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  L'officio funebre: storia e attualità

teologie.net

14 giugno 2016

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Purtroppo, in tutto il campo liturgico romeno non c'è uno studio storico sull'officio funebre. A parte alcune descrizioni e speculazioni liturgiche (non storiche) sommarie, tutti gli altri studi e articoli in romeno sui funerali si fermano a "usi e costumi".

Il testo Manualul de Liturgică Specială del padre prof. Ene Branişte (pubblicato nel 1980), che tratta di cinque importanti servizi della Chiesa – incoronazione, olio santo, benedizione delle acque, tonsura monastica e sepoltura – non fornisce alcun riferimento storico sull'evoluzione delle funzioni e sul loro senso primario. Come sappiamo, la maggior parte degli insegnanti di liturgia in Romania non fa altro che plagiare (con abbreviazioni) il corso di padre Ene Branişte, senza darsi il fastidio di completare i vuoti rimasti.

Nel frattempo, anche grazie a miei contributi personali diretti, le prime tre funzioni (incoronazione olio santo e benedizione delle acque) sono state affrontate anche dal punto di vista storico, in modo che un teologo romeno odierno può farsi un'idea più chiara circa l'evoluzione di queste funzioni e del modo in cui sono state compiute e comprese nella storia passata della Chiesa.

Ora è venuto il turno dell'officio funebre. Come primo studio in lingua romena offriamo la traduzione di un testo del protopresbitero greco Themistoclis Christodoulou, dal titolo "Slujba Înmormântării în tradiţia manuscrisă a Evhologhiului bizantin" (PDF)". Questo testo è una sintesi della tesi di dottorato del teologo greco sostenuta a Roma nel 1996, dal titolo "L'officio funebre nei manoscritti greci dei secoli X-XII". Beninteso, sarebbe bene avere in romeno una traduzione dell'intera opera, per vedere come ogni elemento liturgico si è evoluto in parte da un manoscritto ad un altro. Ma per iniziare, penso che questa panoramica sarà utile ed edificante.

* * *

Considerazioni pastorali-missionarie. Risposte ad alcune domande

Se non ricorderemo le informazioni sui manoscritti liturgici, i codici e le innografie, cerchiamo almeno di sapere che in passato l'officio funebre era legato alla Liturgia. Secondo l'autore dello studio, la separazione dell'officio funebre dalla Liturgia è stata causata dalla necessità del digiuno pre-eucaristico (cfr Canone 41 di Cartagine, 419), e ancor di più dal gran numero di decessi. Ma, a mio avviso, il problema non sta tanto nel gran numero di sepolture, ma nel fatto che queste (come tutti gli altri sacramenti) sono stati abbassati dal significato ecclesiale-eucaristico a quello particolare (familiare). La degradazione della vita spirituale dei laici ha fatto sì che la Chiesa mantenesse il funerale legato alla Liturgia solo per i chierici, i monaci e i laici più fedeli. Ora che molti dei nostri "ortodossi" non hanno alcun legame con la Chiesa e a volte muoiono in gravi peccati, la questione non è se fare la Liturgia al funerale (tanto più che i parenti del defunto non si affrettano a fare la comunione in quel giorno), ma se seppellire il defunto con il servizio di un prete oppure no.

Credo che dobbiamo seriamente riflettere sul significato di certe funzioni che facciamo con troppa leggerezza, solo per il gusto di non offendere nessuno tra gli uomini. Ciò che dice Dio a questo proposito non ci interessa, ma pieni di sfacciataggine e di insolenza (che noi chiamiamo "speranza"), gli chiediamo di perdonare e di ricevere in cielo persone che non hanno mai cercato di arrivarci. Come possiamo, per esempio, cantare "Dona riposo, o Cristo, all'anima del tuo servo defunto..." per qualcuno che per tutta la vita ha bestemmiato le cose sante e non ha mai cercato di seguire l'esempio di Cristo? Come possiamo cantare "Eterna memoria!" per qualcuno che non ha mai fatto nulla che sia degno di memoria?

L'officio funebre è mai stato visto dalla Chiesa come un ministero di perdono o di assoluzione dei peccati del dormiente. Gli antichi Eucologi non avevano alcuna preghiera di assoluzione, e l'unico testo che chiedeva il perdono per gli addormentati (nella linea delle sette preghiere del Codex Barberini 336 gr.) è proprio la preghiera "Dio degli spiriti e di ogni carne ...". Per il resto si chiedevano solo il "riposo" e "la dimora con i santi", "nel seno di Abramo" e "nelle corti dei giusti". Tutto ciò ci porta piuttosto a pensare a un officio di canonizzazione del dormiente, accompagnato da una catechesi sulla morte rivolta a quelli che sono ancora in vita, e non a un tentativo di fare al posto di un morto ciò che questi non è riuscito a fare o forse non ha nemmeno voluto fare durante la vita. Nessuno può essere inviato forzatamente al cielo, e "dopo la morte non c'è pentimento". Inoltre, la Chiesa commemora e seppellisce solo "coloro che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e della vita eterna" e, purtroppo, non tutti i battezzati credono e si preparano per la resurrezione.

