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  Sant’Ignazio Brjanchaninov: Sui comandamenti del Vangelo

Volume I della versione russa, Аскетические опыты (1 часть), cap. 57, О евангельских заповедях

Tradotto dalla versione inglese, The Field: cultivating salvation. The collective works of Saint Ignatius Brianchaninov, vol. I, parte I

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Il Salvatore del mondo, il nostro Signore Gesù Cristo, prima di iniziare a darci i suoi santissimi comandamenti, disse: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt. 5, 17). In che modo Cristo diede compimento alla Legge e ai Profeti? Egli sigillò il sacrificio predetto nei Profeti, portando Se stesso come sacrificio per l’umanità; Egli sostituì le ombre e le congetture dell’Antico Testamento con la grazia e la verità del Nuovo Testamento. Egli portò a compimento le profezie dei Profeti adempiendo ciò che essi avevano predetto. Egli completò la Legge morale con istruzioni così eccelse che la Legge, sebbene rimanesse immutata, allo stesso tempo venne completamente trasformata dalla natura eccelsa dei nuovi comandamenti, allo stesso modo che un bambino, quando raggiunge l’età adulta, rimane ancora la stessa persona.

L’importanza dell’Antico Testamento per ciascuno può essere paragonata a un testamento, che di solito contiene ogni genere di spiegazione dettagliata circa un’eredità, includendo fatti, cifre e progetti da realizzare. Il Nuovo Testamento è l’eredità stessa. Prima, ogni cosa era descritta su carta; ora ogni cosa è data nel suo adempiersi.

Qual è la differenza fra i comandamenti del Vangelo e i Dieci Comandamenti dell’Antico Testamento? Questi ultimi non permisero all’uomo caduto di precipitare ulteriormente in uno stato innaturale, ma allo stesso tempo non avevano il potere di innalzare l’uomo allo stato di assenza di peccato nel quale egli fu creato. I Dieci Comandamenti preservarono nell’individuo la capacità di accogliere, in seguito, i comandamenti del Vangelo (Gv. 3, 21). Questi ultimi ci sollevano ad un’assenza di peccato addirittura maggiore di quella nella quale fummo creati, rendono l’individuo tempio del Dio vivente (Gv. 14, 23). Dopo aver fatto ciò, lo conservano in questo stato soprannaturale, pieno della Grazia (Gv. 15, 10).

I santi Apostoli Pietro e Paolo misero in pratica esattamente la legge di Mosé, grazie al loro speciale amore per Dio (At. 10, 14 e altri). La purezza della direzione della loro vita li rese capaci di credere al Redentore e di diventare Suoi Apostoli. Molti peccatori notori, che nel loro peccato assomigliano a schiavi e bestie, spesso diventano capaci di fede dopo aver ammesso i loro peccati e deciso di portare frutti di pentimento. Quelli meno capaci di fede erano quei peccatori i quali, per la loro alta opinione di sé e il loro orgoglio, divennero simili ai demoni e, come i demoni, rifiutarono di vedere il proprio peccato e di pentirsi (Mt. 21, 31-32).

Il Signore chiamò “comandamenti” il Suo intero insegnamento e tutta la Sua Parola (Gv. 14, 21; 23): “le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Gv. 6, 63). Esse rendono un uomo carnale spirituale. Esse fanno risorgere i morti, trasformano i discendenti dell’Antico Adamo in discendenti del Nuovo Adamo, i figli di uomini per natura in figli di Dio per grazia.

Il comandamento del Nuovo Testamento, che racchiude in sé tutti gli altri, è il Vangelo stesso. “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc. 1, 15)

Il Signore chiamò i suoi comandamenti “minimi” per via della loro semplicità e brevità, che li rendono facili da mettere in pratica per chiunque. Ma anche se li definì minimi, disse che chiunque contravvenga anche ad uno solo di essi “sarà considerato minimo nel regno dei cieli” (Mt. 5, 19), ossia sarà privato di questo regno.

