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  Un altro triste caso di filetismo nella diaspora
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Il 16 giugno, il metropolita Jean (Renneteau, nella foto a sinistra) ha ricevuto una lettera del metropolita Gerasime (Sharashenidze, nella foto a destra) di Zugdidi e Tsaishi, presidente del dipartimento degli affari esteri del patriarcato di Georgia, in relazione alla prossima apertura sotto Rue Daru di una parrocchia da affidare a un chierico georgiano, l'archimandrita Hierotheos (Margvelashvili).

La lettera, che potere vedere riprodotta in questa pagina di Orthochristian.com, definisce l'apertura di questa parrocchia georgiana come "totalmente inaccettabile".

Questa sfuriata ci sembra tutt'altro che sincera: è un segno evidente di una politica di "due pesi e due misure", dato che una parrocchia ortodossa georgiana ha operato in Parigi dal 1929 sotto Costantinopoli, come si può leggere sul sito della parrocchia di santa Nino, "secondo il principio territoriale (e non etnico) per la delimitazione delle chiese locali, e seguendo i canoni del IV Concilio ecumenico". Ora, se il principio valeva per Costantinopoli, ci chiediamo perché debba esserci oggi un doppio peso proprio quando Rue Daru è tornata sotto Mosca. Se invece vogliamo accettare il principio un po' realista e un po' razzista che la Chiesa georgiana dovrebbe avere l'esclusiva dei chierici della propria nazionalità, allora ci aspettiamo che in Italia arrivi una simile lettera all'arcidiocesi greca, che dal 2004 ha nel suo clero un parroco georgiano.

Da una parte, rinnoviamo il nostro sostegno a vladyka Jean e speriamo che nessuno gli voglia più fare rimostranze per il cognome o il passaporto dei suoi preti. Dall'altra, facciamo le nostre condoglianze alla Chiesa ortodossa georgiana, che ha perso un'altra preziosa opportunità di presentare i propri chierici come testimoni del Vangelo, e non come rabbini di ghetti etnici.

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