo millennio, altri lo rifiuterebbero.

NS. Lei stesso dice che gli ortodossi sono molto più guardinghi che contrari nei loro rapporti con i cattolici.

GB. Quando nel 1961 andai in Grecia i miei professori dell'Università di Bonn mi avevano avvertito di non entrare in contatto con gli ortodossi: "Sono scismatici, non avere alcun contatto con loro". Feci del mio meglio per non compromettermi. Ma voi sapete che nessun ortodosso inciterà un cattolico a fare la comunione con lui. Un anziano ortodosso venne da me al termine di una liturgia, mi tenevo al fondo della chiesa, e mi mise in mano un pezzo di antidoro.

Oggi vediamo cattolici guidati da parrocchie ortodosse. È il Vaticano II che ha cambiato tutto. La Chiesa cattolica ha proclamato allora una politica di apertura verso il mondo intero, non solo nei confronti dell'ortodossia. I cattolici si mostrano molto amichevoli con noi. A Lugano, la mia città, la comunità ortodossa viene a celebrare la Pasqua nella cattedrale cattolica perché la sua parrocchia non può contenere tutti i fedeli. In quasi ogni casa cattolica in Svizzera o in Francia possono vedere icone. Tutti ascoltano canti religiosi ortodossi.

La chiave è che il Vaticano II è stato seguito da un periodo di secolarizzazione della società. Si potrebbe parlare di una "protestantizzazionre" del cattolicesimo. È precisamente questo spirito protestante che spaventa gli ortodossi. È proprio questa tendenza in seno alla Chiesa di Roma che sta causando il cambiamento di posizione nei confronti degli ortodossi. Sono stato testimone di questo cambiamento di atteggiamento. Ma io non sono poi così vecchio. Le relazioni tra le due Chiese sono spesso cambiate nel tempo. Ci sono stati periodi di "coesistenza pacifica", seguiti da periodi di attivismo proselitistico da parte dei cattolici. Gli ortodossi rispondono con un atteggiamento difensivo. È una sorta di movimento a pendolo.

È solo dall’alto che ci verrà la risposta.

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  I Diari (Дневники) di padre Alexander Schmemann e l’unità della Chiesa russa nella diaspora

articolo di padre Andrew Phillips

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Confrontando le Note: I Diari (Дневники) di padre Alexander Schmemann e l’unità della Chiesa russa nella diaspora

Arciprete Andrew Phillips

Colchester, Inghilterra. 1 marzo 2011

Articolo tradotto dall'inglese: Comparing Notes: The Diaries (Дневники) of Fr. Alexander Schmemann and Russian Church Unity in the Diaspora

 

Il 29 giugno 2009 il sito ROCOR Studies ha pubblicato un’intervista di Andrei Psarev con l’arciprete Andrew Phillips, intitolata “La ROCOR ha il potenziale per diventare una Chiesa globale. In quella intervista si chiedeva a padre Andrew, “I padri Alexander Schmemann e Seraphim Rose erano due figure carismatiche che hanno dato risposte molto diverse alle domande impegnative della modernità. Quale dei due è più vicino a te e perché?” La valutazione di Schmemann fatta da padre Andrew a quel tempo era piuttosto negativa. L’introduzione di padre Andrew alla terza edizione russa dei diari di padre Alexander (Дневники) ha dato a padre Andrew il modo di rivisitare padre Alexander Schmemann.

Leggendo i diari si scopre che padre Alexander non era solo una persona di fede, ma aveva anche il dono della gioia. Schmemann considerava l’assenza di gioia nella vita di un cristiano come un segno di malattia spirituale.

Nella Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia, Schmemann è stato collegato con la problematica autocefalia della Chiesa Ortodossa in America e con il “protestantesimo di rito orientale.” Tuttavia, ben pochi di coloro che criticano padre Alexander hanno studiato seriamente le sue opere. In Russia, dove non c’era “conflitto giurisdizionale”, l’eredità di padre Alexander è stata ricevuta con più serenità. Ad esempio, l’Università ortodossa San Tikhon per le discipline umanistiche a Mosca ha pubblicato i suoi libri accanto a quelli dell’arcivescovo Averky, che seguiva una scuola di pensiero contrario.

Vorrei sperare che sia giunto il momento per un dialogo rispettoso sull’eredità di padre Alexander Schmemann. Le riflessioni personali di padre Andrew possono servire come punto di partenza per tale conversazione.

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Introduzione: La decadenza

Con la persecuzione e la paralisi del “Centro”, il Patriarcato ortodosso russo, e di altre, più piccole Chiese locali sotto il comunismo, quanto ricordo bene la decadenza che ne è risultata nella vita della Chiesa ortodossa in Europa occidentale (in tutte le nazionalità e giurisdizioni), negli anni ‘70 e ‘80. Quella vita era dominata da gretto nazionalismo, provincialismo, corruzione, burocrazia politica, egocentrismo, vanità e accademismo in fuga dalla realtà.

Quasi nessun incoraggiamento, consiglio e guida erano dati ai giovani che si sentivano chiamati a cercare la loro salvezza nel servizio del clero. Lo scoraggiamento e persino la persecuzione di ogni giovane interessato alla vita della Chiesa erano all’ordine del giorno. “Vattene” era la consueta risposta. Potevi essere un potenziale rivale, avevi “il nome sbagliato”, eri “troppo giovane” (anche se un centinaio di altri di “sangue corretto” erano stati ordinati molto più giovani), eri “troppo povero”, eri “troppo onesto”, eri “troppo istruito”, eri “non abbastanza istruito”, eri “sposato”, avevi “troppi figli”. Le ho sentite tutte - ogni scusa era buona abbastanza per cercare di schiacciare qualsiasi scintilla di interesse spirituale o di sincerità.

Qui, non vi era alcuna differenza tra la situazione in Europa occidentale e in Unione Sovietica. Era solo che in Unione Sovietica la persecuzione veniva dallo stato, in Europa occidentale veniva da “rappresentanti” della Chiesa. Quando nel 1978, dopo indagini preliminari, mi sono reso conto che mi sarebbe stato rifiutato l’ingresso all’Accademia Teologica di Mosca perché avevo il passaporto “sbagliato” (cioè, britannico), un vescovo mi ha detto: “Vai a studiare teologia in un’università britannica.” Sapevo che questa risposta mascherava solo la sua indifferenza e rifiuto di aiutare, in realtà era il suo modo educato per dire “Vattene e lasciami in pace”, e che questo significava la morte per la mia anima. Così me ne sono andato in Grecia, come un profugo del dispiacere russo.

Più tardi, ho incontrato un altro vescovo di Parigi, che era stato eletto “per chiudere la Chiesa”, nelle parole del suo diacono, che in seguito si rifugiò nella Chiesa Ortodossa in America. Non avrei mai potuto essere accettato nella “Istituzione ortodossa.” Non ero un “etnico”, mi rifiutavo di sacrificare la mia famiglia, non ero di provenienza “giusta” (= anglicana), non avevo frequentato scuole di qualità, e quindi, per coronare tutti questi miei peccati di cui sopra, ho apertamente rifiutato di diventare massone. Non c’era nessuna possibilità per me. Questi erano gli atteggiamenti negativi e sprezzanti verso tutto e verso tutti quelli che si sentivano spiritualmente vivi. Tutto ciò che è stato realizzato è stato raggiunto a discapito dei rappresentanti locali della “Chiesa”, non grazie a loro.

Provvidenza

In termini spirituali, però, tutto questo era meraviglioso, perfetto. In primo luogo, divideva il serio dal non serio. In secondo luogo, ti insegnava il senso dell’umorismo. Mi ha insegnato molto presto che nella Chiesa abbiamo una scelta – ridere o piangere. Io so quale scelta ho fatto. E mi ha insegnato che nella Chiesa la vita non è mai noiosa. In altre parole, questa era la situazione ideale in cui imparare un po’ di umiltà, imparare che la Chiesa è di Dio, non dell’uomo, e che la volontà di Dio sarà sempre fatta, è irresistibile, qualsiasi cosa ti capiti. Chiunque pensa diversamente si limita a ripetere l’errore fatale di un qualsiasi numero di persone deluse e di sette nella storia della Chiesa che pensano di “salvare la Chiesa”, quando in realtà stanno solo distruggendo le loro anime.

Tutto questo mi ha insegnato l’Ortodossia vera, quella che non viene mai insegnata in seminari, accademie e università. Mi ha insegnato a non rinunciare mai, perché sia fatta la volontà di Dio, nonostante “loro”, e soprattutto mi ha insegnato a pregare per tutti “loro”. Come dice il Vangelo, se preghiamo solo per coloro che ci amano, non siamo migliori dei pagani.

Soprattutto, mi ha insegnato che se stiamo davvero cercando di vivere nella Chiesa, tutto ciò che ci accade è per il nostro bene, in altre parole, che qualunque cosa accada, in qualsiasi peccato cadiamo, c’è sempre una miracolosa Provvidenza. E la Provvidenza è quella presenza calda e amorevole di Dio, che ci accompagna ogni giorno della nostra vita, ci protegge miracolosamente da noi stessi e dagli altri, operando le più straordinarie “coincidenze”, che il mondo non può nemmeno sognare.

In mezzo a questa oscurità, negli Stati Uniti, c’era padre Alexander Schmemann. A differenza degli altri che avevo incontrato fino a quel momento, mi ha incoraggiato. Che boccata d’aria fresca!

Padre Alexander

Ho incontrato padre Alexander solo una volta, nel 1980. Sono sicuro che non si è ricordato di me, tra le migliaia di persone di gran lunga più significative e interessanti che incontrava ogni anno. Avevo letto i suoi libri e li avevo trovati spiritualmente piatti, vuoti. (A essere onesti, lo stesso padre Alexander aveva i suoi dubbi su alcuni di essi – Pp. 137, 447 –  e aveva grandi difficoltà a scriverli. Tutti i numeri di pagina citati in questo articolo si riferiscono alla terza edizione russa di Dnevniki pubblicata nel 2009). A me i suoi libri sembravano scritti per i non ortodossi, per gli ortodossi decaduti, oppure per gli ortodossi che non avevano alcuna coscienza dell’Ortodossia. In questo senso e per questo pubblico, i suoi libri erano perfetti, erano opere di genio. Ma per me tutto ciò che vi era scritto sembrava essere assolutamente evidente oppure semplici opinioni personali di padre Alexander. E queste opinioni erano basate sulle sue esperienze negative del ritualismo e della morte spirituale nell’immigrazione.

Mi era stato detto da voci sommesse di convertiti stupidi che padre Alexander era “carismatico”, quasi Dio incarnato. Non l’ho trovato così. Ho trovato un fumatore di sigarette vestito con un abito da passeggio americano. (Aveva fumato due pacchetti al giorno fin dagli anni ‘30 – P. 422). Quando l’ho incontrato ad una conferenza a Montgeron, vicino a Parigi, nel 1980, aveva tenuto una conferenza, piena di generalizzazioni, che chiunque avrebbe potuto fare. Nei suoi diari ha giustamente ricordato l’intera conferenza come “inutile” (P. 532).

Dopo essere stati presentati, abbiamo avuto una conversazione, in cui ha detto delle cose molto strane, che hanno rivelato la sua considerevole ingenuità sulle personalità ortodosse in Inghilterra e sull’Inghilterra in generale. Deve aver pensato che io non l’avevo capito. In realtà l’avevo capito: parlava della sua psicologia, non della Chiesa. Quando ho detto quello che sinceramente pensavo e si è reso conto che non avevo intenzione di adulare lui o altri e di nuotare nella corrente, mi ha incoraggiato – parole che sono scese come pioggia sulla mia anima riarsa. Di questo gli sarò sempre grato. Non era un accademico vano come altri che avevo incontrato.

