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  Appello di Putin agli americani
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Con un contributo op-ed (versione americana degli interventi di personalità non legate a un giornale, che di solito vengono pubblicati nella pagina OPposta a quella dell'EDitoriale), è apparsa sul New York Times del 12 settembre 2013 una lettera di Vladimir Putin. Non è la prima volta che si vede una lettera simile (in un precedente articolo al New York Times nel 1999, Putin spiegò le ragioni dell'intervento russo in Cecenia), ma è senza precedenti che il presidente russo scriva agli americani in sostegno di un altro paese. Ecco la nostra traduzione italiana della lettera.

Un appello alla prudenza lanciato dalla Russia

Che cosa ha da dire Putin agli americani a proposito della Siria

Di VLADIMIR V. PUTIN

11 settembre 2013

MOSCA - I recenti avvenimenti che circondano la Siria mi hanno spinto a parlare direttamente al popolo americano e ai loro leader politici. È importante farlo in un momento di comunicazione insufficiente tra le nostre società.

I rapporti tra noi sono passati attraverso diverse fasi. Siamo stati gli uni contro gli altri durante la guerra fredda. Ma siamo anche stati alleati una volta, e abbiamo sconfitto insieme i nazisti. L'organizzazione internazionale universale - le Nazioni Unite - è stata poi istituita per fare in modo che tale devastazione non si ripeta mai più.

I fondatori delle Nazioni Unite hanno capito che le decisioni che riguardano la guerra e la pace devono avvenire solo con il consenso, e con il consenso degli Stati Uniti il diritto di veto dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza è stato sancito nello Statuto delle Nazioni Unite. La profonda saggezza di questo gesto ha sostenuto la stabilità delle relazioni internazionali per decenni.

Nessuno vuole che le Nazioni Unite subiscano il destino della Società delle Nazioni, crollata per mancanza di vera influenza. Questo è possibile se i paesi influenti bypassano le Nazioni Unite e intraprendono azioni militari senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.

Il potenziale attacco da parte degli Stati Uniti contro la Siria, nonostante la forte opposizione di molti paesi e importanti leader politici e religiosi, compreso il papa, si tradurrà in più vittime innocenti ed escalation, diffondendo potenzialmente il conflitto ben oltre i confini della Siria. Un attacco aumenterebbe la violenza e scatenerebbe una nuova ondata di terrorismo. Potrebbe minare gli sforzi multilaterali per risolvere il problema nucleare iraniano e il conflitto israelo-palestinese e destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e il Nord Africa. Potrebbe gettare fuori equilibrio l'intero sistema del diritto e dell'ordine internazionale.

La Siria non è testimone di una battaglia per la democrazia, ma di un conflitto armato tra governo e opposizione in un paese multireligioso. Ci sono pochi campioni di democrazia in Siria. Ma ci sono più che abbastanza combattenti di Al Qaeda ed estremisti di tutti i generi che combattono il governo. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha designato il Fronte Al Nusra e lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante, che lottano insieme con l'opposizione, come organizzazioni terroristiche. Questo conflitto interno, alimentato da armi straniere rifornite all'opposizione, è uno dei più sanguinosi del mondo.

I mercenari provenienti dai paesi arabi che combattono sul posto, e centinaia di militanti provenienti da paesi occidentali e anche dalla Russia, sono un problema che ci causa profonda preoccupazione. Non potrebbero tornare nei nostri paesi con l'esperienza acquisita in Siria? Dopo tutto, dopo aver combattuto in Libia, gli estremisti si sono spostati nel Mali. Questo è una minaccia per tutti.

Fin dall'inizio, la Russia ha sostenuto un dialogo pacifico che consenta ai siriani di sviluppare un piano di compromesso per il proprio futuro. Non stiamo proteggendo il governo siriano, ma il diritto internazionale. Abbiamo bisogno di usare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e crediamo che preservare l'ordine pubblico nel mondo complesso e turbolento di oggi sia uno dei pochi modi per trattenere le relazioni internazionali dallo scivolare nel caos. La legge è ancora la legge, e noi dobbiamo seguirla, che ci piaccia o no. Secondo il diritto internazionale attuale, l'uso della forza è consentito solo per legittima difesa o per decisione del Consiglio di Sicurezza. Tutto il resto è inaccettabile ai sensi dello Statuto delle Nazioni Unite e costituirebbe un atto di aggressione.

