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  L'antidoro (anafura)

Ieromonaco Petru (Pruteanu), www.teologie.net, 15 settembre 2009

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Antidoro preparato a una Divina Liturgia patriarcale a Costantinopoli

L'antidoro (anafura) consiste in uno o più pezzi di pane benedetto che rimangono dopo l'estrazione del santo Agnello dalla prosfora (prescura) destinata alla sua preparazione. L'antidoro è condiviso, al termine della Liturgia, tra i fedeli che non hanno condiviso quel giorno i santi Misteri. Può essere preso dai credenti, e in particolare a casa, dopo le preghiere del mattino, a digiuno. [1]

Il nome corretto di questo "pane santificato" è antidoro (ἀντίδωρον), e può essere tradotto con l'espressione "al posto del dono", cioè dei santi Misteri, ma non come loro sostituto.

Sebbene la maggior parte degli ortodossi utilizzi questo nome particolare, i bulgari e i romeni usano il termine anafură, che troviamo frequentemente nei libri della Liturgia medio-bulgari e romeni dal secolo XVI in poi. Notiamo, inoltre, che i bulgari hanno spostato l'accento del termine greco ἀναφορά - che designa "la grande preghiera eucaristica" - chiamando questo "pane" анафóра [2] e i romeni lo hanno chiamato anáfură.

In generale, tra i liturgisti ci sono tre ipotesi riguardo all'apparizione e all'uso dell'antidoro[3]:

1) L'antidoro può aver avuto le sue origini nell'antica agape, quando, dopo le Liturgie, i cristiani, ma non anche i catecumeni[4], condividevano i pani raccolti, ma non utilizzati nel Santo Sacrificio. Nel momento in cui erano portati come offerta al Signore, erano benedetti, e quindi non potevano essere utilizzati come pane comune, essendo già dedicati a Dio. Questi pani, a quel tempo, erano di solito chiamati εὐλογία, ovvero benedizioni. [5] Incontreremo lo stesso termine per molti secoli a venire.

2) L'antidoro sarebbe apparso tra il quarto e il quinto secolo, nell'epoca dei grandi Padri canonisti, quando sono stati fissati termini più concreti per l'esclusione dalla comunione a causa di vari peccati. A quel tempo, era aumentato in modo significativo il numero di persone entrate nel seno della Chiesa, compresi quelli che, a causa di certi peccati, non ricevevano i santi Misteri per diversi anni. Per il loro conforto spirituale, la Chiesa avrebbe ordinato di dare loro "al posto del dono - ἀντίδωρον" alcuni pani o pezzi di pane benedetto. Naturalmente, questi pani non erano considerati un sacramento sostitutivo né in alcun modo uguali alla Santa Comunione [6], ma erano solo un conforto per quelli sospesi dalla comunione ai Santi Misteri. [7] A sostegno di questa ipotesi si aggiunge l'osservazione dell'archeologo G. Galavaris che ha scoperto due modelli diversi di sigilli: un modello per i pani eucaristici e un altro, probabilmente, per i pani chiamati εὐλογία [8]

3) L'abitudine di distribuire l'antidoro si sarebbe manifestata solo nei secoli dal X al XII a causa di due motivi interconnessi: a) è diminuito molto lo zelo per la comunione frequente ai santi Misteri, anche tra i monaci e b) si è sviluppato il rito della Proscomidia e della rimozione del santo Agnello, dopo i quali rimanevano più pezzi di pane che erano consumati all’incirca con la stessa preparazione spirituale per la consumazione dei santi Misteri, e solo da parte di coloro che non erano esclusi dalla santa Comunione.[ 9]

Riteniamo, tuttavia, che nessuna di queste ipotesi possa essere considerata separatamente e, probabilmente, non sarebbe giusto parlare di tre ipotesi, ma piuttosto di tre fasi di un medesimo processo.

L'idea dell'esistenza di altri pani diversi da quelli eucaristici viene certamente dai primi secoli, ma a quel tempo la loro consumazione aveva lo scopo di una semplice benedizione (nello stesso modo in cui riceviamo la benedizione mangiando il pane e il vino del servizio della Litia), e, altre volte, come dimostrato in altro luogo, uno scopo caritatevole, con i rispettivi pane distribuiti ai poveri [10]. Più tardi, come abbiamo indicato al punto 2, gli stessi pani hanno probabilmente assunto un altro senso, essendo destinati a coloro a cui era impedito di fare la comunione o che avevano buone ragioni per non comunicarsi, ed è per questo che hanno incominciato a essere chiamati ἀντίδωρον – termine che, solo in questo contesto, ha una giustificazione logica e teologica. [11] Solo nella terza fase, il pane benedetto è stato visto come qualcosa di simile e quasi alternativo alla santa Comunione [12], con l’imposizione di regole spirituali quasi uguali per la propria consumazione. Inoltre, potremmo parlare della quarta fase, quella contemporanea, in cui all’antidoro è attribuita una santità finora sconosciuta, soprattutto quando i cristiani si comunicano estremamente di rado, ringraziando per la ricezione dell’antidoro e "inventando" anche preghiere speciali per la sua consumazione.

