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  Incredibile per molti, ma vero

Racconto di un caso straordinario di morte clinica

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Qui sotto riproduciamo la descrizione di un individuo ritornato in vita dopo la morte clinica, pubblicato da K. Uekskuell nel "Giornale di Mosca" verso la fine del XIX secolo. Nel 1916 l'Arcivescovo Nikon, un membro del Santo Sinodo, ristampò l'articolo nella sua pubblicazione "Pagine della Trinità" con i seguenti commenti: "riguardo a questo racconto, abbiamo avuto a suo tempo una corrispondenza con l'autore, che, dopo avere verificato la sua validità, ha testimoniato che il protagonista del racconto, dopo avere narrato la sua esperienza, è entrato in monastero. Tenuto conto del fatto che niente in questo racconto è in contraddizione con la posizione della Chiesa sul mistero della morte e della vita dopo la morte, crediamo utile ristampare questo articolo come pubblicazione separata." 

Traduzione dalla versione inglese in Orthodox Life, Vol. 26, No. 4 (Luglio-Agosto, 1976), pp. 1-36.

 

Non mi dedicherò qui a una descrizione generale della mia personalità, poiché ciò non ha a che fare con la storia che presento, ma cercherò di descrivere me stesso al lettore solo in termini della mia relazione alla religione.

 

I

Cresciuto in una famiglia cristiana ortodossa e piuttosto devota, e dopo avere studiato in un'istituzione in cui la mancanza di fede non era rispettata come segno del genio di uno studente, non finii per essere un veemente, famigerato miscredente, come era la maggioranza dei giovani del mio tempo. Essenzialmente, finii per essere qualcosa di molto indefinito: non ero un ateo, e in nessun modo potevo considerarmi in alcun grado come un uomo religioso, e dato che entrambi questi stati mentali non erano il risultato delle mie convinzioni, ma per così dire erano come passivamente imposti su di me da determinate forze ambientali, chiederò al lettore di trovare da sé una classificazione appropriata per la mia personalità rispetto a questa situazione.

Ufficialmente portavo il nome di cristiano, ma senza dubbio non pensavo mai se avessi davvero il diritto a un nome del genere. Non ebbi mai neppure la minima inclinazione a ricercare ciò che la vocazione di un cristiano mi richiedeva, e se soddisfacevo queste richieste. Avevo sempre detto che credevo in Dio; ma se mi avessero chiesto come credevo - o come la Chiesa Ortodossa a cui appartenevo insegna a credere, senza dubbio mi sarei trovato in difficoltà. Se mi fosse stato chiesto in maggiori dettagli se credevo, per esempio, nella nostra salvezza attraverso l'Incarnazione e la sofferenza del Figlio di Dio, nella sua seconda venuta come Giudice, quale fosse la mia relazione con la Chiesa, se credessi nella necessità della sua fondazione, santità e salvezza per noi tramite i suoi sacramenti, e così via, posso solo immaginare quali assurdità avrei detto come risposte. Ecco un esempio:

Un giorno mia nonna, che osservava sempre strettamente i digiuni, mi rimproverava perché io non li seguivo.

"Sei ancora forte e sano, hai un buon appetito, ne consegue che sei in grado di adattarti molto bene al cibo da digiuno. Perché non segui quelle leggi della Chiesa che non sono difficili neppure per noi?"

"Ma nonna, questa è una legge del tutto irragionevole," obiettai. "Tu infatti mangi, per così dire, meccanicamente, per abitudine, e nessun essere intelligente deve assoggettarsi a una tale abitudine."

"Perché irragionevole?"

"Ebbene, che differenza fa a Dio se mangio prosciutto o pesce affumicato?"

(Ditemi se non è vero - che esempio abbiamo qui di profondità di comprensione dell'essenza del digiuno da parte di un uomo istruito!).

"Com'è che parli in questo modo?" continuò la nonna. "Si può definire una legge irragionevole, quando il Signore stesso la seguiva?"

Fui colpito da questa risposta, e solo con l'aiuto di mia nonna fui in grado di ricordare il racconto evangelico che parla di questa condizione. Ma il fatto che l'avessi dimenticato, come vedete, non mi ostacolava in alcun modo dal gettarmi a capofitto in un'opposizione che prendeva un carattere alquanto altezzoso.

E non pensare, lettore, che io fossi più sciocco o di mente più volubile degli altri giovani del mio gruppo.

Ecco un altro esempio.

A uno dei miei colleghi, che era considerato colto e serio, fu chiesto se credesse in Cristo come Dio-uomo. Rispose di sì, ma subito dopo la conversazione rivelò che negava la Risurrezione di Cristo.

"Mi permetta, perché dice queste stranezze?", obiettò un'anziana signora. "Secondo la sua fede, che ne è stato di Cristo? Se crede in lui come Dio, com'è che può concedere allo stesso tempo che Egli sia morto completamente, ovvero che abbia terminato per sempre la sua esistenza?"

Aspettammo qualche tipo di risposta arguta da nostro intelligente collega, qualche tipo di sottigliezza sulla concezione della morte o una nuova spiegazione dell'argomento in questione. Nulla del genere, egli si limitò a rispondere: "Oh! Non ci avevo pensato. Avevo detto ciò che provavo."

 

II

Uno stato esattamente identico di incompatibilità di idee prese dimora in me, e per negligenza da parte mia, si costruì un solido nido nella mia mente.

Sembravo credere debitamente in Dio, vale a dire, lo riconoscevo come un Essere personale, onnipotente, eterno; riconoscevo l'uomo come sua creazione, ma non credevo nella vita dell'aldilà.

Un buon quadro della volubilità delle nostre relazioni sia alla religione che al nostro stato spirituale si vede nel fatto che io non sapessi di questa mia seria mancanza di fede, finché, come nel caso del mio collega summenzionato, una certa circostanza la portò alla luce.

Il fato mi portò a essere amico di un uomo serio e molto ben istruito; era anche molto simpatico, e dato che viveva da solo, mi piaceva fargli visita di tanto in tanto. Un giorno, arrivando la lui, lo trovai a leggere il catechismo.

"Che succede, Prochor Alexandrovich," - questo era il nome del mio amico - "ti stai preparando a diventare un pedagogo?" Gli chiesi stupito, indicando il libro.

"Caro mio, che vuoi dire, con pedagogo! Sarebbe già bene se potessi diventare un passabile studente. È ben lontana da me l'idea di insegnare ad altri. Devo prepararmi per gli esami. Guarda come mi diventano grigi i capelli, vedi, aumenta di giorno in giorno, e prima che te l'aspetti ti chiamano a render conto di tutto," disse con il suo solito sorriso cordiale.

Non presi le sue parole alla lettera, e pensai che dato che era un uomo di vaste letture, aveva sentito il bisogno di una certa correzione tramite la catechesi. Egli, evidentemente desideroso di spiegarmi la lettura a me estranea, disse:

"Si leggono tutti i tipi di spazzatura contemporanea, ebbene, ora sto controllando di non essere andato nella direzione sbagliata. Sai, l'esame che ci aspetta è severo, ed è severo anche per il fatto che non si ammettono ripetizioni.

"Ma ci credi veramente?"

"Di fatto, come si può non crederci? Che ne sarà di me, dimmi un po'? Pensi davvero che sarò ridotto in polvere? E se non sarò polvere, non c'è dubbio che sarò chiamato a rispondere. Non sono schiuma, ho una volontà e una mente, ho vissuto consciamente e... ho peccato..."

"Non so, Prochor Alexandrovich, come e da cosa possa essere sorta la tua fede nella vita dell'aldilà. È naturale pensare che un uomo muoia - e, bene, tutto termina qui. Lo vedi immobile e senza respiro, tutto si decompone, che idee di qualche genere di vita ci possono essere in questo stato?" dissi, esprimendo esattamente ciò che provavo, nell'ordine in cui queste idee dovevano essere sorte in precedenza e avere formato la mia comprensione.

"Permettimi, cosa pensi che dovremmo concludere di Lazzaro di Betania? Sai che questo è un fatto autentico, e anch'egli era un uomo, modellato con la mia stessa argilla."

Guardai il mio interlocutore con franca sorpresa. Era possibile che questo uomo colto credesse a cose così incredibili?

E Prochor Alexandrovich a sua volta mi guardò fisso per circa un minuto; poi, a voce più bassa, disse:

"Sei forse un miscredente?"

"No, perché dici così? Io credo in Dio," risposi.

"E negli insegnamenti divinamente rivelati, non ci credi? Ma oggi Dio lo si capisce in modi differenti, e praticamente ogni individuo inizia a rimodellare gli insegnamenti divinamente rivelati per venire incontro alle proprie necessità personali, e stabilisce classifiche; a questo, dunque, devi credere, ma in questo puoi credere o no, e in quell'altro non devi assolutamente credere! Come se vi fossero diverse verità, e non solo una. E non capiscono che nel fare così stanno già credendo nei prodotti della loro mente e immaginazione, e se così è, allora, naturalmente, qui non c'è posto per la fede in Dio."

"Ma uno non può credere a tutto. Talvolta si incontrano cose tanto strane."

"Vale a dire, non capite nel modo adeguato? Allora cerca di capire come si deve. Se non ci riesci, allora devi ammettere che la colpa è tua, e a tal punto ti devi arrendere. Inizia a ragionare come un uomo ordinariamente incolto riguardo alla quadratura del cerchio, o riguardo a qualche altro problema di alta matematica, e vedrai che anch'egli non ne capisce nulla, ma da questo non ne consegue che si deve rinnegare lo studio stesso della matematica. Naturalmente è più facile rinunciare, ma non è sempre... conveniente.

"Pensa con cura a quanto hai detto, che in essenza è un'assurdità: dici che credi in Dio, ma che non c'è vita dopo la morte. Ma Dio non è un Dio dei morti, ma dei viventi. Altrimenti che tipo di Dio è? Cristo stesso ha parlato di vita dopo la morte: pensi davvero che abbia detto falsità? Neppure i suoi più accaniti nemici furono in grado di provarlo. E perché egli venne tra noi e soffrì, se tutto il nostro futuro di riduce a finire in polvere?

"No, questo non è giusto. Devi con ogni mezzo, con ogni mezzo" - e parlò all'improvviso con intensità - "correggerti. Devi comprendere quanto sia importante. Una simile fede dovrebbe gettare una luce del tutto nuova sulla tua vita, darle un proposito differente, dare una direzione completamente nuova a tutto il tuo lavoro. Questa sarà per te una completa rivoluzione morale. In questa fede ci carichiamo di un fardello, ma allo stesso tempo abbiamo una fonte di consolazione e di sostegno per le lotte contro le avversità della vita che sono inseparabili da ciascuno.