Ho capito Padre Alexander ancor meglio in seguito, dopo aver fatto conoscenza con il suo defunto fratello gemello, Andrey, il grande sostenitore della fazione tradizionale dell’Ortodossia russa in Rue Daru. C’era la sua cugina della ROCOR (Chiesa Ortodossa Russa fuori della Russia) in Svizzera, che pensava che padre Alexander fosse diventato un protestante. Questo non era certo un parere sorprendente, da quando aveva letto la sua “demitologizzante” Introduzione alla Teologia Liturgica, così brillantemente analizzata e contrastata dal sempre memorabile teologo padre Michael Pomazansky. C’era la zia (la matushka di un sacerdote della ROCOR in Svizzera) e anche altri parenti di padre Alexander della ROCOR in Sud America.

Per alcuni, padre Alexander era un mostro del male, un eretico. In effetti, oggi in Russia, in diverse diocesi della Chiesa russa, si rifiutano di vendere i suoi libri. In una diocesi nel 1990 i suoi libri sono stati bruciati per ordine del vescovo locale. Per altri (come il suo stretto amico parigino Nikita Struve, che scriveva su Le Messager), padre Alexander era un santo. Naturalmente, la realtà stava in qualche punto nel mezzo.

Solidarietà per padre Alexander

Ho trovato e trovo padre Alexander molto simpatico. Grazie a gentili amici, sono stato di recente in grado di ottenere e leggere una copia dei suoi diari (1973-1983) nell’originale russo (Dnevniki) relativamente senza censure. Solo il 3% di questi testi sono stati censurati, mentre la versione inglese dei suoi diari è stata notevolmente tagliata.

Posso dire prima di tutto quanto questi diari siano leggibili e affascinanti. Per me sono pura nostalgia. Ho conosciuto praticamente tutti quelli che egli cita nel mondo parigino e inglese e perfino alcuni di quelli di parte americana, da padre George (vescovo Gregory) Grabbe a padre Vladimir (vescovo Basil) Rodzianko. Anch’io sapevo delle tragedie di Parigi negli anni ’70, l’annegamento di Marina Rosenschild e l’omicidio (KGB?), mascherato da suicidio, di Ivan Morozov. Forse sto diventando vecchio, ma ora posso leggere memorie su persone che conoscevo molto bene. Capisco da dove proviene padre Alexander. Era solo due anni più giovane di mio padre.

Tra le conoscenze comuni c’erano stati alcuni “starodvizhentsy,” membri anziani del Movimento Russo degli Studenti Cristiani. Si trattava di persone affascinanti, anche se non ero d’accordo con loro. Non ho mai capito la mentalità russa di Parigi: “Non sono d’accordo con lui, quindi lo odio e non voglio parlare con lui”. Neppure padre Alexander la capiva. L’associava con l’assolutismo e l’estremismo dell’emigrato russo. Leggeva sempre quanto scrivevano quelli che non erano d’accordo con lui – cosa che mi sembra perfettamente normale – si tratta di una questione di rispetto per la loro esperienza e sofferenza, per quanto grande sia il disaccordo.

Le conoscenze comuni a Parigi includevano sacerdoti vicini a padre Alexander, come l’affascinante padre Igor Vernik (una miniera a cielo aperto di informazioni su molti, come la Fraternité Orthodoxe, a cui era così contrario. Pp. 431-2, 460), l’arcivescovo George (Wagner) (“peggio che stupido, perché è pure testardo”), Padre Sergiy Bulgakov (un altro accanito fumatore per molti anni), padre Vasiliy Zenkovsky e Madre Maria Skobtsova (che tanto detestava ritenendola un’imbrogliona). C’erano anche padre Pierre Chesnakov e padre Alexei Kniazev, che mi erano ben noti e cari. E c’era il migliore amico di padre Alexander dai suoi giorni di scuola, il sacerdote della ROCOR padre Michael Artzimovich, che ha significato molto per me. Dio li riposi tutti!

In primo luogo, i Diari di padre Alexander sono quelli di un emigrato franco-russo urbano, laico, socievole, civilizzato, un critico letterario molto ben erudito (ma non un accademico – detestava fortemente gli accademici e in particolare l’Ortodossia accademica –  Pp 14, 19-21, 530). Amava la letteratura, i ristoranti, il buon cibo, le risate e la conversazione. In secondo luogo, questi sono i Diari di un sacerdote docente e conferenziere, il decano del St. Vladimir’s Seminary a Crestwood e uno dei principali architetti del prodotto della guerra fredda noto come la Chiesa Ortodossa in America (O.C.A. – 1970 e ancora oggi esistente).

Intese

C’è così tanto con cui andare d’accordo nei Diari di padre Alexander, e che abbiamo in comune. Ad esempio, vi è il suo amore per la natura e per la vita familiare, le sue amate vacanze estive con la famiglia in Canada, il suo umorismo (Fawlty Towers, per esempio), la sua profonda nostalgia per la sua infanzia e per Parigi, il suo amore per lo scrivere e il parlare, in altre parole, il suo amore per i suoi simili e quella sciagurata incapacità di dire “no” alle richieste degli altri. Vi è la sua avversione al provincialismo (P. 488), alla falsità, alla finta pietà, agli ingenui e trionfalisti che parlano con orgoglio della loro “spiritualità” (pp. 501-2, 515, 579), i loro pseudo-“padri spirituali” (Pp . 379, 577) e parroci che si mettono in posa come pseudo-anziani (pp. 368, 631), le loro “Preghiere di Gesù” e i chotki e le loro cattive traduzioni in lingua inglese e il futile “attivismo” americano dei giovani sacerdoti del St. Vladimir’s (pp. 334, 479, 612).

Egli capiva che alcuni convertiti, “massimalisti”, erano innamorati di se stessi, non della vita e del lavoro per vivere, e che erano imbarcati in irresponsabili fantasie clericali nei loro ghetti auto-creati (pp. 370-71, 524 , 577, 586, 608-9, 615, 632). La loro malattia fondamentale era il narcisismo, che nascondevano a se stessi con la parola “spiritualità”. Con la loro presuntuosa “conoscenza” (cioè, conoscenza senza comprensione – altrimenti nota come ignoranza) di “Spiritualità”, “Theosis”, “i Padri”, “la Filocalia”, “il Typikon”, “Misticismo” e “i Canoni”, di fatto parlavano solo della loro auto-adulazione. (Tuttavia, alcuni dei suoi punti di vista sui convertiti sembrano crudeli – dopo tutto essi non avevano a disposizione il suo ambiente privilegiato ed egli non capiva i loro bisogni di base e quindi non li poteva mediare in modo positivo).

Padre Alexander notava come spesso gli “interessati alla vita spirituale” avevano poco amore per Cristo (P. 35). C’era la sua comprensibile avversione al pietismo, di fatto un mero sentimentalismo “all’acqua di rose” (pp. 215, 226, 302), e la sua avversione altrettanto comprensibile alla “religione”, cioè alla religiosità falsa, e in realtà all’odio e pretenziosità (Pp. 218, 227, 251, 302, 460, 620, 625), che vedeva come idolatria, come una “religione” che ha sostituito Dio, Cristo e la fede. Rigettava pure le sciocche infatuazioni dei convertiti con le loro competizioni sulle barbe e cose del genere. Riteneva, giustamente, che fossero le persone “religiose” e la casta sacerdotale a crocifiggere Dio, come avevano fatto a Gerusalemme, e come ancora fanno oggi. Si ergeva con tutto il cuore contro ogni tipo di fanatismo totalitario (Pp. 431-2).

Vi è la sua avversione all’Ortodossia accademica, la sua “teologia” e le sue note, che parlano di cose mai sperimentate, gli incessanti discorsi, conferenze, dibattiti e tutte le altre questioni periferiche di aria calda – sicuramente la vera causa del riscaldamento globale – nelle sezioni marginali della Chiesa ortodossa (pp. 448, 464, 588). Gli studi bizantini, pensava, erano “per snob e falliti” (P. 461). Per lui, l’interesse accademico è falso perché non produce il pentimento, che può venire solo da una autentica vita interiore (P.14), dalla gioia. Infatti, “Rallegratevi!” sarebbe un titolo molto buono per questi Diari. C’è in padre Alexander la consapevolezza spirituale di base che il diavolo è sempre all’opera nella Chiesa e questo dimostra la divinità della Chiesa (439 P.). Come dice il proverbio inglese dice: “Dove Dio costruisce una chiesa, il diavolo costruisce una cappella alla porta accanto”. Quanto è tristemente vero!

Per padre Alexander, come per tutti noi, non c’è bisogno di teologia al di fuori degli uffici - è tutta nelle ufficiature (pagg. 29, 273). Vi è la sua avversione a tutte le ideologie, di destra e di sinistra (Pp.191-2, 263, 265). Ci sono i suoi atteggiamenti verso l’Occidente spiritualmente morto con il suo mortale modernismo (Pp. 147, 171, 409, 440, 477, 508-9, 519, 528, 591), che ha giustamente visto come una malattia spirituale. L’Occidente, come ha detto, è contaminato dalla fantasia dell’egualitarismo, con i suoi atteggiamenti assurdi e blasfemi verso i “preti donna” (= sacerdotesse) e l’omosessualità, che sono estranei in modo così sconcertante a tutti gli ortodossi.

Da russo, vedeva giustamente l’ossessione occidentale per i “diritti”, il “socialismo” e la “democrazia” come idolatria decadente e orgoglio disumanizzante. Capiva che quando l’anima lascia il corpo, il corpo muore e che l’Occidente era morto perché aveva perso la sua anima. La sua analisi del fallimento spirituale e morale dell’Occidente perché ha rifiutato Cristo, su cui era fondata, è avvincente (P. 447). Ma ha anche ben compreso che il cristianesimo occidentale doveva morire prima che Cristo potesse risorgere dalla sua morte (P. 451).

Omissioni

Anche se i suoi Diari formano un elenco di intellettuali secolari emigrati, sono notevoli per le loro molte omissioni. Così, padre Alexander non sembra mai parlare di santità, di santi, non menziona mai una volta San Giovanni di Shanghai o monaci come padre Seraphim (Rose), non parla quasi mai positivamente del monachesimo e, in vero stile parigino, esprime spesso antipatia per esso (Pp. 271-2). Non aveva alcun contatto con Gerusalemme, il Monte Athos o una qualsiasi delle Chiese locali in Europa orientale o con la Russia stessa, che tragicamente non ha mai visitato. Le uniche eccezioni sono state brevi visite alla Chiesa serba sotto il comunismo jugoslavo e alla Chiesa copta e ai suoi monaci (pp. 416-17).

Non aveva alcun contatto con la più ampia ROCOR al di fuori di alcune ristrette parrocchie in Nord America. Così, non ha mai visitato la Cattedrale della ROCOR a San Francisco. A parte i suoi contatti con la vecchia, “più autentica” (pp. 568-9) Ortodossia immigrata in Pennsylvania e la meravigliosa Ortodossia dell’Alaska, in cui ha fatto due viaggi profondamente gratificanti, i suoi altri contatti erano con parrocchie moderniste in Finlandia. In altre parole, padre Alexander aveva pochi contatti con le fonti della vita dell’Ortodossia. Infatti, piuttosto che un interesse per la vita monastica e ascetica, sembra aver speso un sacco di tempo a studiare letteratura e filosofia francese, i romanzi di Georges Simenon, gli scritti di Julien Green e la letteratura secolare russa. Questo dice molto su di lui.

È chiaro che la letteratura laica, francese e russa, ha effettivamente formato gran parte del suo mondo. Padre Alexander si definisce un ribelle, un iconoclasta (P. 63), un “contestataire” (P. 106). Odiava ogni attaccamento al passato (P. 73). E in questo modo è stato un tipico intellettuale russo laico, il quale, nato fuori della Russia, è venuto alla Chiesa, ma non si è mai completamente integrato in lei (P. 53). In questo modo è stato uno stereotipo dell’emigrazione di Parigi, un residuo dell’aristocrazia e della casta dominante sradicate in San Pietroburgo dopo che Pietro il Grande le aveva tagliate fuori dal popolo.