Ma in cosa consiste questa santità del pane benedetto e quale gesto o formula liturgica gli conferisce questa santità? Come osserva il liturgista greco Ioannis Foudoulis, gli antichi manoscritti ed edizioni dello Ieratico (libro della Liturgia) non conoscono nessuna formula di benedizione dell’antidoro, e le più antiche menzioni, che peraltro non sono molto antiche e neppure universali, parlano solo di un’elevazione del vaso con i resti della Proscomidia di fronte alla Santa Mensa durante il canto del Megalinario. [13]

In assenza di formule che accompagnino questo gesto, i greci hanno cominciato a usare alcune espressioni del rito della Panagia (che si fa nelle domeniche e nei giorni di festa nei monasteri [14]) o tutti i tipi di espressioni di magnificazione alla Madre di Dio o alla santa Trinità, mentre i romeni hanno composto alcune formule speciali che fanno riferimento all’antidoro. Menzioniamo il fatto che i russi, molto conservatori in queste cose, ma anche altri ortodossi, non hanno alcuna formula di benedizione dell’antidoro, né si pongono il problema della sua introduzione. Vediamo tuttavia da dove proviene l'idea di una speciale preghiera di benedizione per l’antidoro e quale diritto ha di esistere.

San Nicola Cabasila, e poi anche san Simeone di Tessalonica, i più rinomati commentatori e teologi della Divina Liturgia, mostrano chiaramente che l'antidoro rappresenta i pezzi residui della prosfora, dalla quale è stato rimosso il santo Agnello, e che tali residui si santificano attraverso le preghiere della Proscomidia e per il fatto che l’intera prosfora è stata offerta e dedicata al Signore. [15] Nessuno di loro parla di una qualche benedizione dell’antidoro. Quindi la benedizione dell’antidoro è una novità, che si trova soprattutto nel Liturghier romeno, e nasce dalla necessità di benedire (in qualche modo) grandi quantità di antidoro e quindi dalla necessità di utilizzare prosfore aggiuntive o pani supplementari oltre ai cinque della Proscomidia per preparare questa quantità di antidoro.

Questo problema è entrato da molto tempo tra le preoccupazioni dei liturgisti, ma non si è stati in grado di formulare conclusioni accettate da tutti, in modo che oggi la maggioranza delle Chiese ortodosse oggi procede in modo diverso tra loro. Gli ortodossi della diaspora, ma anche i greci in genere, si comunicano spesso e non hanno eccessiva devozione verso l’antidoro come i russi o i romeni. Pertanto, come punto di riferimento storico, dovremo prendere la Chiesa russa, a cui, liturgicamente parlando, i romeni sono stati spesso molto vicini, mantenendo di contro uno spirito più tradizionalista, in cui anche i liturgisti greci riconoscono che si nascondono molte pratiche liturgiche antiche e interessanti. [16]

Così i russi, ma anche altri ortodossi, sulla base di un antica usanza bizantina, hanno cominciato a rimuovere particelle non solo dalle quattro prosfore della Proscomidia (II-V), ma anche da tutte le altre prosfore portate dai fedeli. La semplice rimozione di queste particelle, secondo loro, è sufficiente a santificare le prosfore, sia che queste siano lasciate intere, sia che siano tagliate come pane benedetto. Come giusta argomentazione a questo proposito viene la precisazione che, al momento dell’introduzione di questa pratica (circa nei secoli IX-XII), la maggior parte riteneva che le particole (miridele) si trasformassero nel santo Corpo [17] e, pertanto, tutte le prosfore avevano le qualità della prima prosfora dalla quale si estrae l’Agnello - ovvero quella dell’antidoro - simbolo della Vergine Maria, da cui è nato (uscito) Cristo [18]. Anche dopo il cambio di opinione circa la trasformazione delle particole, dovuto principalmente a San Simeone di Tessalonica, le prosfiore per l’antidoro non si santificavano a parte, tuttavia, si "teneva conto" dell'esistenza di un "legame essenziale" tra le particelle che si santificano mettendole nel calice e le prosfore da cui sono state rimosse.