 

III

Compresi l'intera logica nelle parole di Prochor Alexandrovich, ma naturalmente una conversazione di pochi minuti non poteva impiantare in me una fede in ciò a cui ero abituato a non credere, e la mia conversazione con lui essenzialmente servì solo a manifestare il mio punto di vista su una certa questione importante - un punto di vista che fino a quel momento io stesso non conoscevo bene perché non avevo avuto occasione di esprimerlo, e ancor meno occasione di pensarci a fondo.

La mia mancanza di fede evidentemente preoccupò in modo serio Prochor Alexandrovich: diverse volte nel corso della serata ritornò su questo tema, e mentre mi stavo preparando per partire, prese velocemente diversi libri dalla sua ampia biblioteca e, dandomeli, disse:

"Leggili, leggili senza esitazione, perché non si possono lasciare le cose così come stanno al presente. Sono certo che presto capirai razionalmente e ti convincerai della completa mancanza di fondamento della tua diffidenza, ma è necessario portare questa convinzione dalla mente al cuore, è necessario che il cuore comprenda, altrimenti un giorno o l'altro evaporerà e sarà dimenticata - la mente infatti è un setaccio attraverso al quale i diversi pensieri si limitano a passare, e non è lì il loro deposito."

Lessi i libri. Non ricordo ora se li lessi tutti, ma l'abitudine risultò essere più forte della ragione. Riconobbi che tutto quanto era scritto in quei libri era molto convincente, e a causa della superficialità della mia comprensione di questioni religiose, non fui in grado di sollevare la più piccola seria obiezione alle argomentazioni in essi contenute - ma la fede, nondimeno, non appariva in me. Riconoscevo che ciò non era logico, credevo che tutto quanto scritto nei libri fosse vero, ma non c'era alcuna sensazione di fede in me, e così continuai nella mia comprensione della morte come la fine assoluta dell'esistenza umana, dopo la quale seguiva solo la decomposizione.

Sfortunatamente, accadde che poco dopo la summenzionata conversazione con Prochor Alexandrovich, dovetti lasciare la città in cui vivevamo, e non ci vedemmo più. Non lo so, forse come persona intelligente e dotata del fascino di un uomo intensamente convinto, egli sarebbe riuscito almeno fino a un certo punto ad approfondire le mie vedute e i miei rapporti con la vita e le cose in generale, e in tal mondo a introdurre anche certi cambiamenti nella mia comprensione della morte, - ma lasciato a me stesso e alla natura e non essendo un giovane particolarmente serio, non ero in alcun modo interessato a tali questioni, e per la mia spensieratezza, dopo poco tempo non prestai più neppure un minimo di attenzione alle parole di Prochor Alexandrovich, che riguardavano la seria insufficienza della mia fede e la necessità di porvi rimedio.

In seguito a ciò, cambiamenti di residenza e incontri con nuove persone non solo fecero svanire tale questione dalla mia memoria, ma la pure conversazione con Prochor Alexandrovich, e persino la sua immagine mentale e la nostra breve conoscenza.

 

IV

Passarono molti anni. Per mia vergogna, devo ammettere che moralmente cambiai ben poco nel corso di questi anni. Anche se già ero un uomo alla metà del cammino della mia vita, vale a dire un uomo di mezza età, né nella mia relazione con la vita né in me stesso c'era stato un guadagno di serietà. Non comprendevo il senso della vita, una sorta di conoscenza stupefatta di me stesso rimaneva per me allo stesso livello di "chimerica" invenzione, come i ragionamenti del metafisico (1) nella ben nota favola dallo stesso nome, e vivevo, trascinato dagli stessi interessi grossolani e vuoti, dalla stessa concezione falsa e avara dello scopo della vita, con cui viveva la maggior parte della gente del mondo della mia classe e livello di istruzione.

Anche la mia relazione con la religione era rimasta immutata, vale a dire, come prima non ero né un ateo, né in qualsiasi grado una persona religiosa con una comprensione cosciente. Come prima, per abitudine andavo di tanto in tanto in chiesa, andavo alla confessione per abitudine una volta all'anno, mi segnavo per abitudine, quando era appropriato farlo - e questo per me era tutto quanto riguardava la religione. Non mi interessava alcuna questione religiosa e non comprendevo neppure che vi fosse qualcosa di interessante, a parte, ovviamente, le concezioni più elementari. Non ne sapevo nulla, e mi sembrava di sapere e comprendere tutto, e che tutto fosse così semplice e "privo di malizia", che un uomo "istruito" non avesse nulla di cui caricarsi la mente. Un'ingenuità che raggiunge proporzioni risibili, ma, sfortunatamente, molto caratteristica delle persone "istruite" dei nostri tempi.

È piuttosto ovvio che con la manifestazione di tali fatti, non ci poteva essere alcuna possibilità di un mio progresso nei sentimenti religiosi, né un allargamento degli orizzonti delle mie concezioni in questa materia.

 

V

Capitò che in questo periodo della mia vita il lavoro mi portò alla città di K., dove mi ammalai gravemente.

Poiché non avevo parenti né persone di servizio a K., dovetti andare in ospedale. I dottori mi trovarono una polmonite.

Dapprima mi sentivo così bene che nemmeno una volta ritenni necessario stare in ospedale per una simile sciocchezza; ma con lo sviluppo della malattia e la temperatura che iniziò a salire rapidamente, compresi che con una simile "sciocchezza" non sarebbe stato affatto saggio stare a letto da solo in una camera di qualche albergo.

Le lunghe notti invernali in ospedale erano per me particolarmente fastidiose; la febbre non mi lasciava affatto dormire, a volte mi era perfino impossibile stare sdraiato, e sedere nel letto era scomodo e stancante: non mi sentivo o non ero in grado di alzarmi e camminare lungo il reparto; e perciò continuavo a girarmi nel letto, mi sdraiavo, mi sedevo, allungavo le gambe e le rialzavo, e nel mentre continuavo ad ascoltare attentamente: quando inizierà a battere l'orologio! Aspettavo, aspettavo, e l'orologio sembrava battere di proposito solo due o tre volte, - e questo significava un'eternità prima dello spuntare del giorno. E quanto è deprimente su un malato l'effetto di questo sonno comune di molte persone, assieme alla quiete della notte. Uno si sente letteralmente in un cimitero in compagnia dei morti.

Mentre la mia malattia si avvicinava a una crisi, in egual misura le mie condizioni peggiorarono e io mi sentii peggio. A volte avevo tali fitte da non notare le condizioni spiacevoli ordinarie, né l'effetto stancante delle interminabili notti. Ma non so davvero a cosa attribuire la causa di tutto questo: forse perché ero e mi consideravo un uomo molto forte e sano, o forse perché fino a quel momento non ero mai stato neppure una volta seriamente malato, e i pensieri tristi che sono talvolta prodotti dalle malattie serie erano alieni alla mia mente - tuttavia, per quanto mi sentissi male, o per quanto all'improvviso arrivassero le fitte della mia malattia, neppure una volta mi entrò in mente l'idea della morte.

Attesi con confidenza che oggi o domani avvenisse un cambiamento per il meglio, e chiedevo con impazienza la mia temperatura ogni volta che il termometro era rimosso da sotto al mio braccio. Ma dopo aver raggiunto un certo livello, si bloccò letteralmente a quel punto, e alle mie domante sentivo costantemente la risposta: "40 e 9," "41," "40 e 8."

"Ahimè, che lungo processo!" dissi un giorno con disappunto, e in seguito chiesi al dottore se si aspettava che la mia convalescenza continuasse allo stesso passo da tartaruga.

Vedendo la mia impazienza, il dottore mi calmò dicendo che con la mia età e la mia salute non c'era nulla da temere, che la convalescenza non sarebbe durata a lungo, che con circostanze così favorevoli si può ricuperare la salute in un arco di pochi giorni.

Gli credetti di tutto cuore, e rafforzai la mia pazienza con il pensiero che rimaneva ancora poco alla crisi conclusiva, e che tutto in seguito sarebbe tornato completamente normale.

 

VI

Una notte mi sentii particolarmente male; mi rigiravo per la febbre e respirare mi era estremamente difficile, ma verso il mattino tutto migliorò così rapidamente, che fui perfino in grado di addormentarmi. Al risveglio, il mio primo pensiero al ricordo della sofferenza notturna fu: "Bene, questa deve essere stata la crisi finale, e ora è passata. E ormai ci sarà una fine a questo boccheggiare e a questa febbre insopportabile."

Avendo visto un giovane infermiere che entrava in un reparto vicino, lo chiamai e gli chiesi di prendermi la temperatura.

"Bene, signore, ora le cose hanno preso una svolta al meglio," disse con gioia, rimuovendo il termometro al momento stabilito. "La sua temperatura è normale."

"Davvero?" chiesi con gioia.

"Guardi lei stesso: 37 e 1. E sembra che la sua tosse non l'abbia disturbata tanto."

Realizzai solo in quel momento che di fatto non avevo tossito dalla mezzanotte fino al mattino, e anche se mi ero mosso e avevo preso alcuni sorsi di tè caldo, non avevo tossito neppure allora come risultato.

Il dottore arrivò alle nove. Gli dissi che mi ero sentito male, trassi la conclusione che evidentemente questa doveva essere stata la crisi conclusiva, e dissi che ora non mi sentivo male e che prima del mattino ero anche stato in grado di dormire qualche ora.

"Bene, questo è certamente un buon segno," disse, e andò al tavolo a consultare qualche sorta di tabella o nota che si trovava là sopra.

"Vuole prendergli la temperatura?" gli chiese l'infermiere. "La sua temperatura è normale."

"Cosa intende per normale?" gli chiese il dottore, sollevando in fretta la testa dal tavolo e guardando l'infermiere con perplessità.

"Esattamente quello che ho detto, l'ho appena provata."

Il dottore mi fece di nuovo prendere la temperatura, e questa volta sorvegliò egli stesso che fosse rilevata nel modo appropriato. Ma questa volta la temperatura non raggiunse neppure i 37 gradi: venne fuori che era più bassa di due linee.

