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  Metropolita Ilarion (Alfeev): Il calice eucaristico alle Liturgie concelebrate

Rivista del Patriarcato di Mosca (Журнал Московской Патриархии), n. 9/2011

Traduzione dalla versione redatta dallo ieromonaco Petru (Pruteanu)

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Alla fine del XX secolo nella pratica liturgica della Chiesa Ortodossa Russa c'è stato un cambiamento importante: quasi ovunque i laici hanno cominciato a comunicarsi molto più spesso di quanto non facessero in precedenza.

La maggior parte dei laici, e anche dei sacerdoti, specialmente quelli che sono venuti alla Chiesa negli ultimi 20 anni hanno dimenticato che fino a poco tempo fa, fare la comunione poche volte l'anno, era considerato la norma: una volta - due volte in Quaresima (di solito la prima e l'ultima settimana) e una volta - due volte in altri momenti dell'anno (il giorno dell’onomastico e talvolta durante il digiuno del Natale e della Dormizione). Questa era la prassi della Chiesa russa fino alla rivoluzione, che si rifletteva nel "Catechismo" di san Filarete di Mosca: "I primi cristiani si comunicavano ogni Domenica, ma tra quelli di ora, pochi hanno tanta purezza di vita, da essere sempre pronti a partecipare a un mistero così grande. La Chiesa, con voce paterna, li guida a confessarsi al sacerdote e a nutrirsi del corpo e del sangue di Cristo: per quelli che sono zelanti di una vita pia - da quattro volte all'anno a una volta al mese, e tutti gli altri - quanto meno, una volta anno ". [1] Al giorno d'oggi, la comunione una volta al mese, di cui San Filarete parlava come un gesto ascetico di "pochi", è diventata la norma per le persone che frequentano la chiesa, e molti di loro si accostano alla santa comunione a ogni festa e in ogni domenica.

Un altro cambiamento importante è il crescente numero di funzione concelebrate da diversi membri del clero. Dopo anni di persecuzione, la Chiesa ha ottenuto la libertà, e questo ha portato alla crescita del numero dei sacerdoti e, rispettivamente, alla crescita del numero di coloro che servono e si comunicano a una Liturgia.

Questo articolo è dedicato non alla valutazione generale di questi fenomeni, ma all’analisi di una delle conseguenze, vale a dire, la pratica di celebrare la Divina Liturgia con l'uso di un calice di grande volume.

Ai nostri giorni, alla Liturgia archieratica, specialmente quando sono presenti molti fedeli, spesso si usa un calice di volume significativo, alto quasi la metà di un uomo e di un volume di tre, cinque o addirittura nove litri. Calici eucaristici di volume più grande di un litro si usano alle funzioni di alcune parrocchie più grandi, soprattutto alle grandi feste. Quando si utilizzano calici di diversi litri, di solito basta versare nel calice una parte del vino con un po' d'acqua durante la Proscomidia, e la maggior parte del vino si versa dopo il Grande Ingresso, per non dover portare al Grande Ingresso un calice che pesa molti chilogrammi. Poi alla fine della preghiera eucaristica e all’ecfonesi "i doni santi ai santi" il santissimo sangue si versa dal calice grande in altri calici di formato consueto, di 0,5-0,75 litri di capacità. Così, la maggior parte del vino eucaristico, e più tardi del santo sangue, non si trova nel calice principale per tutta la durata della Liturgia, ma solo durante la sua parte "santificante", dal Grande Ingresso alla comunione del clero.

Secondo il parere di molti chierici, il caso di una Liturgia alla quale si comunicano molti credenti non ammette una soluzione diversa dall’uso di un calice enorme, in cui si versa una grande quantità di vino, e la sua ulteriore suddivisione in diversi calici. E alla domanda se si ammette che siano posti sulla santa mensa, fino alla santificazione dei santi doni, diversi calici di volume normale e non uno grande, la risposta è: No. Si offre anche un argomento "teologico": tutti noi partecipiamo "di un singolo pane e di un singolo calice", allora come possiamo mettere sull'altare diversi calici? Questo dovrebbe presumibilmente violare il simbolismo eucaristico.

