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  A proposito del legame tra confessione e comunione

ieromonaco Petru (Pruteanu)

http://www.teologie.net/2013/07/05/spovedanie-impartasire/

05/07/2013

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Domanda della rivista "Kifa" (Mosca): caro padre Pietro! Ultimamente, nella blogosfera ortodossa russa, si discute sempre più intensamente il legame tra la confessione e la comunione eucaristica. Come sono venuti a essere legati tra di loro questi misteri? Perché, secondo lei, il problema è stato discusso così intensamente?

Le discussioni su questo argomento nell'ambiente ecclesiastico russo vanno avanti almeno dal 2006 e questo è gratificante. Ho guardato con attenzione ciò che è stato scritto su questo argomento e, a mio parere, la maggior parte degli studiosi che si sono espressi su questo tema pone molto correttamente il problema ed elabora proposte che si situano abbastanza bene nello spirito della Tradizione della Chiesa e nella realtà della vita ecclesiastica di oggi.

Come vedremo in seguito, i greci non hanno un tale problema, ma da noi, dove la comunione sistematica è stata ripristinata appena qua e là, sembra che questa sia impedita dalla "regola" della confessione dei laici prima di ogni comunione. Spesso, la confessione è fatta in gran fretta o in modo formale, trasformandosi, nel migliore dei casi, in una semplice benedizione per la comunione. I sacerdoti onesti e consapevoli sollevano giustamente tale questione, tanto più che essi stessi non si confessano prima di ogni comunione, e "l'ipocrisia del doppio standard" non può continuare a tempo indefinito. Come dicono i santi Giovanni Crisostomo e Nicodemo l'Agiorita, le norme relative alla preparazione alla comunione (digiuno, preghiera, confessione - se è il caso) devono essere identici sia per il clero sia per i fedeli. I chierici non hanno e non possono avere alcun privilegio nel ricevere la comunione, ma solo ulteriori obblighi relativi all'insegnamento e al servizio. Spero che questo sarà meglio compreso nelle considerazioni storico-liturgiche e spirituali che abbiamo intenzione di fare qui di seguito.

1. Dal punto di vista storico, possiamo dire che la pratica della confessione e dell'assoluzione da un successore degli apostoli (un vescovo o un prete delegato) è di origine apostolica (I secolo) e che è sempre esistita nella Chiesa, solo con il passare del tempo la pratica ha avuto differenti significati e forme. Le testimonianze storiche dei primi tre-quattro secoli sono incomplete e confuse, ma già i secoli IV e V attestano l'esistenza di due tipi completamente diversi di confessione che poi "si sono fusi" nella pratica della confessione di oggi. Più precisamente:

a) Vi era una confessione effettuata solo in caso di grandi peccati: idolatria, apostasia, adulterio, omicidio, furto e altri peccati considerato "gravi" o "mortali" (I Giovanni 5:16). Una tale confessione era accettata una sola volta dopo il battesimo (cfr. il Pastore di Erma, Tertulliano, ecc) o al massimo 2-3 volte nella vita, e i cristiani prendevano sul serio la propria vita dopo il battesimo, anche se si comunicavano alla Liturgia di ogni domenica o di ogni giorno, senza confessarsi praticamente mai. Fino alla fine del sec. IV, in caso di peccati noti a tutti, questa confessione si faceva in pubblico, e nel caso di peccati sconosciuti alla comunità, ci si confessava segretamente al vescovo o a un sacerdote da lui delegato. Dopo la confessione, il vescovo o anche i concili locali (cfr. canone 5 del primo concilio ecumenico) sentenziavano l'esclusione del penitente dalla comunione ai santi Misteri per un determinato periodo di tempo (da alcuni mesi fino a 15-20 anni). A seconda della conversione del penitente, il tempo di esclusione dalla comunione poteva essere abbreviato o allungato. La riammissione alla comunione avveniva automaticamente dopo la scadenza del periodo stabilito, senza epitimie, senza particolari preghiere o formule di assoluzione, oppure in alcune tradizioni locali - con l'imposizione delle mani del vescovo o con l'unzione con olio consacrato.

b) Esisteva anche una confessione monastica, che si faceva di fronte al padre spirituale ("anziano/geronda"), il più delle volte non ordinato (una monaca o badessa, nel caso dei moasteri femminili), per la rivelazione dei pensieri e il ricevimento di suggerimenti personali sulla lotta spirituale. Questa professione non copre i principali peccati che comporterebbero fermare la condivisione, e la competenza del vescovo locale.