Il dottore prese il proprio termometro dalla tasca laterale del suo camice, lo scrollò, lo controllò, ed evidentemente certo della sua correttezza mi prese di nuovo la temperatura.

Questo secondo risultato fu uguale al primo.

Con mia sorpresa, il dottore non mostrò alcun segno di felicità riguardo alla mia condizione, e non fece, per amor di buona educazione, la minima espressione di soddisfazione nel proprio aspetto, e dopo essersi girato in un modo un po' nervoso, lasciò il reparto: circa un minuto dopo udii un telefono che iniziava a suonare nella camera.

 

VII

Ben presto arrivò il primario: entrambi mi auscultarono e mi esaminarono - e mi fecero praticamente ricoprire la schiena di sanguisughe; in seguito, dopo aver prescritto una medicina, non me la diedero insieme alle altre, ma inviarono un infermiere a farla preparare prima delle solite altre medicine.

"Mi ascolti, che cosa pensa di farmi ora che non mi sento affatto male, per bruciarmi con le sanguisughe?" chiesi al primario.

Mi sembrò che la mia domanda confondesse o scoraggiasse il dottore, ed egli rispose con impazienza:

"Oh, Dio mio! Lei non può essere abbandonato così al libero corso della malattia solo perché si sente meglio. Dobbiamo estrarle tutto il pasticcio che si è accumulato in lei in questo tempo."

Tre ore dopo il dottore più giovane mi venne di nuovo a vedere; esaminò come erano piazzate le sanguisughe, mi chiese quanti cucchiai di medicina avessi preso. Dissi, "Tre."

"Ha tossito?"

"No," risposi.

"Neppure una volta?"

"Neppure una volta."

"Per favore, mi dica," mi volsi all'infermiere che era continuamente presente nel mio reparto, "che sorta di schifezza hanno miscelato in questa medicina. Mi fa vomitare."

"Ci sono vari tipi di espettoranti," spiegò.

In questo caso agii esattamente come spesso fanno i negatori contemporanei della religione, vale a dire, senza capire nulla di quanto stava accadendo, davo un giudizio mentale e rimproveravo la procedura del dottore nella mia mancanza di comprensione: mi danno espettoranti quando non ho nulla da espettorare.

 

VIII

Nel frattempo, un'ora e mezza o due dopo l'ultima visita dei dottori, tutti e tre apparvero di nuovo nel mio reparto: due dei nostri e un terzo, che aveva un'aria di importanza e di imponenza, che non era del nostro reparto.

Mi auscultarono a lungo; quindi apparve una tanica d'ossigeno. Questa mi fece in qualche modo stupire.

"E questa a che serve?" chiesi.

"Ebbene, dobbiamo filtrare un poco i suoi polmoni. Si sono quasi distrutti," disse il terzo dottore, quello di un altro reparto.

"Ma mi dica, dottore, che cos'è che vi affascina della mia schiena, da esserne tanto preoccupati. Ora è la terza volta che me la percuotete e la me coprite tutta di sanguisughe."

Mi sentivo tanto meglio rispetto a quei giorni precedenti, e perciò nei miei pensieri ero ben lungi dall'avere una natura pessimistica, così che nessuno strumento medico era in grado di portarmi a desumere le mie vere condizioni; persino l'apparizione di un dottore importante e dall'aspetto strano, me la spiegavo come un cambio di personale o qualcosa di simile, senza sospettare in alcun modo che egli fosse stato chiamato apposta per me, perché il mio caso richiedeva un consiglio. Feci l'ultima domanda in un tono così libero e felice, che evidentemente nessuno dei miei medici ebbe appena il coraggio di accennare alla prossima catastrofe. E in verità, come si può dire a un uomo pieno delle più liete speranze che forse gli restano ancora solo poche ore da vivere!

"È proprio ora che dobbiamo percuoterla," mi ripose il dottore in modo indeterminato.

Ma anche questa risposta la interpretai nel modo che desideravo, ovvero che ora, che la crisi era passata, e la forza dell'infermità si stava indebolendo, evidentemente era necessario e più conveniente applicare tutti i mezzi possibili per scacciare il resto del male e aiutare a rimettere in sento tutto quanto era stato colpito dalla malattia.

 

IX

Ricordo che circa alle quattro provai una sorta di debole senso di freddo, e desiderando scaldarmi, mi coprii comodamente con la coperta e mi sdraiai nel letto, ma improvvidamente mi sentii molto stordito.

Chiamai l'infermiere, che venne a sollevarmi dal cuscino e alzò la borsa dell'ossigeno. Udii da qualche parte il suono di un campanello, e in pochi minuti il primario entrò affrettato nel mio reparto, e poco dopo, uno dopo l'altro, entrambi i nostri medici.

In un'altra occasione un tale insolito raduno di massa del personale medico e la rapidità con cui si riuniva mi avrebbero stupefatto e confuso, ma ora mi era interamente indifferente, come se non avesse nulla a che fare con me.

Uno strano cambiamento ebbe luogo all'improvviso nel mio umore! Un minuto prima ero pieno di ottimismo, ora anche se vedevo e capivo appieno tutto ciò che mi stava accadendo attorno, spuntò d'un tratto una sorta di incomprensibile indifferenza, una lontananza che, come pare ora, è completamente aliena ai viventi.

Tutta la mia attenzione era concentrata su me stesso, ma anche qui c'era una qualità particolare e sconvolgente, un certo stato di divisione in me: sentivo ed ero conscio di me stesso con completa chiarezza e certezza, e allo stesso tempo avevo un senso di tale indifferenza verso me stesso, che sembrava come se avessi perso anche la capacità di percepire le sensazioni fisiche.

Per esempio, vidi come il dottore stendeva la mano e sentiva la mia pulsazione - vedevo e capivo ciò che faceva, ma non sentivo il suo contatto con il mio corpo. Vedevo e capivo che i dottori, dopo avermi sollevato, continuavano a fare qualcosa e continuavano a fare qualcosa preoccupandosi della mia schiena, dove evidentemente aveva avuto inizio l'edema, ma cosa facessero, non lo percepivo, e questo non perché avessi di fatto perduto la capacità di percepire queste sensazioni, ma perché questo non attirava affatto la mia attenzione, e perché, essendomi in qualche modo ritirato in profondità entro me stesso, non ascoltavo né osservavo quanto mi stavano facendo.

Sembrò come se all'improvviso due esseri o essenze si fossero manifestati in me: uno - nascosto da qualche parte nel profondo dell'intimo, e questa era la mia parte principale; l'altro - esterno ed evidentemente meno significativo; e ora sembrava come se il legame tra i due si fosse bruciato o dissolto, e queste due essenze separate, con la più forte che si faceva sentire più vividamente e con maggior certezza, mentre la più debole diventava una questione di indifferenza. Questa parte o essere più debole era il mio corpo.

Posso immaginare come, forse anche pochi giorni prima, sarei stato colpito dalla manifestazione in me di questo essere interno finora a me ignoto, e dalla realizzazione della sua superiorità su quell'altra parte di me, che secondo le mie convinzioni precedenti costituiva la totalità dell'essere, ma che ora non notavo neppure.

Questo stato era per me del tutto sorprendente: vivere, vedere, udire e comprendere tutto, e allo stesso tempo apparentemente non vedere né comprendere nulla, e sentire una tale alienazione da tutto.

 

X

Così, per esempio, il dottore mi fa una domanda; io ascolto e capisco ciò che dice, ma non replico, non do una risposta, perché sento che non ho ragione di parlargli. E tuttavia egli si preoccupa di me, ma di quella metà di me, che ora ha perso per me ogni significato, e con cui sento di non avere nulla a che fare.

Ma improvvisamente l'altra metà si fece sentire, e in modo così forte e insolito!

Mi sentii all'improvviso attratto verso il basso da una forza irresistibile. Durante i primi minuti questa sensazione era simile all'avere dei pesi massicci legati a tutte le membra del corpo; ma poco più oltre questo paragone non poteva descrivere in modo appropriato le mie sensazioni. Tale rappresentazione di una simile attrazione sembrava ora relativamente insignificante.

No, qui era all'opera qualche tipo di legge di attrazione gravitazionale di enorme potenza.

Mi sembrava che non solo il mio insieme, ma ogni arto, ogni capello, il tendine più fine, ogni cellula del mio corpo fossero attratti separatamente da qualche parte in modo altrettanto irresistibile, di come un forte magnete attrae a sé dei pezzi di metallo.

Eppure, a prescindere da quanto fosse forte tale sensazione, non mi ostacolava dal pensare e dall'essere cosciente di ogni cosa; ero pure conscio della stranezza di questo fenomeno. Ricordavo ed ero conscio della realtà, vale a dire che giacevo a letto, che il mio reparto era al secondo piano, [e] che sotto di me c'era una stanza identica; ma allo stesso tempo, secondo la forza della sensazione, ero certo che se sotto di me ci fossero state non una, ma dieci stanze accatastate l'una sull'altra, queste di sarebbero aperte all'improvviso per lasciarmi passare... verso dove?

Da qualche parte in profondità, giù nella terra.

Sì, proprio nella terra, e volevo giacere sul suolo; mi scossi e iniziai a muovermi.

 

XI

"Agonia," udii questa parola pronunciata su di me dal dottore.

Poiché non parlavo, essendo completamente concentrato in me stesso, e il mio sguardo esprimeva una completa assenza di interesse per il mondo circostante, i dottori evidentemente decisero che io ero in uno stato inconscio e parlavano di me in modo udibile e senza ritenzioni. Nel frattempo, non solo capivo tutto in modo eccellente, ma mi era impossibile non pesare e osservare a fondo.

"Agonia, morte!" Pensai, avendo sentito le parole del dottore. "Sto davvero morendo?" Volgendomi a me stesso, dissi a voce alta; ma come? Perché? Non so spiegarlo.

Mi ricordai all'improvviso un dotto discorso a proposito della questione se la morte sia o no dolorosa, che avevo letto tanto tempo prima, e, dopo avere chiuso gli occhi, mi esaminai riguardo a ciò che stava avendo luogo in me a quel tempo.

No, non provavo alcun dolore fisico, ma senza dubbio stavo soffrendo. Mi sentivo pesante e stanco all'interno. Da cosa veniva questa sensazione? Sapevo di che malattia stavo morendo; che accadeva ora, era l'edema che mi soffocava, o stava rallentando l'attività del cuore e questo mi affaticava? Non lo so. Forse questa era la spiegazione della mia morte ormai prossima secondo le idee di quelle persone, e del mondo, che ormai sentivo così alieno e remoto. Io, tuttavia, provavo solo un'insormontabile moto, un'attrazione verso qualcosa, come ho già detto.