Mostriamo timore per questa eventualità di cui parlò il Cristo! Studiamo i Vangeli; cerchiamo in essi tutti i comandamenti del Signore; impiantiamoli nella nostra memoria per praticarli in modo assiduo e costante; crediamo nei Vangeli con fede viva.

Il primo comandamento dato alle genti dal Signore incarnato è quello del pentimento. I Santi Padri insistono sul fatto che il pentimento dev’essere l’inizio di una vita virtuosa e i veri cuore e anima di essa per tutta la sua durata (San Marco l’Asceta, omelia 1 sul pentimento). Senza pentimento è impossibile sia confessare il Redentore, sia rimanere in questa confessione. Il pentimento è il riconoscimento del proprio stato decaduto, che ha reso la natura umana lorda e spudorata, e perciò richiede costantemente la redenzione. Il Redentore, che è in pienezza e tutto santo, si sostituisce all’uomo decaduto che ne fa confessione.

“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt. 5, 16). Allo stesso tempo, tuttavia, il Signore comandò ai suoi discepoli di compiere le loro buone opere nel segreto e di aspettarsi di essere odiati e oltraggiati dagli uomini (Mt. 6, 1-19; Lc. 21, 17). Come possiamo adempiere a questo comandamento di Dio se compiamo le nostre buone azioni nel segreto? Questo accadrà soltanto quando avremo respinto il nostro personale desiderio di gloria, quando respingeremo completamente noi stessi e quando agiremo solo per la gloria di Dio, secondo i Vangeli.

“Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!” (1 Pt. 4, 10-11). Dio glorificherà quelli che, avendo dimenticato la propria gloria, cercano solamente di rendere gloria a Lui e aiutano le persone a conoscerLo. “Chi mi onorerà anch'io l'onorerò” (1 Re 2, 30 nella versione dei LXX, nelle Bibbie usuali in italiano 1 Sam. 2, 30). “Se uno mi serve, il Padre lo onorerà” (Gv. 12, 26). Colui che compie tutte le sue buone azioni nel segreto, con il solo scopo di piacere a Dio, sarà lodato a beneficio degli altri dal misterioso operare della provvidenza di Dio.

“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt. 5, 20). La verità degli scribi e dei Farisei si accontentava di studiare la lettera della Legge di Dio senza alcuno studio corrispondente della vita secondo la Legge, cosicché essi conducevano una vita contraria alla Legge di Dio. Come risultato della loro conoscenza superficiale, coloro che limitano se stessi allo studio della lettera della Legge cadono nell’orgoglio e nella presunzione, come dice san Marco l’Asceta nella sua quarta omelia. Questo è esattamente ciò che accadde agli scribi e ai Farisei ai tempi di Cristo. I comandamenti di Dio, che vengono appresi essenzialmente attraverso la pratica (San Marco l’Asceta, Sulla legge spirituale, Filocalia, parte 1, cap. 32), rimasero nascosti ai Farisei. Gli occhi spirituali, illuminati dalla pratica dei comandamenti (Sal. 8, 9), non furono mai aperti ai Farisei. A causa delle loro azioni contrarie alla Legge di Dio, essi ne acquisirono una falsa comprensione e la Legge di Dio, che si suppone conduca il singolo più vicino all’unione con Lui, finì per separarli da Dio e renderli Suoi nemici. Ogni comandamento di Dio è un santo mistero; si rivela pienamente solo se viene seguito e in proporzione a quanto ciascuno lo mette in pratica.

L’Antico Testamento proibiva le diaboliche conseguenze dell’ira, ma il Signore proibì anche l’esistenza attiva di tale passione nel cuore (Mt. 5, 21-22).