Secondo fonti storico-liturgiche, nessuna delle due pratiche di confessione ha avuto una forma rituale liturgica fino al secolo XI. Inoltre, solo nel secolo XII, prima in Occidente, poi in Oriente, si è diffusa l'idea che la confessione in presenza del vescovo o del prete era l'unica forma di penitenza e che le colpe non rimesse dal vescovo / prete non erano perdonate . Entrambe le idee sono sbagliate e pericolose, ed sono state la causa principale della "fusione" dei due tipi di confessione, praticate non solo da monaci, ma anche dalla gente nel mondo. Sovrapporre i due tipi di confessione ha snaturato il senso di entrambe, e l'effetto non è sempre stato positivo.

2. Nei primi tre secoli, l'ammissione al battesimo avveniva dopo una lunga catechesi e candidati dovranno dare prova di una vita pura, anche prima del battesimo. Era inammissibile che un cristiano battezzato continuasse a compiere gravi peccati (I Giovanni 3:9, 5:18; Ebrei 6:4-6), e se succedeva che uno di loro commettesse un peccato grave, era scomunicato dalla comunità eucaristica (I Cor. 5:1-5), e dopo un po', se dava prova di pentimento, era riammesso (II Cor. 2:3-11). Questo non significa che i primi cristiani non avessero coscienza della peccaminosità, tutto il contrario (I Giovanni 1:8-10), solo che il pentimento per i peccati era visto come un processo continuo, con un radicale passo in avanti prima del battesimo, e poi diventava una vita di lavoro spirituale permanente. Particolare enfasi si poneva sullo "scrutare la coscienza" (I Cor. 11,28), e i piccoli peccati di tutti si "confessavano a vicenda" e "pregando gli uni per gli altri" (Giacomo 5:16, I Giovanni 5 :16-17). Naturalmente, la più grande enfasi si poneva sulla penitenza quotidiana fatta davanti a Dio, soprattutto prima della comunione ai santi misteri (cfr. Didaché 4,14), e il perdono per quei peccati si dava per mezzo della stessa comunione al corpo e al sangue di Cristo, che sono dati "per la remissione dei peccati e la vita eterna". Se avete notato, in questa breve descrizione abbiamo usato i verbi al passato non perché l'argomento non è più valido, ma perché la comprensione di un tempo è stata in gran parte perduta e difficilmente può ancora essere recuperata.

Dopo l'Editto di Milano (313), anno iniziato a essere ricevuti in seno alla Chiesa tutti gli interessati, anche se la vita di molti non corrispondeva alla vita evangelica. E anche se la preparazione al battesimo continuava a essere fatta con grande severità, il numero dei cristiani che commettono peccati che escludevano dalla comunione non smetteva purtroppo di crescere e la Chiesa è stata costretta a promulgare diversi canoni che regolavano la disciplina penitenziale. Ma anche in questa situazione la confessione in presenza del vescovo / prete non era un requisito indispensabile per ricevere la comunione, ma ognuno andava alla confessione come dettava la sua coscienza. San Giovanni Crisostomo, chiamato "il maestro del pentimento", fa spesso appello all'esame di coscienza e al sincero pentimento per i peccati, ma raramente quando parla di una confessione a un sacerdote, ed è molto probabile che gli stessi santi Giovanni Crisostomo e Basilio il Grande non si siano mai confessati (nel senso odierno del termine). Questo avrebbe significato che avevano impedimenti al servizio clericale, ma le loro vite dicono il contrario, soprattutto perché tutti i grandi vescovi del tempo furono battezzati in età adulta e in piena conoscenza della vocazione cristiana alla quale sono stati leali.

Purtroppo, dalla fine del VI secolo, ma soprattutto dopo il periodo iconoclasta, le condizioni per il battesimo sono quasi scomparse, e questo ha portato alla introduzione di condizioni (inizialmente inesistenti) per ricevere la comunione. Assieme a questa introduzione, la frequenza alla comunione eucaristica è nettamente diminuita. Se nei primi secoli era inammissibile a chiunque di partecipare alla Liturgia senza comunicarsi (!), dopo il VI secolo la Liturgia è sempre più vista come una forma di simboli mistici e di immagini che ti possono elevare spiritualmente senza eucaristia. Con l'introduzione del ricordo dei nomi alla Proscomidia (XI-XII secolo) e lo sviluppo di idee sbagliate sul "lavaggio dei peccati" delle persone commemorate, l'essenza della Liturgia è stata ulteriormente diluita, soprattutto perché per essere commemorato alla Liturgia non avevi alcun bisogno di digiunare o di confessarti, quando per la comunione si richiedevano già entrambi i requisiti, e molto di più.