Sentivo questa attrazione crescere a ogni istante, come se fossi appena arrivato molto vicino a quel magnete che mi attirava, e che se avessi toccato, si sarebbe interamente fuso con il mio corpo, diventando uno con esso in tal modo che nessuna forza avrebbe poi potuto separarli, e quanto più sentivo arrivare questo momento, tanto più impaurito e depresso diventavo, e simultaneamente provavo con crescente chiarezza una resistenza, sentivo che non potevo unirmi del tutto, che qualcosa in me doveva separarsi e che questo qualcosa stava cercando di allontanarsi dall'oggetto sconosciuto dell'attrazione con la stessa intensità con cui l'altra parte di me vi si avvicinava. Era questo sforzo che mi causava stanchezza e sofferenza.

 

 

XII

 

Il significato della parola "agonia," che avevo udito, mi era del tutto chiaro, ma ora tutto in me si allontanava in qualche modo da ricordi, sensazioni e concetti.

 

Senza dubbio, se avessi udito questa parola anche nel momento in cui i tre dottori mi stavano esaminando, mi sarei spaventato in modo allarmante. Allo stesso modo, se un simile strano cambiamento non avesse avuto luogo nella mia malattia, se fossi rimasto nello stato ordinario di un malato, anche ora, sapendo della morte imminente, avrei compreso e spiegato tutto ciò che aveva luogo in me in modo differente; ma nello stato presente le parole del dottore non fecero che stupirmi, senza provocare la paura caratteristica di chi pensa alla morte, e diedi un'interpretazione completamente inaspettata, a paragone delle mie concezioni precedenti, dello stato che stavo ora sperimentando.

 

"Ebbene, ecco che cos'è! È la terra che mi sta attirando in questo modo," improvvisamente mi venne da pensare. "Vale a dire, non me, ma ciò che appartiene a essa, ciò che mi ha imprestato per un certo tempo. Ed è la terra stessa che la attira, oppure è la materia che torna alla terra?"

 

E ciò che prima mi sembrava così naturale e vero, e cioè che dopo la morte mi sarei trasformato interamente in polvere, ora appariva innaturale e impossibile.

 

"No, non sparirò del tutto, non posso," urlai quasi ad alta voce, e feci un tentativo di liberarmi, di strapparmi a quella forza che mi attraeva, e all'improvviso mi sentii calmo.

 

Aprii gli occhi, e tutto ciò che vidi nel corso di quel minuto, fino ai minimi dettagli, si registrò nella mia memoria con chiarezza completa.

 

Mi vidi in piedi in una stanza; alla mia destra, disposto a semicerchio, l'intero gruppo dei medici era riunito assieme: con le mani dietro alla schiena e lo sguardo fisso a qualcosa che non riuscivo a vedere dietro alle figure dei dottori, stava il primario; dietro di lui, leggermente chinato in avanti, c'era il medico più giovane; il vecchio infermiere, con una sacca di ossigeno nelle mani, si spostava indeciso da una gamba all'altra, evidentemente senza sapere cosa fare con quell'apparato, se metterlo via o no, poiché poteva ancora essere utile; e il dottore giovane, chino in avanti, stava reggendo qualcosa, ma a causa delle sue spalle, vedevo solo i cuscini.

 

Questo gruppo mi fece stupire: stavano attorno a un letto. Che cosa c'era che attirava la loro attenzione, cosa stavano guardando, quando io ero lì in piedi, in mezzo alla stanza?

 

Mi avvicinai e guardai nella direzione in cui guardavano tutti:

 

Là, sul letto, c'ero io.

 

 

XIII

 

Non mi ricordo di aver sperimentato qualcosa di simile alla paura alla vista del mio doppio; ero solo perplesso: come può essere? Mi sentivo allo stesso tempo in due posti.

 

Guardai me stesso in piedi nel mezzo della stanza. Senza dubbio, ero io, esattamente come avevo sempre saputo di essere.

 

Provai a prendere la mano sinistra con la destra, e una mano passò attraverso l'altra; cercai di afferrarmi alla cintola - e di nuovo le mie mani passarono attraverso il mio corpo come attraverso uno spazio aperto.

 

Colpito da un così strano fenomeno, volevo che qualcuno lì vicino mi aiutasse a capire che cosa accadeva, e dopo aver fatto qualche passo, estesi la mano, desiderando toccare la spalla del dottore; ma sentii che camminavo stranamente, senza sentire un contatto con il pavimento; e la mia mano, per quanto provassi, non riusciva a raggiungere il dottore; mancavano forse pochi centimetri, ma non ero in grado di toccarlo.

 

Mi sforzai di stare fermo sul pavimento, ma, anche se il mio corpo obbediva ai miei tentativi e si abbassava, non riusciva lo stesso a toccare il pavimento, così come prima non riusciva a toccare la figura del dottore. Anche qui restava uno spazio insignificante, ma non riuscivo in alcun modo a superarlo.

 

Mi ricordo vivamente come diversi giorni prima l'infermiera del nostro reparto, che desiderava proteggere la mia medicina, mise la fiala dentro un vaso d'acqua fredda. Tuttavia il vaso era profondo, e la fiala leggera ritornò a galla; ma la vecchia infermiera, senza capire ciò che accadeva, tentò con insistenza una, due, tre volte di abbassarla sul fondo del vaso, sperando che alla fine rimanesse lì; ma appena rimuoveva il dito, la fiala tornava di nuovo alla superficie.

 

Evidentemente, in modo simile, l'aria circostante doveva essere divenuta troppo densa per me.

 

 

XIV

 

Che cosa mi era accaduto?

 

Chiamai il dottore, ma l'atmosfera in cui mi trovavo risultò completamente inadatta; non riceveva né trasmetteva i suoni della mia voce, e io comprendevo di essere in uno stato di totale dissociazione da tutto ciò che mi stava attorno. Capivo questo mio strano stato di solitudine, e un senso di panico mi ricoprì. C'era davvero qualcosa di indicibilmente orribile in questa straordinaria solitudine. Se uno si perde in una foresta, annega nelle profondità del mare, è presa dal fuoco, o siede in un confino solitario, non perde mai la speranza che qualcuno lo possa ascoltare. Sa che verrà capito se il suo richiamo di aiuto giunge alle orecchie di qualcuno; comprende che un altro essere vivente lo vede, che il soccorritore camminerà verso di lui, che potrà iniziare a parlargli, esprimere il suo desiderio ed essere compreso dall'altro.

 

Ma vedersi persone intorno, udire e comprendere la loro conversazione, e allo stesso tempo sapere che per quanto ti succeda, non hai assolutamente alcuna opportunità di informarli della tua presenza e di aspettarti aiuto se hai bisogno - per un simile stato di solitudine mi si rizzarono i capelli, e mi si intorpidì la mente. Era peggio che stare su un'isola disabitata, perché là almeno la natura avrebbe manifestato segni positivi di recettività della mia individualità; ma qui, in questa privazione della capacità di interagire con il mondo circostante, in questa esperienza innaturale per un essere umano, c'era così tanta paura mortale, un tale orribile riconoscimento di impotenza, da non poter sperimentare in alcun'altra situazione, né da poter trasmettere a parole.

 

Naturalmente, non mi arresi subito; cercai in tutti i modi possibili di rendere nota la mia presenza, ma questi tentativi non facevano che portarmi alla completa disperazione. È davvero possibile che non mi vedano? - Pensavo disperato, e mi avvicinavo ripetutamente al gruppo di persone che stava attorno al mio letto, ma nessuno di loro si voltava o mi dava attenzione, e ora guardavo me stesso con perplessità, e non capivo come fosse loro possibile non vedermi, quando ero lo stesso di sempre. Cercai di toccarmi, e la mia mano di nuovo attraversò l'aria.

 

"Ma io non sono un fantasma. Provo sensazioni e sono cosciente di me stesso, e il mio corpo è un corpo reale, e non qualche tipo di 'miraggio' deludente," pensai, e di nuovo mi guardai con attenzione, e mi convinsi che il mio corpo era davvero un corpo, poiché potevo osservarne i dettagli più minuti, anche una macchia, con completa chiarezza. La sua apparenza esterna rimaneva la stessa di ciò che era stato in precedenza, ma evidentemente le sue qualità erano cambiate. Era divenuto inaccessibile al tatto, e l'aria circostante era divenuta troppo densa, tanto che non era possibile un contatto completo con gli oggetti.

 

"Un corpo astrale. Mi sembra che lo chiamino così?" il pensiero mi passò in un lampo per la mente. "Ma perché, che cosa mi è accaduto?" mi chiesi, cercando di ricordare se avessi mai udito descrizioni di simili stati, di strane trasfigurazioni durante una malattia.

 

 

XV

 

"No, qui non possiamo fare più nulla! Tutto è finito," disse il dottore giovane, agitando la mano senza speranza, e si allontanò dal letto su cui giaceva l'altro me stesso.

 

Mi sentivo inspiegabilmente maltrattato, perché stavano continuando a ragionare e a fare confusione su quel me stesso che io non sentivo affatto, che per me non esisteva, e lasciavano privo di attenzione l'altro me reale, conscio di ogni cosa e tormentato dalla paura dell'oscurità, che cercava, che pretendeva il loro aiuto.

 

"È possibile che non vedano? È possibile che non capiscano che io non sono lì?", pensavo con disappunto, e, camminando verso il letto, guardavo quel me stesso, che a spese del me reale, attraeva l'attenzione della gente nel reparto.

 

Diedi un'occhiata, e lì per la prima volta emerse il pensiero: è possibile che ciò che mi è accaduto, nella nostra lingua, la lingua dei viventi, sia ciò che si definisce "morte"?

 

Il pensiero mi venne perché il corpo che giaceva sul letto aveva tutto l'aspetto di un cadavere: senza alcun movimento, senza respiro, il volto coperto da una sorta di pallore, con labbra compresse, leggermente cianotiche, mi ricordava vivamente i defunti che avevo visto. Può sembrare strano a prima vista, che solo nel vedere il mio corpo privo di vita avessi compreso ciò che mi era davvero accaduto, ma se uno considera attentamente e percepisce completamente ciò che io sentivo e sperimentavo, una simile perplessità, a prima vista strana, da parte mia, diventa comprensibile. Alla nostra comprensione della parola "morte" è legata in modo inestricabile l'idea di un certo tipo di distruzione e di cessazione di vita, e come potevo pensare di essere morto quando non avevo perso consapevolezza di me stesso per un solo momento, quando mi sentivo altrettanto vivo, vedendo tutto, udendo tutto, conscio di tutto, capace di movimento, pensiero, parola. Quale deterioramento potevo prendere in considerazione, quando mi vedevo splendido quanto mai, e allo stesso tempo riconoscevo perfino la stranezza della mia condizione?

