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  Portare la croce e soffrire nella speranza

di Gabe Martini

da Pravoslavie.ru

4 luglio 2014

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Gesù non ha sofferto in modo che noi fossimo liberi da ogni sofferenza. Ha sofferto in modo che noi potessimo sopportare la sofferenza insieme a lui.

In altre forme di cristianesimo, si dice spesso che Cristo ha sofferto ed è morto in modo che potessimo essere liberati da un destino simile. Un'enfasi nella teologia protestante è che Cristo placa l'ira del Padre, liberandoci da una punizione giusta.

Ma per i padri greci e il cristianesimo ortodosso, l'attenzione è rivolta in gran parte su Cristo come Grande Medico – il Dio che soffre e muore in modo da poter spazzare via i nostri peccati, purificarci dalla contaminazione, e riunirci con il Padre in lui. Piuttosto che presentare un incubo trinitario nel quale il Padre e il Figlio sono in disaccordo, la cristologia ortodossa dichiara che Cristo ha deposto volontariamente la sua vita per il bene del mondo, e che questa è la volontà divina unificata. In altre parole, mentre noi siamo peccatori, Cristo muore per noi.

Una delle mie lotte personali è dovuta a un'empatia grave e addirittura paralizzante. Ho difficoltà a dissociarmi dalle sofferenze o dalle esperienze altrui, innestando le loro esperienze nella mia. In questi momenti di difficoltà, posso rivolgermi alla preghiera, chiedendo a Dio la sua misericordia. Ma in queste preghiere, mi sorprendo mentre presumo che la sofferenza è solo qualcosa di negativo. Anche se può sembrare nobile chiedere la liberazione a Dio, dobbiamo adeguare i nostri cuori e le nostre preghiere alla luce di quello che ho già scritto: "Cristo ha sofferto in modo che noi potessimo sopportare la sofferenza insieme a lui". Ancor meglio che pregare per la liberazione dalla sofferenza, dobbiamo pregare per la salvezza attraverso la sofferenza.

Nel contesto cristiano, la speranza è indissolubilmente legata con la sofferenza. Di questo, l'apostolo Paolo scrive (Rom 8:16-18):

Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.

Paolo sta parlando qui di "adozione" (Rom 8:14-15). Come cristiani, siamo adottati nella famiglia di Dio. Ma se dobbiamo ricevere la nostra eredità (come figli di Dio), siamo chiamati a soffrire, a diventare "coeredi" del vero Figlio di Dio. È  per questo, spiega Paolo, che sopportiamo le "sofferenze del tempo presente," vivendo secondo la speranza.

Una falsità diffusa oggi in tutto il mondo cristiano è che Dio ci adotta nella sua famiglia, senza aspettarsi nulla da noi. O, peggio ancora, ci viene promessa una vita migliore, la felicità, e anche ricchezza materiale o successo mondano. Ma questo è davvero il contrario di ciò che promettono le Scritture. Paolo ci ricorda ancora una volta che "noi siamo salvati dalla speranza" (Rom 8:24). La nostra salvezza non si realizza immediatamente, né è un 'lampo' di assenso mentale di fede, ma è piuttosto un viaggio che inizia con il Battesimo e si consuma nell'ultimo giorno. E fino a quel giorno, siamo ancora aspettando la nostra vera salvezza. Il nostro viaggio di salvezza dall'inizio alla fine è una vita fatta tutta di prove, tentazioni, sofferenza, disciplina, ascesi, lotta e crescita.

Essere "salvati nella speranza" significa anche sapere in chi riponiamo la nostra fiducia:

Chi ci separerà dall'amore di Cristo? L'afflizione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? ...Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. – Rom 8:35,37

Mentre ci è quasi garantita una vita segnata da sofferenza, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo e spada, abbiamo certezza della vittoria attraverso l'amore di Cristo. La nostra speranza è in lui. Egli è la nostra garanzia, così come è vera Vita.

Dal momento ci è accordato tanto, la nostra preghiera dovrebbe essere per vedere la sofferenza trasformata in salvezza. Come l'anziano Paissio ha detto:

In ogni prova, diciamo: "Grazie, mio Dio, perché questo era necessario per la mia salvezza".

Lottate solo un po' di più. Portate la vostra croce senza lamentarvi. Non pensate di essere qualcosa di speciale. Non giustificate i vostri peccati e debolezze, ma vedete voi stessi come siete veramente. E, soprattutto, amatevi l'un l'altro.

Di fronte alla lotta o alla tentazione, chiedete a Dio di poter lottare un po' di più. Rendete grazie a Dio che vi venga offerta l'opportunità per la nostra santificazione e salvezza in lui. Guardate a Cristo come fonte di forza – come a qualcuno che ha sofferto tutto, e tuttavia senza peccato. Considerate le vite dei santi, che hanno rispecchiato Cristo nelle loro lotte.

Alla fine, ricordate che Cristo non ha sofferto perché noi non dovessimo soffrire. Egli ha sofferto, è morto, e ha vinto la morte con la morte, in modo che potessimo sopportare la sofferenza insieme a lui. Gettare la nostra sorte con Cristo è una chiamata alla sofferenza, una chiamata a portare una croce, sia essa grande o piccola.

Ma per mezzo di Cristo, attraverso i misteri della Chiesa, e attraverso la nostra lotta individuale e di ascesi, possiamo vivere come co-eredi con lui, preparati per gloria futura.

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