Nello stesso periodo le ordinanze monastiche delle funzioni e dei digiuni si sono diffuse sempre più negli ambienti laicali fino a quando, nel sec. XIII, il tipico del monastero di san Sava diventerà normativo per tutta la Chiesa e l'influenza monastica sulla vita di tutta la Chiesa avrà il suo culmine durante le dispute esicastiche. Questo contesto storico interno della Chiesa, sovrapposto all'invasione musulmana dell'Oriente e all'influenza scolastica occidentale, ha indotto i fedeli a comunicarsi sempre più raramente, e se volevano farlo, dovevano seguire la pratica eucaristica dei monaci, confessando TUTTI i peccati, compresi i pensieri. I monaci hanno cominciato a scrivere varie guide alla confessione, insegnando ai laici come confessarsi in modo "corretto". Solo nel secolo XIX, e solo nello spazio greco, la forma e la frequenza della confessione cercarono un ritorno all'antica prassi della Chiesa, così i greci di oggi si comunicano relativamente spesso, ma vanno a confessarsi solo quando ne sentono il bisogno, senza essere costretti a una confessione prima di ogni comunione. Nessuno nega l'esistenza di abusi nella pratica greca corrente, ma questa corrisponde meglio all'antica prassi della Chiesa.

Sul Santo Monte, per esempio, ci sono diversi monasteri in cui la "confessione sacramentale" si pratica solo da 2 a 4 volte l'anno, e i monaci si comunicano da 2 a 7 volte la settimana. Se i fratelli hanno bisogno di qualche consiglio dall'abate o desiderano confessare qualche pensiero, possono farlo anche ogni giorno, ma questa non è la confessione sacramentale, ma una semplice discussione spirituale o, se è il caso, puramente umana. Né la confessione sacramentale né le discussioni spirituale hanno luogo durante le funzioni, e magari neppure in chiesa. L'anziano e il figlio spirituale parlano seduti, e in caso di confessione sacramentale, solo alla fine, l’anziano prende l’epitrachilio e legge al figlio le preghiere appropriate. Tutto è molto semplice e personale, e nei monasteri di monache (molti dei quali sono metochi dei monasteri del Monte Athos) la confessione dei pensieri si fa alla madre badessa, e solo nei casi dei peccati più gravi la badessa può inviare la sorella al sacerdote confessore perché le si leggano le preghiere necessarie. Qualcuno potrebbe chiedere: questo, che tipo di "Mistero della confessione" è?

Bisogna assolutamente ricordare che nel primo millennio cristiano il concetto di "mistero sacramentale" era attribuito solo al battesimo e all'eucaristia (e tutte le altre "ierurgie" erano collegate e sigillate all'Eucaristia; cf. Dionigi l'Areopagita). Solo la scolastica occidentale, e in seguito anche la teologia ortodossa (solo nei sec. XIII-XIV) include tra i "misteri" anche la penitenza / confessione, e con "mistero della confessione" non dobbiamo intendere il "segreto della confessione", che è tutta un'altra cosa. Pertanto, la confessione può essere chiamata "mistero" solo nel senso più ampio del termine (come, per esempio, la benedizione dell'acqua), ma in modo concreto essa precede tutti i "misteri", e proprio per questo il suo rito non inizia con "Benedetto il regno..." e alcune ordinanze prescrivono che si compia nel nartece della chiesa o in appositi locali, non nella chiesa, e certo non durante la Liturgia. Se il penitente non ha commesso grandi peccati, la confessione può essere una semplice discussione spirituale, in un'atmosfera "extra-liturgica", mentre della confessione sacramentale (con preghiere e assoluzioni) hanno bisogno solo quelli per gravi peccati si sono separati dalla Chiesa e desiderano la riconciliazione con Cristo e con la Chiesa.