Nella Chiesa ortodossa romena, però, poiché non si estraggono particole se non dalle quattro prosfore della Proscomidia, ma nello stesso tempo si usano anche altre prosfore o anche pani ordinari da cui di tagliano molti pezzi di antidoro, alcuni liturgisti si sono visti in qualche modo obbligati a introdurre, cosa giusta, ancora nel XX secolo, una preghiera di benedizione dell’antidoro e anche il gesto di toccare con il vaso dell’antidoro il santo disco e il calice per simulare un legame (in realtà inesistente in queste condizioni) tra l’antidoro e i santi misteri.

Dal momento che questo argomento non è stato sufficientemente studiato, e la pratica romena ha diverse lacune, e non esiste neppure una formula generalmente accettata di benedizione dell’antidoro, siamo del parere, e abbiamo cercato di riflettere questa indicazione anche nel testo della Liturgia, che sarebbe più corretto non usare alcuna formula di benedizione, ma procedere allo stesso modo della maggior parte delle Chiese ortodosse, come del resto si è fatto nella Chiesa ortodossa romena  per molti secoli.

Antidoro preparato alla Divina Liturgia patriarcale al monastero Sretenskij di Mosca (28/12/2013)

Note

[1] In realtà, come vedremo in seguito, queste percezioni sono emerse nel corso del tempo, ma devono comunque essere rispettate. D'altra parte, la devozione per l’antidoro non deve far dimenticare o sminuire lo zelo per la comunione ai santi Misteri.

[2] Cfr. Mss slav n. 28 della Biblioteca dell’Accademia Romena. Supponiamo che da questa forma medio-bulgara del termine (con l'accento sulla vocale "o") provengo anche la denominazione del vaso per l’anafură - anafórniţă.

[3] Cfr. Андрей ПОНОМАРЕВ, "Антидор" in ПЭ, том 2, pp 485-487.

[4] Cfr. Canone 8 di san Teofilo di Alessandria. Si noti che il Testamentum Domini e le Costituzioni Apostoliche permettevano ai candidati al battesimo di mangiare questi pani (cfr padre prof. dr. Petre Vintilescu, „ Anafura sau Antidoron”, in Anexa la Liturghierul Explicat, p. 371).

[5] Ibidem, p. 485.

[6] Questo si vede molto chiaramente nel canone 14 del Sinodo locale di Laodicea (anno 343).

 [7] Il prof. Alexei Dmitrevskij, seguendo l'interpretazione di Teodoro Balsamon, ritiene che tale misura si sia imposta in questo momento per desiderio di rispettare, almeno formalmente, i canoni Apostolico 9 e 2 di Antiochia, che vietavano l’uscita dei credenti prima della fine della Liturgia. Il trattenimento fino al termine di quelli che non si comunicavano può essere stato imposto attraverso la condivisione di questo pane benedetto, che non era negato neppure ai più "peccatori" (cf. А. ПОНОМАРЕВ, op. cit., p 486; p. Petre Vintilescu , op. cit., p 371).

[8] Cf. А. ПОНОМАРЕВ, op. cit., p. 486

[9] Cfr. il Canone 10 del patriarca di Costantinopoli Nicola il Grammatico - XI secolo. Due secoli prima, però, il patriarca Niceforo di Costantinopoli consentiva, tramite il canone 19, la ricezione dell’antidoro da parte di quelli che sono nel periodo di penitenza, ma solo se questi hanno confessato i loro peccati.

[10] Cfr. Ierom. Petru Pruteanu, „Liturghia Ortodoxă: istorie şi actualitate”, capitolo sull’Agape, pp. 30‑32.

[11] All’incirca con lo stesso intento troviamo l’antidoro anche nella Chiesa occidentale. Abbiamo riferimenti nel beato Agostino e nel canone 9 del Concilio di Nantes (sec. VII). In molti casi l’antidoro si chiama in latino: communionis vicarius, dona vicaria panis o panis benedictus. Dopo la generalizzazione dell’ostia a partire dai secoli XI-XII, il pane per l’antidoro si prepara con un'altra ricetta di quella dell’ostia. Sempre in Occidente incontriamo per la prima volta una preghiera di benedizione per questi pani, che significa nemmeno lontanamente un’influenza sulle usanze dei romani ortodossi di benedire l’antidoro.