 

Nemmeno le parole del dottore, quel "tutto è finito," avevano attratto la mia attenzione, né mi avevano fatto indovinare cos'era successo - tanto era diverso ciò che mi era capitato dalle nostre concezioni della morte!

 

La dissociazione da tutto quanto mi riguardava, la scissione nella mia personalità mi avrebbe potuto far capire più di ogni altra cosa ciò che era accaduto, se avessi creduto nell'esistenza di un'anima, se fossi stato religioso; ma non era il mio caso, e io ero guidato solo da ciò che provavo, e la sensazione di vita era così chiara, che lo strano fenomeno mi portava solo perplessità, dato che ero completamente incapace di collegare ciò che provavo al concetto tradizionale della morte, vale a dire, mentre sento e sono cosciente di me stesso, di pensare che non esisto.

 

In seguito ho avuto spesso l'opportunità di ascoltare da persone religiose, vale a dire, quanti non negano l'esistenza di un'anima e di una vita dopo la morte, la seguente opinione o supposizione: che appena l'anima umana si è liberata dalla sua carne corruttibile, diviene immediatamente una sorta di esistenza onnisciente, che per essa non c'è nulla di sconosciuto, ed è sconvolgente come nel nuovo regno di realtà, nella nuova forma di esistenza, essa non solo entra immediatamente nel campo delle nuove leggi che le sono rivelate dal nuovo mondo e dal suo nuovo stato d'essere, ma tutto ciò le è così familiare, e questa transizione è come un ritorno alla vera patria, al suo stato naturale. Tale supposizione si fonda soprattutto sull'idea che l'anima sia qualcosa di spirituale, e che per lo spirito non esistano quelle limitazioni che ha la parte fisica dell'uomo.

 

 

XVI

 

Tale ipotesi, naturalmente, è del tutto erronea.

 

Da quanto è stato descritto sopra, il lettore può vedere che io ero arrivato in questo nuovo mondo esattamente nelle condizioni in cui avevo lasciato l'altro, ovvero praticamente con le stesse capacità, concezioni e conoscenza che avevo mentre vivevo sulla terra.

 

Per esempio, quando volevo rendere nota in qualche modo la mia presenza, facevo ricorso a quei mezzi che sono comunemente usati in questi casi da tutte le persone viventi; vale a dire, chiamavo, mi avvicinavo, cercavo di toccare o di spingere qualcuno; avendo notato una nuova qualità del mio corpo la ritenevo strana: di conseguenza, le mie concezioni precedenti rimanevano in me; altrimenti questo stato non mi sarebbe apparso strano, - e desiderando convincermi dell'esistenza del mio corpo, facevo nuovamente ricorso ai metodi usuali a cui ero abituato in tali casi come essere umano terrestre.

 

Anche dopo avere capito che ero morto, non compresi per mezzo di qualche nuovo senso il cambiamento che aveva avuto luogo in me, ed essendo perplesso, Definivo il mio corpo "astrale," e alla mia attenzione si presentava l'idea seguente: il primo uomo creato non aveva forse ricevuto un simile corpo? E in seguito, con la caduta nella sua tunica sacerdotale di pelle, che è menzionata nella Bibbia, non era forse questa il corpo corruttibile che ora giaceva nel letto e che presto si sarebbe mutato in polvere? In breve, poiché desideravo comprendere ciò che mi era accaduto, proponevo le spiegazioni che mi erano note e accessibili secondo i miei concetti mondani.

 

E c'era da aspettarselo. L'anima naturalmente è spirito, ma lo spirito è creato per la vita in un corpo; perciò in che modo il corpo può essere per l'anima una sorta di prigione, un qualche tipo di legame che lo incatena a qualche presunta forma estranea di esistenza?

 

No, il corpo è un legittimo luogo di dimora che è stato, per così dire, posto a disposizione dello spirito, che pertanto apparirà nell'altro mondo al livello di sviluppo e perfezione raggiunto nella sua esistenza congiunta con il corpo, nella sua forma legittimamente stabilita di esistenza. Naturalmente, se nel corso della vita una persona è stata spiritualmente sviluppata, allora la sua anima sentirà una più profonda relazione e le cose le appariranno più comprensibili in questo nuovo mondo, rispetto all'anima della persona che ha vissuto senza mai pensare all'altro mondo, e mentre la prima sarà in grado, per così dire, di leggere questa nuova lingua, per quanto non rapidamente e non senza errori, la seconda, come capitò nel mio caso, deve imparare a partire dai rudimenti. C'è bisogno di tempo per capire sia i fatti a cui non aveva mai pensato, sia il nuovo regno nel quale viene a trovarsi e nel quale non ha mai fatto una visita mentale durante la sua esistenza terrena.

 

In seguito, cercando di ricordarmi e di ripensare al mio stato di essere in quel tempo, ho notato solo che le mie capacità mentali funzionavano con una così forte energia e rapidità, che sembrava non rimanere la minima traccia di tempo trascorso dopo che avevo fatto lo sforzo di comprendere, paragonare o ricordare qualcosa. Non appena mi appariva davanti qualcosa, la mia memoria penetrava immediatamente nel passato e scavava riguardo a quel dato argomento i minimi dettagli, che giacevano dimenticati e senza cura; e ciò che in altri momenti mi avrebbe fatto indubbiamente sorgere un senso di perplessità, ora appariva come se fosse piuttosto evidente.

 

Talvolta, grazie a qualche infusione di forza, riuscivo anche a indovinare ciò che prima mi era ignoto; ma questo, nondimeno, avveniva non prima che la cosa mi apparisse di fatto davanti agli occhi. E fu quest'ultima condizione che risultò essere la più straordinaria delle mie capacità, oltre a quegli altri cambiamenti, per così dire, attesi, che risultavano dal mio stato di essere alterato.

 

 

XVII

 

Procedo ora con la narrazione delle altre circostanze del mio incredibile episodio.

 

Incredibile! Ma se finora era apparso incredibile, allora queste ulteriori circostanze sembreranno storie tanto "ingenue" agli occhi dei miei dotti lettori, da dare l'impressione che non valga la pena raccontarle; ma forse per quanti vorranno vedere in modo differente la mia narrazione, la stessa ingenuità e pochezza del materiale presentato serviranno come prova della sua veracità; poiché se io stessi inventando questa narrazione - immaginandola - allora si aprirebbe qui uno spazio per la fantasia personale tanto ampio che, naturalmente, avrei potuto pensare qualcosa di più sottile ed efficace.

 

Che cos'altro mi accadde, dunque? I dottori uscirono dal reparto, entrambi gli infermieri erano in piedi lì vicino e cercavano di spiegare gli stadi della mia malattia e morte, e l'anziana infermiera si rivolse all'icona, si fece il segno della croce ed espresse in modo udibile il desiderio consueto in tali casi:

 

"Possa ereditare il regno dei cieli, pace eterna su di lui."

 

E non aveva ancora finito di pronunciare queste parole, che due Angeli apparvero al mio fianco; per qualche ragione riconobbi in loro il mio Angelo Custode, ma l'altro mi era ignoto. (2)

 

Dopo avermi preso per le braccia, gli Angeli mi portarono attraverso il muro del reparto, nella strada.

 

 

XVIII

 

Era già scesa l'oscurità. La neve cadeva in silenzio a grossi fiocchi. Vedevo queste cose, ma non sentivo il freddo né in generale la differenza di temperatura tra la stanza e l'esterno. Evidentemente fenomeni del genere avevano perso il loro significato per il mio corpo trasformato. Iniziammo a salire velocemente. E quanto più salivamo, tanto più ampia era l'espansione di spazio rivelata ai nostri occhi. E alla fine questo spazio giunse a proporzioni tanto vaste e terrificanti, che fui preso da paura alla comprensione di quanto ero insignificante a paragone di questo deserto di infinito. Qui mi divennero pure evidenti certe peculiarità della mia visione. Dapprima, era scuro e io vedevo chiaramente ogni cosa nel buio; di conseguenza la mia visione aveva ricevuto la capacità di vedere nel buio; in secondo luogo, ero in grado di includere nel campo della mia visione un'area così vasta di spazio, che indubbiamente non sarei stato in grado di vedere con la mia visione ordinaria. E a quel tempo non ero cosciente di queste peculiarità, ma notavo che non riuscivo a vedere tutto, per quanto ampio fosse il mio campo di vista. Tutto sommato, esso aveva un limite. Comprendevo questo molto chiaramente, e la cosa mi atterriva. Sì, a che punto è caratteristico dell'essere umano dare una sorta di valore permanente alla sua individualità: riconoscevo che ero così poco importante, un atomo insignificante, la cui comparsa o scomparsa non sarebbe stata notata in questo spazio illimitato, ma invece di trovare in ciò qualche sorta di consolazione, un certo tipo di sicurezza si sentì minacciato ... che mi potessi perdere del tutto, che questa illimitata vastità mi avrebbe inghiottito come una trista particella di polvere. Una mirabile confutazione, da parte di un'insignificante particella, della comune (come alcuni credono) legge di distruzione, e una straordinaria manifestazione del riconoscimento che l'uomo fa della propria immortalità, dello stato eterno di essere della sua individualità!

 

 

XIX

 

La concezione del tempo era in quei momenti assente dal mio stato mentale, e non so per quanto tempo abbiamo continuato a muoverci verso l'alto, quando all'improvviso si udì dapprima un rumore indistinto. In seguito, emersa da qualche parte, con urla e risa scalmanate, una folla di esseri orrendi iniziò ad avvicinarsi rapidamente a noi.