Il critico letterario in padre Alexander è stato rapidamente deluso dalla terza emigrazione, spesso di origine ebraica, e dalla falsa “rinascita religiosa” degli anni ‘70 nell’intellighenzia sovietica. Si rese conto che era così pesantemente sovietizzata da non essere in grado di pensare al di fuori delle categorie sovietiche (P. 614). Il suo iniziale eccesso di adulazione di uno scrittore laico, per quanto grande, Solzenicyn, come “salvatore”, ora sembra assurdo, anche se Padre Alexander l’aveva capito solo vagamente (P. 488) e trovava Solzhenitsyn un genio (Pp. 527-8).

Nel suo opuscolo su Solzhenitsyn (che egli non apprezzava a causa dell’amore di Solzhenitsyn per le parti migliori della ROCOR), padre Alexander ha scritto alcune delle sue linee più acute sull’Occidente. Qui ha detto che “la tragedia religiosa dell’Occidente” era che “combina l’incredulità intellettuale con la religiosità”. (On Solzhenitsyn, Montreal, 1974). Questa è stata anche e precisamente la tragedia dell’emigrazione russa occidentalizzata (occidentalizzata prima ancora di stabilirsi in Occidente). In effetti, questa, un cuore credente e una mente incredula, era la tendenza di padre Alexander, come egli stesso ha ammesso (P. 518).

Purtroppo, di conseguenza, il lato razionalista, “protestante” di padre Alexander aveva poco tempo per la pietà popolare e per i Padri (P. 109), per l’Ortodossia come “modo di vita” (P. 57). Egli respingeva l’Ortodossia, vale a dire l’Ortodossia aristocratica di San Pietroburgo e di Parigi, che vedeva come prigioniera del cattolicesimo (P. 158). In effetti, aveva poco tempo per i nostalgici dell’emigrazione. Spesso parlava del marciume dell’emigrazione (pagg. 23, 85, 134), in particolare negli Stati Uniti, e della sua ossessione per il passato (Pp. 123-24).

Padre Alexander e la ROCOR

La valutazione che padre Alexander faceva della ROCOR e di alcuni dei suoi sacerdoti (ad esempio, padre Viktor Potapov, padre Alexander Lebedev, padre Alexander Kisilev) è molto forte e molto negativa, ma lo capisco, per quanto sia ingiusta in merito a quei sacerdoti in particolare. Ovviamente, non ha mai capito che cos’era la ROCOR e ne vedeva solo la parte esterna, il peggio. Questo è il motivo per cui ha respinto tutta questa parte della Chiesa russa, con i suoi santi e i suoi valori universali, come una setta, usando il soprannome sprezzante di “Karlovchane,” in un pezzo di rozza polemica, piuttosto indegno di lui. Tuttavia, lo posso capire – anche io ricordo il peggio della ROCOR negli anni’70 e ho visto quello che ha visto lui.

Per dirla in modo crudo, il peggio della ROCOR di allora era un misto di razzismo e di fariseismo – “Ortodossia da museo”, il cui destino non poteva che essere la morte, perché era già morta dentro. C’erano emigrati anziani in un bagno di pura nostalgia culturale per una Russia scomparsa che non trasmettevano alcunché della fede ortodossa ai loro figli e nipoti, per non parlare dei non-russi. Questi emigrati erano troppo spesso accompagnati da pochi fanatici ex anglicani che sembravano volere una sorta di “Ortodossia da talebani”, in modo da poter condannare alle fiamme dell’inferno tutti quelli che erano rimasti anglicani (P. 48).

Non c’è da stupirsi che questo tipo di ROCOR sia morta o scomparsa nel pozzo senza fondo delle piccole sette. Una tale ROCOR era o tutta proiettata nel passato, oppure in una psicologia patologica, certamente mai nell’amore e nel cristianesimo. Così, quello che padre Alexander vedeva nella ROCOR, era solo provincialismo, ortodossia russa nazionalista ed etnica, non la sua missione universale, per cui i suoi migliori elementi hanno sempre lavorato. La sua accusa che la ROCOR era auto-difensiva è bizzarra, visti i continui attacchi aggressivi e persecuzioni fatte contro la ROCOR praticamente da tutti (P. 594), lui incluso.

La sua incapacità di comprendere e accettare la canonizzazione dei Nuovi Martiri e Confessori fatta dalla ROCOR è semplicemente tragica, così come lo è stata quella dell’accademico padre John Meyendorff (Pp. 630, 642). Come si può rifiutare i santi? Come si può rifiutare San Giovanni di Shanghai? Eppure questo è ciò che padre Alexander e quelli con lui hanno fatto e fanno tuttora. Comprensibilmente anti-nazionalista e anti-sciovinista, padre Alexander non vedeva l’interno, la santità della ROCOR, la sua fedeltà alla Tradizione ortodossa russa universale, la portatrice di civiltà ortodossa senza compromessi, lo zelo non fanatico di parlare dell’Ortodossia agli uomini di buona volontà in tutto il mondo e la profonda venerazione per i Nuovi Martiri e Confessori (per i quali padre Alexander non aveva tempo, e riguardo ai quali si sbagliava profondamente, come anche per il sempre memorabile Metropolita Filarete).

È  tutto il meglio della ROCOR che ha fatto e fa viva oggi la ROCOR, mentre l’Ortodossia superficiale che padre Alexander ha visto in alcune parti dell’O.C.A. è morta o morente, una fiamma che ha brillato e poi si è spenta, lasciando solo ceneri grigie e rimpianti amari . L’unità e la libertà della Chiesa russa di oggi si basano proprio sulla pietra angolare dei Nuovi Martiri e Confessori. Padre Alexander non lo ha visto. Purtroppo, in molti modi, Padre Alexander ha espresso giudizi sugli aspetti esteriori. E qui ha fatto diversi errori.

La tragedia di padre Alexander

E qui veniamo alla vera e propria tragedia di padre Alexander. Vedendo solo l’esterno, il guscio, non ha mai accettato l’Incarnazione della vita della Chiesa all’interno del guscio. I suoi pensieri e la sua filosofia (non ideologia, perché aborriva quella parola – P. 125, ma per ironia della sorte è diventato l’ideologo dell’autocefalismo etnico americano) erano contrari alla Chiesa, così come essa esiste sulla terra. È stato abbastanza intelligente da rifiutare la Scuola di Parigi (P. 527), definendo Bulgakov eretico, “marxismo dentro e fuori” (P. 527), con tutta la sua fantasia occulta (“sofianismo”), immaginazione, auto-esaltazione e sradicamento. Eppure, padre Alexander stesso era in ultima analisi disincarnato, sia in senso letterale, né russo né parigino né americano, sia intellettualmente.

La tragedia essenziale di padre Alexander è che, sebbene egli amasse la Bibbia e l’Eucaristia (Pp. 615, 635 – e chi non le ama?), non ha mai accettato l’Ortodossia di massa della Chiesa dopo l’insediamento costantiniano, l’Ortodossia di massa che è frutto dell’Incarnazione. Fondamentalmente - e questo è ciò che dà origine a tutte le accuse che egli fosse un protestante - non è mai andato al di là del quarto secolo, non ha mai accettato che la Chiesa sia la Chiesa delle masse. Perciò non ha mai accettato il contro-movimento bilanciante e santificante della Chiesa del quarto secolo, l’Ortodossia del monachesimo, dell’ascesi, dei simboli, del mistero, dei Padri, di “Bisanzio”, della “Santa Rus”, dell’iconostasi, delle preghiere segrete, della confessione, della vita dei santi, della venerazione delle reliquie, dei Minei, del “santorale”, degli acatisti, dei servizi di intercessione e delle funzioni memoriali.

Va certo molto bene elogiare i “primi cristiani”, “che non avevano iconostasi,” ma erano santi, che potevano essere martirizzati in ogni momento, e noi non siamo santi. In questo modo, l’Ortodossia di padre Alexander era un’Ortodossia elitaria, purista, che semplicemente non prendeva in considerazione la realtà che la maggior parte della gente è molto felice in funzioni che, intellettualmente, capisce poco, perché non capisce la lingua. Non ne hanno bisogno. La maggior parte della gente ha bisogno di un’atmosfera in cui pregare, non di libri da leggere o di cose da capire. La maggior parte della gente semplicemente non legge e non vive nelle proprie teste. Le loro esigenze sono diverse. Vivono nei loro corpi e nei cuori, per quanto primitivi, emotivi o sentimentali – o spirituali e “mistici” – questi possano sembrare agli intellettuali.

Ed è interessante che questo sia il problema fondamentale di tutti quelli che oggi sono di origine russa o dicono di essere di “Tradizione ortodossa russa”, e che ancora si rifiutano di accettare l’unità d’amore e l’autorità della Chiesa ortodossa russa: non possono accettare un’Ortodossia di massa, ma preferiscono piccole “comunità”, di fatto ghetti di serra, spesso inferiori a 20 o 30 persone, dove tutti si suppongono intellettuali e quindi la fede è “pura”. E in sostanza, questo è orgoglio, orgoglio che si nasconde sempre dietro a ogni divisione, ogni rifiuto dell’unità, sia che provenga da sinistra (St. Vladimir) o da destra (sette dei “veri ortodossi”). Tutti pensano che solo loro “saranno salvati”. E questo mostra semplicemente una mancanza di amore del tutto inaccettabile per le masse, che – siamo seri, per favore – non si uniranno mai a loro.

Malintesi

Intellettualmente, Padre Alexander non ha mai capito che l’Ortodossia è il modo di vivere cristiano, il Vangelo incarnato. Di qui le accuse di “eresia” contro di lui nella Russia di oggi. In questo senso, la mente di padre Alexander non è mai stata completamente assorbita dalla Chiesa, da cui la sua avversione per il termine “ecclesialità” (P. 379). Il suo approccio ai servizi era fondamentalmente l’approccio decostruzionista, “demitologizante” del critico letterario laico. Mancava tutto l’aspetto mistico, c’era solo il biblista protestante razionalista, il critico letterario, il prigioniero della critica biblica di origine tedesca. Ironia della sorte, è stato anche questo che ha portato al nazionalismo russofobo, americano, “etnico” che infetta parti dell’O.C.A. di oggi.

Padre Alexander, il loro “padre spirituale”, non era un russofobo (P. 360), ma aveva una visione molto critica della Russia (P. 438) e si sentiva più a casa a Parigi, in Occidente. Come egli stesso ha detto del suo opposto nell’allora polarizzata (almeno negli USA) ROCOR, il vescovo Gregory Grabbe, i bambini erano davvero peggio del loro padre (P. 54). Padre Alexander, un internazionalista, sarebbe stato inorridito dal nazionalismo americano espresso oggi da alcuni dei suoi figli spirituali, in varie giurisdizioni. Già durante la sua vita era molto preoccupato per gli “attivismi” in stile protestante e per l’approccio da “business” americano nell’O.C.A. (Pp. 438, 617-18), che suo malgrado egli aveva incoraggiato. Ed egli stesso ha ammesso che in realtà si sentiva più a suo agio in “Occidente” e non in “Oriente”, vale a dire, era di più a casa in “Occidente” che nell’universo ortodosso (P. 616 ).

Così, Padre Alexander spesso intendeva la Chiesa solo come “religione” (una parola che comprensibilmente non amava – noi tutti odiamo la “religione organizzata”, è per questo che siamo ortodossi), come “teologi” (P. 39), come istituzione (“barbe e croci” - P. 10) - che in quanto istituzione naturalmente, tutti noi abbiamo in antipatia, ma la accettiamo come necessaria. Non ha mai visto al di là del guscio esteriore nella parte interna. C’era sempre quella superficialità, così tipica del mondo degli oratori ortodossi nei circuiti delle conferenze internazionali, con le loro piatte, superficiali, visioni accademiche prive di spirito sulla Chiesa, ma mai una vera e propria esperienza. La tragedia di padre Alexander era che non ha mai realizzato il principio positivo che l’Ortodossia è sempre incarnata, nella vita di gruppi e nazioni; ha sempre e solo visto gli aspetti negativi dell’Incarnazione, e dunque ha respinto il principio stesso.