3. La Scrittura e la Tradizione patristica della nostra Chiesa pongono grande enfasi sulla crescita spirituale, che è possibile solo attraverso una coscienza spirituale matura. Naturalmente, la confessione più frequente aiuta questa crescita, ma solo per quelli di "classe media". Coloro che vengono in chiesa occasionalmente non capiscono perché dovrebbero confessarsi più spesso o addirittura si sentono spaventati da queste cose, e coloro che sono più o meno avanzati nell'esperienza spirituale, si sentono stanchi oppure ostacolati nel loro slancio naturale. La confessione non deve essere vista come un'opportunità per ricevere il perdono dei peccati per quelli che non li capiscono loro o non combattono in alcun modo per sbarazzarsene. Tale confessione diventa presto un formalismo ingannatore! La pratica spirituale mostra che una persona che si comunica alcune settimane di fila dopo una singola confessione è più attenta alla sua vita spirituale, di quella che è chiamata a confessarsi prima di ogni comunione. Quelli della prima categoria cresceranno spiritualmente, comprendendo i significati corretti di comunione e confessione, mentre quelli della seconda categoria vedranno la confessione solo come una fermata obbligatoria in cui si danno (o magari si vendono!) i biglietti per la comunione. Così avviene la maggior parte del tempo, anche se ci possono essere anche molte eccezioni.

I nostri cristiani devono capire che la penitenza non è limitata a confessarsi e ricevere l'assoluzione. Ogni preghiera ed esperienza spirituale è penitenza. Ciò non esclude la confessione in presenza del vescovo / sacerdote, ma la integra e la completa. Possiamo dire che la penitenza è "un esercizio terapeutico permanente" e la confessione è "un intervento chirurgico". Noi siamo arrivati a fare operazioni ovunque, mantenendo i pazienti in un'anestesia continua, senza più insegnare loro come vivere sani. San Paolo chiede che prima della comunione ai santi Misteri "l'uomo esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice" (I Corinzi 11:28). Qui si parla di una ricerca nella propria coscienza, che deve essere istruita in modo che l'uomo veda i suoi peccati e se ne penta, e se i suoi peccati costituiscono impedimenti canonici per la comunione ai santi misteri, allora deve andare a confessarsi e assumersi l'epitimia stabilita per la sua reintegrazione nella comunità eucaristica della Chiesa dalla quale si è separato con il peccato.

Penso che nel corso della sua vita, un essere umano può avere solo alcune confessioni che siano vere svolte dal peccato o "rinnovamenti del battesimo", e alcuni non arrivano mai a sperimentare un tale ritorno, anche se fanno una confessione relativamente frequente. Qualunque cosa si dica, una confessione fatta ogni settimana o anche ogni mese non può avere l'intensità del vero pentimento e i "fiumi di lacrime" di cui parlano i Padri con riferimento al pentimento. Quindi dobbiamo riconoscere che non tutte le confessioni sono confessioni nel pieno senso della parola, e la confessione e il pentimento sono concetti che si intersecano ma non sono identici.

Per comunicarci ai santi Misteri dobbiamo avere un costante stato di pentimento e di struggimento del cuore, senza il quale non si possiamo accedere al calice eucaristico. Ma questo non significa che ogni volta dobbiamo andarci a confessare, se la nostra coscienza non ci esorta a farlo. E se sentiamo il bisogno della confessione è possibile fare anche questa, in tal caso è necessario farla assolutamente: senza fretta, senza stereotipi, senza trasformare la confessione in "sessioni da psicologo", senza discutere le questioni che potrebbero essere discusse al di fuori della confessione e, naturalmente, senza affaticare eccessivamente il sacerdote. Ci sono persone (soprattutto donne) che se fosse possibile starebbero alla confessione un'ora al giorno, giungendo a illusioni pericolose. Ma un tale approccio non è spirituale, ma sentimentale e talvolta addirittura demoniaco. Sembra che il diavolo sia più interessante quando ti dà l'impressione che stai facendo qualcosa di buono, piuttosto che quando non ti permette di fare nulla. Pertanto, soprattutto i sacerdoti giovani devono essere attenti alle confessioni lunghe e dettagliate, ma allo stesso modo guardarsi dal formalismo delle assoluzioni a "nastro trasportatore", cosa che le confessioni non sono.