 

"Spiriti maligni!" - Compresi subito, con una valutazione insolitamente rapida risultante dall'orrore che provavo in quel momento, un orrore di un tipo speciale che finora mai avevo sperimentato. Spiriti maligni! Oh, quanta ironia, quante risate del tipo più sincero mi avrebbe fatto sorgere questo pensiero anche pochi giorni prima. Anche poche ore prima, il resoconto di qualcuno che dicesse non solo di avere visto spiriti maligni con i propri occhi, ma appena di credere nella loro esistenza come qualcosa di fondamentalmente reale, avrebbe suscitato una simile reazione! Come conveniva a un uomo "istruito" della fine del diciannovesimo secolo, vedevo queste cose come sciocche inclinazioni, o come passioni di un essere umano, ed ecco perché lo stesso termine aveva per me non il significato di esseri reali, ma della definizione di un certo concetto astratto. E all'improvviso questo "certo concetto astratto" mi apparve davanti come personificazione vivente. Tuttora non sono in grado di dire come e perché a quel tempo, senza la minima traccia di dubbio, ho riconosciuto la presenza di spiriti maligni in quella brutta visione. Senza dubbio, solo a causa di una simile definizione si trattava di qualcosa di completamente al di fuori del normale ordine delle cosa e della logica, poiché se una simile visione orrenda mi fosse apparsa in un altro momento, indubbiamente avrei detto che si trattava di qualche tipo di fantasia personificata, un capriccio abnorme dell'immaginazione. In breve, non avrei mai chiamato questa cosa con un nome che rimanda a qualcosa che non può essere visto. Ma in quel tempo, questa designazione della sua natura ebbe luogo con tanta rapidità, che apparentemente non c'era ragione di pensarci, come se avessi visto qualcosa che mi era già ben noto da lungo tempo; e poiché. come ho spiegato, in quel momento le mie capacità mentali funzionavano con incomprensibile intensità, compresi dunque altrettanto rapidamente che l'aspetto esterno di questi esseri non era la loro esteriorità reale, ma che era una sorta di abominevole spettacolo concepito probabilmente con lo scopo di procurarmi una paura più intensa; e per un momento qualcosa di simile all'orgoglio si agitò in me. Mi vergognai quindi di me stesso, dell'uomo in generale, perché per suscitare paura in un uomo, un essere che pensa tanto in grande di se stesso, altre forme di vita fanno ricorso ai metodi che noi stessi usiamo con i bambini piccoli.

 

Dopo averci circondato da ogni parte, gli spiriti maligni con urla e suoni sguaiati pretesero che io fossi consegnato loro, quindi cercarono in qualche modo di afferrarmi e strapparmi agli Angeli, ma evidentemente non osavano farlo. Nel mezzo dei loro biechi ululati, inimmaginabili e altrettanto ripugnanti all'udito quanto la loro vista era ai miei occhi, riconobbi alcune parole e intere frasi.

 

"È nostro: ha rifiutato Dio," gridarono all'improvviso quasi all'unisono. E qui si avventarono su di noi con tanto ardore che per un momento la paura congelò ogni flusso di pensiero nella mia mente.

 

"È una bugia! Non è vero!" Volevo urlare una volta ritornato in me, ma un ricordo mi bloccava la parola. In qualche modo a me ignoto, ricordai all'improvviso un leggero, insignificante episodio, che per di più era legato a un periodo così remoto della mia gioventù che, pare, non sarei stato in grado in alcun modo di richiamarlo alla mente.

 

 

XX

 

Ricordai come durante i miei anni di studio, un giorno in cui ero a casa di amici, dopo aver parlato di questioni di studio, continuammo a discutere di vari temi astratti ed elevati - un tipo di conversazioni che facevamo spesso.

 

"In via generale, non amo le astrazioni," dice uno dei miei compagni, "ma qui abbiamo già un'assoluta impossibilità. Sono in grado di credere in qualche tipo di forza della natura sulla quale, diciamo, non si è ancora investigato. Vale a dire, posso accettarne l'esistenza, anche se non ne vedo le sue chiare e definite manifestazioni, perché queste possono essere piuttosto insignificanti o combinate con gli effetti di altre forze; ma credere in Dio, come essere individuale e onnipotente, crederci - quando non vedo da nessuna parte manifestazioni chiare di questa Individualità - diventa già assurdo. Mi si dice di credere. Ma perché devo credere, quando sono ugualmente in grado di credere che non c'è alcun Dio. Perché crederci, se non fosse vero? Non è forse possibile che Dio non esista?" A questo punto il mio compagno si rivolse a me per chiedere sostegno.

 

"Forse no," mi lasciai sfuggire dalle labbra.

 

Questa frase era nel pieno senso del termine un "pensiero ozioso": il discorso irragionevole del mio amico non avrebbe potuto far sorgere in me un dubbio sull'esistenza di Dio. Io non ascoltavo neppure le sue parole in modo particolare; e ora si scopriva che questa mia affermazione oziosa non era scomparsa senza lasciare una traccia nell'aria; dovevo giustificarmi, difendermi dall'accusa diretta contro di me, e in tal modo il detto del Nuovo Testamento trovava conferma nella pratica: dovremo veramente rendere conto do tutte le nostre parole vane, se non per volontà di Dio, che conosce i segreti del cuore dell'uomo, almeno per l'ira del nemico della salvezza.

 

Questa accusa evidentemente era il più forte appiglio che gli spiriti maligni avevano per la mia perdizione. Sembravano trarne nuova forza per attaccarmi, e ora con boati furiosi giravano attorno a noi, impedendoci di proseguire.

 

Rammentai una preghiera e iniziai a pregare, chiedendo l'aiuto di quei Santi dei quali conoscevo i nomi e dei quali mi venivano i nomi alla mente. Ma questo non spaventava i miei nemici. Da triste e ignorante cristiano solo di nome, ora, a quanto pare, mi ricordai forse per la prima volta nella vita di Colei che è chiamata l'Avvocata dei cristiani.

 

Ed evidentemente il mio appello a Lei fu intenso. Evidentemente la mia anima era colma di terrore, ma avevo appena ricordato e pronunciato il suo nome, quando attorno a noi apparve all'improvviso una sorta di nebbia bianca che presto iniziò ad avvolgere la brutta ressa di spiriti maligni. Li nascose ai miei occhi prima che si potessero ritirare da noi. I loro boati e schiamazzi furono ancora udibili a lungo, ma mentre diminuivano poco a poco di intensità e si attutivano, ero in grado di giudicare che il terribile inseguimento era stato gradualmente lasciato alle spalle.

 

 

XXI

 

Il senso di paura che provai ebbe così tanta presa su di me che non sapevo neppure dire se avessimo continuato il nostro volo durante questo terribile incontro, o se ci avesse fermati per un certo tempo. Mi accorsi che ci stavamo muovendo, che stavamo continuando a salire in alto, solo quando l'immensa estensione dello spazio si aprì di nuovo di fronte a me.

 

Dopo avere percorso una certa distanza, vidi al di sopra di me una luce brillante che mi sembrava simile alla nostra luce del sole, ma molto più intensa. Là, evidentemente, si trovava qualche tipo di regno della luce.

 

"Sì, proprio un regno, colmo del potere della luce," pensai, tirando a indovinare per mezzo di un certo tipo di sensazione che ancora non comprendevo. Infatti, non si proiettavano ombre di alcun tipo in questa luce. "Ma come può esserci una luce senza ombre?" Immediatamente le mie concezioni perplesse fecero la loro comparsa.

 

E all'improvviso fummo rapidamente trasportati nel campo di questa luce, che letteralmente mi accecava. Chiusi gli occhi, mi portai le mani al volto, ma questo non mi aiutava, dato che le mie mani non davano ombra. E che cosa significava comunque una simile protezione in questo luogo?

 

"Dio mio, cos'è questo, di che tipo di luce si tratta? Per me è proprio come l'oscurità! Non riesco a vedere, e come nel buio, non scorgo nulla," imploravo, paragonando la mia visione terrena a quella del mio stato presente, e dimenticando, o forse senza neppure capire, che ora un simile paragone non era di alcuna utilità, dato che ora riuscivo anche a vedere nel buio.

 

Questa incapacità di vedere, di guardare, faceva crescere in me la paura dell'ignoto, naturale in questo stato sconosciuto in cui mi trovavo, e pensai allarmato: "Che cosa verrà in seguito? Passeremo tra poco oltre questa sfera di luce, e ci sarà un limite, una fine?"

 

Ma accadde qualcosa di differente. Maestosamente, senza collera, ma in modo fermo e colmo di autorità, risuonarono dall'alto le parole: "Non è pronto!"

 

E subito la nostra rapida salita terminò, e subito iniziammo a discendere.

 

Ma prima di lasciare questo regno, mi fu data la capacità di comprendere un fenomeno quanto mai meraviglioso.

 

Erano appena risuonate dall'alto le suddette parole, che apparentemente ogni cosa in quel mondo, ogni particella di polvere, fino al più piccolo atomo, ripose alle parole di proprio accordo, come se un eco in molti milioni di forme le stesse ripetendo in una lingua che l'orecchio non poteva percepire, ma che la mente e il cuore percepivano e comprendevano, esprimendo il proprio parere unisono con la decisione appena decretata. E in questa unità di volontà v'era una tale meravigliosa armonia, e in questa armonia così tanta inesprimibile, esaltata felicità, che di fronte ad essa tutte le nostre seduzioni ed estasi mondane apparivano come un giorno tetro privo di luce solare. Questo eco multiplo risuonava sotto forma di un inimitabile accordo musicale, e tutta l'anima gli si tendeva incontro, rispondendo pienamente in uno stato privo di alcun affanno e in un ardente trasporto di zelo per essere una cosa sola con questa onnipresente, mirabile armonia.

 

 

XXII

 

Non compresi il senso reale delle parole che mi erano state rivolte, vale a dire, non capii che dovevo ritornare sulla terra e riprendere a vivere proprio come prima. Pensai che sarei stato portato da qualche altra parte, e un senso di timida protesta mi si risvegliò dentro, quando davanti a me, dapprima vaghe come nella nebbia del mattino, apparvero le linee di una città, e in seguito divennero chiaramente visibili strade a me ben note.

 

Qui vidi l'edificio dell'ospedale che conoscevo. Esattamente nello stesso modo di prima, attraverso le mura dell'edificio e le porte chiuse, fui condotto in una stanza a me completamente ignota. In questa stanza c'era una fila di tavoli coperti di vernice scura; e su uno di questi, coperto con qualcosa di bianco, vidi me stesso sdraiato, o più precisamente, il mio corpo morto, irrigidito.