Anche se chiaramente capiva le debolezze di molti, per esempio, il principe Andronikov (Pp. 110 e 322), Olivier Clément (P. 422), Dmitriy Obolensky (Pp. 604, 607, 630) e Nicholas Zernov (Pp. 78-79 , 564), ha mostrato ingenuità di giudizio sugli altri. Come abbiamo detto in precedenza, ha avuto una sana avversione per i “padri spirituali” (pp. 35, 631) e la pseudo-spiritualità fraudolenta (un fenomeno inter-giurisdizionale – il male si diffonde sempre ovunque). Il suo atteggiamento verso il tipo sbagliato di convertiti (“massimalisti”), come, ad esempio, quelli che ha incontrato a Oxford nei primi anni ‘80 (les transfigures - P. 640), è del tutto comprensibile.

Padre Alexander non ha capito nulla della vera Inghilterra, solo delle élite di Londra e Oxford (P. 590). Come tutti quegli elitari, non ha mai capito la gente. Quanto bene mi ricordo uno dei suoi discepoli a Parigi, un laureato del St Vladimir’s, che mi raccontava il suo shock per l’apprendimento degli aspetti della vita quotidiana, la vita che io e tutti quelli che conoscevo bene avevamo sempre vissuto, e mi chiedevo da quale pianeta venissero tali persone. Era dal pianeta della Disincarnazione.

La dimensione mancante

Padre Alexander ha scritto che amava l’Ortodossia (l’idea disincarnata, la teoria), ma non amava la Chiesa (Pp. 236-7, 248), che è incarnata. A volte opponeva la Chiesa e il cristianesimo a Cristo (Pp. 85, 459), che si può fare solo se si vede la Chiesa come una semplice, umana, artificiale, istituzione “bizantina” (pp. 92, 95, 105, 331, 452 ). La sua avversione per il “bizantinismo” “platonico”  di San Dionigi l’Areopagita (Pp. 236, 453, 619 – che noia tutto questo nonsenso dello “Pseudo-Dionigi”) e di san Massimo il Confessore (Pp. 300, 453, 539), ha comprensibilmente sconvolto il patristico padre George Florovsky e tutti i greci – e per questo tutti gli ortodossi – che si meritavano di meglio da lui. Di qui anche la sua antipatia per il termine “Santa Russia”, che allo stesso modo fraintendeva come idolatria, invece di capirla come Cristo incarnato, cosa che è in realtà la Santa Russia.

A volte guardava ai servizi come un “testo”, come un critico letterario, e l’aspetto mistico dei testi liturgici ortodossi sembrava sfuggirgli, tanto pieno com’era del lato umano della vita della Chiesa. Ma come poteva tenere tutto in prospettiva? Non c’era per lui un monastero in cui andare a rinnovare se stesso, solo la casa di vacanza estiva della sua famiglia in Canada. D’altra parte, come abbiamo visto, si ergeva contro la falsità nella vita della Chiesa, contro la falsa religiosità, l’ipocrisia e il bigottismo e capiva che tutta la teologia ortodossa è nei servizi.

Padre Alexander capiva la centralità dell’Eucaristia e parlava di “Eucaristicità” (P. 608). Ha fatto molto per incoraggiare la comunione frequente fra il suo gregge in gran parte ex-uniata, che era stato costretto ad adottare, più di due secoli prima, la vecchia pratica cattolica della comunione rara. Tuttavia, padre Alexander non aveva alcuna comprensione di tutta la natura sacrale, “bizantina”, spirituale, mistica della Chiesa (Pp. 452, 518, 480), le preghiere segrete lette in segreto, il pentimento, la vita ascetica, san Gregorio Palamas (Pp. 374, 539), Sant’Ignazio e San Teofane (Pp. 502, 587), e, come gli altri parigini, spesso fraintendeva l’uso della confessione (P. 511), la preghiera e il digiuno. In questo era secolare e, per sua stessa ammissione, non riusciva a staccarsi dal mondo (P. 452). Così mancava in lui un’intera dimensione, una metà della vita della Chiesa Ortodossa.

Padre Alexander capiva anche che il St Vladimir’s poteva trasformarsi in un disastro che non sarebbe riuscito a controllare (pagine 34, 331, 438, 460, 596). Si rese conto che i seminari stessi non sono ortodossi, ma sono il risultato del clericalismo cattolico romano. Tuttavia, purtroppo, a causa del suo pregiudizio anti-monastico, non ha visto che un seminario vero e proprio deve essere parte di un monastero, come il St Tikhon’s nella sua stessa giurisdizione, piuttosto che una fondazione gestita da e per gli intellettuali. Padre Alexander non amava confessare (pagine 34, 511), ma lo faceva e, a quanto pare, lo faceva molto bene. Aveva un punto di vista razionalista, anti-mistico (P. 518), protestante della liturgia - e così accusava coloro che avevano una visione ortodossa di avere una visione cattolica! (P. 158).

Padre Alexander non ha mai capito l’importanza dell’abito clericale, delle donne che si coprono il capo in chiesa, della fedeltà al calendario ortodosso, del modo in cui sono fatti i servizi (P. 96). Non ha mai capito che, anche se il rituale è naturalmente secondario, è altresì sintomatico della verità interiore. Il suo rifiuto della pietà tradizionale era tragico. Non ha mai capito che molti pii fedeli semplicemente non possono pregare nelle chiese di nuovo calendario, con banchi e sacerdoti imberbi, che vietano qualsiasi lingua “straniera” (“straniera” solo per gli ignoranti), il digiuno e le donne che si coprono il capo.

Non ha mai capito che i sacerdoti sbarbati dal colletto clericale non saranno mai presi sul serio né lo sarà il nuovo calendario – per lo meno nella Chiesa russa (P. 426). Purtroppo, l’ingenuo, giovane sacerdote che officia il Mattutino senza il canone (se mai officia il Mattutino), che detesta i Minei, che tiene le porte sante aperte per tutta la liturgia (se mai ha un’iconostasi), che esclama le parole sacre delle preghiere segrete, che mette i banchi nella sua chiesa, si rifiuta di fare confessioni e vieta alle donne di coprirsi il capo in chiesa, è ora, forse ingiustamente, visto come un prodotto della O.C.A., ed è ora, forse ingiustamente, chiamato “Schmemannita” . Il fatto è che, comunque lo si chiami, calpesta la pietà ortodossa e scandalizza i fedeli.

L’essere umano

Tuttavia, dire che l’intera attuale tragedia della O.C.A. e dei suoi scandali, obliquamente citata nei suoi Diari censurati, era colpa di padre Alexander, è ingiusto. Egli non era solo nella creazione della O.C.A., che in quegli anni bui della Guerra Fredda gli sembrava una buona idea. Egli non è responsabile dei compromessi secolari in parti di essa. È vero che il suo anti-monachesimo non ha aiutato. Ed è stata la fondamentale mancanza di autentica vita monastica e di tradizione ascetica, che era ed è alla base della morte della O.C.A. Ma perché padre Alexander, un prete sposato e padre di famiglia buono e onesto, dovrebbe essere incolpato di una mancanza di vita monastica e della conseguente decadenza?

Non è come se padre Alexander avesse mai desiderato il potere e di essere responsabile della fucina del St Vladimir’s – non aveva ambizioni, né carrierismo e sarebbe stato più felice solo a predicare, parlare, scrivere e vivere con la sua famiglia. Quante volte si sentì esausto e stufo di piccola burocrazia, lotte intestine, molestie e telefonate. Era stato messo in una posizione di potere, suo malgrado. E il suo lavoro instancabile nel tenere discorsi, scrivere, confessare, celebrare e parlare a Radio Liberty era inestimabile, per quanto unilaterale.

E padre Alexander ha fatto quello che poteva, con tutti i tragici limiti umani di quello che aveva e quello che era. E questo non è da meno di chiunque altro, e a volte è molto di più. Il fatto che tutta la dimensione sacrale, monastica e ascetica mancava dal suo lavoro, e di fatto era considerata da lui come un errore (!), non vuol dire che le sue opinioni sulla centralità dell’Eucaristia siano sbagliate. Significa semplicemente che esse sono unilaterali – sono solo metà della storia. E questa è la metà che ha fatto rivivere. Tocca agli altri che verranno dopo di lui di far rivivere l’altra metà della storia, per completare il puzzle.

Nessuna Chiesa ortodossa è stata fondata da laici e sacerdoti sposati. La centralità della missione monastica, sia nell’impero romano nei primi secoli, sia in Georgia e Armenia, sia in Galles, Irlanda e Scozia nei secoli quinto e sesto, sia in Inghilterra nel 597, sia tra gli slavi del nono e decimo secolo, sia in Alaska nei secoli diciottesimo e diciannovesimo, sia nel ventesimo secolo in Romania e in Serbia, è di vitale importanza. Senza monachesimo, vi è immaturità e prematurità, con il risultato che non c’è crescita spirituale, solo un “attivismo” esteriore, che muore una volta che diminuiscono l’emozione e l’entusiasmo ingenuo della gioventù.

Conclusione: il quadro completo

Abbiamo una visione, una visione che abbiamo avuto dal 1974. È questa:

Un giorno, dopo che l’intera tragica storia della Guerra Fredda e delle divisioni della Chiesa russa, sia nelle Americhe o in Europa occidentale, causata dalla paralisi del centro a Mosca, sarà stata superata e consegnata ai libri di storia, tutti i pezzi del puzzle saranno messi di nuovo insieme. Allora noi tutti vedremo ancora una volta l’intero quadro, che solo pochi della tragica generazione di padre Alexander hanno visto.

Questo processo di restauro di tutto il quadro è iniziato con la canonizzazione dei Nuovi Martiri e Confessori, è stato avviato a New York e completato a Mosca. È stato attraverso il loro sangue e sacrificio che tutto è cambiato ed è venuta l’unità. La loro canonizzazione è stata seguita dai suoi frutti – quando i due pezzi più vicini e più grandi del puzzle, quelli più vicini ai Nuovi Martiri e Confessori, la ROCOR fondata dal Patriarcato e il Patriarcato stesso, sono entrati in comunione nel 2007.

Ora gli altri pezzi del puzzle, l’O.C.A. e Rue Daru, devono ancora ritornare a parteciparvi. Questo avverrà quando ovunque inizieranno a venerare i Nuovi Martiri e Confessori, senza riserve. Allora il puzzle intero sarà di nuovo al completo. Allora il “grande quadro” della universalità e della missione nel mondo dell’Ortodossia russa e il suo ruolo fondamentale nell’unità pan-ortodossa sarà ancora una volta evidente – anche a coloro che vagavano lontano da esso, perché erano occupati solo dei loro piccoli angoli parrocchiali e delle loro “personalità”. Per quanto riguarda le “personalità” nei loro piccoli angoli, come si dice, se volete essere un pesce grande, tutto ciò che dovete fare è entrare in una piscina piccola. Ed è quello che hanno fatto alcuni con i loro adepti, rendendo la piscina sempre più piccola, in modo da sembrare essi stessi sempre più grandi.

Come tutto ciò che è settario, si tratta ovviamente di una delusione, o meglio di un’auto-illusione. Il settarismo, con i suoi culti della personalità, è sempre stato la maledizione dell’emigrazione russa. I piccoli gruppi di emigrati erano così preoccupati del loro piccolo mondo, erano così insulari, da tagliarsi fuori dal centro, da perdere di vista il quadro generale, la completezza. È comprensibile, perché il Centro è stato tenuto prigioniero dall’ateismo militante. Quindi, cos’era rimasto, tranne piccoli angoli, con un po’ di anelito per il quadro generale e la sua restaurazione? Ma ora quel tempo è passato e deve essere consegnato ai brutti vecchi tempi – perché tali erano, non facciamoci illusioni.

Non vi è dubbio che padre Alexander abbia aiutato molti nella Chiesa e molti di loro, che in seguito si sono spostati verso una comprensione e una vita più profonda nella Chiesa di Cristo, gli sono grati. Il fatto è che la Metropolia spiritualmente moribonda degli anni ‘50, con il suo ritualismo etnico del “vecchio paese”, è stata trasformata da lui e da quelli con lui. Non vi è dubbio che, per quanto unilaterali fossero i suoi punti di vista, padre Alexander era sincero e ben intenzionato. E non c’è dubbio che abbia contribuito a gettare le basi per il rinnovamento della Chiesa Ortodossa in America del Nord.