Dio stesso pronunciò tale proibizione e perciò essa ha un tremendo potere. La passione viene indebolita dal semplice ricordo delle corte e semplici parole di Dio. Questo effetto è osservabile con tutti i comandamenti del Vangelo. Il Signore diresse le sue prime parole contro l’ira come la più seria ferita del peccato, la passione principale opposta alle due principali virtù, l’amore per il prossimo e l’umiltà. Su queste ultime è costruita l’intera struttura della vita cristiana. Rimanere schiavo della passione dell’ira sottrae all’individuo la capacità di qualsiasi progresso spirituale.

Il Signore comandò di rimanere in pace con il prossimo con tutte le proprie forze (Mt. 5, 23). L’Apostolo disse, “Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm. 12, 18). Non perdere tempo a decidere chi abbia ragione o torto, se tu o il tuo prossimo. Prova invece ad accusare te stesso e preserva la pace con il prossimo per mezzo dell’umiltà.

La legge di Mosè bandiva l’adulterio, ma il Signore proibì la lussuria carnale (Mt. 5, 27). Come agisce con potenza questa proibizione nella nostra natura decaduta! Vuoi astenerti da occhiate, pensieri e fantasie impure? Quando incominciano ad agire in te, ricorda queste parole: “Chiunque guarda una donna” con i suoi occhi carnali o con la mente “per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt. 5, 28).

Fra i corpi dei due sessi esiste un’attrazione naturale. Essa non agisce sempre in modo uguale; alcune persone non sentono attrazione alcuna per il corpo dell’altro sesso, mentre altre ne sentono una potente. Il Signore ci comandò di stare lontani da coloro verso i quali sentiamo una lussuria particolarmente forte, non importa quanto possano essere buone le loro qualità spirituali e quanto necessari o benefici pensiamo che essi possano essere per noi. Questo è il senso del comandamento di cavare l’occhio destro che arreca danno e la mano destra (Mt. 5, 29-30).

Il Signore proibì il divorzio, che era permesso dalla legge di Mosè, eccetto in quei casi nei quali il matrimonio era già rotto a causa dell’illegittimo adulterio di uno dei due sposi (Mt. 5, 31-32).

Il divorzio era permesso a causa della natura umana, abbassata dalla caduta, ma dopo il rinnovamento dell’umanità da parte del Dio-Uomo, venne ristabilita la legge data all’umana natura nel suo stato originale (Mt. 19, 4-9).

Il Signore ristabilì la verginità come modalità di vita, permettendo a coloro che lo desiderassero la possibilità di preservarla (Mt. 19, 11-12).

Il Signore proibì i giuramenti. I Padri osservarono correttamente che nessuno merita meno fiducia di chi giura spesso. Invece nessuno dovrebbe essere creduto così totalmente come chi dice sempre la verità, anche se non pronuncia mai un giuramento. Di’ la verità e non avrai bisogno di usare un giuramento, che, in quanto offesa contro la venerazione (dovuta a Dio N.d.T.), è un’azione demoniaca (Mt. 5, 33-37).

Il Signore proibì la vendetta, che era permessa dalla legge di Mosè, e con la quale il male era ripagato con il male. L’arma che il Signore ci dà contro il male è l’umiltà. “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra. E a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello” (Mt. 5, 38-40).

Il Signore ci comandò di amare i nostri nemici e per acquisire un tale amore ci disse di benedire coloro che ci maledicono, di fare del bene a coloro che ci odiano e di pregare per coloro che ci fanno del male e ci perseguitano (Mt. 5, 44). L’amore per i nemici dà al cuore la pienezza dell’amore. In esso non c’è semplicemente posto per il maligno, perché diventa come Dio, tutto buono nella sua bontà. L’Apostolo Paolo incoraggiò i Cristiani ad aspirare a questo stato morale esaltato quando scrisse: “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col. 3, 12-13).