Il fenomeno della confessione formale si osserva soprattutto nelle città e in alcuni monasteri, dove la pratica della confessione, soprattutto nei periodi di digiuno, è da rivedere urgentemente e radicalmente. In caso contrario, oserei dire che molte delle confessioni che si fanno sono semplicemente prive di alcun valore. E la loro nullità si può vedere dal fatto che moltissimi (in)fedeli che vengono una volta l'anno a confessarsi e comunicarsi continuano immediatamente, in seguito, a vivere una vita peccaminosa ed estranea al Vangelo. I sacerdoti ritengono che a essere più indulgenti con queste persone le si guadagna, ma in realtà si ingannano, in quanto costoro rimangono ancora al di fuori della Chiesa, e la loro comunione, anche dopo la preghiera di assoluzione, è fatta indegnamente. Dio può perdonare l'assassino e l'adultero che con sincerità si pentono e cambiano la loro vita, ma assolvere e dare il corpo e il sangue di Cristo a tutti gli ubriaconi e i fornicatori che si appaiono in chiesa una volta l'anno, e nei giorni immediatamente successivi continuano la loro vita di passioni, è una cosa pericolosa e senza esiti positivi. Non parliamo qui delle eccezioni ...

4. In conclusione, vorrei sottolineare alcune idee pratiche che non voglio imporre, ma proporre per la discussione:

a) A causa della mancanza di catechesi nella Chiesa, spesso le persone vivono in gravissimi peccati, e che pure considerano la norma. Mi riferisco in particolare al concubinaggio, e ad altri peccati corporei che sono diventati di moda. Pertanto, colui che viene a comunicarsi una volta o 3-4 all'anno, confessarsi prima di ogni comunione è necessario, soprattutto se il sacerdote non conosce la vita di quella persona. In effetti, la confessione prima di ogni comunione è nata proprio in questo contesto, quando la gente ha cominciato a comunicarsi solo qualche volta all'anno.

b) Si pone la questione se dare o non dare la comunione a coloro che già da molti anni si comunicano solo una volta l'anno, come abitudine, senza avere un sincero desiderio di essere membra vive della Chiesa. Perché ingannare queste persone prendendo in giro allo stesso tempo anche noi stessi? Il minimo della comunione eucaristica fissato dalla Chiesa è la comunione una volta ogni tre domeniche (Canone 80 Trullano), non una volta l'anno. A coloro si comunicano una volta l'anno io do il permesso di comunicarsi solo se accettano la condizione (credo giustificata) di venire almeno 2-3 domeniche consecutive alla comunione. Così alcuni sono giunti per la prima volta nella vita a comunicarsi alcune domeniche di fila e a mantenere tutta la Grande Quaresima. Alcuni di questi ora continuano a comunicarsi, mentre altri non li ho più visti. Ma anche così, almeno ho cercato di farli uscire dalla menzogna che se ti comunichi una volta l'anno è OK e chi fa così è un ortodosso in piena regola.

c) Per quelli che stanno iniziando a venire più spesso in chiesa e capiscono la necessità e l'utilità della comunione più frequente, credo che in una prima fase (la cui durata dipende da ogni individuo separatamente) dovrebbero fare una confessione prima di ogni comunione, poi una confessione dovrebbe essere fatta ogni 2 comunioni, poi ogni 3, fino a raggiungere la maturità spirituale quando supereranno la matematica e verranno a confessarsi ogni volta che ne hanno bisogno, e la loro vita spirituale sarà equilibrata. Si pone la questione se in tali circostanze i credenti devono venire a chiedere la benedizione per ogni comunione oppure no. Penso che in alcuni casi si debba fare, ma in altri non sia necessario.

d) I cristiani che sono membri attivi della Chiesa, leggono la Bibbia e altri libri spirituali, fanno le loro preghiere mattutine e serali, tengono i 4 periodi di digiuno oltre il mercoledì e il venerdì, sono riconciliati con tutti e si confessano ogni 3-4 settimane, credo che si possano comunicare a ogni Liturgia senza altre condizioni aggiuntive. In tutto, però, è meglio seguire il consiglio del confessore, che non deve coltivare nelle persone l'obbedienza a se stesso, ma mostrare la strada giusta verso Cristo ed educare in loro una coscienza sveglia e sana. Un buon padre spirituale non imporrà mai ai suoi figli spirituali condizioni per la comunione che egli stesso non soddisfa, anche non le soddisfa per qualche ragione giustificata.

Il buon Dio ci aiuti a uscire dagli stereotipi stucchevoli in cui siamo rimasti bloccati, e dia ai vescovi e ai sacerdoti la saggezza e la forza di far avvicinare gli uomini a Cristo.

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