Dalla morte di padre Alexander altri, come padre Ephraim, quelli della ROCOR e altri, stanno completando quello che egli non era in grado di fare, animando l’intera altra metà della vita della Chiesa ortodossa, il monachesimo, l’ascetismo, la Tradizione, che Padre Alexander, un uomo del suo tempo, ha solo in parte conosciuto e capito. Pertanto, come a uno che ha contribuito a gettare le fondamenta, non abbiamo alcuna esitazione nel dire:

Al protopresbitero Alexander – Eterna Memoria!

16 febbraio / 1 marzo, 2011

San Macario, metropolita di Mosca

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  Alexei Ilič Osipov
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Alexei Ilič Osipov (nato il 31 marzo 1938 a Belev, distretto di Tula, Russia) è un noto teologo ortodosso contemporaneo, docente di teologia dal 1963 all'Accademia Teologica di Mosca.

Dopo avere concluso le scuole nel 1955 non entrò subito all'università, ma iniziò in casa studi di teologia sotto la guida dell'igumeno Nikon (Vorobiev) per tre anni. Nel 1958 si iscrisse al quarto anno (finale) del Seminario Teologico di Mosca, dopo aver passato gli esami dei primi tre anni. L'anno successivo è entrato all'Accademia Teologica di Mosca, che ha completato nel 1963.

I suoi campi di specializzazione sono la teologia fondamentale (apologetica) e le confessioni di fede occidentali. E'noto anche come conferenziere e difensore dell'Ortodossia russa; la sua impostazione slavofila lo porta all'apologetica del cristianesimo orientale basato sui Padri della Chiesa, e alla confutazione delle carenze degli insegnamenti teolgici occidentali.

Non sono mancate critiche alla sua esposizione teologica, soprattutto a opera di padre Daniil Sysoev e dell'Archimandrita Rafail (Karelin); le polemiche teologiche sono purtroppo sfociate nel luglio del 2012 in un rogo di copie del suo libro sulla vita dopo la morte da parte di un paio di monaci della Lavra della Trinità e di San Sergio (un atto che è stato subito condannato dal Consiglio spirituale della Lavra).

Sarebbe interessante approfondire le ragioni di questo dibattito attorno a una figura comunque molto stimata dell'ambiente accademico e teologico russo, ma ci mancano le traduzioni in italiano dell'enorme produzione di testi e lezioni di Alexei Osipov. Alcune opere e lezioni sono disponibili in lingua inglese grazie alle traduzioni di Madre Cornelia (Rees), e ci auguriamo che qualcuno voglia rendere accessibile parte di questo patrimonio culturale anche ai lettori italiani.

Molte lezioni di Alexei Osipov sono note attraverso conferenze radiofoniche (in particolare su Radio Radonezh) e sono state duplicate su videocassette e CD. Il web ospita una grande quantità di tracce audio MP3 (si veda questa estesa collezione di lezioni sul sito predanie.ru) e di video di lezioni e conferenze (molti video sono disponibili su YouTube).

Il sito web personale di Alexei Osipov (in russo, con alcune parti in inglese) è www.aosipov.ru.

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  Arcivescovo Mark di Egor’evsk: “Sono nella chiesa fin dall’infanzia”


26 ottobre 2012 - Intervista con il capo del dipartimento delle relazioni con le istituzioni estere del Patriarcato di Mosca, rettore del vicariato nord-ovest della capitale, Arcivescovo Mark di Egor’evsk, dal giornale “Krestovskij most” (n. 10, 2012).

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Alla funzione – attraverso un cordone

I miei genitori erano credenti, e cantavano in chiesa. Mi ricordo le mie prime impressioni della funzione di Pasqua. Andare in chiesa a Pasqua a quel tempo era difficile: c’erano solo due chiese in tutta Perm, dove vivevamo. Sì, le autorità cercavano di impedire l’ingresso – facevano cordoni di polizia, tagliavano fuori soprattutto i giovani. Ma io ero fortunato: mia madre lavorava nell’amministrazione diocesana. Con una famiglia di sei figli, era in cerca di un lavoro che non trovava da molto tempo. Si era trasferita in una piccola casa, che si trovava sul territorio della Cattedrale della Santissima Trinità. Pertanto, tutta la nostra famiglia era in grado di superare in anticipo la barriera della polizia. Ricordo che, come richiesto, portavano anche me, ancora bambino. E nella funzione notturna – c’era un mistero e una solennità speciale. E questo, ovviamente, mi ha lasciato un ricordo per tutta la vita.

Quando sono andato a fare il servizio militare, è successo un caso. Presso l’ufficio di reclutamento a Perm, nello studio del medico, ho visto che davanti al medico stava un documento con parole sottolineata. Non osservavo in modo speciale, ma queste avevano attirato la mia attenzione: “È cresciuto in una famiglia religiosa”. La mia caratteristica. Più tardi, alla commissione di leva, il colonnello improvvisamente mi gridò: “Come hai fatto tu – da credente – a venire a servire nell’esercito?!” Io risposi con calma, “Come ho servito in precedenza, così servirò.”

E la vita nell’esercito in generale era buona. Quando c’era la possibilità di essere fuori servizio, cercavo sempre di andare in chiesa.

Miracolo in Cambogia

Il mio lavoro attuale è collegato con le attività delle nostre parrocchie, monasteri, diocesi all’estero. Si tratta di una vita multiforme, che si estende in più di 50 paesi del mondo. È in continua espansione. Durante l’ultima riunione del Santo Sinodo si è deciso di aprire due nuove chiese ​​in Cambogia.

Era un’iniziativa dei nostri fedeli ortodossi che vivono e lavorano lì. Nel febbraio di quest’anno, quando ero in Thailandia a consacrare una nuova chiesa, sono arrivati dalla capitale della Cambogia due attivisti ortodossi, persone ardenti di fede. Uno di loro, di nome Stepanov, è un uomo dal destino straordinario. Era impegnato in attività nel settore dell’aviazione. Gli capitò una tragedia: un aereo cadde a causa della negligenza di tecnici locali, e morirono delle persone. Ed egli fu così distrutto dal dolore, da indebolirsi completamente. Si ammalò di cancro. Fu portato dal nostro sacerdote in Thailandia, e gli chiese preghiere. Il prete gli fede il sacramento dell’unzione. Poi pregò per lui, ricordandolo in chiesa per la salute. E di tanto in tanto chiedeva di lui: è ancora vivo? È stato trovato, recuperato e restituito all’aviazione, alla vita. La fede lo ha aiutato a sopravvivere. E stava quasi per morire. E adesso è uno degli organizzatori della vita parrocchiale nella capitale della Cambogia. Ci auguriamo che nel corso del tempo, queste comunità cresceranno e si faranno delle chiese.

Noi abbiamo una festa, loro ne hanno dieci

Oggi mi capita spesso di andare per servizio in altri paesi. Posso fare molti confronti. Così, quando sento parlare di clericalismo nel nostro paese, mi viene ridere. Da dove può venire questa idea, se molta gente non fa parte della chiesa? E senza questo, di che cosa si parla?

Naturalmente, quando dall’estero guardano alla nostra vita, possono arrivare a conclusioni fuorvianti. È impossibile, per esempio, vedere il presidente della Francia in chiesa. Anche se va in chiesa – è un fatto privato e non verrà mostrato in TV. Da noi queste cose non si vergognano di mostrarle. Ma, purtroppo, è tutto a livello di segni, simboli, piuttosto che a livello di vita reale. Non tutto germoglia nel profondo della struttura della società, del sistema di relazioni tra lo Stato e la Chiesa.

Questo perché da noi la Chiesa si è battuta a lungo e duramente, sostenendo che le persone dovrebbero conoscere le basi della loro cultura. E per esempio, in Austria, Belgio e molti altri paesi, pur senza i fondamenti della cultura ortodossa, la fede è insegnata nelle scuole. Se c’è un numero sufficiente di bambini, la scuola invita un insegnante, pagato dallo stato. E può essere un sacerdote ortodosso. Nella stessa Austria, ad esempio, circa una decina di feste cristiane dell’anno sono feste di stato. Da noi c’è solo il Natale – un singolo giorno.

Sono stato di recente in Lituania. Qui, come negli altri paesi baltici, praticamente tutte le proprietà sono state restituite alla Chiesa. E da noi che ostacoli colossali si erigono lungo questo percorso! Oppure prendete le tasse - in Germania, per esempio. Per favore, se uno si dichiara cattolico, può lasciare una parte delle proprie tasse alla Chiesa.

Lo stipendio del sacerdote è meno della metà di quello del portinaio

Molti giudicano vita del clero come uno scandalo eccezionale. Ma la realtà è ben diversa. Di me stesso posso dire che vivo in modo semplice. Ho un piccolo appartamento in una tipica casa in periferia. Ma la maggior parte di quelli che risiedono in una chiesa vive in una piccola stanza. Io guido un’auto, una “Honda Accord” di cinque anni. Ma questa macchina non è mia – appartiene alla chiesa. Il mio stipendio mensile al Patriarcato è di 30 mila rubli (circa 740 euro, n.d.t.). C’è ancora un piccolo stipendio della chiesa – ed è ancora meno. Quando passo del tempo al dipartimento, io stesso faccio la spesa o chiedo a qualcuno, e Aleksandr l’autista prepara i pasti. E se mi trovo in chiesa – là mi danno da mangiare. Non ci sono frivolezze, né salari elevati, nessuna proprietà, nessun risparmio.

Questo è il quadro generale. Per esempio, un nostro sacerdote serve a Pechino, nella chiesa che si trova sul territorio dell’ambasciata. Egli riceve da noi uno stipendio, che è due volte inferiore a quello del portinaio dell’ambasciata, per non parlare dei diplomatici.

Il vento soffia dove vuole

Sui funzionari di alto rango, spesso si dice che la loro fede è ipocrita. Ma queste stesse persone sono diverse tra loro. A volte è difficile immaginare, dall’esterno, quanto è profonda la religiosità di una persona. Prendiamo, per esempio, il presidente Vladimir Putin, con il quale ho dovuto lavorare a contatto. Posso dire che non percepisce la questione religiosa formalmente, ma in modo molto profondo. Ha un calore del cuore per questo argomento.

E quando ho avuto a che fare con alcuni altri personaggi famosi, ho fatto da me stesso molte scoperte. Non ci sono regole. Non è un caso che diciamo che lo Spirito di Dio soffia dove vuole. E la fede si manifesta laddove a volte non pensiamo.

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  Recensione: Il Typikon decifrato

Libro dell'archimandrita Job (Getcha)

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L'archimandrita Job (Getcha), di famiglia ucraina e nazionalità canadese, è stato decano dell'Istituto San Sergio a Parigi, dove ha insegnato liturgia e storia della Chiesa; oggi è professore di teologia dogmatica e liturgica all'Istituto di Teologia Ortodossa a Chambesy-Ginevra, Svizzera. Talvolta viene anche in Italia, e lo abbiamo avuto ospite nella nostra parrocchia a Torino.

Nel 2009 padre Job ha pubblicato a Parigi, presso Les Editions du Cerf, un libro dal titolo Le Typikon décrypté: Manuel de liturgie byzantine, che raccoglieva i testi dei corsi di liturgia da lui tenuti all'Istituto San Sergio negli anni precedenti. Il libro è stato tradotto in inglese da Paul Meyendorff, professore di teologia Liturgica al St Vladimir's Theological Seminary, e pubblicato nel 2012 con il titolo The Typikon Decoded: An Explanation of Byzantine Liturgical Practice (St Vladimir's Seminary Press, The Orthodox Liturgy Series, book 3).