L'amore perfetto per il prossimo rende figli di Dio per adozione (Mt. 5, 45). La grazia del Santo Spirito è attratta verso il cuore della persona e il tutto santo amore per Dio tracolma in lui. Il cuore infettato dall’ira e incapace del comandamento del Vangelo dell'amore per i nemici deve essere curato con quelle medicine indicate dal Signore, si deve pregare per i propri nemici senza condannarli, non bisogna parlare male di loro, bisogna dire solo cose buone e fare loro il maggior bene possibile. Queste azioni estinguono l’odio quando infiamma il cuore e lo tengono costantemente imbrigliato e indebolito. Ma la piena estirpazione dell'ira dal cuore si compie solamente per opera della Grazia divina.

Il Signore comandò coloro che danno in elemosina di farlo in segreto; coloro che praticano la preghiera di farlo nella solitudine della propria stanza; coloro che digiunano di nascondere il loro digiuno (Mt. 6, 18). Queste virtù devono essere compiute soltanto con lo scopo di compiacere a Dio e a beneficio del prossimo e della propria anima. Il nostro tesoro spirituale non deve essere nascosto soltanto agli occhi del mondo, ma addirittura alla nostra mano sinistra (Mt. 6, 3). Le azioni che gli uomini lodano rubano le nostre virtù, quando le compiamo apertamente e non cerchiamo di nasconderle; senza accorgercene, incominciamo a provare piacere nel compiacere le persone e nell'ipocrisia. La ragione di ciò è lo stato danneggiato, peccatore della nostra anima. Come il corpo malato necessita di essere protetto dai venti, dal freddo, dal cibo dannoso e dal bere, così anche l'anima malata necessita di essere protetta da ogni lato. Quando noi preserviamo le nostre virtù dall'essere danneggiate dalle lodi degli uomini, dobbiamo anche preservarle dal male che risiede in noi, che è la nostra “mano sinistra”. Non dobbiamo diventare distratti da vani pensieri e fantasie, con la gioia e il piacere che la vanità induce dopo il compimento di una buona azione, perché questo ci sottrarrà i frutti della virtù.

Il Signore ci comandò di perdonare al nostro prossimo tutto ciò che ha fatto contro di noi: “Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt. 6, 14-15). Da queste parole, traiamo l’ovvia conclusione che vero segno di perdono dei nostri peccati è lo stato che alberga nel nostro cuore quando sentiamo di aver definitivamente perdonato il nostro prossimo per tutti i suoi peccati contro di noi. Questo stato è creato, e può soltanto essere creato, da Dio stesso. È un dono di Dio. Mentre noi rimaniamo indegni di tale dono (secondo le parole del Signore), esaminiamo la nostra coscienza prima di ogni preghiera e, se troviamo in essa il ricordo di errori, sradichiamolo con le già menzionate medicine: la preghiera per i nostri nemici e la benedizione nei loro confronti (Mc. 11, 25). Quando ci ricordiamo del nostro nemico, non dobbiamo permettere al suo riguardo un singolo pensiero che non sia di preghiere di benedizione.

Ai suoi discepoli e seguaci più vicini, il Signore comandò la povertà volontaria. “Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano” (Mt. 6, 19). “Vendete i vostri beni, e dateli in elemosina; fatevi delle borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nel cielo, dove ladro non si avvicina e tignola non rode. Perché dov'è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore” (Lc. 12, 33-34). Al fine di acquisire amore per gli oggetti spirituali e celesti, bisogna respingere l'amore per le cose terrene. Per potersi innamorare della terra promessa, bisogna rigettare il proprio affetto malato per la terra dell'esilio.