Naturalmente, non è nostro compito valutare lo stato spirituale di un uomo e il sacerdote non può rifiutare il funerale a qualcuno sulla base di valutazioni soggettive, soprattutto quando si tratta di una morte improvvisa. Ma se sappiamo che il defunto era indifferente alla fede e alla Chiesa, non si confessava e non si comunicava da anni o viveva in peccati gravi, su quali basi fargli un funeralòe in chiesa con un prete e una funzione? Un funerale è per coloro che nella vita hanno amato la Chiesa e le sue funzioni e che hanno avuto un legame con il sacerdote, ma non ogni uomo (cristiano solo di nome) che non ha mai preso sul serio il proprio battesimo. Non sappiamo come Dio li riceverà, e non ci sostituiamo al suo giudizio. Ma la Chiesa, quando ha una chiara testimonianza d incredulità di una persona, non la può canonizzare (cioè proporla come modello di vita cristiana) per mezzo di un officio funebre. Non possiamo cantare "eterna memoria" a fornicatori, ubriaconi, ladri o atei (anche non dichiarati). Che cosa imparano da questo i fornicatori e gli ubriaconi che sono vivi? Questo "atteggiamento di amore e compassione" li spingerà al pentimento?

Spesso i sacerdoti pensano che il rifiuto di un funerale provocherebbe maggior dolore e lutto alla famiglia (e quindi accettano di seppellire anche i suicidi). Ma perché la famiglia non si è preoccupata di chiamare a casa il prete quando il defunto stava per morire? Perché si occupano di dividere l'eredità, di comprare bare e belle lastre di marmo, ma non si preoccupano di quel che succede all'anima del defunto? Il loro dolore non è perché è morta loro una persona cara, ma perché non capiscono niente di morte e di risurrezione. I veri cristiani ricevono con molta pace la morte di qualcuno e ripongono la loro fiducia in Dio, mentre i pagani cadono nella disperazione (I Tessalonicesi 4:13) e non sanno dove e come pagare per assicurarsi l'ingresso in cielo senza vivere secondo la volontà di Dio.

A rigor di termini, coloro che hanno trasformato la Chiesa in una "agenzia di servizi religiosi" che si limita a battezzare, incoronare e seppellire sono anche i preti e i vescovi. E anch'essi devono rompere questa etichetta vergognosa e mostrare al mondo ciò che la Chiesa è davvero, e come dovremmo vivere in essa, per portare a frutto battesimo, matrimonio e sepoltura. Una chiesa che non scomunica nessuno, ma si limita a battezzare, incoronare e seppellire tutti indifferentemente, è come un'università molto povera, in decadenza, che riceve tutti i candidati a prescindere dalla provenienza e non espelle mai nessuno, per mantenere la propria esistenza formale. Fino a questo siamo arrivati?

Penso che sia giunto il tempo di dire chi può essere sepolto e chi no, e anche di essere uniti e coerenti in questo atteggiamento, per non minare la verità e la disciplina della Chiesa.

È giunto il tempo di lottare anche con le usanze funerarie che ci soffocano. La maggior parte di queste ricorda ancora il paganesimo greco-romano e quello dei daci (che solo in parte sono riusciti a essere battezzati), altri sono espressioni di una pietà e di un'immaginazione quasi eretica riguardo alla morte e allo stato delle anime nell'altro mondo. Se si va oltre i testi liturgici del funerale, che nessuno ascolta comunque (perché tutti sono preoccupati da qualcos'altro), sotto un certo aspetto, il funerale sembra più un ricevimento pagano che un officio ortodosso. Credo che sarebbe più semplice vietare certe abitudini (urla di lutto, polli messi sulle tombe, ponti o passerelle messi sugli incroci, pagamenti per le dogane del cielo, certi tipi di offerte memoriali, ecc) se unissimo l'officio funebre alla Liturgia, spostando l'accento da ciò che facciamo noi per i morti, a ciò che fa Cristo mediante il suo sacrificio (se il deceduto ha creduto in vita e si è comunicato ai frutti del suo sacrificio). Inoltre, le persone devono capire che l'unica forma di comunione con i morti è costituita dall'eucaristia e dalla preghiera, e coloro che sono pronti a dare qualsiasi offerta solo per non pregare, illudono la loro coscienza con un "senso del dovere compiuto", ma non secondo i criteri della Chiesa, bensì secondo i criteri dal mondo. In generale, ai funerali, la suprema autorità in una comunità non è la Chiesa e il prete, ma le donne anziane e le abitudini del posto.

Credo che soprattutto nei villaggi, ma anche nelle chiese dei cimiteri urbani, sia possibile servire la Liturgia nel giorno del funerale, per compiere il sacrificio eucaristico per l'anima del defunto e perché i suoi parenti ricevano la comunione. In questo caso la funzione non dovrebbe essere allungata notevolmente, e se ci sono più morti lo stesso giorno, la Liturgia e l'officio funebre si possono compiere per tutti allo stesso tempo.

Così, invece di urla di lutto e di storie di un viaggio dell'anima verso non si sa dove, saremo in grado di spiegare e vivere le parole di Cristo il Salvatore (Giovanni 6:53-57):

"In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me".

E riguardo ai gesti di elemosina e ai pasti di commemorazione per i defunti, presentiamo le parole del Salvatore (Luca 14: 12-14):

"Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti".

Pertanto, i gesti di elemosina e i pasti di commemorazione offerti per i defunti non dovrebbero essere condivisi con parenti e amici, ma con gli stranieri e con quelli veramente bisognosi, e non davanti a tutti, ma prima o dopo il funerale, in modo da non essere visti da nessuno (cfr Mt 6:2-4).

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