  

Abbiamo quindi disponibile nelle due più diffuse lingue occidentali una chiave di lettura al più complicato e – per dare ragione al titolo del libro – criptico testo delle ufficiature liturgiche: il Grande Tipico, libro guida del complesso mondo delle preghiere e innografie ortodosse, e delle loro infinite combinazioni.

Il Grande Tipico, di per sé, non è ancora stato pubblicato integralmente in francese o in inglese (per non parlare dell'italiano), e da questo possiamo almeno dedurre che la conoscenza di questo libro voluminoso è complicato non è un prerequisito a seguire le lezioni di padre Job. Nondimeno, nel primo capitolo di questo manuale troviamo spiegazioni sulla formazione di tutti i libri liturgici ortodossi, non soltanto il Tipico, ma anche il Salterio, l'Orologio, l'Ottoico, i Minei, il Triodio e il Pentecostario, L'Eucologio, lo Ieratico, l'Epistolario e l'Evangeliario. Di ogni libro si rintraccia l'origine, le diverse edizioni, e le scelte redazionali che hanno portato diversi paesi ortodossi a pratiche liturgiche leggermente discostanti tra loro. Non fosse che per questa prima parte, questo libro dovrebbe diventare lettura fondamentale per tutti quanti si affacciano al mondo dell'Ortodossia attraverso la lente di una singola tradizione locale, e desiderano capire perché tale lente si trasforma sotto i loro occhi in un prisma di usi differenti, e apparentemente contraddittori, che spesso convivono nelle varie chiese ortodosse della stessa località.

Il libro prosegue comunque il suo valido contributo, offrendo nel secondo capitolo un'analisi completa delle funzioni "di base" dell'Orologio (Libro delle Ore): L'Officio di Mezzanotte (Mesonittico), Il Mattutino quotidiano, le Ore, il Vespro Quotidiano e la Compieta (Apodipno). Ogni funzione è corredata da schemi, che illustrano in parallelo le varianti che le funzioni possono avere.

Nel terzo capitolo, dedicato agli offici dei Minei, si analizzano le differenti scale di solennità dei libri liturgici slavi e greci, e le rispettive modalità di combinazione del Vespro, del Mattutino e della Veglia (Agripnia). Un'attenzione particolare è data alle complessità di combinazione del Mattutino, e nella trattazione delle Grandi Feste e dei loro periodi di antefesta e postfesta, si analizza in particolare la stagione a cavallo delle feste della Natività di Cristo e della Teofania.

Il quarto capitolo, dedicato agli offici del Triodio, è il più lungo del libro, e guida il lettore dalle settimane preparatorie della Grande Quaresima fino alla dettagliata complessità della Santa e Grande Settimana.

Il quinto capitolo analizza gli offici del Pentecostario dalla Pasqua alla Domenica di Tutti i Santi, fino ad accennare agli aspetti liturgici del digiuno degli Apostoli.

Il libro è corredato da un glossario (con i termini di base in greco e slavonico) e da un'estesa bibliografia di fonti liturgiche, studi specialistici in lingue occidentali, e studi in lingue slave.

Ecco due modi per ottenere facilmente una copia del libro:

Acquisto on-line via Amazon (testo in lingua francese)

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  L’Ortodossia in Indonesia: Intervista all’archimandrita Daniel (Byantoro)
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L’archimandrita Daniel (Bambang Dwi Byantoro) è il primo prete e missionario ortodosso nell’Indonesia contemporanea. Nel febbraio 2005, la missione di cui Padre Daniel è a capo è passata dal Patriarcato di Costantinopoli alla Diocesi di Australia e Nuova Zelanda della Chiesa Russa all’Estero. Nei suoi anni di servizio in Indonesia, padre Daniel è stato in grado di convertire circa 2000 persone all’Ortodossia.

L’Indonesia è per grandezza il quinto stato del mondo, con una popolazione di 220 milioni, ed è la prima per numero di musulmani (quasi il 90% degli indonesiani sono musulmani).

Nel VII-VIII secolo, I primi missionari cristiani da Antiochia (Siria) hanno predicato in Indonesia, ma dopo la morte dell’ultimo membro del clero, i residenti locali rimasero quasi senza conoscenze dell’Ortodossia, per l’isolamento politico e geografico. Nel secolo XI, un missionario cattolico vi scoprì discendenti di cristiani, che erano sopravvissuti nonostante circa tre secoli di isolamento. Di quel primo periodo non rimane un singolo documento scritto, ma la tradizione orale ha conservato i nomi di tre vescovi locali: Mar Yaballah, Mar Abdisho e Mar Dinkha.

Così, nonostante la popolazione musulmana maggioritaria, l’Indonesia possiede davvero delle radici cristiane, deboli ma profonde. La maggior parte degli indonesiani non conosce queste radici, L’archimandrita Daniele insiste a dire che è stata l’Ortodossia orientale ad arrivare prima di ogni altra confessione cristiana.

Ecco il testo dell’intervista rilasciata da Padre Daniele a Thomas Hulbert, pubblicato in Road to Emmaus, 6, estate 2001

 

Quando l’archimandrita Daniel, fondatore della missione ortodossa in Indonesia, è entrato nella piccola libreria di Amsterdam dove ci eravamo dati appuntamento, era appena sceso dall’aereo da Jakarta, un volo di molte ore. Anche se era stanco, non ho potuto convincerlo a sedersi; invece ha ispezionato tutto nella libreria, rallegrandosi visibilmente per le piccole cose. L’incredibile viaggio di padre Daniel dall’Islam all’Ortodossia lo ha portato dall’Indonesia alla Corea, al Monte Athos, agli Stati Uniti e in Europa. L’idea stessa del cristianesimo tradizionale in Indonesia, da lungo tempo un paese dominato dai musulmani, porta in primo piano immagini contrastanti – la colorata cultura del sud-est asiatico abbeverata per secoli con devote pratiche islamiche, e che ora alimenta il seme dell’Ortodossia che si sforza di crescere. Di fatto, la storia di p. Daniel è come una storia che esce dal Vangelo stesso, con i suoi elementi disparati che raggiungono l’armonia in Cristo.

Avevo immaginato che fosse un uomo alto, ascetico ed emaciato, con una preparazione universitaria e studi teologici che mi avrebbero fatto sforzare per seguire il suo pensiero. Invece è un tipo basso e rotonda, con un volto angelico sufficientemente ampio per contenere il suo sorriso quasi continuo e un filo di barba che mi ricordava un saggio orientale. Sono stato subito disarmato dai suoi modi accessibili e pratici, - si è tolto le scarpe e le ha lasciate alla porta, e ci siamo prontamente seduti a pranzo. Eravamo insieme a pochi istanti quando mi sono sentito come in compagnia di un buon amico venuto a visitarmi dopo un lungo viaggio. Presto è apparso un suo aspetto diverso: l’attività incessante di un missionario. Ha fatto telefonate in una varietà di lingue, ha preparato velocemente le valigie per la fase successiva del suo viaggio, e ha controllato la sua e-mail per la corrispondenza missionaria. Anche questa era varia: leader di vari gruppi cristiani che chiedono informazioni su dell’Ortodossia, incontri da concordare, richieste di consulenza pastorale, e, naturalmente, notizie sull’attuale spaventosa persecuzione di cristiani in Indonesia. Eppure non ha mai perso la sua luminosità infantile e i suoi modi rilassati.

 

Thomas: Come ti avvicini alle anime che vengono da te? Se sono musulmani come fai a lavorare con loro e come fai a spiegare la differenza tra cristianesimo e islam? Come fai ad attrarli?

P. Daniel: Penso che in ogni lavoro missionario devi prima di tutto capire la cultura del popolo e devi essere in grado di parlare entro i limiti di quel linguaggio culturale, perché altrimenti la tua parola non può essere ascoltata o capita. Quindi, quando parli con un musulmano, devi comprendere la mentalità musulmana. Non cercare solo di gettare nel discorso parole e frasi familiari ai cristiani, agli ortodossi, perché non saranno capite da un musulmano. Prima di tutto, quando parli a un musulmano, devi sottolineare che Dio è Uno.

Thomas: Perché loro ci credono già?

P. Daniel: Non solo perché loro ci credono già, ma perché accusano noi [i cristiani] di avere tre dèi. Questo è il problema. Quindi, devi chiarire l’equivoco che noi adoriamo tre dèi. Non cercare di usare il nostro linguaggio tradizionale, come Padre, Figlio e Spirito Santo – perché per loro, questi sono tre dèi! Nelle loro menti, il Padre è diverso, il Figlio è diverso, lo Spirito Santo è diverso. Per quanto mi riguarda, sottolineo che Dio è Uno, che questo unico Dio è anche il Dio vivente, ed essendo il Dio vivente ha una mente. Perché se Dio non ha una mente, mi dispiace dirlo, sarebbe come un idiota. Dio deve avere una mente. Entro la mente di Dio c’è la Parola.

Così, la Parola di Dio è contenuta all’interno di Dio stesso. Così, Dio nella sua Parola non è due, ma uno. Dio è completo con la sua stessa Parola, è pregno della Parola. E quella Parola di Dio è stata poi rivelata all’uomo. La cosa che è contenuta all’interno – come essere pregno di se stesso – quando si rivela, si dice che è generata da quella persona. Questo è il motivo per cui la Parola di Dio è chiamata il Figlio: è il bambino nato dall’interno di Dio, ma fuori del tempo. Quindi, è per questo che questo unico Dio è chiamato Padre, perché ha la sua stessa Parola che è generata da Lui, e si chiama il Figlio. Così, Padre e il Figlio non sono due dèi. Il Padre è un solo Dio, il Figlio è la Parola di Dio. Il musulmano crede che Dio ha creato il mondo per mezzo della Parola. Così ciò che il musulmano crede come Parola, è ciò che i cristiani chiamano il Figlio! In questo modo, siamo in grado di spiegare loro che Dio non ha un figlio separato da se stesso.

Così i musulmani vedono la nostra idea di Figlio di Dio in termini di discendenza fisica.

Sì, certo. E Dio non ha un figlio in quel senso, è vero. Egli non genera nel senso di un essere umano che partorisce. È chiamato Padre perché produce da se stesso la sua stessa Parola, e quella Parola è il Figlio.

Quindi, perché Dio è il Dio vivente, deve avere il principio della vita in se stesso. Nell’uomo, questo principio di vita è lo spirito dell’uomo. Dio è lo stesso. Il principio della vita in Dio è lo Spirito di Dio. Si chiama lo Spirito Santo. Ma lo Spirito Santo non è il nome di Gabriele, come ritengono i musulmani. Lo Spirito Santo è il principio vivente, il principio della vita e del potere all’interno di Dio stesso. Questo  Dio unico è chiamato Padre perché egli stesso genera da se stesso la sua Parola, che si chiama il Figlio, e la Parola di Dio è chiamata Figlio, perché è generata dal Padre in modo eterno, senza inizio, senza fine. Questo unico Dio vivente ha anche in sé lo Spirito. Così, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è un solo Dio. Questo è il nostro modo di spiegare ai musulmani la Trinità, e non dovremmo cercare di utilizzare la nostra lingua di “Padre e Figlio, co-eguali, co-...” qualcosa del genere. Anche se è la nostra terminologia cristiana, non la capiranno. Lo scopo non è fare loro lezione di teologia, ma spiegare la realtà del Vangelo in un modo che sia comprensibile a loro. Questo è il punto numero uno: bisogna essere chiari sulla Trinità.