Il Signore diede un comandamento volto a preservare la mente di ciascuno, un comandamento di cui le persone usualmente non si curano, o addirittura non conoscono l’esistenza, molto meno la sua necessità e la sua speciale importanza. Ma il Signore, definendo la mente “occhio dell'anima”, disse, “La lampada del corpo è l'occhio. Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!” (Mt. 6, 22-23). “Il tuo corpo” in questo passo significa la tua intera vita. Essa trae le sue qualità principali dal tipo di mentalità che la governa. Ci affatichiamo verso una mentalità corretta perché essa fornisce salute e pienezza alla nostra mente, quando segue completamente la Verità, non permettendo ad alcuna macchia di falsità di entrarvi. In altre parole: la sola mente che è sana è quella che interamente e completamente segue l'insegnamento di Cristo, con l'aiuto e l'azione del Santo Spirito. Un maggiore o minore allontanamento dall'insegnamento di Cristo dimostra una maggiore o minore malattia di una mente che ha perso la sua semplicità e diventa complessa. Un allontanamento completo dall'insegnamento di Cristo è la morte per la mente. Allora, la luce cessa di essere una luce e diventa oscurità. Le azioni di una persona dipendono completamente dallo stato della sua mente. Le azioni che vengono da una mente sana sono totalmente gradite a Dio; le azioni che vengono da una mente oscurata da un falso insegnamento, una mente che ha rigettato l'insegnamento di Cristo, sono completamente impure e sudicie. “Se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!” (Mt. 6, 22-23; Lc. 11, 34-36).

Il Signore vietò di correre da tutte le parti in ragione delle occupazioni del mondo, in modo che esse non ci dissipino e indeboliscano in noi l’essenzialmente necessario desiderio di acquistare il regno dei cieli (Mt. 6, 24-34). Queste preoccupazioni inutili non sono nient'altro che una malattia dell'anima, un'espressione della sua mancanza di fede in Dio. Ecco perché il Signore disse, “O voi, gente di poca fede, non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete” (Mt. 6, 25; 30). Disprezza la pigrizia, che è odiata da Dio, e ama il lavoro, che è amato da Dio. Ma d'altro canto, non riempire la tua anima con affari inutili, il che è sempre senza scopo e utilità. Per aiutarti ad essere saldo nell'animo e zelante nel lavoro di Dio e nel lavoro per la tua salvezza, Dio promise di darti ogni cosa che fosse necessaria per la tua vita con la sua onnipotente mano destra, cioè la sua Divina Provvidenza (Mt. 6, 33).

Il Signore proibì non soltanto di giudicare il proprio prossimo, ma anche di condannarlo (Lc. 6, 37), tranne quando ci fosse bisogno di giudicare per il bene della società. Dio dà questo tipo di giudizio: senza di esso il bene correrebbe il rischio di essere confuso con il male e le nostre azioni non potrebbero mai essere buone e gradite a Dio. Questo giudizio si trova raramente presso le persone; invece quello vietato da Dio si trova presso di loro costantemente. La ragione è la loro completa mancanza di attenzione verso se stesse, la loro dimenticanza del proprio stato peccaminoso, il loro rifuggire completamente dal pentimento, la loro presunzione e il loro orgoglio. Il Signore venne sulla terra per salvare i peccatori, perciò si attende un'inevitabile ammissione di colpa da ciascuno di noi; giudicare il proprio prossimo vuol dire rigettare questo riconoscimento e ascrivere a se stessi una falsa giustizia che produce soltanto disprezzo e giudizio degli altri. Tali persone alla meglio possono essere chiamate soltanto ipocriti (Mt. 7, 5).

Il Signore comandò una preghiera costante, cioè frequente e incessante. Egli non disse che dovessimo chiedere una volta sola e poi smettere, ma ci disse di chiedere energicamente, senza sosta, di chiedere l'adempimento della promessa di Dio di ascoltare e realizzare la nostra richiesta. “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa” (Mt. 7, 7-8). Chiediamo con pazienza e costanza, rigettando il nostro volere e i nostri ragionamenti, dando alla santissima volontà di Dio sia il tempo che lo spazio per agire, sempre aspettando che le nostre richieste trovino una risposta. “Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui?” (Lc. 18, 7). In altre parole, egli risponderà alla nostra richiesta, sebbene potrebbe aspettare un lungo tempo per adempiervi. La preghiera giornaliera e notturna, con lacrime, degli eletti di Dio dimostra la loro costante, interminabile, incessante, potente preghiera. È possibile giudicare la dignità della preghiera di qualcuno dalle sue conseguenze. L'evangelista Luca disse che Dio vendicherà il suo eletto, cioè, lo libererà dai lacci delle passioni e dei demoni. L'evangelista Matteo dice che “il Padre vostro, che è nei cieli, dà cose buone a quelli che gliele domandano” (Mt. 7, 11). Le cose buone che “occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo” (1 Cor. 2, 9). Ancora l’apostolo Luca dice: “quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc. 11, 13). Le ragioni della nostra preghiera devono essere spirituali ed eterne, non temporali e mondane. La principale e prima preghiera deve essere la richiesta per il perdono dei peccati (Sant’Isacco il Siro, Omelia 55).