Ma che cosa indica in situazioni simili l’antica tradizione della Chiesa, in cui la comunione concomitante di una moltitudine di credenti in enormi chiese (ricordiamo le basiliche costruite dal santo imperatore Costantino il Grande, o la chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli) non era una rarità?

Un particolare rilievo tra le antiche testimonianze hanno i dati che si riferiscono ai servizi divini a Costantinopoli e nel mondo bizantino in generale, perché la nostra tradizione liturgica è un'eredità diretta e una continuazione di quella bizantina. I dati archeologici testimoniano che anche i più grandi calici bizantini non superavano il volume di 0,75-1 litro. [2] Ovviamente, un calice singolo alla Liturgia nella chiesa di Santa Sofia sarebbe stato insufficiente. Allora cosa facevano i bizantini? Le fonti patristiche e liturgiche danno un responso unanime: celebravano l'Eucaristia con diversi calici simultaneamente. [3] Tra l'altro, anche i dischi con sopra gli Agnelli potevano essere più di uno.

Per la prima volta si ricordano diversi calici alla Divina Liturgia nelle "Costituzioni Apostoliche" (VIII. 12 3) - una raccolta di documenti dei primi cristiani, la cui redazione definitiva ha avuto luogo intorno all'anno 380 ad Antiochia. [4] Il riferimento alla moltitudine di dischi calici nel rito della Divina Liturgia a Costantinopoli è testimoniato dalla "Cronaca pasquale" del VII secolo. [5] Questi dati sono confermati da San Massimo il Confessore, che parla anche del significato simbolico del numero dispari dei calici che devono essere utilizzati per Liturgia. [6] In una serie di raccolte di testi liturgici bizantini, a partire dall’ "Eucologio Barberini", il più antico manoscritto conservato della Liturgia e del benedizionale bizantino (Vat. Barb. gr. 336, della fine del secolo VIII), ma soprattutto negli scritti destinati alle funzioni episcopali, nella rubrica del rito della Divina Liturgia si parla non di un "calice", ma di "[più] calici". [7] Anche il rito bizantino della Liturgia patriarcale / ierarchica del secolo XIV, composto da Dimitrie Ghemistos, menziona anch’esso più calici. [8] Infine, l'iconografia del Grande Ingresso negli affreschi bizantini e balcanici dei secoli XIV-XVI illustra allo stesso modo diversi calici.

Oltre la semplice menzione di diversi calici, alcune fonti bizantine contengono informazioni anche sulle indicazioni del Tipico che regolano la celebrazione dell’Eucaristia in questo caso. San Simeone di Tessalonica precisa che le parole della Proscomidia non cambiano, "anche se vi sono più calici". [9] Nel rito della liturgia descritto da Demetrio Ghemistos dice che al Grande Ingresso il patriarca pone il disco sull’altare, mentre organizza i calici in coppie su entrambi i lati del disco. [10] Nella lettera al vescovo Paolo di Gallipoli del patriarca di Costantinopoli Niccolò III il Grammatico (fine sec. XI) [11], si parla a lungo del fatto che i dischi sono disposti in forma di croce, e i calici - tra le braccia di questa croce.

Pertanto, la celebrazione della Divina Liturgia con più calici e più dischi non costituisce una serie di casi isolati, ma una pratica bizantina assolutamente normale, che, specialmente nella liturgia gerarchica, era perfino normativa. Perché dunque è scomparsa in epoca post-bizantina? Sembra che la sua scomparsa sia stata causata dall’avvento della pratica della comunione rara e dalla tendenza generale di ridurre le dimensioni delle chiese. [12] Nelle chiese piccole, dove si comunicano pochi credenti, la necessità dell’uso di una grande quantità di vino eucaristico è scomparsa e con essa la necessità di celebrare la Liturgia con diversi calici.