Il secondo punto è questo: la differenza fondamentale tra islam e cristianesimo riguarda la rivelazione. Nell’islam, Dio non si rivela. Dio manda solo la sua parola. “Rivelazione” nell’islam significa “l’invio dall’alto della parola di Dio” per mezzo dei profeti. E quella parola viene scritta in basso e diventa scrittura. Quindi, nell’islam, rivelazione significa “scritturizzazione” della parola di Dio, mentre nel cristianesimo non è la stessa cosa. Il Verbo è disceso nel grembo della Vergine Maria, si è incarnato e si è fatto uomo. Vale a dire, Gesù Cristo. Così, le due religioni credono che Dio si è comunicato all’uomo per mezzo della Parola, ma la differenza è il modo in cui la Parola si manifesta nel mondo. Nel cristianesimo si manifesta nella persona di Gesù Cristo e nell’islam si manifesta nella forma di un libro, il Corano. Così, il posto di Mohammed nell’islam è parallelo al posto della Vergine Maria nel cristianesimo ortodosso. Ecco perché nell’islam i musulmani rispettano Mohammed, non come un dio, ma come portatore di rivelazioni. Proprio come la Chiesa ortodossa rispetta la Vergine Maria non come una dea, ma come portatrice della Parola di Dio, colei che ha dato alla luce la Parola di Dio. Per coincidenza le due religioni rivolgono entrambe forme di saluto, a Mohammed per i musulmani e alla Vergine Maria per i cristiani. I musulmani hanno anche una sorta di acatisto o paraclisi, ma a Mohammed! Si chiama depa abarjanji – in termini ortodossi sarebbe un “canone” a Mohammed, perché egli è il portatore della rivelazione.

Thomas: E quindi Mohammed è venerato come un santo?

P. Daniel: Sì, è venerato. Molto. Ma ci sono anche i musulmani sufi, che a volte credono che Mohammed fosse “già presente”, come l’equivoco ariano su Cristo. A loro avviso, Mohammed fu la “prima anima creata,” per la quale fu creato il mondo. Questo è chiamato il Nor-Mohammed. Quindi, lo scopo dei mistici islamici è quello di essere come Mohammed, di imitarlo.

Thomas: Per essere portatori della Parola?

P. Daniel: Come lo fu Mohammed.

Thomas: Quindi, è per questo che i mistici sufi non sono così legalisti?

P. Daniel: Sì, sono più mistici.

E così, per noi, l’immagine della Chiesa è la Vergine Maria. Siamo chiamati ad essere come la Vergine Maria nella nostra sottomissione a Dio. La Vergine Maria è il quadro, l’immagine, o forse dovrei dire, l’icona della Chiesa. Mohammed è “ l’icona” dell’uomo ideale musulmano, e per questo il nostro modo di adorazione diverge. Nel cristianesimo, perché il Verbo si è fatto uomo, si è fatto carne, affinché noi siamo uniti con quella Parola dobbiamo essere uniti con il contenuto di quella rivelazione. Qual è il contenuto? L’incarnazione, crocifissione, morte e risurrezione di quella Persona. Per essere uniti con il contenuto di questa rivelazione, dobbiamo essere uniti in quella Persona, vale a dire la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Come? Attraverso il battesimo. E dobbiamo anche essere uniti con la vita della risurrezione del Verbo incarnato. Come? Con lo Spirito Santo, attraverso la Cresima. Così, i sacramenti sono molto importanti per noi, perché Dio si è fatto uomo. Ha santificato il mondo fisico in modo che gli elementi fisici della natura possano essere usati come mezzo con cui ci uniamo con la persona di Cristo nei sacramenti.

Nell’islam, tuttavia, perché la parola diventa un libro, il contenuto del libro è scrittura. Non è carne. Quindi, è per questo che, affinché un musulmano si unisca con il contenuto della duplice rivelazione (che Dio è uno e che Mohammed è il suo profeta) si deve recitare la fonte della rivelazione – perché è un libro. Ma non si può essere unito con un libro o immerso in esso, si può solo memorizzare il contenuto del libro nella forma originale, vale a dire in arabo. Quindi, la scrittura araba è la forma di quella rivelazione. Il Dio-Uomo Gesù è la forma di tale rivelazione nel cristianesimo. Perché una persona sia iniziata alla rivelazione islamica, si deve confessare il credo: “Confesso che non c’è altro Dio all’infuori di Allah, e che Mohammed è l’Apostolo di Allah.” Quando confessi questo, diventi musulmano. Non c’è il battesimo, non sei unito alla morte di nessuno, sei unito solo alla forma della rivelazione. Per rimanere unito alla rivelazione, devi mantenere le preghiere. Nella preghiera reciti il Corano, quindi preghi cinque volte al giorno, cinque volte al giorno ti immergi nel mare della rivelazione divina, che è il Corano. La preghiera è di per sé il sacramento dell’islam. Perché noi cristiani siamo immersi nella forma della rivelazione, che è Gesù Cristo, dobbiamo partecipare continuamente al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo. In questo modo siamo uniti a Gesù Cristo, mentre nell’islam la recitazione del Corano è la cosa più importante, perché si tratta di una forma di sacramento per i musulmani.

Quindi, queste sono le differenze di base. Questo è un modo per capire la mente musulmana invece di limitarsi a discutere contro di loro.

Thomas: Vuoi dire che i musulmani sono per la maggior parte consapevoli di questo aspetto teologico di Dio e del rapporto dell’uomo con lui?

P. Daniel: Sì, certo, attraverso il Corano, attraverso i profeti.

Thomas: Nell’islam, il modo di vita di una persona è di secondaria importanza rispetto alla corretta comprensione della forma della rivelazione?

P. Daniel: Quanto al modo di vita, l’islam fa nuovamente riferimento alla forma della rivelazione, che è un libro. Il contenuto del libro è scrittura, la scrittura è legge, e così la legge deve essere obbedita. Se abbiamo l’imitazione di Cristo e dei suoi insegnamenti, loro hanno l’imitazione di Mohammed e del Corano. È per questo che la vita di un musulmano è dettata e regolata dalla legge del Corano, mentre la nostra vita è dettata dalla legge di Cristo nello Spirito Santo.

Thomas: Qual è allora la differenza tra seguire queste due leggi?

P. Daniel: Nell’islam, non vi è alcuna nuova nascita, solo un ritorno a Dio, che significa pentimento. Questo si chiama sottomissione a Dio.

Thomas: E questo è il significato della parola islam, “sottomissione?”

P. Daniel: Sì. islam significa sottomissione a Dio. Questo è il nostro modo per capire la differenza tra il modo di vita dell’islam e quello del cristianesimo ortodosso. Ci sono alcuni modi paralleli di pensare, ma un contenuto molto diverso. La differenza principale è che nel cristianesimo ortodosso il Verbo si è fatto carne e per l’islam la parola è diventata un libro. Questa è la principale differenza.

Thomas: Come fanno i musulmani convertiti all’Ortodossia a sostenere la loro fede nella società a maggioranza musulmana dell’Indonesia? Avete comunità di cristiani ortodossi che vivono insieme e si sostengono a vicenda in un ambiente religioso ostile, o la parrocchia è il modo di vita più comune?

P. Daniel: No, in realtà non abbiamo alcun particolare tipo di comunità in cui viviamo insieme. Siamo distribuiti geograficamente come gli altri cristiani, e veniamo in chiesa per le funzioni. Ma per quanto riguarda il modo in cui resistiamo all’ambiente – il modo in cui lo faccio io è insegnare robuste classi sulla Bibbia in lingua indonesiana. Ogni giorno c’è uno studio biblico prima della Comunione. Tra l’Orthros [il Mattutino] e la Liturgia c’è sempre lo studio della Bibbia. E nel mio studio della Bibbia, c’è sempre un confronto tra cristianesimo e islam, ogni volta. Questo ricorda alla gente che questo è il cristianesimo, e quell’altro è l’islam. Per esempio, pongo domande come: in natura, che cosa è più alto, un essere umano o un libro?

Essendo formati da una cultura musulmana, alcuni di loro dicono “un libro”. Allora io chiedo, “Qual è più alta, dunque, la rivelazione di Dio nella forma di un essere umano o nella forma di un libro?” Naturalmente, la rivelazione è superiore nella forma di un essere umano. Lo si può vedere da Dio stesso. Così, il Verbo di Dio fatto carne, il Verbo fatto uomo, è superiore alla parola che è diventata un libro. Questo è il numero uno.

In secondo luogo, se in passato Dio ha fatto scendere la sua parola per mezzo dei profeti sotto forma di un libro, cioè l’Antico Testamento, e l’Antico Testamento è stato adempiuto completamente nella forma di un uomo, Gesù Cristo, è possibile, dopo che la Parola di Dio si è compiuta nell’uomo, che Dio ritorni al vecchio modo, inviando di nuovo un libro? Certo che no! Quando il Verbo si è fatto uomo, era già completo. E quell’uomo, Gesù Cristo, è ancora vivo! Quindi, è impossibile che Dio ci mandi un’altra rivelazione sotto forma di un libro. Dal nostro punto di comprensione, non è possibile. Per noi, il profeta più perfetto e l’ultima rivelazione di Dio è Gesù Cristo. Non vi è alcuna necessità di un’altra rivelazione. Questo è il punto che io sottolineo ancora e ancora. E lo capiscono abbastanza bene. Quindi questo è il modo in cui continuiamo a mantenerci sulla via di Cristo, a dispetto di tanti attacchi dai musulmani.

Thomas: I musulmani fanno dunque pressioni sui cristiani, sapendo di poterli tentare con queste idee culturali profondamente radicate?

P. Daniel: Sì.

Thomas: Forse puoi dirci qualcosa di più su questo. Quali sono le difficoltà che incontrano i cristiani in un ambiente musulmano?

P. Daniel: Sai, quando vivi in mezzo una maggioranza di musulmani, a volte hai paura che ti facciano domande sulla tua fede. Il popolo cristiano che si è formato in un ambiente musulmano non sa sempre spiegarsi, e i musulmani, temendo che le “eresie” cristiane si diffondano sono sempre pronti ad attaccare – circa i “tre dèi”, circa “l’adorazione di un essere umano”, la croce, e tutte le credenze fondamentali del cristianesimo. I cristiani spesso non sono pronti a rispondere a queste cose. Inoltre, quasi tutte le mattine tutti i canali TV indonesiani fanno trasmissioni sull’islam. Non vi è alcun’altra religione in onda. Tutti sono bombardati dall’islam, le moschee sono intonacate di altoparlanti e ci sono sempre persone che parlano contro il cristianesimo. La polizia non fa nulla. In tal modo, siamo stati psicologicamente sconfitti. Si scrivono molti libri che attaccano il cristianesimo e non c’è modo di rispondere loro, perché quando un cristiano cerca di rispondere sulla sua fede deve criticare l’islam, e questo è molto difficile. Ci sarà una manifestazione di reazione contro di lui. Nella città di Solo, c’è un uomo di nome di Ahmed Wilson, che si è convertito al cristianesimo. Ora è sotto processo in tribunale, perché gli è stato chiesto in un programma di domande e risposte alla radio quello che pensava su Mohammed, e lui ha risposto che credeva come cristiano. Quindi, questo è ora un grande problema per lui. Cose come questa sono molto comuni.

Thomas: Quindi non c’è una reale libertà religiosa?

P. Daniel: No. Non ci pensare nemmeno. È molto difficile quando vivi in una società simile. Hai il permesso di criticare l’idea di Dio, perché Dio è un termine generico. I buddisti credono in un dio, gli indù credono in un dio, i cristiani credono in un dio, ma non criticare Mohammed, perché questo è decisamente islamico. Puoi criticare l’idea di Dio, puoi diventare ateo, ma non dire nulla su Mohammed o sarai nei guai.

Thomas: Com’è che gli ex-musulmani che si convertono all’Ortodossia fanno fronte alle situazioni familiari? Sono in grado di continuare a vivere con i membri non cristiani della famiglia? Sono accettati?

P. Daniel: Alcuni di loro sono accettati e alcuni non lo sono. Ci sono casi in cui ritornano alle loro credenze precedenti, alle loro famiglie, e confessano l’islam di nuovo, anche se quando mi incontrano continuano a dire che credono in Cristo. Credono e pregano segretamente nelle loro case, ma non possono venire in chiesa. Molti della nostra gente sono così. Alcune famiglie sono migliori. Sono più aperte e lasciano i loro bambini progredire nella loro fede cristiana, senza disturbarli. Ci sono differenze tra ogni persona, da zona a zona, e anche da un gruppo etnico all’altro. Alcuni gruppi etnici sono più fanatici di altri.