Nessuno mette in dubbio che sia stato utilizzato gas tossico in Siria. Ma vi è ogni ragione di credere che non sia stato utilizzato dall'esercito siriano, bensì dalle forze di opposizione, per provocare un intervento da parte dei loro potenti protettori stranieri, che si schiererebbero con i fondamentalisti. I rapporti che i militanti stanno preparando un altro attacco - questa volta contro Israele - non possono essere ignorati.

È allarmante che l'intervento militare in conflitti interni in paesi stranieri sia diventato moneta corrente per gli Stati Uniti. È nell'interesse degli Stati Uniti a lungo termine? Ne dubito. Sempre più milioni di persone in tutto il mondo vedono l'America non come un modello di democrazia ma come un modello che si basa unicamente sulla forza bruta, ammassando insieme coalizioni sotto lo slogan "o siete con noi o siete contro di noi".

Ma la forza si è rivelata inefficace e inutile. L'Afghanistan sta annaspando, e nessuno può dire cosa accadrà dopo il ritiro delle forze internazionali. La Libia è divisa tra tribù e clan. In Iraq la guerra civile continua, con decine di morti ogni giorno. Negli Stati Uniti, molti fanno un'analogia tra l'Iraq e la Siria, e chiedono perché il loro governo vorrebbe ripetere questi errori.

Non importa quanto siano mirati gli attacchi o quanto siano sofisticate le armi, le vittime civili sono inevitabili, compresi anziani e bambini, Che gli attacchi avrebbero lo scopo di proteggere.

Il mondo reagisce chiedendo: se non si può contare sul diritto internazionale, allora si devono trovare altri modi per garantire la propria sicurezza. Così un numero crescente di paesi cerca di acquisire armi di distruzione di massa. Questo è logico: se hai la bomba, nessuno potrà toccarti. Siamo lasciati a parlare della necessità di rafforzare la non proliferazione, quando in realtà questa viene erosa.

Dobbiamo smettere di usare il linguaggio della forza e riprendere la via civilizzata dell'accordo diplomatico e politico.

Una nuova opportunità di evitare l'azione militare è emersa in questi ultimi giorni. Gli Stati Uniti, la Russia e tutti i membri della comunità internazionale devono approfittare della volontà del governo siriano di mettere il suo arsenale chimico sotto il controllo internazionale per la successiva distruzione. A giudicare dalle dichiarazioni del presidente Obama, gli Stati Uniti vedono questo passo come alternativa a un'azione militare.

Accolgo con favore l'interesse del presidente a proseguire il dialogo con la Russia sulla Siria. Dobbiamo lavorare insieme per mantenere viva questa speranza, come abbiamo concordato all'incontro del G8 a Lough Erne in Irlanda del Nord nel mese di giugno, e ricondurre di nuovo la discussione verso i negoziati.

Se siamo in grado di evitare la forza contro la Siria, questo migliorerà il clima negli affari internazionali e rafforzerà la fiducia reciproca. Sarà il nostro successo comune e aprirà la porta alla cooperazione su altre questioni critiche.

Il mio rapporto di lavoro e personale con il presidente Obama è segnato da crescente fiducia. Lo apprezzo. Ho studiato con attenzione il suo discorso alla nazione di martedì. E sarei piuttosto in disaccordo con il punto in cui ha difeso l'eccezionalismo americano, affermando che la politica degli Stati Uniti è "ciò che rende l'America diversa. È ciò che ci rende eccezionali". È estremamente pericoloso incoraggiare un popolo a vedere se stesso come eccezionale, qualunque sia la motivazione. Ci sono paesi grandi e paesi piccoli, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli che stanno ancora trovando la propria strada verso la democrazia. Anche le loro politiche sono diverse. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo le benedizioni del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali.

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