Mentre ci rialza conducendoci alla pratica delle virtù, mentre caccia via da noi il male, il Signore, che ci comandò di non giudicare il nostro prossimo e di perdonargli tutte le trasgressioni compiute contro di noi, ci comanda anche “tutte le cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro” (Mt. 7, 12). Ci fa piacere quando il nostro prossimo è condiscendente verso le nostre debolezze e mancanze, quando sopporta pazientemente le offese e gli insulti da parte nostra, quando ci mostra ogni tipo di condiscendenza e ci fa dei favori. Comportiamoci anche noi nello stesso modo nei confronti del nostro prossimo. Allora raggiungeremo la pienezza della virtù e la nostra preghiera sarà più potente in modo corrispondente. La forza delle nostre preghiere è proporzionale alla nostra bontà. “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi” (Lc. 6, 37-38) dal Dio misericordioso e giusto.

“Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa” (Mt. 7, 13). La porta larga e la via spaziosa sono le nostre azioni compiute secondo la volontà e il ragionamento della nostra natura decaduta. La porta stretta è una vita secondo i comandamenti del Vangelo. Il Signore, che vede egualmente bene il passato e il futuro, e vede come poche persone seguiranno la Sua santa volontà, rivelata nei comandamenti del Vangelo, scegliendo la propria volontà invece della volontà di Dio, disse “Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano” (Mt. 7, 14).

Incoraggiando e consolando i suoi seguaci, egli aggiunse: “Non temere, piccolo gregge; perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il regno” (Lc. 12, 32).

Il Signore ci comandò di vivere una vita temperante, in costante vigilanza e circospezione di sé, perché, da una parte, l'ora della visita di Dio è sconosciuta, come il tempo della nostra morte e la convocazione del giudizio di Dio. D'altra parte, non sappiamo quale passione può apparire nella nostra natura decaduta, quale trappola può essere preparata specialmente per noi dai sempre vigili nemici della nostra salvezza, i demoni. “I vostri fianchi siano cinti, e le vostre lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando tornerà dalle nozze, per aprirgli appena giungerà e busserà” (Lc. 12, 35-36). “Quel che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!” (Mc. 13, 37).

“Guardatevi dai falsi profeti” ci avverte il Signore, “i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti” (Mt. 7, 15-16). I falsi profeti sono sempre astuti, e così il Signore ci comanda di essere molto cauti con loro. Essi sono noti dai loro frutti, cioè il loro modo di vivere, i loro atti e dalle conseguenze delle loro azioni. Non siate impressionati dai loro discorsi efficaci e dalle loro parole dolci, dalle loro voci quiete, come se fossero davvero mansueti, umili e pieni d'amore; non siate impressionati dai sorrisi gradevoli che metteranno sulle loro labbra e sui loro volti, non siate ingannati dalla loro genialità e dal servilismo che fluisce quasi dai loro occhi. Non siate ingannati dalle notizie su di loro che essi abilmente impiantano fra la gente, da quei nomi di lode e gridati che il mondo volentieri intona per loro. Guardate invece ai loro frutti.