Thomas: Come fai a incoraggiare i cristiani ortodossi a comportarsi in pubblico in questo ambiente pericoloso? Noi qui in Europa leggiamo spesso di persecuzione e martirio in Indonesia.

P. Daniel: Insegno loro sempre che, se non vi è alcun modo possibile per sfuggire (anche se abbiamo cercato di essere buoni e di obbedire alle leggi della società), se diveniamo noti come credenti, se ci stigmatizzano come miscredenti o come eretici o qualunque cosa, allora è ovvio che non c’è altra via – se il martirio arriva, allora dobbiamo accettarlo. Se non puoi evitare di essere un martire, fallo! Accettalo! Io insegno questo in chiesa, e dico, anche a me stesso, che non c’è altra via. Ma ancora, non cerchiamo di provocare altre persone. Anche se evangelizziamo, evangelizziamo in modo garbato, spiegando la nostra fede in questi termini: “questa è la vostra fede, e questa è la nostra fede”. Noi non degradiamo le credenze degli altri.

Thomas: Come incoraggeresti i cristiani a vedere i musulmani? Ci sono due tendenze in Occidente: di accettare in modo indifferente i popoli islamici e le loro idee, indipendentemente dal loro crescente numero e dalla loro influenza culturale e religiosa; oppure di vederli come oggetti di paura responsabili di molti degli attuali problemi politici del mondo. Naturalmente, sappiamo come individui che ci sono molte persone musulmane meravigliose, caritatevoli e generose verso il prossimo senza distinzione di fede, ma per molti di noi l’influenza generale dell’islam moderno, in particolare sulle popolazioni cristiane, è un interrogativo. Noi non vogliamo essere ingenui, da un lato, né dall’altro poco caritatevoli. Hai qualche idea in merito?

P. Daniel: È un problema davvero difficile, anche per noi, perché c’è sempre un rapporto dialettico tra noi e loro. In Indonesia, perché sono la maggioranza, dobbiamo fare amicizia con loro, non vi è altra scelta. Individualmente, dobbiamo trattarli come tutti dovrebbero essere trattati – con amore. Ma teologicamente dobbiamo stare fermi su quello che riteniamo essere vero, non ci può essere alcun compromesso.

Cerchiamo il più possibile di introdurre elementi di cultura indonesiana nella Chiesa: il ciclo giornaliero dei servizi è suddiviso in diverse funzioni separate. Questo viene fatto per garantire una sorta di continuità “riabilitativa” per le persone che si sono convertite dall’islam – perché nella tradizione musulmana sono abituati a pregare cinque volte al giorno. (Nelle funzioni ortodosse, secondo il typikon, un giorno contiene i seguenti servizi: Vespri, Compieta, Officio di Mezzanotte, Mattutino, il Ore Prima, Terza, Sesta e Nona, Divina Liturgia, che ai tempi antichi erano anche divisi in base all’orario, n.d.r.). Anche l’iconografia e l’architettura delle chiese hanno scelto con successo elementi di cultura indonesiana.

Thomas: Essendo un popolo con un orientamento semitico e con una minore esposizione ai santi dei paesi ortodossi tradizionali, diresti che un ortodosso indonesiano si sente più attratto dai santi dell’Antico Testamento?

P. Daniel: Il profeta Daniele è stato una mia scelta, non è per gli indonesiani in generale. Io incoraggiare le persone a essere vicini ai propri santi particolari. Per il momento, l’orientamento spirituale del popolo indonesiano non è tanto nella direzione dei santi quanto della Sacra Scrittura stessa. È ancora questa il fondamento.

Thomas: L’orientamento tradizionale riflette uno schema più islamico con una sostanza cristiana?

P. Daniel: Sì. Qui sto parlando non della fede, ma dello schema generale. Si devono introdurre le cose con calma. C’è meno enfasi sui santi, anche se gli ortodossi, naturalmente, credono in loro e loro hanno i loro nomi. Nelle nostre tradizioni culturali abbiamo anche una comprensione di luoghi sacri, in particolare i cimiteri, i luoghi di sepoltura di figure di santi locali. Questo non è strano per noi, non è una novità per la nostra cultura. Ma ho paura che i nuovi convertiti guardino ai santi secondo il loro vecchio modo di capire – i morti del loro passato, il culto degli antenati. Qui c’è un problema, come in molte culture native. Così, cerco di sottolineare di più la comprensione della Scrittura alla luce della fede ortodossa.

Thomas: Chi sono i santi che ti hanno aiutato, quelli a cui ti senti più vicino?

P. Daniel: Il mio santo patrono, san Daniele il Profeta. Ho scelto questo nome perché credo che lui avesse un cuore forte. Ha avuto coraggio contro il re e i leoni, e io sto vivendo in mezzo ai leoni, lasciate che ve lo dica. Voglio avere il suo coraggio.

Thomas: Come persona che ha viaggiato molto e visto l’Ortodossia in molti luoghi, hai una parola per le persone in Occidente? Cosa possiamo fare per approfondire la nostra fede?

P. Daniel: Come occidentali, per approfondire la vostra fede dovete tornare indietro ed esplorare la cultura  occidentale originale che è stata santificata dall’Ortodossia, la società cristiana che era orientata verso Dio. Queste sono le vostre radici. Da lì, cercate di santificare la cultura in cui vi trovate. Non lasciatevi erodere dalla cultura occidentale contemporanea, che è molto superficiale. Inoltre, cercate di essere fedeli alla fede in quanto tale, non cercate di “revisionarla” secondo le mode del tempo. Se non mantenete la fede così com’è, verrà annullata dall’ambiente circostante. Cercate di interpretare la vostra vita nel contesto della vostra fede. Quando le persone non hanno cultura, non hanno radici – quando non hanno radici, sono poco profonde. Se Ortodossia è capita solo superficialmente, al di fuori del contesto del suo radicamento storico, anche noi diventiamo superficiali – si tratta solo di una moda, come ogni “nuova” religione. Dobbiamo essere in grado di identificare noi stessi con tutto il flusso della storia all’interno della Chiesa. Penso che questo sia molto importante per acquisire la nostra identità nella Chiesa.

Thomas: Quindi questo significa andare “contro corrente” perché le culture occidentali stanno per la maggior parte perdendo la loro visione cristiana del mondo.

P. Daniel: Certo. È difficile, ma il Signore è andato contro corrente, non è vero? Sì, lo ha fatto.

Thomas: Cosa vedi per il futuro dell’Ortodossia in Indonesia?

P. Daniel: Non posso vedere nel futuro, ma credo che l’Ortodossia continuerà a crescere. Dipende da un maggior numero di persone che ricevono un’educazione ortodossa – più sono, tanto meglio. In questo momento in Indonesia, l’Ortodossia è ancora identificata con me. Quando la gente pensa all’Ortodossia pensa a me. Abbiamo bisogno di avere più giovani istruiti. A volte la gente non lo capisce – ma faccio del mio meglio. Cerco di mandare quanta più gente possibile in Russia, in Grecia, ma non sono un vescovo e non ho il potere di organizzare le cose così facilmente. Se divento un vescovo, manderò quante più persone possibili all’estero per acquisire esperienza e formazione nell’Ortodossia, in modo che quando morirò, qualcuno potrà continuare il lavoro. Questo è il punto principale.

Thomas: Pensi che sia probabile che gli ortodossi in Indonesia ottengano il loro vescovo?

P. Daniel: non lo so. Non posso dire nulla di questo.

Thomas: Com’è strutturata la comunità ortodossa indonesiana?

P. Daniel: Abbiamo due livelli di struttura, in realtà, perché la Chiesa ortodossa è riconosciuta esteriormente come un ente sottoposto al Dipartimento di Stato per le religioni, e come parte del contingente protestante. Questo è perché ci sono cinque religioni riconosciute in Indonesia: cattolica romana, protestante, islam, ovviamente, indù e buddista. Dobbiamo figurare in qualche parte all’interno di queste cinque categorie, e così ricadiamo sotto i protestanti. Per quanto riguarda il nostro rapporto con il governo, abbiamo il nostro leader. Io nomino un laico che è responsabile per me. A livello parrocchiale, abbiamo un consiglio con un presidente. Abbiamo anche organizzato l’istruzione religiosa, e un’organizzazione giovanile. Abbiamo un’associazione femminile chiamata Santa Sofia, un’associazione di sacerdoti, e altre cose del genere.

Thomas: Com’è che l’Ortodossia in Indonesia si differenzia in stile o costumi dall’Occidente? Che cosa si fa nelle vostre chiese?

P. Daniel: Certo che è diversa, prima di tutto perché non siamo occidentali, siamo asiatici. Quindi, esprimiamo la nostra fede in modo asiatico. Non ci sediamo su sedie, ci sediamo per terra su una stuoia. Ci togliamo le scarpe quando entriamo in chiesa, le donne indossano il kafer [tradizionale abito indonesiano] e un velo. Abbiamo adattato alcune altre espressioni culturali, come nella cerimonia di nozze in cui usiamo il nostro abbigliamento tradizionale indonesiano. Non usiamo la koliva per i defunti, per esempio, perché non mangiamo grano – è difficile da trovare! Usiamo il riso. Facciamo uso di quello che abbiamo. È molto indonesiano, molto asiatico. Così, la Chiesa ortodossa in Indonesia è più orientale che in Grecia o in Russia o in Europa! Non possiamo avere paura che l’Ortodossia assuma forme locali.

Thomas: Possiamo usare queste cose come una misura della profondità di penetrazione dell’Ortodossia in una cultura?

P. Daniel: Sì. Il contenuto è visibile nella forma. Questo vale anche per le persone convertite all’Ortodossia nelle tradizioni greche o russe e che non siano essi stessi greci o russi.

Thomas: La comunità ortodossa indonesiana ha le funzioni in indonesiano o in greco?

P. Daniel: Naturalmente, in indonesiano.

Thomas: Che dire delle altre lingue?

P. Daniel: A volte, se abbiamo ospiti, qua e là facciamo qualcosa in greco o in inglese. A volte anche in russo.

Thomas: La lingua liturgica principale rimane allora l’indonesiano, quello che parlano tutti i diversi gruppi etnici in Indonesia?

P. Daniel: Sì. Ho tradotto per questo scopo i servizi in indonesiano.

Thomas: In generale, non credo che gli occidentali sappiano quanto sono varie le lingue e le culture in Indonesia.

P. Daniel: Abbiamo 350 lingue e dialetti diversi in Indonesia, con una lingua nazionale. Ho tradotto i libri delle funzioni in indonesiano, e ora sto cominciando a tradurli in giavanese, che è la mia lingua etnica. Ci sono anche funzioni in lingua Patlak, che è parlata a Sumatra e ci sono piani per la traduzione in lingua balinese, che è parlata sull’isola di Bali. È un lavoro che sta procedendo lentamente.

Thomas: Così le parrocchie locali saranno in grado di celebrare nella propria lingua?

P. Daniel: Sì. E se c’è bisogno, possono sempre celebrare in indonesiano.

Thomas: Una domanda più personale. Quali sono le più grandi tentazioni nella tua opera?

P. Daniel: (ride) Abbandonarla perché è troppo difficile. So che ho il mio talento, e che posso sempre insegnare. Talvolta vorrei solo andare a fare il professore all’università. Ancora e ancora, Dio mi ha aiutato a stare dove sono, a ricordare la mia vocazione. È difficile perché ho tante responsabilità di pagare per questo o per quello, d aiutare i giovani a iniziare gli studi teologici all’università. Queste cose le devo pagare ogni mese. Penso di avere più responsabilità di quelli che hanno i propri figli!

Thomas: Qual è la tua più grande tristezza?

P. Daniel: La mia più grande tristezza… è quando cerco di fare del mio meglio, e sono accusato di cose che non ho fatto.

Thomas: E la tua più grande gioia?

P. Daniel: La più grande gioia è quando qualcuno si converte all’Ortodossia.

 

Ulteriori informazioni su padre Daniel (incluso un racconto autobiografico in formato pdf) si possono trovare in lingua inglese sul sito Friends of Indonesia

 

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