Tuttavia, ancora per molto tempo, si è conservata la pratica di compiere il Grande Ingresso con lo spostamento concomitante di più calici, solo che i calici, tranne quello principale, erano portati vuoti. [13] San Simeone di Tessalonica descrive già questa pratica e, inoltre, ne offre una spiegazione, sostenendo che lo spostamento dei calici vuoti al Grande Ingresso si svolge "come segno di venerazione dei preziosi doni". [14] Una pratica simile era conosciuta in Russia nei tempi pre-nikoniani: alle funzioni nelle grandi cattedrali della Russia, nelle feste, al Grande Ingresso erano portati non solo il disco e il calice con il pane e il vino eucaristici, ma anche molti vasi vuoti, tra cui i "siony", cioè i tabernacoli. [15] L'usanza di portare i tabernacoli durante il Grande Ingresso, oltre al disco e al calice, è conservato oggi nella Chiesa russa alla funzione di intronizzazione del Patriarca. [16]

Tornando all’attuale situazione ecclesiale, possiamo chiederci: che cosa ci impedisce oggi di tornare alla pratica bizantina di celebrare la Liturgia con diversi calici? Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare gli aspetti positivi e negativi di celebrare la Liturgia con un calice del volume di diversi litri. Il primo lato positivo è che un singolo grande calice è un’evidente rappresentazione dell’unità simbolica della Chiesa nell'Eucaristia, che può illustrare le parole dell’anafora di san Basilio il Grande: "E unisci tutti noi che partecipiamo di un singolo pane e un singolo calice, ggli uni con gli altri, attraverso la condivisione dello stesso Spirito Santo". Un secondo aspetto positivo è lo sfarzo e la grandiosità che può essere visto nella celebrazione della Liturgia con grandi vasi sacri.

Gli stessi argomenti, tuttavia, possono essere facilmente rovesciati. In primo luogo, il disco e il calice molto grandi ad alcuni possono sembrare poco estetici e grotteschi. In secondo luogo, anche se si utilizza un calice voluminoso, verso la fine della Liturgia il santo sangue in ciotole si verserà in ogni caso in calici più piccoli, dai quali si comunicheranno i credenti, quindi, sull'altare, al momento della comunione, non rimane più un singolo calice, ma diversi calici. Quindi, alla funzione con un singolo grande calice il simbolismo è comunque violato, solo in un altro modo. Inoltre osserviamo che, dopo il Grande Ingresso, nel calice si versa altro vino, e questo vino aggiunto, a differenza di quello che è già calice, non è stato versato alla Proscomidia con la pronuncia delle parole rituali e non ha partecipato alla processione del Grande Ingresso. E anche questa processione è carica di una certa serie di simbolismi.

Oltre a questo, la stessa argomentazione a favore del "singolo calice", che avrebbe simboleggiato l'unità dell'Eucaristia può essere superata. In primo luogo, i bizantini erano molto consapevoli delle parole della propria anafora e questo tuttavia non impediva loro di celebrare la Liturgia con più calici. In secondo luogo, e cosa più importante, l'anafora di san Basilio il Grande non parla di un singolo calice di una Liturgia concreta, ma del calice di Cristo in generale, di quel calice del preziosissimo sangue da lui sparso per il mondo intero. Questo calice è uno e lo stesso in tutte le chiese del mondo, non importa quanti calici stiano sulla santa mensa. Come la moltitudine di calici in una moltitudine di chiese è essenzialmente uno e lo stesso calice di Cristo, così la moltitudine di calici che stanno sull'altare di una chiesa durante la Divina Liturgia, sono essenzialmente lo stesso calice.

D’altra parte, i motivi per cui scrivere questo articolo non sono stati di ordine teologico o storico-ecclesiastico, ma pratico. Questi si vedono soprattutto quando si deve versare il santo sangue da un calice di grandi dimensioni in calici più piccoli. Il volume stesso di un tale calice impedisce di fare con esso certi movimenti, soprattutto perché si tratta del santo sangue, di cui nessuna goccia deve essere persa nel processo di versamento nei calici. L'autore di queste righe è stato non solo una volta testimone di scene desolanti: quando, trasferendo il santo sangue da un calice immenso, il prete ne versa notevoli quantità sull’antimensio, sull’altare, sui paramenti, e perfino sul pavimento. A volte il calice può essere così grande che il sacerdote, in piedi davanti alla santa mensa, non ne vede il contenuto e versare il santo sangue in modo intuitivo. Una prova vivente di queste scene sono gli antimensi macchiati di santo sangue, che si trovano sugli altari di molte delle nostre chiese.