 

Non lontano dal mio tavolo un omino dai capelli grigi vestito con una giacca marrone leggeva il Salterio, muovendo una candela ricurva di cera lungo le linee dagli ampi caratteri, e sull'altro lato, su un banco nero appoggiato al muro, sedeva mia sorella, che evidentemente era arrivata dopo che le era stata notificata la mia morte, e chino su di lei, intento a dirle qualcosa sottovoce, stava suo marito.

 

"Hai udito la decisione di Dio?" mi disse accompagnandomi al tavolo il mio Angelo custode, che fino a quel momento non aveva parlato. E dopo avere indicato con la sua mano il mio corpo morto, disse: "Entra e preparati."

 

E in seguito, entrambi gli Angeli divennero invisibili.

 

 

XXIII

 

Ricordo con piena chiarezza ciò che accadde dopo queste parole.

 

Dapprima mi sentii come se qualcosa mi schiacciasse; seguirono quindi una sensazione spiacevole di freddo, e il ritorno della capacità (che finora era assente) di provare simili sensazioni mi riportò vivamente in mente le concezioni precedenti della vita. Mi prese un senso di profonda tristezza, come se avessi perso qualcosa (devo notare qui che questo senso mi è sempre rimasto, dopo questa esperienza).

 

Il desiderio di ritornare alla mia forma di vita precedente, anche se finora non c'era nulla di particolarmente triste associato a essa, non mi si risvegliò affatto; in nessun modo vi ero attratto, nulla di essa mi interessava.

 

Caro lettore, hai mai avuto occasione di vedere una fotografia che sia rimasta per un tempo prolungato in un luogo umido? L'immagine si conserva, ma vaga, offuscata dall'umidità, e al posto di un'immagine bella e definita si vede una specie di continua nebbia grigia. Nello stesso modo la vita di quaggiù mi sembrava sbiadita, come una sorta di dipinto acquoso e monotono, e così appare ai miei occhi ancora al momento presente.

 

Come e perché io abbia improvvisamente avuto queste sensazioni, non lo so, ma una cosa è certa: non provavo in alcun modo attrazione per questo mondo. L'orrore che avevo sperimentato in precedenza riguardo alla mia separazione dal mondo circostante, ora, per qualche ragione, perse per me il suo strano significato. Per esempio, vedevo mia sorella e sapevo di non poter comunicare con lei, ma ciò non mi disturbava in alcun modo. Ero contento di vederla e di sapere tutto di lei. A differenza di prima, non avevo neppure il desiderio di annunciare in qualche modo la mia presenza.

 

E inoltre, questa non era la mia principale preoccupazione. La sensazione di pressione da tutte le parti mi creava una sofferenza sempre crescente. Mi sembrava di essere schiacciato in un paio di pinze, e questa sensazione cresceva con il passare del tempo. Da parte mia, non rimasi passivo. Non sono in grado di ricordare con sicurezza se cercai di liberarmi da questa sensazione, o se non feci sforzi specifici per contrastarla. Ricordo solo di avere provato una sensazione di costrizione sempre crescente attorno a me, e alla fine, di avere perso conoscenza.

 

 

XXIV

 

Quando ripresi conoscenza, mi trovai sdraiato su un letto in un reparto dell'ospedale.

 

Aprendo gli occhi, mi vidi circondato quasi da una folla di persone curiose, o che parlavano tra loro: volti che mi osservavano con una forzata attenzione.

 

Al mio capezzale il primario sedeva su uno sgabello che era stato spostato accanto al mio letto, e cercava di mantenere la sua consueta aria di grandezza. La sua postura e i suoi modi sembravano dire che tutto questo era solo un avvenimento comune, e che non v'era nulla di sconvolgente a proposito; ma allo stesso tempo, una tesa attenzione e confusione si potevano vedere nei suoi occhi fissi su di me.

 

Gli occhi del dottore più giovane, naturalmente, senza alcuna riserva erano letteralmente attaccati a me, come se egli cercasse di attraversarmi con lo sguardo.

 

Ai piedi del mio letto, vestita a lutto e con un volto pallido ed eccitato, stava mia sorella, e accanto a lei mio cognato; alle spalle di mia sorella il volto relativamente più calmo dell'infermiera; e ancora alle sue spalle, era visibile la fisionomia completamente atterrita del nostro giovane assistente chirurgo.

 

Riprendendomi completamente, salutai prima di tutti mia sorella, che venne verso di me, mi abbracciò e iniziò a piangere.

 

"Bene, mio caro, certamente ci ha fatto prendere un bello spavento!" disse il dottore più giovane, con l'impazienza di condividere prima possibile le impressioni e le osservazioni straordinarie che sono caratteristiche della giovinezza. "Se solo sapesse quello che le è capitato!"

 

"Ebbene, mi ricordo tutto quello che mi è capitato," dissi:

 

"Com'è possibile? Può essere che lei non abbia perso conoscenza?"

 

"Apparentemente no!"

 

"Questo è molto strano, è estremamente strano," disse, gettando un'occhiata al primario; "È strano perché lei era immobile come un guscio vuoto, senza il minimo segno di vita, non ne dava nemmeno un cenno. nemmeno uno. Com'è possibile mantenere la consapevolezza in un simile stato?"

 

"Evidentemente lo è, dato che ho visto ed ero conscio di tutto".

 

"Per quanto riguarda la vista, non poteva vedere nulla, ma solo udire e provare sensazioni. E ha davvero udito e compreso tutto? Ha udito come l'hanno lavato e vestito...?"

 

"No, non ho provato nulla di simile. In genere, ero del tutto insensibile a quello che accadeva al mio corpo."

 

"Come può essere? Dice che ricorda tutto ciò che le è accaduto, ma dice di non aver provato nulla?"

 

"Dico che non sentivo ciò che facevano al mio corpo, essendo sotto la forte influenza di ciò che sperimentavo in quel momento," dissi, pensando che una spiegazione del genere fosse del tutto sufficiente a far comprendere le mie parole.

 

"Ebbene?" ... disse il dottore, vedendo che mi fermavo.

 

Qui esitai un attimo, non sapendo che altro mi si chiedeva. Mi sembrava che tutto fosse così chiaro, e mi limitai a ripetere:

 

"Vi ho detto che non sentivo il mio corpo, e quindi tutto ciò che aveva relazione con questo. Ora, il mio corpo non è tutto il mio essere, vero? Perché non era tutto il mio essere che giaceva come un guscio vuoto. Il resto di me era vivo e continuava a funzionare." Pensavo che quella divisione, o più propriamente divisibilità nella individualità, che per me era ora più chiara del sole, fosse altrettanto evidente alle persone con cui parlavo.

 

Evidentemente non ero ancora ritornato del tutto alla mia vita precedente, non mi mettevo al livello del loro punto di vista, e parlando di ciò che ora sapevo e provavo, non capivo che le mie parole sembravano piuttosto il delirio di un matto, alle orecchie di persone che non avevano provato le stesse cose, e che le scartavano come bugie.

 

 

XXV

 

Il dottore più giovane voleva ancora replicare o chiedermi qualcosa, ma il primario gli fece un cenno di lasciarmi solo. Non so davvero perché, se questa quiete mi fosse di fatto necessaria, o perché dalle mie parole avesse concluso che la mia mente non era ancora ritornata a funzionare regolarmente, e pertanto non c'era ragione di continuare a discutere con me.

 

Dopo essersi convinti che il meccanismo organico del mio corpo era tornato più o meno in buone condizioni, mi auscultarono con lo stetoscopio. Non c'era segno di edema nei polmoni. In seguito, dopo avermi dato, a quanto mi ricordo, una tazza di brodo da bere, uscirono tutti dal reparto tranne mia sorella, a cui fu permesso di rimanere con me ancora per un certo tempo.

 

Apparentemente pensarono che ricordarmi quanto era successo avrebbe potuto suscitare in me solo ansietà, facendomi sorgere alla mente ogni tipo di terribile congettura e ansietà, come la paura di essere sepolto vivo, o cose del genere. Tutti quelli che mi circondavano evitavano di parlarmene. Solo il dottore giovane faceva eccezione e non si comportava con questa riserva.

 

Evidentemente era estremamente interessato a ciò che mi era capitato; e diverse volte nel corso della giornata mi veniva a trovare, sia per darmi una semplice occhiata e vedere come andavano le cose, sia per pormi alcune domande che gli venivano in mente. A volte veniva da solo, a volte portava qualche amico, nella maggior parte dei casi uno studente, per vedere l'uomo che era finito nella camera mortuaria.

 

Al terzo o al quarto giorno, trovandomi apparentemente abbastanza in forze, o forse solo perché aveva perso la pazienza di aspettare più a lungo, venne alla sera nel mio reparto ed ebbe con me una conversazione più prolungata.

 

Dopo avermi sentito il polso per un po', disse:

 

"Straordinario. In tutti questi giorni la sua pulsazione è stata totalmente regolare, senza alcuno sbalzo o deviazione, ma se solo sapesse ciò che le era capitato! Un miracolo, è l'unica spiegazione possibile!"

 

A questo punto mi ero di nuovo abituato a me stesso come essere terreno, ero rientrato nella cornice della mia vita precedente, ed ero giunto a comprendere la natura straordinaria di ciò che mi era capitato. Comprendevo anche che solo io ne ero a conoscenza, e che quei miracoli di cui parlava il dottore erano, come concetto, solo un tipo di manifestazione esterna di ciò che mi era di fatto accaduto, ovvero dal punto di vista medico qualche tipo di rarità patologica prima d'ora non compresa, e chiesi:

 

"Quando ha avuto luogo in me questo miracolo? Prima che tornassi in vita?"

 

"Sì, prima che tornasse in vita. Non parlo solo per me stesso. Non ho che poca esperienza, e finora non ho mai visto un caso di letargia; ma a qualsiasi medico anziano io racconti questo caso, vedo che tutti restano sbalorditi, e immagino che rifiutino di credere alle mie parole.

 

"Penso che lei sappia, e per di più non è necessario sapere. È evidente da sé che quando una persona soffre anche di un semplice svenimento, tutti gli organi funzionano dapprima molto debolmente. È a mala pena possibile percepire una pulsazione, il respiro è completamente impercettibile, non so sente il battito del cuore. Ma con lei si è verificato qualcosa di inimmaginabile: i polmoni hanno iniziato all'improvviso a soffiare come mantici giganti, il cuore ha preso a battere come un martello contro l'incudine. No, uno non può proprio esprimerlo a parole. Bisogna averlo visto. Lei, vede, era in un tipo di stato che somiglia a quello di un vulcano prima dell'eruzione. Faceva venire i brividi alla schiena, ed era pauroso per quanti stavano attorno. Sembrava che in un breve momento lei sarebbe scoppiato a pezzi, perché nessun organismo può sopportare una così intensa attività.