Il Signore disse quanto segue di coloro che ascoltano il Vangelo e provano a metterne in pratica i comandamenti: essi sono quelli che, “dopo aver udito la parola, la ritengono in un cuore onesto e buono, e portano frutto con perseveranza” (Lc. 8, 15). Egli mise in guardia i suoi discepoli sul fatto che avrebbero ricevuto dal mondo odio, persecuzioni e attacchi e promise di custodirli senza sosta e di proteggerli. Egli disse loro di non temere e di non essere deboli nella fede, ma piuttosto di tenere le loro anime nella pazienza (Lc. 21, 19). Affidandoci costantemente a Dio, dobbiamo sopportare coraggiosamente i dispiaceri che ci vengono dalle passioni generate dalla nostra natura decaduta e dai nostri fratelli, le persone che ci circondano, e dai demoni, nostri nemici. Perché “chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato” (Mt. 24, 13).

Tutti voi che siete nell’amara schiavitù del peccato, sotto la signoria del crudele Faraone dal cuore di pietra, sotto i colpi costanti e dolorosi dei suoi servi che adorano l’idolo del loro orgoglio che abbraccia il mondo, siete chiamati dal Salvatore alla libertà spirituale! Egli disse “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Mt. 11, 28-30).

Ciò richiede abnegazione, e per questo è chiamato “giogo”, ma libera e ravviva l’anima e la colma di pace ineffabile e di gioia, e per questo è anche chiamato un giogo buono e facile. Il giogo e il peso sono ricolmi ciascuno di mitezza e umiltà e trasmettono queste virtù a chi segue i comandamenti. L’abitudine di seguirle le rende qualità naturali dell’anima. Allora la Grazia divina si riversa nell’anima che le possiede attraverso la pace di Cristo che supera la sapienza.

Il Signore ha condensato tutti i suoi comandi in due leggi capitali: il comandamento di amare Dio e quello di amare il prossimo. Essi vennero descritti in questo modo da Cristo: “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: Ama il tuo prossimo come te stesso. Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi” (Mc. 12, 29-31). “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Mt. 22, 40). Una persona diventa capace di amare Dio quand’è piena di amore per il prossimo, ma solo la preghiera può sollevarla allo stato nel quale il suo intero essere si protende verso Dio.

L’unione dell’uomo con Dio è la ricompensa per l’adempimento dei comandamenti del Vangelo. Quando il discepolo di Cristo viene curato dal suo amore per il prossimo e, attraverso la preghiera della mente e del cuore dirige tutte le potenze della sua anima e del suo corpo verso Dio, allora giungerà ad amare Dio. “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui. Il Padre mio l'amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui” (Gv. 14, 21; 23).

L’unica condizione per rimanere nell’amore di Dio e in unione con Lui è anche l’adempimento dei comandamenti del Vangelo. Violarli viola la condizione e colui che li viola è scacciato dalle braccia amorevoli e dal volto di Dio nelle tenebre esterne, nel regno delle passioni e dei demoni. “Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Se uno non dimora in me, è gettato via” (Gv. 15, 10; 4; 6).

Fratelli, studiamo gli onnipotenti e vivificanti comandamenti del nostro Dio, Creatore e Redentore. Impariamoli con assiduità, per mezzo delle parole e con la vita. Essi sono letti nel santo Vangelo, ma sono conosciuti solo in quanto siano posti a compimento. Incominciamo la battaglia contro la nostra natura decaduta quand’essa si solleva contro di noi e inizia a combatterci, non desiderando di sottomettersi al Vangelo. Cerchiamo di non avere paura se questa guerra sarà dura e persistente. Impegniamoci piuttosto per la vittoria il più risolutamente possibile. Essa deve seguire inevitabilmente, perché la guerra ci è comandata, ma il Signore promette la vittoria: “Il regno dei cieli è preso a forza e i violenti”, cioè quelli che combattono contro la propria natura “se ne impadroniscono” (Mt. 11, 12). Amen.

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