Un altro problema pratico è legato al consumo dei santi doni che rimangono dopo la comunione, soprattutto perché l'uso di un grande calice rende difficile valutare la quantità necessaria di vino eucaristico e il lavaggio di un calice ampio non è facile. Infine, l'uso di un grande calice non è giustificato dal punto di vista economico. Nelle parrocchie, per esempio, le liturgie archieratiche o un gran numero di comunicanti non sono occasioni così frequenti, ma a causa loro, la parrocchia è obbligata a spendere grandi somme per comprare grandi calici costosi, che in seguito si usano solo in occasioni speciali.

A nostro avviso, i disagi descritti derivanti dall'utilizzo di grandi calici dovrebbero farci ricordare la pratica bizantina di celebrare la Divina Liturgia con calici molteplici di dimensioni consuete, le cui testimonianze sono state consegnate in modo chiaro e più volte da un’intera serie di fonti. In linea con questa pratica, i diversi calici non dovrebbero essere posti sulla santa mensa dopo la consacrazione dei santi Doni, ma fino a quel momento, in modo che alla trasformazione del vino nel sangue di Cristo sull'altare ci siano tutti i calici dai quali i credenti si comunicheranno. Quindi, se vogliamo seguire esattamente la tradizione bizantina, dovremmo usare i calici già alla Proscomidia, e poi portarli tutti in processione al Grande Ingresso. Possiamo invece proporre una soluzione meno radicale, ma più pratica: portare solo il calice principale al Grande Ingresso, e disporre accanto a esso gli altri all'inizio della recitazione del Simbolo della fede. Sia in un caso sia nell'altro scompare il rischio di versare il santo sangue nel corso del trasferimento in diversi calici. Scompare anche la necessità di calici enormi, il cui utilizzo nella Liturgia fa nascere così tanti inconvenienti di ordine pratico.

Note

[1]Пространный Православный Катихизис Православной Кафолической Восточной Церкви (любое изд.). Ч. 1. § 340.

[2]Taft R.F. The Communion, Thanksgiving, and Concluding Rites. R., 2008. (A History of the Liturgy of St. John Chrysostom; Vol. 6). (Orientalia Christiana Periodica; 281). P. 256–257.

[3]Taft R.F. The Great Entrance: A History of the Transfer of Gifts and Other Preanaphoral Rites of the Liturgy of St. John Chrysostom. R., 1978. (A History of the Liturgy of St. John Chrysostom; Vol. 2). (Orientalia Christiana Periodica; 200). P. 208–213.

[4]SC. 336. P. 178.

[5]PG. 92. Col. 1001.

[6]PG. 90. Col. 820.

[7]Taft R.F. The Precommunion Rites. R., 2000. (A History of the Liturgy of St. John Chrysostom; Vol. 5). (Orientalia Christiana Periodica; 261). P. 366.

[8] Дмитриевский А.А., Описание литургических рукописей, хранящихся в библиотеках Православного Востока. T. 2. К., 1901. С. 310.

[9]PG. 155. Col. 288.

[10] Дмитриевский А.А., Описание… Т. 2. С. 206.

[11] È possibile che l’autore della lettera non sia stato Nicola III il Grammatico, ma un altro patriarca si Costantinopoli dello stesso periodo: Cosma I oppure Eustrazio (Taft R.F. The Precommunion… P. 367–368).

[12] Questa tendenza era stata causata esteriormente dalla caduta di dell’Impero Bizantino (in Russia - dall’occupazione tataro-mongola), e interiormente, dalla preferenza per la costruzione di più chiese piccole al posto di una grande.

[13] Questa pratica, strana a prima vista, è oggi in uso presso alcuni monasteri athoniti, come Dochiariou; (ierom. Petru). 

[14] PG. 155. Col. 728. Questa spiegazione, come molte altre di san Simeone di Tessalonica, non è per nulla convincente né logica; (ierom. Petru). 

[15] Голубцов А.П. Соборные Чиновники и особенности службы по ним. М., 1907. С. 217–220.

[16]Желтов М., свящ. Интронизация // Православная энциклопедия. М., 2010. Т. 23. С. 124–131.

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