[12] A questo proposito, un contributo molto importante hanno avuto, già a partire dal secolo IX, i tipici dei monasteri di tradizione studita, in cui si afferma che tutti i giorni in cui non c'era la Liturgia, i monaci e tutti i presenti mangiassero, alla fine dell’Officio dei Salmi Tipici, l’antidoro rimasto probabilmente da una liturgia precedente, con una previa preparazione spirituale. Nell’opinione del liturgista occidentale Juan Mateos, questa ordinanza ha aumentato la devozione verso l’antidoro prima tra i monaci e poi tra i laici. Lo stesso Juan Mateos ritiene che tra i secoli XI e XII l’Officio dei Salmi Tipici, accompagnato dalla ricezione dell’antidoro, sia divenuto così importante nei monasteri che ha iniziato a sovrapporsi con l'ordine della Liturgia: le antifone dei Salmi Tipici hanno cominciato a prendere il posto di quelle ordinarie della Liturgia e alla Preghiera davanti all’ambone, che all’inizio concludeva la Liturgia, è stato aggiunto sia benedetto il nome di Dio..., il salmo 33 e la distribuzione dell’antidoro, tutte parti del rito dei Salmi Tipici. È in questo modo che l’antidoro è diventato un elemento costitutivo di ogni Liturgia, ricevuto anche da quelli degni di ricevere i santi Misteri. È interessante notare che, per tutto il tempo, i tipici monastici studiti cominciano ad accettare e perfino a regolamentare la condivisione, ammettendo il servizio della Liturgia senza alcuna comunione tra i monaci o tra i credenti (ovviamente, tranne i chierici celebranti). In questo contesto, l'uso dell’antidoro è divenuto una necessità quasi obbligatoria. (Vedi А. ПОНОМАРЕВ, op. cit., pp. 485-486.)

[13] Cfr. Ioannis FOUNDOULIS, Dialoghi liturgici, Vol. 1, pp 200-204.

[14] Cfr. Ceaslov, rito della Panaghia.

[15] Nicolae Cabasila, Tâlcuirea Dumnezeieştii Liturghii, cap. LIII, ed. cit., p. 125; Simeon al Thesalonicului, Tratat, cap. 100, Ed. Suceava 2002, vol. 1, p. 156.

[16] Cfr. Ioannis FOUNDOULIS, op. cit., pag 39s.

[17] Come si vede da diversi ricercatori, nei secoli IX-XI a Costantinopoli, soprattutto in Hagia Sophia e nelle altre grandi cattedrali, si usava servire la Liturgia con più dischi, ognuno con un pane, e con più calici, tutto questo - per permettere la comunione di centinaia o addirittura di migliaia di fedeli presenti alla liturgia. I pani erano portati dai credenti in ricordo dei vivi e dei defunti di ciascuno, e tutti erano benedetti all’epiclesi. Già nel XI secolo si è cominciato a usare un solo pane, e a rimuovere dagli altri alcune particelle che erano messe accanto al pane principale, il santo agnello. Come in precedenza si riteneva che tutti i pani che si trovavano sul santo disco si trasformassero nel santo Corpo, così si pensava che queste parti accanto al santo agnello fossero a loro volta agnello. Molto chiare a questo proposito sono le testimonianze storiche lasciate dal patriarca Nicola il Grammatico, poi da Teodoro Balsamon. Naturalmente, questo è teologicamente del tutto corretto, perché, come coloro che si comunicano realmente a Cristo diventano essi stessi Corpo di Cristo, costituendo in tal modo la Chiesa, nello stesso modo mistico, le particelle rimosse per i credenti vivi e morti divengono anche esse Corpo di Cristo, essendo impossibile che ciò che si realizza in modo reale, non si possa realizzare misticamente. Naturalmente, in questo caso, la santità cristica delle particelle si considera trasmessa spiritualmente alle prosfore da cui sono state rimosse, dando loro lo stesso simbolo e senso di antidoro.

Questi significati delle particelle non sono rimasti costanti, perché entro la fine del XII secolo - prima metà del XIII secolo ha iniziato ad apparire il rituale della rimozione delle particole per la Madre di Dio e gli altri santi. Quest’abitudine ha rovesciato i significati più antichi delle particelle, attribuendo loro significati puramente simbolici. A questo ha contribuito in modo particolare san Simeone di Tessalonica che, pur affermando la non trasformazione delle particelle nel corpo di Cristo, non vietava categoricamente di comunicare i laici con queste, ma si limitava a raccomandarlo come parere personale (cfr. Trattato, cap. 94, p 147). Ad ogni modo, le particelle, a se non si santificano all'epiclesi, si santificano quando sono messe nel calice - cosa ritenuta sufficiente dagli adepti della pratica russa della benedizione (indiretta) dell’antidoro. (A proposito di tutto ciò si veda Михаил АСМУС, К вопросу об освящении поминальных частиц за Божественной Литургии, in Вестник ПСТГУ, 2005, Выпуск 14, pp 5-22.)

[18] Questo simbolismo appare per la prima volta in modo tanto chiaro solo con Teodoro di Andide (XI secolo), ma indirettamente anche con Germano di Costantinopoli (VIII secolo).

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