 

"Hmm... non mi meraviglio allora di avere perduto conoscenza prima di riprendere conoscenza" - pensai.

 

E allo stesso modo, prima del rapporto del dottore, continuavo a essere perplesso, e non sapevo spiegare quella strana - così allora mi sembrava - condizione, che mentre stavo morendo, vale a dire, mentre tutto mi stava gradualmente abbandonando, non avevo perso consapevolezza neppure per un istante, ma quando ritornai in vita, caddi in uno stato di svenimento. Ora tutto mi diveniva chiaro: mentre morivo, anche se avevo la sensazione di essere schiacciato da ogni lato, al momento dell'estrema agonia, tutto si risolse quando abbandonai ciò che causava questa sensazione; l'anima da sola, invece, è apparentemente incapace di svenire. Tuttavia, quando mi fu necessario ritornare a questa vita, al contrario, mi toccò riprendere su di me ciò che era soggetto a tutte le sofferenze fisiche, inclusi gli svenimenti.

 

 

XXVI

 

Nel frattempo, il dottore continuò:

 

"E non dimentichi che questo non è accaduto dopo qualche tipo di svenimento, ma dopo una letargia di trentasei ore! Può giudicare la forza di questo processo dal fatto che era praticamente congelato, e dopo 15-20 minuti i suoi arti erano già flessibili, ed entro un'ora anche le estremità erano tiepide. E questo è incredibile, come se fosse una storia inventata. E così, quando ne parlo, si rifiutano di credermi."

 

"E sa, dottore, perché sembra così straordinario?", dissi.

 

"Perché?"

 

"Secondo le sue concezioni mediche, sotto la classificazione di letargia, si trova qualcosa di simile agli svenimenti?"

 

"Sì, ma portato ai livelli estremi..."

 

"Ebbene, ne consegue che la mia non era letargia."

 

"E cos'era allora?"

 

"Ne consegue che di fatto sono morto e sono tornato in vita. Se ci fosse stato solo un indebolimento delle funzioni vitali nell'organismo, allora, naturalmente, queste sarebbero tornate senza causare lo 'sconvolgimento' che ha avuto luogo; ma dato che era necessario che il mio corpo si preparasse in un modo straordinario a ricevere la mia anima, allora anche tutte le membra dovevano lavorare in un modo straordinario."

 

Il dottore mi aveva ascoltato attentamente in ogni momento, ma dopo queste parole il suo volto assunse un'espressione di indifferenza.

 

"Lei sta scherzando; ma per noi medici, questo è un caso estremamente interessante."

 

"Lasci che la rassicuri, non ho alcuna intenzione di scherzare. Io stesso credo fermamente a quanto sto dicendo, e vorrei che anche lei ci credesse... ebbene, almeno allo scopo di indagare seriamente un fenomeno così eccezionale. Lei dice che non ero in grado di vedere nulla, ma vuole che le descriva tutto l'ambiente della camera mortuaria, dove non ero mai stato da persona vivente? Vuole che le racconti chi di voi si trovava lì intorno, e ciò che stavate facendo al momento della mia morte e subito dopo?"

 

Il dottore apparve interessato a quanto gli avevo detto, e quando gli raccontai i miei ricordi di tutto ciò che aveva avuto luogo, sembrò una persona gettata nello squilibrio, e passando dal suo stato consueto di equanimità alla confusione, balbettò:

 

"N.. n.., bene, s.. s.. sì, strano; qualche sorta di chiaroveggenza..."

 

"Ora, dottore, c'è qualcosa che non quadra nei suoi pensieri: uno stato di esistenza simile a quello di un guscio congelato - e la chiaroveggenza!"

 

Ma la mia narrazione di quello stato in cui mi trovai immediatamente dopo la separazione tra la mia anima e il mio corpo produsse estrema sorpresa: come vidi tutto, vidi che si muovevano attorno al mio corpo, che, a causa della sua insensibilità, per me aveva il significato di un abito smesso; di come volevo toccare o spingere qualcuno per attirare l'attenzione su me stesso; e di come l'aria, che in quel momento era divenuta per me troppo densa, non mi permetteva di entrare in contatto con gli oggetti attorno a me.

 

Il dottore ascoltò tutto quasi a bocca aperta e con gli occhi spalancati; e avevo da poco finito, quando si affrettò a congedarsi da me e se ne andò, correndo apparentemente a condividere con gli altri questa mia narrazione estremamente interessante.

 

 

XXVII

 

Sembra che ne avesse parlato al primario, perché questi, durante il giro di visita del giorno seguente, dopo avermi esaminato, si soffermò al mio capezzale e disse:

 

"Sembra che lei abbia avuto allucinazioni nel corso della letargia. Cerchi pertanto di liberarsene, altrimenti..."

 

"Potrei diventare pazzo?" Suggerii.

 

"No, questo sarebbe troppo, ma potrebbe trasformarsi in una mania."

 

"Possono esserci davvero allucinazioni durante la letargia?"

 

"Perché lo chiede? Lei lo sa meglio di me."

 

"Un caso singolo, anche se riguarda me stesso, non mi sembra una prova sufficiente. Mi piacerebbe conoscere le osservazioni generali riguardo a questa condizione."

 

"E che ne faremmo del suo caso? Non è forse un fatto reale?"

 

"Sì, ma se tutti i casi sono ricondotti a un solo tipo, non si chiude la porta all'indagine di fenomeni diversi, di diversi sintomi di malattia, radicando attraverso simili attitudini un indesiderabile pregiudizio nelle diagnosi mediche?"

 

"Ma qui non è possibile nulla del genere. Che lei sia stato in letargia - questo è al di là di ogni dubbio. Di conseguenza, dunque, dobbiamo accettare ciò che le è successo come una cosa possibile in questo stato."

 

"E mi dica, dottore, c'è qualche causa per l'apparizione della letargia in una malattia come la polmonite?"

 

"La medicina non può indicare quali elementi esatti ne siano la causa, poiché appare in ogni tipo di malattia; e vi sono stati anche casi di persone cadute in sonno letargico senza il previo concorso di alcun tipo di malattia, mentre erano in apparenza completamente sani."

 

"E può un edema polmonare passare da solo durante la letargia, vale a dire nel tempo in cui il cuore è inattivo, e di conseguenza, una crescita progressiva di un edema non incontra alcun ostacolo?"

 

"Dato che così è accaduto a lei, ne consegue che è possibile, anche se, mi creda, il suo edema è passato quando ha ripreso i sensi."

 

"Nel corso di parecchi minuti?"

 

"Ebbene, dunque, in diversi minuti... e magari anche prima. Un'attività del cuore e dei polmoni come quella che ha avuto luogo al momento del suo risveglio può, a quanto sembra, persino spezzare il ghiaccio del Volga, e non solo disperdere in breve tempo qualsiasi tipo di edema in un breve arco di tempo."

"E potrebbero i polmoni edemici e compressi funzionare in questo modo anche in casi come il mio?"

"Ne consegue che potrebbero."

 

"Perciò, non c'è nulla di sorprendente o di insolito in ciò che mi è capitato?"

 

"No, perché? Questo, in ogni caso, è un fenomeno che si osserva raramente."

 

"Raramente, o in tali condizioni, in tali circostanze - mai?"

 

"Hmm. Come potremmo dire mai, quando è capitato nel suo caso?"

 

"Di conseguenza un edema può passare da solo, anche quando tutti gli organi sono inattivi; e un cuore compresso da un edema, e un paio di polmoni edemici, possono, se è il caso, funzionare a puro scopo di gloria. Mi sembra che non ci sia ragione per morire di edema polmonare. Ma mi dica, dottore, si può guarire da una letargia che è arrivata durante un edema polmonare, vale a dire, uscire allo stesso tempo da due malanni così gravi?"

 

Un sorriso ironico apparve sul volto del dottore.

 

"Vede a che punto siamo arrivato: non l'ho avvertita invano riguardo all'apparizione di una mania," replicò. "Sta continuamente cercando di attribuire ciò che le è successo ad altre cause, ma non alla letargia, e sta facendo queste domande con uno scopo preciso..."

 

"Con lo scopo di convincermi," pensai, "di chi di noi due sia un maniaco: io, che desidero mettere alla prova, attraverso le conclusioni della scienza, le basi della classificazione che lei ha fatto del mio stato, o lei, che contro ogni possibilità, mette ogni spiegazione sotto la singola classificazione che ha nella sua science."

 

Ma dissi queste parole:

 

"Le faccio queste domande per mostrarle che non è detto che ogni uomo che vede volare un fiocco di neve sia in grado, nonostante le indicazioni del calendario e gli alberi in fiore, di affermare in ogni caso che è inverno. Infatti ricordo io stesso che una volta cadde la neve e il calendario segnava il dodici di maggio, e gli alberi nell'orto di mio padre erano in fiore.

 

Questa mia risposta apparentemente convinse il dottore che era arrivato troppo tardi con il suo avvertimento, che io già ero in preda a una mania, e non replicò più; e io smisi di fargli domande (...).

 

(1) Il metafisico, di Hemnitzer. Una favola che racconta di un uomo che lascia la sua patria e va all'estero a studiare. Qui la sua mente viene riempita di dati fuorvianti, e ritornando in patria cade in una buca nel terreno da cui non riesce a uscire da solo. I suoi compaesani gli gettano una corda, ma invece di prenderla e arrampicarsi fuori dalla buca, egli si perde in pensieri sulla natura della corda, la sua utilità, e in altri argomenti correlati. I compaesani si stancano di aspettarlo, e lo lasciano a sedere nella buca.

 

(2) E tale resta per me fino a oggi, anche se in seguito feci domande a molti padri spirituali, se ci fosse negli insegnamenti della nostra Chiesa o nelle opere dei Santi Padri una qualunque indicazione della sua apparizione al letto di morte di un essere umano. Ma fino al presente ho udito qualcosa solo da un semplice viaggiatore, che uno dovrebbe pregare il proprio "angelo dell'incontro"; alla mia domanda, 'che cos'è un angelo dell'incontro', si è limitato a dirmi brevemente: "Ma è l'angelo che da là viene incontro alla tua anima." Di lui non ho saputo più nulla.

 

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